Thursday 09 February 2012, 04:19

Gli articoli con tag: " pedofilia "

Anna Paola Concia: Il mio comunicato contro il Cardinale Bertone

Dopo il vescovo di Grosseto e vari prelati messicani che se la prendono con gli ebrei che avrebbero fomentato lo sdegno mondiale per i casi di pedofilia, ecco Bertone che se la prende con gli omosessuali. Mancano gli zingari e i comunisti e i vescovoni hanno rifatto Auschwitz.

PEDOFILIA: CONCIA (PD), INDIGNAZIONE PER PAROLE BERTONE
OMOSESSUALITA’ RADICE PEDOFILIA? TESI GROSSOLANA E SBAGLIATA (ANSA) – ROMA, 13 APR – ‘Le parole del Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, che pretendono di individuare nell’omosessualita’ la radice della PEDOFILIA, suscitano una irreparabile indignazione. E’ davvero sconfortante che ancora oggi eminenti rappresentanti della Chiesa cattolica si lascino andare ad analisi cosi’ grossolane, proponendo tesi sbagliate, dannose, smentite dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ e non condivise dalla maggioranza dei cattolici’. Lo ha dichiarato Anna Paola Concia, deputata del Partito Democratico, commentando le parole di ieri del segretario di Stato vaticano, secondo cui molti studiosi hanno dimostrato un legame ‘tra omosessualita’ e PEDOFILIA’.

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Il berlusconismo darà la salute agli infermi

Frida, el marxismo Uno dei passaggi più raccapriccianti del comizio di Silvio Berlusconi di sabato a Roma, oltre alla menzogna dell’Europa che senza Berlusconi avrebbe liberalizzato la pedofilia (sic) detta e ripetuta da Umberto Bossi, è stato il promettere la cura del cancro. Chi era in piazza descrive la brava gente presente a San Giovanni come un po’ imbarazzata da alcuni passaggi dello show del capo del governo. Mi piace pensare che sia vero in particolare per tale punto.

Nel promettere qualunque cosa le persone volessero sentirsi dire, dai cento milioni di alberi al dimezzamento delle tasse, pochi commentatori si sono soffermati sul passaggio della promessa di curare il cancro fatta dal “presidente oncologo” o, meglio, dal “presidente padrepio”. Peccato, perché il passaggio sul cancro avrebbe meritato i titoli dei quotidiani che invece sono stati catturati da un mero problema matematico sul numero dei presenti.

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Bucato immacolato con la Madonna del Ponte

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Vittorio Feltri e una mandria di bufale

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Alessandro Gilioli

La prima patacca accertata è del 1990, ai tempi in cui Vittorio Feltri dirige “L’Europeo”: un’intervista sul rapimento Moro a tale Davide, “carabiniere infiltrato nelle Br” che avrebbe fatto irruzione nel covo di via Montenevoso.

E’ un racconto “esplosivo” su presunti memoriali e audio di Moro dalla prigionia, con tanto di dettagli erotici sui brigatisti Franco Bonisoli e Nadia Mantovani sorpresi nudi a letto. Peccato che sia tutto falso, dalla prima all’ultima riga, e il “Davide” in questione non esista neppure.

Nasce così, quasi vent’anni fa, il fenomeno Feltri: un misto di bufale (come quella su Alceste Campanile “assassinato da Lotta Continua”, mentre è stato ucciso da Avanguardia nazionale), rivalutazioni del fascismo (”Peccato che a scuola si continui a studiare la Resistenza”) e linguaggio da bar (vale per tutti il titolo sul calcio negli Usa: “Agli uomini piace, alle donne no, ma i negri non lo sopportano”, da cui si deduce che i “negri” non appartengono alla categoria né degli uomini né delle donne.

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Il caso Boffo

Dino Boffo è stato ugualmente vittima sia dell’ imboscata di Littorio Feltri sia della morale non proprio limpidissima che regna nel mondo cattolico ed ecclesiale.

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Riassunto degli ultimi giorni di lotta nell’Amazzonia peruviana.

da vaccamagra.blogspot.com

.Iquitos.

In preparazione del paro generale dell’11Giugno il Comitè de lucha indigena ha lanciato una vigilia culturale dalle 20.00 in Piazza 28 Julio.
L’intento è quello di sensibilizzare la gente, di condividere sprazzi di cultura loretana e di prepararsi per attuare i blocchi stradali dalla mezzanotte.
Noi siamo tra i primi ad arrivare e nell’attesa ci sediamo, scattiamo qualche fotografia e facciamo qualche ripresa .
Lentamente la piazza si riempe e la folla si dispone a mezzaluna di fronte al palco allestito per l’occasione.
Tra il pubblico ci sono tantissime famiglie, bambini, anziani, studenti e nativi.
Prima di dare il via alle esibizioni l’amico/presentatore del partito nazionalista fa un riassunto degli ultimi giorni di lotta; elenca le atrocità commesse dal Governo a Bagua, le violenze fisiche e ambientali di cui sono responsabili le grandi transnazionali del petrolio da quarantanni; inneggia al decentralismo e all’orgoglio del popolo della selva e dei nativi.
L’energia che sprigiona contagia la gente che risponde urlando Venceremos!
Gli artisti intanto fanno le prove dietro alla statua che sta alle spalle del palco.
Cantanti, mimi, poeti, ballerini. Giovani, anziani, donne e uomini.
Il primo gruppo ad esibirsi sono stati gli Shalom amazzonico che hanno diffuso nell’aria melodie tradizionali con chitarre tipiche simili a mandolini, flauti, tamburi e zampoñas, strumenti a fiato ricavati da bambù.
Li ha succeduti un signore di mezza età con barba e occhiali; chitarra al collo ha fatto un’introduzione calorosa testimoniando le lotte epocali dei popoli amazzonici per poi invitare la folla attenta ad accompagnare le sue parole in canto.
Gli accordi sono seguiti da una voce poderosa che intona El pueblo unido jamàs serà vencido!
L’atmosfera è quasi commovente dall’energia che unisce le persone cantanti; pensavamo che certi canti popolari fossero finiti con le morti dei Guevara e degli Allende, solo in quella piazza ci siamo resi conti di quanto tutte le lotte dei secoli passati siano ancora attuali.
Ci guardiamo intorno e osserviamo gli occhi dei presenti, raramente si vedono così brillanti e vivi. Ne siamo contagiati, gli occhi sono lucidi.
La loro lotta empaticamente la sentiamo nostra pur venedo da un altro continente, così diverso e così perso in se stesso.
Al Pueblo unido segue un’altra canzone/novella sulla terra e sul petrolio e per un istante in quell’uomo vediamo De Andrè.
La folla impazzisce quando viene attaccato con ironia il presidente Garcìa.
Intanto alle spalle sull’obelisco centrale della piazza viene issato lo striscione del Comitè de lucha indigena.
Al signore segue un mimo che fa gioire i bambini presenti.
Dopo di lui una coppia di ballerini proveniente dalla scuola d’arte di Chiclayo danza per la gente; eleganti si spostano da un lato all’altro del palco fingendo di baciarsi e facendo ridere maliziosamente il pubblico ad ogni incontro ravvicinato e platonico tra le loro labbra.
Passano un paio d’ore e il presentatore ringrazia i presenti e invita questi ultimi a fare un applauso per i ‘giornalisti italiani’ presenti. Ci indica.
Un po’ alla sprovvista per tanta attenzione rivoltaci ci alziamo e rispondiamo imbarazzati agli applausi dei 400 facendo un inchino impercettibile e toccandoci il petto in segno di riconoscenza e rispetto.
Prende la parola Miller Lopèz del Comitè che di fronte alle telecamere annuncia, come rappresentante, l’inizio del blocco.
Ribadisce l’intento decisamente pacifico della mobilitazione, invita a non cadere nelle provocazioni della polizia e dei militari e a non compiere atti vandalici nella paralizzazione di Iquitos.
Esprime il concetto della lotta per la propria terra dichiarando invincibile l’anima della gente nativa, dicendo che le morti e gli assassinii di Stato non fanno altro che rinforzare la lotta popolare.
Vengono prese pubblicamente le difese del lìder indigeno Alberto Pizango.
La piazza lancia unita un unico grido: Alan (Garcìa) Loreto ti ripudia! La selva non si vende, la selva si difende!
Intanto si organizzano i picchetti per bloccare le strade e dopo breve parte un corteo improvvisato dietro allo striscione del Comitato di lotta.
Ad aprire il corteo, ancor prima dello striscione, c’è un uomo che ha superato i 50 con un’asta spessa di legno lungo circa quattro metri; attaccata all’asta una grande bandiera del Perù e una bandiera nera che manifesta il lutto popolare per i 200 e più tra morti e desaparecidos di Bagua e per i 24 poliziotti la cui morte è dovuta all’irresponsabilità e alla corruzione morale del governo.
Il corteo si muove spedito e si ingrossa strada facendo; la gente applaude dalle finestre, i partecipanti urlano orgogliosi e irati.
E’ un grande serpentone illuminato dai ceri portati dalle persone in segno di lutto.
La manifestazione è calda, molto calda.
Arriva la polizia. Due cordoni scortano ai lati ad estrema vicinanza i manifestanti che continuano nel percorso come se non esistessero.
La polizia non è il caso che rischi perchè la presenza della stampa è massiccia e la gente presente è disposta a tutto per rivendicare la propria esistenza.
Tutto scorre tranquillamente.
La mobilitazione continua fino ad arrivare nella centralissima Plaza das Armas per poi tornare in Piazza 28 de Julio.
Qui si dà appuntamento nella stessa piazza per il giorno sucessivo alle 15.00 per la grande manifestazione in programma in favore dei nativi e con i nativi.
Molti tornano a casa verso l’una, le due di notte; alcuni altri occupano le strade giocando a calcio o cucinando pollo e banane alla griglia.
Altri si fermano a chiacchierare condividendo qualche fetta di pane e qualche focaccia.
Ci sediamo sui gradoni ai piedi della statua e conversiamo con una signora; ci racconta gli anni della dittatura di Fujimori, ci parla dei desaparecidos, dei tradimenti nella lotta popolare..dei tradimenti di coloro che alla coerenza delle idee hanno preferito la corruzione politica; ci narra della repressioni, dell’esercito che ha visto sparare sulle folle, ci parla anche di quando per salvare la vita sua e della famiglia ha puntato una pistola alla schiena di un poliziotto che era venuto per saccheggiarle la casa e per intimidirla.
Ci parla dei compagni che continuano a lottare al fianco del popolo e che hanno per questo perso il lavoro, ora dormono per strada. Ci avverte di quanto questi ultimi siano sempre i primi a metterci la faccia.
E cita quelli che una volta erano compagni ed ora sono dall’altra parte della barricata.
Ci avverte anche del rischio che questa lotta per la sopravvivenza possa essere utilizzata da terzi per i loro squallidi giochi politici: La lotta indigena non è politica.
Non trattiene le lacrime, la voce è forte e vibrante allo stesso tempo. Nonostante tutto la sua fiducia è forte come la sua combattività.
Ci contagia.
Ci salutiamo dandoci appuntamento per la mattina quasi alle porte e continuiamo camminando per la città.
Incrociamo un blocco di una decina di persone legate alla Chiesa; la signora con cui parliamo è polacca ed è in mezzo ad un incrocio in Plaza das Armas.
Le chiediamo quale sia la posizione della Chiesa riguardo al blocco.
Ci risponde che i vertici non si schierano, che le scuole cattoliche non chiudono, che i preti di Iquitos (tutti stranieri) non si interessano e al massimo si fanno da intermediari.
Lei è la prima ad accusarli, dice che in Perù è quasi tutto in mano all’Opus Dei.
E’ testimone di quanto siano ignavi coloro che la precedono nella piramide, attacca il Vaticano accusandolo di conservatorismo e immobilismo e un tal cardinale spagnolo che pochi giorni prima ha dichiarato che l’aborto è peggio della pedofilia.
Ma ci parla anche di padre Mario Bartolini che a Bagua aveva aperto Radio La Voz; il Governo lo vuole espellere dal paese, lo accusa di aver istigato i nativi alla rivolta, lo accusa addirittura di terrorismo e gli chiude la radio. Lui continua nella sua battaglia al fianco degli abitanti di Bagua.
La salutiamo, andiamo a casa per ricaricare le batterie della macchina fotografica e della videocamera e dopo un’ora torniamo in piazza aspettando l’alba e la giornata di lotta.
Qui alcuni studenti che stanno bloccando un’arteria cittadina ci invitano alla Casa del Maestro per parlare con Apu Marco Polo Ramirez Arahuanaza, rappresentante della Tribù Ashuar di Andoas.
Lo incontriamo e ci presentiamo.
Lineamenti duri, pelle scura, braccia forti e capelli lunghi, lisci e neri. Non può uscire dalla casa del Maestro perchè come rappresentante indigeno ha sulla sua testa un mandato d’arresto. Nonostante questo ci conferma la sua presenza alla manifestazione insieme a nativi Boras, Cocamas, Yahuas, Aguajun, Shawis e Ticunas.
E’ sotto processo per i fatti di Andoas: Una comunità di 800 persone, vittime da quarantanni dei soprusi di Pluspetrol (corporation argentina), costrette a pescare e cacciare in territorio equadoregno, dopo avere visto le proprie acque contaminate dall’oro nero e i propri animali morire avvelenati, hanno deciso nel Maggio del 2008 di ribellarsi.
Hanno bloccato l’afflusso del greggio sabotando i gasdotti e occupato l’aereoporto; ne sono seguiti scontri con la polizia che, come a Bagua, non ha esitato ad aprire il fuoco.
Negli scontri è morto un poliziotto.
Marco Polo, come John e Josè Fachin, è accusato d’omicidio pur essendo stato fermato e detenuto (negli uffici di Pluspetrol) 24 ore prima dell’accaduto; rischia 23 anni di carcere ed è iniziato il processo giusto in questi giorni.
La comunità di Andoas, al confine con l’Equador, è stata la prima a ribellarsi ed è stata da esempio per le grandi lotte unitarie di cui sono protagonisti oggi i nativi della selva e delle Ande.
Per questo per loro sono previste pene esemplari. Intanto gli hanno bloccato ogni sorta di finanziamento proveniente dalle organizzazioni native e non.
Chiacchieriamo con Marco Polo e Josè Fachin per un’ora; facciamo la colazione comunitaria a base di te bollente con latte, anice e pane secco nella Casa del Maestro.
Nel frattempo arrivano molte persone e ci si organizza per continuare i blocchi e per fare un piccolo corteo per continuare nella sensibilizzazione.
Miller Lopèz del Comitè apre la piccola marcia.
Sono una trentina di persone, come più o meno ad ogni blocco.
Ci si apposta ad un incrocio per fermare i pochi mototaxi che stanno facendo i krumiri; in men che non si dica arriva un pick-up della polizia.
Si cambia incrocio e si gioca al gatto col topo. Lenti ma non fermi si passa da incrocio ad incrocio.
Passa così la mattinata che nonostante tutto scorre tranquilla; il traffico insostenibile, a cui ormai ci siamo abituati, oggi ha una pausa.
La grandissima maggioranza delle attività commerciali è restata chiusa per solidarietà e moltissimi mototaxi quest’oggi non sono in servizio.
Non c’è quasi bisogno dei blocchi perchè la solidarietà dei cittadini sembra essere totale.
Non ce l’aspettavamo.
Alle 15.00 ci concentriamo in Plaza 28 de Julio; alla spicciolata si riempie fino a partorire persone anche sulle strade laterali.
Decine di striscioni e di cartelli con frasi emblematiche, molti nativi, migliaia di persone e anche molti poliziotti. Nell’andare in piazza ci imbattiamo anche con un plotone dell’esercito che marcia rigidamente.
Si aspetta che l’affluire continuo di gente abbia fine per cominciare il corteo aperto sempre dal Comitè.
Alle 16 si parte.
Ai lati, alla testa e alle spalle è dispiegata la polizia in assetto antisommossa.
Ci si imbocca per Avenida Prospero e al primo incrocio ci fermiamo per misurare la lunghezza del serpentone umano. Bisogna attendere più di dieci minuti perchè finisca.
Dopo aver percorso le principali vie della città e il mercato di Belem torniamo in piazza.
Qui prendono parola tutti i rappresentanti indigeni che prima si rivolgono alla folla in Quechua e altre lingue per poi farlo in castigliano (non tutti).
Si chiede rispetto per la propria cultura e la propria terra, si chiede giustizia e dignità, si chiede l’abrogazione di tutti i decreti sulla selva (non solo del decreto 1090 e 1064) e si annuncia un blocco generale in tutto il Perù per il 7, l’8 e il 9 Luglio.
Ascoltare i nativi è toccante, ascoltare la loro rabbia degna è una scossa di vita.

.Domenica 21 Giugno 2009.


L’ “inferno delle tendopoli” da un altro punto di vista: una realtà di emergenza, un’organizzazione difficile

Condivido alcune riflessioni di un amico che ha aiutato direttamente a strutturare e organizzare una delle tendopoli, a proposito del dibattito sul terremoto ed in particolare della lettera di denuncia pubblicata in Giornalismo Partecipativo qui.

di Vittorio Artoni

Si sarebbe potuto fare molto più e molto meglio di un governo di pagliacci come quello di Berlusconi? Sicuro. E’ necessario stare attenti perchè la ricostruzione della provincia dell’Aquila se la stanno già spartendo i maggiori clan mafiosi italiani? Sicurissimo anche questo.

Ma caliamoci davvero nella situazione, in cosa è successo, cosa sta succedendo e cosa succederà. Una città rasa al suolo non si può nemmeno pensare che sia una sorta di Eden. I problemi ci sono e ne sorgono ogni giorno di nuovi ed impensabili. Volontari, militari e operatori del ministero sono chiamati a tamponare il più possibile l’emergenza, ma forse questa è soprattutto un’occasione per riflettere (a destra, a sinistra e tra radical chic-pseudo-ecolo) che la forza della natura batte ancora l’uomo con un 3-0 netto…e spesso non ci rendiamo conto di questa nostra inferiorità! Ma così è!

E’ strano pensarlo nella modernissima Italia, è impossibile viverlo per chi fino al 5 aprile viveva tra uno schermo al plasma, i culi delle veline e le partite della serie A la domenica come, che ci piaccia o no, vive qualunque altro italiano medio. Non è così impensabile che comincino le epidemie. Vivere in 1500 in un campo da calcio comporta evidenti rischi. Stiamoci attenti ma… Che sia il prezzo di poter aver una tenda sopra la testa?

Stesso discorso per il caldo insopportabile in tenda. L”Aquila ha lo stesso clima (e altitudine) di Aosta. Il 21 aprile nevicava, a dicembre si va sotto di 20 gradi. Sarò cinico, ma nella sfiga, il terremoto è arrivato all’affacciarsi dell’estate e questa è una grande fortuna! Che vecchi e bambini non superino l’estate mi pare davvero catastrofistica come cosa. E poi sì, nelle tendopoli si muore di noia, è vero, ma è una tendopoli, c’è stata una catastrofe davvero immensa. All’aspetto ludico-ricreativo ci si pensa, laggiù nei campi, ma pare ovvio che non sia la priorità!

I campi sono pieni di droga, anche questo è vero. Ma che falsa indignazione è questa? Nella piazza sotto casa nostra non c’è? Scopriamo solo ora che “la meglio gioventù” italo-occidentale del 2000 tira cocaina in quantità semplicemente preoccupanti? I ragazzi (venti-trentenni) che sono costretti nelle tendopoli prendono la macchina, in un’ora e mezzo sono a Roma, in due e mezzo a Rimini, vanno a “rifornirsi” e tornano con ogni tipo di droga per… vivere la loro abituale quotidianità. E’ forse più grave che lo facciano ora in tendopoli piuttosto che prima dentro e fuori dalle discoteche o nelle piazzette dei paesi? Mi sembra un’analisi sociologica un po’ ipocrita e fuori luogo.

I campi sono militarizzati, è vero pure questo… meno male! Chiunque sa che la tecnologia più avanzata arriva nel campo militare con almeno una ventina d’anni d’anticipo su quello civile. E’ così fin dall’Impero Romano, quindi anche questa, che denuncia sociale è? Grazie al cielo la tecnologia bellica è stata messa a disposizione dei civili. Io mi sono trovato a scavare buche di raccolta acqua per 10 ore di fila per evitare l’allagamento del campo, il tutto con zappa e piccone portati dalle casse materiali degli scout di mezza italia. Il giorno dopo pioveva il doppio ma è arrivato il genio militare con un escavatore meccanco e tre idrovore (o idropompe): ciò che ho fatto (rompendomi la schiena) in dieci ore loro l’hanno fatto in mezz’ora (schiacciando 3 o 4 pulsanti). Qiundi ben vengano i militari mi vien da dire. Oltre al dispiegamento di uomini comunque sia pagati che solitamente o stanno in una caserma ad addestrarsi per un’ipotetica guerra o vengono mandati in giro per le città contro rom e spacciatori dall’asse La Russa-Maroni… insomma, forse per una volta si può dire che l’esercito serva a qualcosa!

Nei campi le macchine fotografiche e i giornalisti sono i nemici numero uno. Calcoliamo che per le prime due settimane paparazzi di ogni sorta si assiepavano nei campi per fotografare “la tragedia” sballottando anziani malconci e ricreando sfondi spettrali per far salire le quotazioni delle loro foto. Oltre alla “caccia allo scatto del bambino”: le foto di bambini per giornali come “Chi”, “Gente”, “Oggi” ecc sono ambitissime, ma vietitissime dalle leggi anti-pedofilia. Insomma io stesso mi sono trovato a cacciare a calci in culo (nemmeno troppo metaforici) fotografi dagli spazi kindergarden e ludoteca. I nervi già sono a fior di pelle e gli operatori non hanno modo di sapere quale destinazione avranno le foto scattate. Non è semplice come cosa!

I capi campo lasciano poco spazio alla democrazia ed al coinvolgimento dei cittadini. Altra cosa vera, ma resta, ancora una volta, una situazione di emergenza e non un gioco! Nella tendopoli di Coppito il capo campo ha imposto un massimo di alimenti da poter distribuire ai non residenti al campo (ossia coloro che si sono piantati la tenda in giardino perchè non si sentivano di abbandonare la propria casa, ma che non hanno cibo) e l’impossibilità di scegliere gli abiti distribuiti (una sorta di “ti prendi ciò che capita”). Questo è accaduto dopo che alcune persone sono venute a prendersi decine di chili di pasta e scelti gli abiti migliori per poi andare a rivendere nel ”mercato nero post-terremoto”. E’ squallido? Lo so. Ma questo è ciò che accade e come si fa fronteggiarlo senza una politica ferma e forse sì un po’ poco democratica!

Stesso discorso per gli abitanti coinvolti nelle attività di gestione del campo. A Coppito c’era una faida tra famiglie e abbiamo cacciato dalle corvé un signore che si era amorevolmente messo a disposizione della distribuzione pasti in mensa (a propisto: a Coppitto si mangia bene, davvero bene!). Il signore distribuiva piattoni a quelli della “sua fazione” e dieci maccheroni di numero a coloro che facevano parte di quella avversa: stava scoppiando la guerra! Così si è deciso di eliminare gran parte delle collaborazione degli abitanti in cucina, mensa e distribuzione materiali: non si poteva far altrimenti.

Alla fine sì, credo anche io che il G8 sarà un macello, una tortura. Per 10-15 giorni si penserà solo a 8 stronzi e ci si dimenticherà dei 55 000 Abruzzesi e questo è folle. Pare che sia tattica la scelta del G8 a L’Aquila (per fare solo un esempio: il solo ospedale da campo completamente attrezzato della protezione civile sarebbe dovuto finire alla Maddalena come parte dell’organizzazione del G8),  ma non per questo sarà una scelta indolore per la popolazione e di conseguenza corretta. L’alternativa poteva essere rinunciare all’organizzazione del G8 e chidere, in via eccezionale, che uno degli altri 7 se ne accollasse l’organizzazione, per cause di forza maggiore. Ma l’orgoglio…

La presenza di Casa Pound è preoccupante e andrebbe arginata. Putroppo qualunque associazione in grado di prestare soccorso strutturale e materiale è rientrata nel piano della Protezione Civile e i fasci hanno colto l’occasione. Con il passare del tempo e dell’emergenza credo sia giusto preoccuparsi di questa cosa e trovare il modo di buttarli fuori, perchè della loro propaganda non c’è proprio bisogno!

Credo che intorno a questo avvenimento si stia facendo davvero tanta retorica e che ognuno tiri il terremoto dalla sua parte. Ma non è una cosa fattibile, il terremoto è il terremoto, è una tragedia edifficilmente la si può  leggere diversamente. Si regredisce di 8 secoli? ma pure di più! insomma si passa da case con cancelli automatizzati e scomode tende, mi pare evidente come cosa! Teniamo viva l’attenzione e pure la polemica, ma che sia costruttiva e non strumentale. Fissiamo delle priorità, ma che siano quelle di uno stato di emergenza e non quelle della nostra vita quotidiana e pure un po’ agiata.

L’italia che cambia, in peggio

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Due documenti che cambiano l’italia (in peggio) e che bisogna conoscere.

Il Pacchetto sicurezza così come esce dall’iter delle commissioni, dopo lunga discussione e un taglia e cuci che ha eliminato alcune cose (l’art. 60 sulla istigazione e apologia in rete è stato soppresso per merito della rete e di un emendamento a cura del deputato Cassinelli. fuori dal pacchetto sicurezza c’e’ inoltre – a parte che l’opposizione al ddl carlucci – chi sta combattendo una fondamentale battaglia contro la possibilità che telecom possa rilasciare accesso a internet a pacchetti invece che per intero), ne ha lievemente modificato altre e ha lasciato un insieme di norme che legittimano fanatici razzisti e moralizzatori dei costumi (quelli altrui) a pattugliare le strade, condannano i migranti, grandi e piccini, all’invisibilità, norme che criminalizzano la razza, il colore della pelle, e condannano ogni atto di dissenso (viene reintrodotta l’offesa a pubblico ufficiale) rivelando una vocazione persecutoria nei confronti di ogni opposizione civile e facendosi scudo del potere di controllo che la stessa richiesta di sicurezza (tramite telecamere, controllo preventivo su internet e schedature di massa) autorizza.

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I blog e Veronica

Cometa riflette come sempre argutamente su queste stesse pagine e conclude che i blog per andare a caccia di lettori si piegano alla logica mainstream del parlare dell’argomento più appetibile e facile, ovvero il divorzio di Silvio Berlusconi e Veronica Lario, per aumentare i loro contatti. Sono d’accordo ma…

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Silvio Berlusconi, che dirà il Santo Padre che vive a Roma?

SilvioBenedetto Violeta Parra, ormai mezzo secolo fa, si domandava che avrebbe pensato il Santo Padre se fosse venuto a conoscenza di una triste storia cilena. Non è passato un mese da quando l’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale del Vaticano, fece il più pieno degli endorsement (adesione, appoggio, approvazione) al “Partito della Libertà” di Silvio Berlusconi, “il maggiormente in grado di esprimere i valori comuni italiani, tra i quali quelli cattolici sono una parte non secondaria”.

Nessuno può pretendere che i valori di Papa Benedetto XVI siano vicini a quelli laico-progressisti, ma sarebbe importante che il papa, che appena un mese fa faceva dichiarare all’Osservatore Romano di vedere nel partito di Berlusconi incarnare i valori cristiani, cosa pensa di quelli che dovrebbe considerare evidenti e pubblici segnali di dissolutezza morale da parte del Presidente del Consiglio.

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LA PROSTITUZIONE E L’IPOCRISIA COMUNE

La prostituzione e l’ipocrisia comune

Proibizionismo e regolamentazione: opposte soluzioni a confronto … Leggi tutto

Oltre la “Morale di Stato”


Le “Famiglie di fatto” (etero ed omosex) nella Società moderna

 

Discriminazioni basate sulle inclinazioni sessuali:

In Italia il tema delle “libertà sessuali” è causa di profonde divisioni politico-ideologiche. Il nostro è ancora un Paese profondamente “omofobico”, in cui cittadini gay, lesbiche e transgender sono condannati ad una condizione di “minorità di diritti” rispetto ai loro pari europei:

<!–[if !supportLists]–>- <!–[endif]–>mancano norme generali antidiscriminatorie relative a cittadine e cittadini omosessuali (privi di alcuna tutela giuridica)

<!–[if !supportLists]–>- <!–[endif]–>e di nessun diritto godono le “nuove famiglie” in cui si articola la Società moderna (le “coppie di fatto” non sposate: etero e omosessuali).

 

“Dio ama anche noi”: questo lo slogan che ha animato l’imponente sfilata del “World gay pride” svoltasi a Roma nell’estate del 2000. Gay, lesbiche e transgender (sostenuti da molti cittadini comuni ed eterosessuali) hanno, per la prima volta, rivendicato apertamente il diritto di non essere discriminati in base al loro orientamento sessuale e di poter costruire liberamente la propria vita. La sfilata dell’“orgoglio gay” ha avuto, così, un grande merito: aprire uno squarcio su una realtà praticamente “sommersa”, mostrare gay (insieme a molti nonni e genitori accompagnati dai figli) manifestare festosamente a sostegno dei diritti di alcune “minoranze dimenticate”.

Ricordare quanto hanno “sbraitato” le autorità vaticane per impedire quella che è stata -in tutto e per tutto- una “festa di libertà”, una civile e pacifica manifestazione -ritenuta “inopportuna” nell’anno del Giubileo- aggancia il tema del mancato riconoscimento di diritti civili all’annosa questione della incompiuta affermazione in Italia del principio di “laicità” dello Stato, rivelando come l’Italia sia uno strano Paese: mentre Politica ed Istituzioni hanno massicciamente appoggiato la crociata vaticana per tentare di mettere il bavaglio al mondo omosex, non una sola voce si è alzata per condannare l’iniziativa dei militanti di F.N. di marciare contestualmente contro i “froci” o per stigmatizzare le parole del consigliere comunale di Palermo (di A.N.), Stefano Santoro, che ha tacciato l’omosessualità di essere “pericolosa come la pedofilia”! Ancora oggi, del resto, esponenti politici, come l’on. Binetti del PD, continuano a ribadire gli stessi concetti (“l’omosessualità è come la pedofilia”). Allora mi chiedo: tra la manifestazione gioiosa del Gay pride e le dichiarazioni xenofobe riportate, cos’è più pericoloso per la libertà e la democrazia??!

(…L’ARTICOLO COMPLETO E’ CONSULTABILE SU: http://spaziolibero.blogattivo.com )

 

 

Gaspare Serra

 

Arraffate al Mercato DrizzaBambini

All’Hotel Royal di Sanremo, si sono riuniti in un seminario a porte chiuse i direttori di Confindustria di tutta Italia, c’era anche il Ministro della Pubblica Istruzione. Quando ha preso la parola, ha preteso che tutti i giornalisti uscissero, compreso quello del Sole24ore. Dopo il verbo della Marcegaglia, anche lei, Gelmini-Drizza Bambini, si è allontanata. … Leggi tutto

Per Paola Binetti omosessualità e pedofilia sono la stessa cosa. Vergogna!

La senatrice Paola BinettiE alla fine la Binetti parlò. Era da un po’ che non la sentivamo, santa Paola. Da brava cattolica ha apprezzato il documento vaticano che ribadisce fermamente il no ai seminaristi gay e, tanto che c’era, ci ha messo in mezzo la pedofilia, dal momento che non guasta mai fare confusione per presentarci come mostri. Ecco alcuni passi da un’intervista al Corriere:

Non dimentichiamo che proprio recentemente si è verificata la situazione drammatica dei preti pedofili.
E la pedofilia ha a che fare con la omosessualità?
Stiamo attenti. Il documento della Congregazione per l’Educazione cattolica parla di tendenze omosessuali fortemente radicate.
Quindi?

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Luci di Stato

La Maria Stella dialoga, come le borse, con cifre leggere da sù a giù, quasi fossero manganelli Gelmini. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà: parola di Silvio, a Pechino. Ascoltatevi, lo dice anche Giorgio, il nonno  Napolitano. Non è mai troppo tardi… anche se Epifani, non osa neanche pensare e Veltroni, finalmente se pò fà la sua giornata, fuori dall’Ombra: il 25  ottobre. I sempreverdi non temono cadute, di foglie e di stile. … Leggi tutto