Thursday 09 February 2012, 07:45

Gli articoli con tag: " Parapolitica "

Guido Piccoli e Ingrid Betancourt

GuidoIngrid Guido Piccoli (nella foto), il massimo esperto italiano di cose colombiane, offre a Giornalismo partecipativo questo importantissimo contributo a commento della sua partecipazione all’iniziativa bolognese con Ingrid Betancourt. A questo link l’intervento di Guido, qui la risposta di Ingrid (gc).

Il 16 dicembre scorso Ingrid Betancourt è venuta a Bologna per ricevere la cittadinanza onoraria e per partecipare ad una grande iniziativa in suo onore organizzata dal Comitato Betancourt per promuovere la Fondazione Betancourt. Tra gli invitati, oltre ad alcuni cantanti, il giornalista Maurizio Chierici, il presidente di Amnesty International-Italia Paolo Pobbiati, anche il sottoscritto.

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Guido Piccoli a Ingrid Betancourt: anche le vittime del terrorismo di Stato meritano rispetto

guidoingrid 8807170841 Questo è il testo dell’intervento di Guido Piccoli a Bologna nell’incontro con Ingrid Betancourt di stasera.

Vi ringrazio per questo invito E’ un’emozione avere al fianco Ingrid Betancourt. Ho cominciato a conoscere, amare e scrivere di Colombia alla fine degli anni Ottanta ai tempi di Pablo Escobar.

Tutti allora, dai giornali agli amici, mi chiedevano di Escobar, di scrivere su di lui… se l’avessi incontrato. Un mito negativo. Il male.

Dopo quasi 20 anni, con Ingrid, dal male siamo passati al bene. E’ l’unico miglioramento che vedo però.

Credo che faremmo un gran torto ai colombiani, e anche a Ingrid, se l’obiettivo fosse stretto solo su di lei e la Colombia rimanesse, dietro di lei, un paese incomprensibile.

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Intervista a Simone Bruno: “gli indigeni fanno paura…”

Foto di Simone Bruno
Simone Bruno è un fotoreporter italiano e da cinque anni vive a Bogotá. E’ corrispondente dalla Colombia per Peace Reporter, quotidiano online legato all’agenzia giornalistica MISNA  (Missionary Service News Agency) e all’ organizzazione umanitaria Emergency.
In queste settimane ha seguito la marcia della Minga, la grande mobilitazione indigena e contadina che è giunta fino a Bogotá chiedendo rispetto per i popoli originari e diritto alla terra e alla vita e prospettando un progetto di partecipazione politica allo sviluppo del paese.
Simone Bruno ha testimoniato nei suoi articoli di quei giorni, soprattutto i violenti scontri avvenuti nella localià La María – Piendamó (Cauca) dove si sono registrati due morti e più di 70 feriti e dove è stato dimostrato che lo Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) ha utilizzato armi non convenzionali contro gli indigeni. Le fotografie di Simone sono state pubblicate in tutti i più importanti quotidiani italiani e nei maggiori spazi informativi di Internet.
Per questo egli  ha ricevuto alcuni giorni fa nella sua pagina Facebook minacce di morte con il seguente messaggio: “comunistello di merda ti stai impicciando con forze che ti schiacceranno molto coraggioso lanciando pietre ed aggredendo agenti dello stato a la maria se vuoi fare il martire sará un piacere realizzare il tuo desiderio prega stronzo“) da un utente sconosciuto di nome Sol Dussant. In questa intervista ci spiega ciò che rappresenta il movimento indigeno in Colombia e le sue potenzialità rispetto a un cambiamento del paese.
 
A.M. – Simone, tu vivi ormai da cinque anni in Colombia. Hai avuto prima di questo momento minacce a causa del tuo lavoro?
S.B. – No, mai, questa è la prima volta in assoluto.
 
A.M. – Hai denunciato le minacce alle autorità? Che appoggio hai ricevuto?
S.B. – Ho sporto denuncia tramite il Consolato italiano dove ho trovato persone molto gentili e che mi hanno aiutato molto. Ho ricevuto appoggio anche da parte dell’ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che in un comunicato stampa  ha respinto le minacce che ho ricevuto.
 
A.M. – Nel testo della minaccia si fa riferimento alla località della María. Tu sei stato lì raccontando lo svolgimento della Minga. Ci sono stati morti e feriti. Come era la situazione?
S.B. – Molto pesante . la repressione dell’ESMAD (polizia antisommossa) è stata brutale con armi,  machete e granate artigianali piene di polvere da sparo, vetri, schegge  e  chiodi. Ho visto molti feriti ed ho constatato il tipo di arma che ha provocato quelle ferite. C’erano feriti da arma da fuoco ed altri con schegge nel corpo. C’è stato anche un morto, Ramos Valencia che veniva da Tacueyó, morto per un proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte.
 
A.M. – Un video della CNN ha dimostrato inequivocabilmente  che membri della ESMAD hanno sparato contro i contadini della MINGA e lo stesso  Álvaro Uribe lo ha dovuto ammettere pubblicamente. I partecipanti alla Minga si sono difesi soltanto con i tradizionali “bastoni di comando” e con le pietre. Tu hai denunciato quanto avvenuto nei tuoi articoli. Credi che le minacce possano essere venute da persone vicine alla ESMAD?   

S.B. – Questo è difficile da dire. Sicuramente  le minacce sono venute per la mia presenza alla María, il messaggio lo dice molto chiaramente.  Chi si è infastidito per  il lavoro dei giornalisti è chi non voleva che si sapesse la verità dei fatti e delle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia. E’ anche chi non sa rispettare un movimento come quello  indigeno Colombiano che propone una maniera diversa di pensare e di vivere e una resistenza pacifica.
 
A.M. – La Minga è arrivata a Bogotá e nei prossimi giorni ci saranno iniziative in alcune città europee in solidarietà ad essa. Cosa pensi di questa mobilitazione indigena e contadina? Può rappresentare realmente come sembra, un momento di rottura tra la società colombiana e il governo?

S.B. – Credo che sia la concomitanza di due processi. Da un lato mi sembra che la società inizi a svegliarsi da un lungo sonno. Lo testimoniano le mobilitazioni praticamente di tutti i settori sociali: tagliatori di canna, studenti, professori, trasportatori, giudici, tra gli altri.
Dall’altro lato la Minga  rappresenta l’espressione di un lungo processo interno al movimento Indigeno Colombiano, di cui gli indigeni Nasa del Cauca sono senza dubbio il settore più forte e organizzato. La coincidenza di questi due aspetti ha fatto sì che la Minga diventasse il catalizzatore e acceleratore di tutte queste proteste che in qualche  modo confluiscono tra loro. Questo non è causale. I Nasa vanno tessendo, come essi stessi affermano, relazioni con altri settori e movimenti sociali da diversi anni. Nella storia Nasa si osservano quattro fasi di resistenza, l’ultima si chiama di alternativa e inizia più o meno con la Costituzione del 1991, cioè con l’arrivo dell’onda neoliberale in Colombia. I Nasa si sono resi conto che il nemico non è più rappresentato dal  latifondista, ma dal potere multinazionale che non si vede.  Per combatterlo capiscono che si devono aprire agli altri settori sociali e continuare a lottare uniti. E’,  se vogliamo, la fine della fase puramente  indigenista del progetto Nasa.
 
A.M. – Che prospettiva  a lungo termine immagini possa avere la Minga in Colombia?
S.B. – E’ un processo lungo. In questo mese la Minga ha avuto  molta visibilità. Nei prossimi mesi forse non sarà più così,  ma il processo continuerà sicuramente a livello interno e si andrà rafforzando. Nella prossima manifestazione pubblica sarà ancora più forte e avrà ancora più sostegno da parte  degli altri attori sociali. Questo è stato così anche in passato se pensiamo a quella che fu chiamata Minga per la vita del 2004 e a tutte le mobilitazioni precedenti. Con queste espressioni gli indigeni prendono tempo e si relazionano con nuovi  attori. Si ritirano, elaborano e riappaiono nuovamente.  
A.M. – Come si sviluppano  attualmente in Colombia la protesta sociale e il conflitto sociale armato nell’ambito di questa criminalizzazione violenta della protesta e nell’ ambito dell’attuale situazione di repressione e persecuzione dell’opposizione?
S.B. – La criminalizzazione della protesta è un esercizio molto praticato in Colombia dove le FARC si trasformano nella scusa per annientare i movimenti sociali.
I movimenti democratici sono schiacciati tra l’attore statale e paramilitare da un lato e dalla guerriglia dall’altro. Tutti i movimenti più rispettabili in Colombia assumono una posizione di neutralità o si dichiarano comunità di pace, sono sopraffatti da ambedue le parti e da ambedue  gli attori. La colpa che  hanno non è tanto quella di non partecipare, ma di mettere  in discussione lo stesso conflitto che è quello che permette di sopravvivere sia alle FARC che al governo. Rimane veramente poco spazio per sviluppare la protesta sociale, tanto fisicamente quanto nell’immaginario dei Colombiani che preferiscono spesso  non sapere niente di quello che accade, non discutere e non essere coinvolti.
A.M. – Non credi che le minacce a un giornalista siano la dimostrazione che sta facendo bene il suo lavoro?
S.B. – O che gli indigeni fanno paura…
A.M. – Come giornalista minacciato come immagini che si possa continuare a lavorare per la libertà di espressione e per la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato in Colombia?
S.B. – Io ho la fortuna di essere Italiano e di vivere a Bogotá. L’appoggio della stampa italiana è stato molto importante, penso per esempio a Maso Notarianni di Peacereporter e a Alessandra Coppola del Corriere della Sera che per primi si sono preoccupati della mia situazione. La visibilità e l’appoggio pemettono di sentirsi più sicuri. Ma ci sono centinaia di giornalisti Colombiani che lavorano e vivono in zone rurali del paese. Per loro,  denunciare quello che succede vuol dire mettere a rischio seriamente le loro vite e quelle dei loro familiari. Questo ha una evidente ripercussione sulla qualità dell’informazione nel paese. Così come la concentrazione dei mezzi di informazione nelle mani di poteri economici molto  forti, la cui finalità è massimizzare il profitto e non l’informazione. Questi mezzi di informazione saranno sempre al servizio del governante di turno. Non è casuale che  gli attivisti abbiano  deciso di consegnare  il video alla CNN e non ai media colombiani, questo perchè se lo avessero consegnato ai media colombiani, probabilmente  adesso poche persone lo avrebbero visto.  Parlo  dei grandi canali televisivi, perchè un errore che si commette   è quello di generalizzare sulla stampa Colombiana. Qui esistono buoni mezzi di informazione ed eccellenti giornalisti . Penso a Semana, a El spectador, al programma Contravia di Hollmann Morris, al notiziario di Canal Uno di Daniel Coronell e ad alcuni giornalisti  di El Tiempo e di Cambio.
E’ grazie a loro se siamo venuti  a conoscenza dei grandi scandali come quello della parapolitica. Ed è per questo che la lista dei giornalisti  minacciati è molto lunga.
 
 

La sconsiderata logorrea di Ingrid Betancourt

di Annalisa Melandri

Sono sempre più convinta  che la mossa più saggia che poteva  fare Ingrid  Betancourt una volta liberata e che ovviamente non ha fatto,  era quella di decretare un saggio e prudente silenzio stampa e godersi la sua famiglia per un mese.

Giusto il tempo di riprendersi, farsi un’idea di quanto accaduto nel frattempo, parlare con i suoi familiari della linea da seguire e poi agire di conseguenza. … Leggi tutto

Piccole comparazioni domenicali sul giornalismo nostrano e la politica latinoamericana

Lo scorso anno in Venezuela Hugo Chávez ha chiesto con un referendum (tra l’altro) di potersi ricandidare alle prossime elezioni. Hanno scritto che perciò era un golpista. Lui ha perso il referendum (dello 0,7%) ed ha accettato il risultato. Hanno fatto una capriola e hanno riscritto che era un golpista. Lo hanno scritto sempre, tutte le volte che ha vinto le elezioni, anche con battaglioni di osservatori internazionali che certificavano non solo la regolarità ma che le elezioni venezuelane sono le più monitorate al mondo. Hugo Chávez era golpista per i media mainstream anche quando il golpe l’hanno organizzato contro di lui. Nessuno invece ha mai scritto che José María Aznar, George Bush e gli altri soggetti che organizzarono (documentatamente) quel golpe l’11 aprile 2002 sono golpisti. Se scrivo “Bush golpista” o “Aznar golpista” è una posizione ideologica o sono i fatti che impongono (a tutti, anche a Ciai, Battistini, Candito, Sansonetti, PG Battista e i loro galoppini, i Guanella, Cotroneo, Nocioni) di farsi carico di tale fardello? Perchè non se ne fanno carico? Ho capito, tengono famiglia, ma non mi adeguo.

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Álvaro Uribe, il cacciatore

ilcacciatore Per la liberazione di Ingrid Betancourt, Álvaro Uribe ha giocato alla roulette russa con le vite degli ostaggi.

Gli è andata bene, ed è andata bene soprattutto agli ostaggi, ma il dispiego di tanta tecnologia militare e tanta intelligence di marca statunitense non gli impedirà di uscire dalla crisi politica che lo sommerge tra parapolitica e corruzione.

Solo la propaganda occidentale può disegnarlo come un presidente forte, ma la giustizia colombiana gli tiene oramai il fiato sul collo. E lo scontro tra FARC e governo è lo scontro tra due debolezze.

Proviamo a prendere per buono il racconto ufficiale, con tanto di ammissione del padrinaggio statunitense.

Anche se ci sono dettagli che ci sfuggono e la realtà potrebbe essere più modesta di quella presentata, dobbiamo rallegrarci del fatto che non sarebbe stata versata neanche una goccia di sangue.

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La sesta vita di Ingrid Betancourt

20080702-betancourt_libre-m Il primo pensiero è di allegria, allegria per Ingrid Betancourt e per gli altri 14 sequestrati liberati, tra i quali tre mercenari statunitensi, che in qualunque altro conflitto al mondo sarebbero stati da tempo passati per le armi.

Il secondo pensiero è perchè non si spenga la luce sulle centinaia di ostaggi che restano nella selva nelle mani delle FARC. Si vedrà se l’interesse dei benpensanti europei per la selva colombiana era genuino o era solo figlio del colonialismo mentale e razzista con il quale l’Europa guarda ai drammi del Sud del mondo. Se le luci sulla selva si spegneranno dovremo amaramente concludere una volta di più che è così, che la benpensante Europa si mobilita solo se qualcuno buca lo schermo. Altrimenti se ne frega.

Il terzo pensiero è per Álvaro Uribe, apparente trionfatore della giornata di oggi. La giornata per lui si era aperta nel peggiore dei modi, come si era aperta la settimana, il mese, l’anno. La Corte Suprema, con parole insolitamente dure, aveva preteso il rispetto delle proprie decisioni da parte del Presidente che non accetta che la sua stessa rielezione, nel 2006, sia stata viziata dalla corruzione nella forma e nella sostanza e che potrebbe perfino essere annullata.

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Cade a pezzi la Colombia di Álvaro Uribe: 14 capi paramilitari estradati negli Stati Uniti

mancuso Il più famoso e il più importante è Salvatore Mancuso, ma con lui sono stati estradati nella notte altri 13 pezzi grossi del paramilitarismo.

E’ il segnale che la Colombia di Álvaro Uribe, travolta dallo scandalo della parapolitica, la connessione tra politica, paramilitarismo e narcotraffico, non riesce più a garantire i grandi interessi che hanno permesso all’ultimo presidente filostatunitense in Sudamerica di restare al potere.

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Caso Betancourt, Nicolas Sarkozy scrive a Hugo Chávez: “aiutaci a liberare Ingrid”

Ingrid-Betancourt Il caso di Ingrid Betancourt, ad un mese esatto dall’ultima teorica speranza di liberazione, quando Parigi mandò un aereo attrezzato in loco, è di nuovo “ad un punto morto ed è necessario ricominciare di nuovo”. Lo ha affermato il Ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, in visita in America latina.

A tal fine Kouchner, a Caracas, ha consegnato al presidente venezuelano Hugo Chávez una lettera del presidente Nicolas Sarkozy perché il suo omologo venezuelano “usi tutti la sua autorità per riaprire la prospettiva di un accordo umanitario tra governo colombiano e FARC”.

Secondo Kouchner, Chávez si è detto “sempre disposto a lavorare alla risoluzione del caso”, dal quale fu estromesso dal suo omologo colombiano Álvaro Uribe.

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Arrestato il cugino del Presidente colombiano Álvaro Uribe. Era un paramilitare

_44592135_080423_bogota_203b1 Mario Uribe è il cugino del Presidente colombiano Uribe e suo socio politico di prima importanza e vicinanza. E’ stato arrestato ieri a Bogotà per paramilitarismo dopo aver provato a chiedere asilo politico nell’Ambasciata del Costarica. Proprio lui era stato l’estensore della legge con la quale erano stati amnistiati i crimini dei paramilitari. Di fronte alle gravissime accuse per crimini di natura comune delle quali è accusato il cugino del Presidente, il governo del paese centroamericano non ha potuto che rifiutare la richiesta.

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Pasqua di sangue contro i diritti umani in Colombia

COLOMBIA-VIOLENCE-PROTESTE’ suonata l’ora della rappresaglia contro le organizzazioni in difesa dei diritti umani in Colombia. Il sei di marzo si era tenuta la più grande manifestazione della storia della Colombia contro il Terrorismo di Stato.

Ad oggi quattro dirigenti sindacali sono già stati assassinati, due dirigenti per i diritti umani sono stati sequestrati e almeno 40 degli organizzatori della manifestazione del 6 di marzo sono stati minacciati di morte. Centinaia di altri hanno preso misure di sicurezza, alcuni stanno lasciando il paese di fronte a una ondata di violenza paramilitare solamente all’inizio che per le organizzazioni colombiane in difesa dei diritti umani ha un preciso mandante: "la responsabilità degli omicidi è di José Obdulio Gaviria, consigliere diretto del presidente Álvaro Uribe".

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Horacio Verbitsky sul ruolo del Comando Sur degli Usa nella crisi Colombia-America Latina

Stralcio dell’articolo di Horacio Verbitsky su Página12 del 9 marzo 2008.

Il Comando Sur nella crisi regionale. It’s the economy. È il mercato.

Nonostante l’esplicito appoggio politico di George W. Bush, la solitudine politica del presidente colombiano Álvaro Uribe al vertice del Gruppo di Río è stata così schiacciante che dopo essersi difeso come una belva in gabbia ha dovuto concedere quasi tutto ciò a cui aveva resistito durante il teso dibattito. Uribe ha firmato un testo che ratifica l’inviolabilità della sovranità territoriale e promette di non ripetere l’attacco, qualche minuto dopo aver affermato che la sicurezza delle persone è più importante del territorio e che così ritiene il suo popolo. Perciò, al di là della celebrazione per la raggiunta riappacificazione, non ci sarà da confidare troppo nel suo pieno compimento.

Uribe ha pure avuto problemi nel suo paese a causa del legame del suo settore politico con i paramilitari ed il narcotraffico. Ottanta parlamentari sono stati processati per quella che in Colombia si chiama parapolitica. Uno degli indagati è suo cugino, l’ormai ex senatore Mario Uribe. Il presidente della Corte Suprema di Giustizia, César Julio Valencia, ha detto che Uribe ha fatto intercessioni per il suo parente in maniera rude. Il presidente ha negato, benché abbia ammesso di aver fatto reclamo per un tentativo di un suo coinvolgimento nel caso. Il 24 gennaio querelò per calunnia e ingiuria Valencia. Gli altri membri del tribunale hanno affermato che Valencia non aveva agito a titolo personale ma istituzionale, in difesa dell’autonomia dei giudici.

Specialisti argentini sospettano che l’incursione nel territorio ecuadoriano sia stata opera diretta dei militari statunitensi, che hanno usato bombe intelligenti. “La Colombia non ha questa capacità operativa”, considera il maggior esperto argentino sul conflitto regionale. Settori del governo ritengono che l’operazione sia stata fatta conoscere a Uribe quando tutto era già pronto per realizzarla. Ritengono che proprio per questo egli abbia detto di assumersi tutta la responsabilità, frase inusuale per una decisione autonoma. In ogni caso, Uribe non ha altra scappatoia politica della strada militare.

In uno degli interminabili scambi verbali dell’ultima settimana, Correa ha detto che con la morte di Raúl Reyes, Uribe aveva il trofeo di cui aveva bisogno per appianare l’ostacolo costituzionale ad un terzo mandato. In questo senso sta meglio di Chávez, battuto nel referendum costituzionale dello scorso anno. Il venezuelano però non ha giocato alla guerra. Il cambio di atteggiamento di Uribe è cominciato dopo la riunione a due con Cristina Fernández de Kirchner la mattina di giovedì. L’informazione che il governo ecuadoriano ha inoltrato a quello argentino indica che gli aerei provenienti dalla Colombia hanno effettuato una incursione profonda e a grande altezza nel territorio ecuadoriano e nel percorso di rientro hanno scaricato i loro missili. Durante la riunione del Consiglio Permanente della OEA (Organizzazione Stati Americani) perfino il rappresentante di Washington ha ammesso che le forze colombiane hanno violato il territorio ecuadoriano e ha firmato la dichiarazione che lo considera inammissibile, con qualsiasi motivo ed anche in forma occasionale.

Gli Stati Uniti possono appoggiare, dirigere o perfino realizzare un’operazione come Sucumbios e al tempo stesso firmare una dichiarazione a sostegno della sovranità e del non-intervento a causa della struttura bifronte con cui si occupano della regione. Nel suo libro “The Mission. Waging War and Keeping Peace with America’s Military” (La Missione. Scatenare la guerra e mantenere la pace con l’Esercito Americano”) la giornalista del quotidiano The Washington Post Dana Priest descrive la sostituzione della cancelleria nella formulazione ed esecuzione della politica estera statunitense. Con più di un migliaio di persone, il Comando Sur supera la quantità di specialisti in America Latina delle Segreterie di Stato, di Difesa, Agricoltura Commercio e Tesoro messe insieme. Un Segretario di Stato, che in genere dura quattro anni in carica, visita circa tre volte la regione, mentre in due anni del suo mandato un capo del Comando Sur la visita più di ottanta volte, paese per paese. Nei prossimi giorni l’attuale capo, l’ammiraglio Jim Stavridis, che studia un’ora al giorno lo spagnolo per cercare di capire qualcosa della regione che crede di governare, presenterà alla Commissione delle Forze Armate del Congresso la dichiarazione annuale richiesta per ottenere il suo budget. Queste “Statement Postures” hanno luogo tutti i mesi di marzo e costituiscono una opportunità per dare indicazioni le linee generali e i fondamenti della sua politica. Nel 1998 il generale Charles E. Wilhelm disse che “il Venezuela da solo fornisce agli Stati Uniti la stessa quantità di petrolio che gli stati del Golfo Persico messi insieme” e che le grandi riserve di petrolio in Colombia ed Ecuador mettono in luce “l’importanza strategica delle risorse energetiche di questa regione.” Nel 2004 il generale James T. Hill rivelò davanti al Congresso e in una serie di conferenze davanti ad accademici ed imprenditori (al Consiglio delle Americhe, alla Associazione Colombiano-Statunitense, al Consiglio Cubano-Statunitense) che il commercio del suo paese con l’America Latina ed i Caraibi arrivava a 360 miliardi di dollari annuali, quasi come quello con tutta l’Europa, e che per il 2010 supererà il commercio degli Usa con Giappone ed Europa sommati. Nel 2003 le imprese nordamericane hanno venduto ai paesi del Mercosur “più che alla Cina e all’India messe insieme”, più alla Repubblica Domenicana che all’India, più all’Honduras che alla Russia, più ai Caraibi che a Indonesia, Russia e Cina messe insieme. Lo scambio diretto statunitense in America Latina e Caraibi superò i 270 miliardi di dollari, un 20% del totale degli scambi nel mondo e più che in Medio Oriente, Asia e Africa sommate. La regione fornisce più del 32% delle importazioni statunitensi di petrolio, più di tutti i paesi del Medio Oriente. La Cuenca del Amazonas possiede il 20% delle fonti di acqua dolce del mondo e il 25% dell’ossigeno del pianeta e dalle sue piante uniche al mondo si ricava il 25% dei preparati farmaceutici prodotti negli Stati Uniti. Nel 2005 il generale Branz Craddok fissò come priorità la cosiddetta Guerra contro il Terrorismo per impedire che la regione potesse servire come santuario operativo contro gli Usa e i suoi interessi nella regione e dichiarò la sua preoccupazione per l’influenza venezuelana. L’anno scorso, l’ammiraglio Jim Stavridis informò che la fornitura di petrolio della regione era aumentata, raggiungendo il 34% di tutte le importazioni degli Usa. Questo combustibile passa per il canale di Panama. La priorità del Comando Sur è la Colombia, alla quale un secolo fa Washington strappò la frangia di terra che oggi è la repubblica di Panama.

Gli accordi di Santo Domingo respingono la dottrina dell’attacco preventivo e cozzano con la visione dell’America latina e dei Caraibi che il Comando Sur promuove. Il documento “Socio delle Americhe”, che il Comando Sur ha approvato nel 2007 sostiene che la sicurezza degli Stati Uniti sarà garantita mediante la “difesa anticipata” al di fuori del suo territorio ed il fomento della stabilità e la prosperità della regione, compiti che non competono alle Forze Armate né di sicurezza.

Intervista esclusiva a Iván Cepeda, leader della marcia del 6 marzo contro il paramilitarismo

LA RISPOSTA DELLA COLOMBIA DEMOCRATICA AI CRIMINI DI STATO E DELLA PARAPOLITICA

di Annalisa Melandri 

Iván Cepeda è il figlio di Manuel Cepeda, che fu senatore dell’ Unidad Patriótica  quando venne ucciso da membri delle Forze Militari di Stato in accordo con le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) il 9 agosto 1994. Egli stava indagando sul  “Plan Golpe de Gracia”, il piano organizzato dai vertici militari colombiani  per assassinare i leader del Partito Comunista Colombiano e della Unidad Patriotica e annientare così le forze di sinistra del paese. Lo stesso Carlos Castaño ha ammesso nel suo libro Mi confesión,  la sua partecipazione all’omicidio di Manuel Cepeda. Iván Cepeda,  è ora  presidente della Fondazione Manuel Cepeda e portavoce del Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato (MOVICE).

A.M - Signor Iván Cepeda, lei è uno degli organizzatori della marcia del 6 di marzo in Colombia, un omaggio alle vittime del paramilitarismo, della parapolitica e dei crimini di Stato. Quali sono le motivazioni di questa iniziativa?

I.C.- In Colombia ci sono milioni di sfollati, 15.000 o più desaparecidos e ancora di più morti, vittime dell’esercito e dei paramilitari. Tutti i loro familiari non hanno nessun aiuto da parte dello Stato, sono circondati dal silenzio sociale e da quello delle autorità. Per questo bisogna …

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