Friday 25 May 2012, 06:28

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Indesiderabile: gridare è proibito

INDESIDERABILE: gridare è proibito

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone
che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in
partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro
cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su
quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero,
quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia,
sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una
paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo
tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano
rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli
aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i
viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome
non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno
successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella
Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo
momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era
dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò
poco.
In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal
Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a
bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di
resistere. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è
proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti
afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice
e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la
vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla
speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di
lei? Le sue foto ci mostrano un bel viso aperto, sorridente, carico di
giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno
decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già
coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima
anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente
Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo
prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come
un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà.
Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio
pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira
allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole
salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno,
dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da
schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel
Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro.
Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis
di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può
uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata,
racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte,
curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif
contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo
che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo:
«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la
maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del
Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci
si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto
avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola.
La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di
isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto
tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo,
c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio,
non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo,
ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora
soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate
costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente:
una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite
sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente
glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai
potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le
avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno
a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si
possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno
forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se
accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro.
La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che
la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno
preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio
posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di
sostegno che erano state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro
dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per
preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella
fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul
furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le
braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno
portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi
hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a
gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di
Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato:
mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla
faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi,
i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi
dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito
affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata
una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul
furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva
particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino
a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in
aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe
pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che
non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo
e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa
in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando
hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere:
Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella
medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi
hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché
la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo
piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il
rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove
certe persone sarebbero capaci di ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono
quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si
capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto
infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi
parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando
qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione,
parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si
cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito
dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va
meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non
succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un
problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori: Quel
martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha
subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di
essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità
non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa,
fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non
sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le
espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel
lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato
asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati,
permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del
suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla
violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al
borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno, sulla base di
motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un
sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la
richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la
pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le
autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla
in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva
immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per
le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti
delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e
inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno
ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini
dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più
posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella
fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione,
dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il
diritto alla vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha
conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di
Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne
sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi
opposti e speculari.
L’aeroporto:
luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il
miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri:
luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri,
gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno
dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei
suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie
trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per
Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia
cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava
ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti,
proteste. Alcuni ospiti – o meglio detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta,
i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono
più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per
telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba.
Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una
marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori
sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle
percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote,
per ricordare compagne
e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella
disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati
sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini
belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria
di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma
è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen,
costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il
non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano
sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il
Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista
che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella
degli altri paesi europei): Le
persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun
delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla
miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in
condizioni che si crederebbero appartenere al passato. La politica del
governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde,
questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato
come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in
modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di
15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.Voler
evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo,
tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il
ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare
testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole,
una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte
speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara.
«Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le
associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano
espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine
ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si
risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non
le servono più?».
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Ringrazio infinitamente Floriana Lipparini che ha inviato in rete la vicenda
accaduta dieci anni fà in Belgio. E’ un estratto dal racconto
della vicenda di Semira Adamu, tratto dal suo libro ” Per altre vie-
Donne fra guerre e nazionalismi”: non solo per ricordare e sapere.

Doriana Goracci

Prestigiatori mondiali

L’uno ha bisogno delle parole dell’altro e così lo spettacolo mediatico e popolare- religioso e politico è continuato senza moratorie o battute d’arresto per chi usa il bianco della tonaca o della tintura della sua Casa. Una Casa Bianca e un Giardino delle rose senza spine, per cinquemila persone che hanno ascoltato in diretta la benedizione, e cantato Happy Birthday per gli 81 anni di Ratzinger che ha detto: “Dio Onnipotente confermi questa Nazione e il suo popolo nelle vie della giustizia, della prosperita’ e della pace, Dio benedica l’America”. La festa è andata avanti, senza nessun fuori spettacolo, ma anzi avallando la guerra in Iraq, per la quale il Papa ha auspicato che gli Usa continuino “a sostenere gli sforzi pazienti della diplomazia internazionale volti a risolvere i conflitti e a promuovere il progresso” e per la quale Bush ha risposto : “il mondo ha bisogno della parola del Papa per respingere “il messaggio del relativismo”. … Leggi tutto

Annullata la condanna a morte contro Mumia Abu-Jamal

(ANSA) – WASHINGTON, 27 MAR 16:21- Un tribunale d’appello federale ha annullato oggi la condanna a morte contro Mumia Abu-Jamal. Il detenuto e’ stato per anni un simbolo delle campagne internazionali contro la pena di morte. Abu-Jamal era stato condannato a morte per l’uccisione di un poliziotto nel 1982.
Spero che chi ne saprà di più ci offrirà un po’ di approfondimenti. (rdr)

Tibet: la retorica dei valori olimpici come la retorica dell’esportazione della democrazia

Iwantyou1917 C’è un paese che possiede l’arma atomica. C’è un paese che possiede armi di distruzione di massa da distruggere il pianeta. C’è un paese che possiede armi chimiche e batteriologiche. C’è un paese che reprime il dissenso. C’è un paese dove i diritti civili basici, la salute, l’educazione, sono garantiti solo se paghi. C’è un paese che viola i diritti umani, usa la pena di morte e la tortura. C’è un paese che ha un esercito enorme, ben addestrato e ancor meglio armato. C’è un paese che sistematicamente manipola l’informazione. C’è un paese che ha fatto investimenti enormi all’estero e può tenere per le palle l’economia di mezzo mondo. C’è un paese che invade altri paesi e altri potrebbe invaderne in futuro.

No, questo paese non sono gli Stati Uniti d’America, anche se rispettano tutte queste caratteristiche e ainda mais. Questo paese è la Cina. La Cina che in questi giorni continua a tenere con il pugno di ferro il Tibet, che, fuor di retorica, è un paese pacifico e pacifista fino a sembrare imbelle nella sua dignità. La lezione del Dalai Lama, così altra e stridente rispetto ai toni muscolari soliti merita profonde riflessioni.

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Articolo 27: la responsabilità penale è personale (ma quella politica è un’altra cosa)

immagine_copertina L’articolo 27 della nostra Costituzione recita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Sfido chiunque a modificarne una virgola. Vorreste forse cambiare il terzo periodo in: “Le pene devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla afflizione del condannato”? O magari cambiare il primo periodo in: “La responsabilità penale è collettiva e ricadrà sui figli del reo fino alla settima generazione”? Alzi la mano chi è d’accordo. O il quarto in: “è ammessa la pena di morte”? Oppure si potrebbe cambiare il secondo periodo in “l’imputato è considerato colpevole fin dal primo avviso di garanzia”?

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Il rozzo cocchiere americano

Cosa ci spinge a credere che “il rozzo cocchiere americano”, come diceva M.F. Sciacca, sia l’unico percorso tracciato che noi europei possiamo o dobbiamo seguire? Quale legame profondo esiste tra America ed Europa? Quanto sangue è stato versato dai nostri alleati americani per essere loro riconoscenti sino all’auto annientamento di ogni identità culturale , economico-sociale e religiosa? I civili uccisi nei bombardamenti e i militari fucilati allo sbarco in Sicilia, non sono sufficiente valore di scambio per il piano Marshall? L’aver garantito la fuga di criminali nazisti attraverso la via dei conventi, non è stato sufficiente a colmare le fila dei servizi segreti e carenze intellettuali criminali? Quale dovrebbe essere il nostro debito nei confronti dell’URSS e dell’est eurasiatico? Se gli americani uccisi nella seconda guerra mondiale sono circa 50000, come controbilanciare con più di 20 milioni di sovietici, di cui circa la metà civili? Se Stalingrado non avesse retto, cosa sarebbe oggi l’Italia e il mondo? Se la megalomania di Hitler non lo avesse spinto verso Mosca, cosa avrebbe fatto l’America oltre a fornire industrie e solidarietà al regime nazista?

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Do you remember Mumia Abu-Jamal?

mumia03 Eravamo così giovani, erano gli anni ’80, e Mumia Abu-Jamal era famoso quasi come Nelson Mandela. Era un giornalista di Philadelphia, nero di pelle e radicale di pensiero. Rompeva le scatole alla polizia corrotta della sua città denunciandone i crimini. Militava nelle Pantere Nere, i Black Panthers, il partito della liberazione nera, nel quale era entrato a 14 anni, colpito fin quasi allo sterminio dalla democrazia statunitense.

Quella democrazia statunitense che tra pochi mesi potrebbe avere come presidente un giurista afrodiscendente, Barak Obama. Alla vigilia di un nuovo processo, sul quale continua ad aleggiare il vulnus del razzismo, IPS ha pubblicato una straordinaria intervista a Mumia che può essere letta per intero qui.

Mumia Abu-Jamal fu condannato a morte per l’omicidio di un poliziotto nel 1982.

Nonostante le circostanze del conflitto a fuoco, nel quale rimase ucciso l’agente, non siano mai state chiarite, comunque l’innocenza o le limitatissime responsabilità di Mumia erano evidenti. Ma la polizia non aspettava altro e il suo caso fu montato da subito per dimostrarne la colpevolezza e liberarsi di quella voce scomoda.

L’instancabile censore della corruzione del sistema giudiziario in Pennsylvania fu rapidamente condannato a morte da quello stesso sistema in un clima di odio sordido della polizia e della magistratura bianca contro il giornalista nero.

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In Guatemala torna il boia

alvaro-colom-gobierno-de-g Appena il 18 dicembre 2007 il Guatemala ha votato a favore della moratoria contro la pena di morte proposta dall’Italia nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Meno di due mesi dopo il paese centroamericano smentisce quel voto con un ampio voto parlamentare accettato dall’esecutivo.

Il presidente guatemalteco Álvaro Colom (centro-sinistra, nella foto) ha infatti annunciato che in caso di condanna a morte, sospesa dall’anno 2000 nel paese, non applicherà più l’indulto. E ci sono già 21 persone in attesa nei bracci della morte del paese.

Scritto in esclusiva per Latinoamerica.

Gaza

Cari lettori, questa volta è a ciò che resta della vostra umanità e del vostro sentimento a cui mi appello.

L’ipocrisia dominante, come pure la barbarie intrinseca nel capitalismo sfrenato, addormenta le nostre coscienze e chiude le nostre menti. Questo non giustifica l’essere passivi alla tragedia palestinese e di Gaza, perché è parte di umanità come lo siamo noi e tutto il mondo nelle sue comunità, comprese le più semplici e di qualsiasi colore della pelle o credo religioso.

La razza bianca, ha dominato per secoli in nome della sua supremazia culturale e religiosa, ma sempre con la Bibbia in una mano e la pistola nell’altra.

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Uso Pro Life: in Lichtenstein…

” Aspetto un figlio sai nonna…” – lei avvampo’ e disse “Cosa dici, stai scherzando?” Per mia nonna era un dramma ogni gravidanza delle nipoti, aveva perso la mamma che era una ragazzina per procurato aborto, erano troppi già quei dieci figli e morì di setticemia a Tripoli. Mia nonna ne fece solo una , mia madre, e le stette attaccata a vita, a proteggerla dal male del mondo.

Di aborto ne ricapii quando misi in fila certi ricordi infantili di condominio, un borbottio sommesso, un lasciare i figli dell’una all’altra, certe portate di tazze di brodo rinforzante…Me la scampai quando non era in vigore la legge ma, per fatti che non interessano a nessuno, l’ho provato quando diventò legale poco dopo, in un ospedale romano; meriterebbe un pamphlet quell’esperienza. Oggi non c’è niente da fare né per me né per mia figlia, dobbiamo fare i conti con la ProLife, quel movimento che nacque in America nel 1973, quando il Tribunale Supremo immise l’aborto nei diritti costituzionali e così si cominciò a difendere il rispetto della vita! Sin dal momento del concepimento!

Per chi non lo sapesse, il movimento ProLife fu da subito appoggiato dalla Chiesa Cattolica e da varie fondazioni americane. Oggi passeggiando per blog di destra fatta in casa, noto un bel cocktail di firme, per mandare a casa Bassolino la casta dei nuovi gay discariche aborto grilli e grillini e secondo natura. Ho dedotto poi da vera sciocca, facendo un sunto di quanto scritto sulla “Cristiana Famiglia”, che prima è cristiana e poi è famiglia e se per caso non lo fosse non sarebbe tale, quando sostenendo Ferrara dice:«L’impegno contro la pena di morte non è diverso da quello contro l’aborto e l’eutanasia, perché è impegno a favore della vita. Per i cattolici non è una novità, ma per tanti laici (o laicisti) sì, se non una sciocchezza».

Ho davvero l’impressione di non essere stata inclusa nelle famiglie come intese nel Sacro Impero del Vaticano ma a qualcuno l’oro zecchino di certi interni abbaglia ,ne è stato da tempo contagiato anche un fortunato non padre il signor Giuliano Ferrara che dalle pagine del suo giornale ha, urbi et orbi, proclamata l’idea di una moratoria sull’aborto. Il giornalista , direttore del suo Foglio, dall’alto del suo incarico istituzionale, scrive anche a Walter Veltroni, l’altro carico da novanta del partito democratico, per fargli capire con le buone che si deve discutere della sua idea e solidarizzare con lui nel momento in cui il comitato discuterà lo statuto del Pd. “Un appello che parla da solo”, conclude il giornalista che invita a promuovere la “Grande Moratoria della strage degli innocenti”, come dire “ce l’ho duro”.

Non ho scordato il 16 giugno 2005 quando sulle maggiori testate italiane come Repubblica, si trovavano le parole di Ruini che diceva vittorioso nel dopo referendum: “Ho cercato solo di fare il mio dovere di vescovo, di cristiano, di cittadino”.Colui che porterà e ha portato avanti la “questione antropologica” ha continuato a fornire “modelli di vita” con le conseguenti “scelte legislative, amministrative e giudiziarie negli ambiti della tutela della vita umana, della famiglia, della procreazione”. Quindi le coppie di fatto, i matrimoni gay, i divorzi rapidi, l’aborto, l’eutanasia.

Da qui Ruini intraprese le sue battaglie. Intanto mentre in Sicilia, nel cui parlamento siciliano ci sono 90 deputati di cui 4 sono donne, tre del centro destra e Rita Borsellino del centro sinistra, è stata fatta una proposta di legge sulla sepoltura obbligatoria dei feti abortiti, non regolamento funerario ma una vera e propria legge, presentata da Forza Italia all’Assemblea regionale siciliana. Intanto è stata proposta sempre da Forza Italia l’erogazione regionale di un milione di euro ai comuni di Brindisi e Castrignano del Capo per la venuta del papa a giugno. Il suo coordinatore, onorevole Fitto, chiede alla Giunta Regionale di provvedervi come dallo stesso deliberato per la precedente venuta di Benedetto XVI a giugno del 2005, anche se allora ne chiese la metà di euro.

 

In ogni caso, piaccia o non piaccia dobbiamo fare i conti con il Liechtenstein (35.000 abitanti) che è fra i pochi paesi in Europa che hanno ancora una legge che penalizza l’interruzione di gravidanza e tra le circa cinquanta peccatrici che abortiscono annualmente, due di esse nel 2006 hanno subito una procedura penale. Ora tutti i temi che ho affrontato non sono affatto filosofici e speculativi, ma terra terra. E volutamente, oltre che per incapacità culturale, io non riesco più a trovare un buon motivo di discussione “moratoriosa” delle leggi ,già ripetutamente confermate dalla volontà popolare, per la libertà individuale, per l’autodeterminazione. A Roma si dice “nun me ce metto”, non solo su certi temi ma sopratutto con certe persone, a discutere? Vogliamo scherzare? Qui si fanno gli affari sull’uso della nostra pelle, per la loro crociata Pro Life…ma annatevene in Lichtenstein…

p.s. intendiamoci se c’è da lottare seriamente e non con una lettera aperta al sor pampurio di turno, io ci sono.

http://reset.netsons.org/modules/news/article.php?storyid=1353

A proposito di aborto: un’ intervista a Stefano Rodotà

«Politici, liberateci dalla vostra coscienza»

«La polemica sull’aborto non è solo una trappola tesa al governo, ma è sintomo della regressione culturale e politica che anche la sinistra vive». Parla Stefano Rodotà

«Il punto non è rispettare l’intima convinzione dei politici, ma avere leggi che rispettino la libertà di agire di ciascuno di noi davanti alle decisioni importanti della vita»

Eleonora Martini

Non la considera una provocazione, una trappola tesa alla maggioranza di governo. Stefano Rodotà, giurista ed ex garante della privacy, crede invece che sia giusto valutare … Leggi tutto

La pericolosa ipocrisia dell’Europa dei diritti

Poteva essere una strage. La sera del 3 gennaio è divampato un incendio nell’ex stabilimento della Mira Lanza a Roma, dove si erano rifugiati circa 90 migranti, tra cui una trentina di bambini. Evidentemente abituati a fuggire, i rifugiati non hanno perso tempo e sono scappati da quella che poteva essere una trappola mortale.

Come è possibile che questo accada in una città come Roma? Una città che si autodefinisce “capitale della pace della nonviolenza”, che addirittura si erge a lanciare un monito al mondo intero, illuminando a giorno il Colosseo, affinché si approvi la moratoria universale contro la pena di morte.

In una città come questa, insomma, i più elementari diritti umani vengono dimenticati, lasciando che 90 persone mettano a repentaglio la propria vita rifugiandosi in una fabbrica abbandonata e pericolante perché non hanno un posto migliore dove andare.

Non è un’iniezione letale o una fucilata alla nuca che può uccidere queste persone, ma sicuramente il lasciarle in tali condizioni di abbandono si avvicina molto, visto ciò che rischiano, ad una condanna a morte.

Ecco cosa si nasconde, quindi, dietro la vetrina di Roma, fatta di concerti e spettacoli, roboanti dichiarazioni e stucchevole autoreferenzialità: una politica irresponsabile e distratta, sempre più impegnata in inutili controversie tra un centrosinistra che ha perso da tempo il bandolo della matassa e una destra sempre più stupida e discriminatoria.

Nel frattempo, a Roma come nel resto d’Italia, centinaia di migranti rischiano ogni giorno di morire in posti in cui neanche i cani randagi hanno il coraggio di rifugiarsi, centinaia se non migliaia di persone condannate a rischiare la loro vita ogni giorno.

Di fronte a questa realtà che cosa rimane dell’Italia che chiede la moratoria universale contro la pena di morte; dell’Italia che pretende, insieme agli altri paesi europei, il rispetto dei diritti umani dai nuovi paesi che dovrebbero entrare nell’Unione Europea? Solo belle parole, qualche fotografia di rito e una grande ipocrisia.

I diritti umani sono una cosa seria. Non lasciamoli in mano a questi irresponsabili.

Roma, 4 gennaio 2008

Carlo Olivieri, medico umanista

http://posizioni-umaniste.blogspot.com/

La CURA dei MEDIA: siamo arrivati tardi tutti, caro trasgender…

Loredana ha lasciato una lettera a sua madre e ad un amico per dire perchè moriva, con la sua sciarpa stretta intorno al collo per impiccarsi: ha incontrato spesso, troppo spesso il male di vivere, si chiamava all’anagrafe Paolo e aveva 16 anni.
L’Italia ha conquistato il suo seggio, come dice Paolo Garimberti, per la battaglia vinta sulla moratoria per la pena di morte.C’è altro di cui parlare…
Ma non è indifferente uno come monsignor Sgreccia o Monsieur Veltroni. Ai due personaggi ieri 18 dicembre è stato molto a cuore andare d’accordo in materia di … Leggi tutto

Rutelli condanna a morte i gay cubani, Cuba no!

La reazione di Mariela Castro, direttrice del Centro cubano di educazione sessuale, alle esternazioni del vicepremier che ha accumunato Teheran all’Avana sulla pena capitale contro gli omosessuali. “Se fosse per me – dice la Castro – la abolirei dal pianeta”. E comunque a Cuba essere omosessuali non è un reato. Tantomeno punito con la pena di morte

Emanuele Giordana da Lettera22

“Francesco Rutelli ha condannato a morte i gay cubani. Cuba no”. La risolve con una battuta in un largo sorriso Mariela Castro. Ma l’arrabbiatura è forte davvero. Qualche giorno fa il vicepresidente del consiglio si è lasciato andare a un’esternazione dove ha abbinato Cuba e Iran in merito alle condanne a morte contro i gay. “Ho letto di questo afflato missionario per liberare dal rischio della pena capitale i gay iraniani e cubani. Mi sono sorpresa perché un uomo che ha una tale responsabilità pubblica dovrebbe informarsi prima di parlare pubblicamente. Informarsi bene. Forse non sa, non solo che a Cuba l’omosessualità non viene punita dalla legge, ma che in parlamento giace una proposta di “unione legale” che darà agli omosessuali gli stessi identici diritti che hanno gli eterosessuali quando vi è un’unione consensuale fuori dal matrimonio. A sentire le vostre associazioni gay, mi pare di capire che in Italia c’è molto dibattito e proteste proprio su questo argomento. Insomma mi pare che da voi ci sia molta insoddisfazione tra gay, lesbiche e transessuali. Forse il signor Rutelli dovrebbe occuparsi degli italiani. Dei cubani già ci stiamo occupando noi”.
Mariela Castro è la direttrice del Cenesex, il Centro cubano di educazione sessuale che, da diversi anni (era diretto da sua madre) si batte per far avanzare la battaglia sui diritti. L’occasione per parlarne è un incontro, ospitato dalla provincia di Firenze e organizzato dal Programma per lo sviluppo dell’Onu (Undp) che ha per oggetto il “rispetto delle differenze”
Una battaglia che non incontra difficoltà?
Certo che ne incontra, come ovunque e soprattutto in società contrassegnate da “machismo” e da scarso rispetto delle diversità. Così a Cuba e così mi pare in Italia. Ma i successi ci sono. Ereditammo il codice spagnolo che puniva gli omosessuali che “davano scandalo” pubblico, ma che comunque non prevedeva per loro la pena capitale: ma con la Rivoluzione, il movimento femminile negli anni Ottanta cominciò una vera e propria lotta che ha cambiato la cultura cubana. Già dal ’79, ad esempio, i transessuali sono in carico al sistema sanitario nazionale C’è ancora molto da fare certo ma stiamo lavorando: adesso è in corso una campagna di educazione sessuale attraverso la stampa e facciamo pressione sui parlamentari con la nostra rivista e le nostre raccomandazioni (a marzo la Giunti pubblicherà una guida per adolescenti del Cenesex dove si parla apertamente di omosessualità ndr)
Ad esempio?
Miriamo a una cultura sempre più aperta verso omosessuali, bisessuali, transessuali. E’ già stato approvato che le operazioni chirurgiche richiesta da trans saranno a carico dello stato
Le reazioni?
Positive secondo i sondaggi anche tra leader religiosi, intellettuali, la gente in generale. Prima della rivoluzione, Cuba era una società razzista e maschilista ma le leggi sono andate nella direzione di una vera pari opportunità rispettosa della diversità
La nuova legge sui diritti delle coppie omosessuali?
Alcuni pensano che potrebbe passare per decreto ed essere poi approvata dal Consiglio di stato. Altri che se ne debba occupare il parlamento. Preferirei questa seconda opzione. E’ importante che cambiamenti importanti siano oggetto di dibattito e larga condivisione
Torno alla pena capitale. A Cuba è in vigore
L’ultimo caso è di diverso tempo fa e riguardava un attentato alla sicurezza dello stato. Ma se mi chiede la mia opinione personale, ritengo che dovrebbe sparire dalla legislazione dell’intero pianeta. Ma tante altre cose devono cambiare. Deve essere condannato anche il terrorismo di stato e i paesi che ne invadono altri.

Perù, sempre più a stelle e striscie

Alan Garcia e George BushAnche se l’informazione italiana non se n’è accorta, distratta com’è sulle notizie che vengono dall’area andina, lo scorso 4 dicembre il Senato statunitense ha approvato definitivamente il Trattato di Libero commercio con il Perù. Nel paese andino invece l’accordo era già stato ratificato un anno fa’. Ovviamente con i voti determinanti dell’Apra di Alan García, malgrado quest’ultimo, in campagna elettorale, avesse parlato di rinegoziazione e revisione.

Il Perù si appresta così a percorrere una strada che già altri paesi sudamericani hanno percorso nel passato prossimo del subcontinente e con risultati tutt’altro che lusinghieri: si veda su tutti il caso del Messico e del Nafta. I ministri del gabinetto García si affannano in questi giorni a dire che la misura rappresenta una grande opportunità per il paese e che non produrrà contraccolpi neppure nel settore più a rischio: l’agricoltura. Rassicurazioni che non sembrano sortire grande effetto dal momento che in Perù si ripetono continui scioperi e manifestazioni contro la politica economica del governo.

Qualche settimana fa, l’indomani del voto alla camera Usa, Plaza San Martin si è riempita nuovamente di manifestanti: 25 000 persone. Non tantissimi in verità, ma neanche pochi tenendo conto che la risposta da parte delle forze dell’ordine e dell’establishment agli scioperi degli ultimi mesi è stata tutt’altro che tenera. Se da un parte García ripete da mesi alla televisione – con toni che ricordano qualche personaggio delle nostre latitudini – che dirigenti sindacali “comunisti e sovversivi” tramano contro il suo governo, dall’altra le forze dell’ordine hanno lasciato sul terreno già una decina di morti da quando il presidente si è reinsediato. Effetto di una legislazione su scioperi è questioni sindacali che non solo non è mai cambiata dai tempi di Fujimori, ma che è addirittura stata inasprita, la scorsa estate, da una serie di decreti liberticidi, tra i quali spicca quello che depenalizza gli assassini compiuti dalle forze dell’ordine in caso di scioperi e manifestazioni

Quello che è certo è che l’approvazione del Tlc rischia di logorare i rapporti del paese con gli stati confinanti, soprattutto all’interno della Comunità Andina, dove fortunatamente si respira un’aria differente. In particolare il Tlc rischia di rovinare le già fragili relazioni del Perù con Bolivia ed Ecuador fautori di un progetto d’integrazione regionale che esclude i “legami carnali” con Washington del passato.

Proprio le relazioni con la vicina Bolivia sono un chiaro esempio della politica ondivaga di Alan García. Quest’ultimo appena insediatosi l’anno scorso – non molti mesi dopo l’elezione di Morales – dichiarò che in Sudamerica “cresce un nuovo fondamentalismo, un fondamentalismo andino, che muove grandi moltitudini etniche e in molti casi vincolate alla coltivazione della coca. Questo fondamentalismo […] può avere conseguenze tanto importanti quanto quello musulmano, può significare un pericolo d’instabilità in Sudamerica”. Che si riferisse al suo collega boliviano non è un mistero per nessuno e tuttavia García ha ricevuto lo stesso Morales in pompa magna quest’agosto a Lima (con tanto di consegna cerimoniale della chiavi della città) indicandolo come alleato e partner privilegiato. Giochi delle parti a cui chi, vuole mantenere un paese nell’orbita di Washington, nel periodo di massima crisi storica del “Washington consensus”, si trova irrimediabilmente costretto.

Non è tuttavia solo la ratifica del Tlc a segnare un’intensificazione dei rapporti (di sudditanza) del Perù con gli Stati Uniti. Lo scorso ottobre infatti il Congresso peruviano ha autorizzato l’ingresso di militari statunitensi nel paese. Ufficialmente per esercitazioni congiunte contro il narcotraffico – giustificazione questa ormai un po’ logora, a dir la verità – ma con buona probabilità con tutt’altro tipo di intenti. Tra meno di due anni gli Stati Uniti infatti dovranno abbandonare la base di Manta in Ecuador, dal momento che il governo di Correa ha deciso di non rinnovarne la concessione. E’ quindi più che probabile che gli Stati Uniti siano decisi a spostare i loro uomini in Perù. Eventualità che avrebbe due indubbi vantaggi: consentirebbe di spingere più a fondo la penetrazione Usa nel Cono Sud e, considerato che gli Stati Uniti hanno un’altra base in Paraguay lungo la triplice frontiera, permetterebbe di stringere come in una tenaglia la Bolivia di Morales, (nella quale a quanto pare, i piani di destabilizzazione perpetrati dalle oligarchie cruceñe con l’avallo dell’ambasciatore Goldberg non stanno dando, per ora, i risultati sperati). Il Perù in questo scenario si avvia a divenire una delle pedine più importanti di Washington nello scacchiere sudamericano, a fianco alla sempre alleata Colombia (anch’essa con Tlc di rito in fase di approvazione) e al Paraguay ancora “colorado”, in cui tutti tramano perché Lugo non vinca le prossime elezioni.

Un’ultima inquietante sintonia unisce poi di questi tempi il Perù agli Usa. Nella votazione Onu a favore della moratoria contro la pena di morte, il paese andino è stato praticamente l’unico paese latinoamericano di un qualche peso (a parte – dispiace dirlo – Cuba) a non votare la mozione italiana. Anzi con particolare viltà la delegazione peruviana si è assentata dall’aula al momento della votazione. Anche qui la ragione è semplice: García insiste da mesi nella sua proposta di reintrodurre la pena di morte per i reati sessuali e quelli di terrorismo – malgrado Sendero sia morto e sepolto. Una manovra populista che serve probabilmente da “arma di distrazione di massa” per stornare l’attenzione da altre questioni, ma che nondimeno rilancia la questione dei diritti umani in Perù. Se la notizia della condanna di Fujimori a 6 anni di reclusione lascia ben sperare in un passo avanti sulla via della giustizia rispetto agli anni della guerra civile – salvo manovre e ricatti del gruppo fujimorista in Parlamento, fedele alleato fin qui di Alan García – dall’altra nessun tipo di verità sembra all’ordine del giorno rispetto ai massacri compiuti negli anni del primo mandato dell’attuale presidente. Nessuna giustizia sembra in arrivo per i morti nelle carceri di Lurichango, El Fronton, Santa Barbara e per tutte le vittime del quinquennio 1985-1990

Insomma mentre il resto del Sudamerica va, pur con ogni sorta di problema, verso tempi migliori e meno bui, il Perù non sembra riuscire a staccarsi dal proprio passato e dalla propria dipendenza atavica da Washington. E forse alla luce di questa considerazione si spiega anche il crescente autoritarismo di Alan García, volto a creare quella pace sociale necessaria a spianare la strada al Tlc e ad attrarre le multinazionali americane, come da manuale di economia neoliberale.