Thursday 09 February 2012, 07:58

Gli articoli con tag: " paramilitari "

Antanas Mockus, un verde per la Colombia?

Chi è Antanas Mockus, il candidato verde in testa ai sondaggi per le imminenti elezioni colombiane? Riuscirà un filosofo di origine lituana, ex sindaco di Bogotà, a sbaragliare il regime uribista? Non vale troppo la pena dar retta ai sondaggi in Colombia ma a quattro settimane dal voto le inchieste demoscopiche lo affiancano o addirittura lo mettono in testa, davanti al candidato uribista Juan Manuel Santos, padrone dei media e in grado di decidere della vita e della morte di molti colombiani. Il 30 maggio, data del primo turno, sapremo se la Colombia è attesa dalla presidenza di quello che Guido Piccoli definisce “un Beppe Grillo creolo”.

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Dagli USA Salvatore Mancuso ammette: “noi paramilitari appoggiammo attivamente Uribe”

Salvatore Mancuso, capo supremo delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) e una delle figure più sinistre di narcotrafficante e paramilitare colombiano, a capo di bande di sicari ai quali si attribuiscono almeno 5.000 omicidi, stretto alleato della ‘ndrangheta calabrese e dal 2008 estradato negli Stati Uniti, dichiara davanti alla Corte Suprema che appoggiò l’elezione di Álvaro Uribe.

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Oaxaca: lo stato delle cose dove sarebbe stato sequestrato Davide Casinori

Di fronte al selvaggio assalto da parte di paramilitari ad una carovana di movimenti sociali a San Juan Copala, ripubblico il reportage di fine gennaio da me realizzato a Oaxaca, completamente dimenticata dai media nonostante la repressione non si sia mai fermata. Oggi se ne parla solo perché sarebbe stato sequestrato (notizia poi smentita) un militante italiano e assassinato un finlandese. Fino a quando farà notizia solo il Venezuela e mai il Messico o la Colombia?

OAXACA – Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore il prossimo 5 luglio. Ruiz, dopo anni di appropriazioni indebite dalle casse dello Stato, appare ancora più forte tanto a livello locale come nazionale, dove è uno dei simboli del revanscismo priista che punta a tornare a governare il Messico (dopo averlo fatto per 70 anni fino al 2000) approfittando della crisi del PAN di Felipe Calderón. Invece i movimenti social e tutta la sinistra, che continuano a subire una brutale e silenziosa repressione, hanno perso forza e sono divisi tra un’ala dura e un’altra dialogante accusata dalla prima di essersi fatta cooptare e a volte comprare dallo stesso governo. Quello che si vede visitando Oaxaca oggi è una sorta di “meno male che Ulises c’è”.

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Il generale Mario Montoya coinvolto nel massacro di San José de Apartadó

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dalla Colombia alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Santa Ana de Coro.

Arriviamo da Santa Marta(Colombia) a Maracaibo alle dieci del mattino dopo 12 ore di pulmino anziché 7 a causa del bus che prima si ferma con la batteria scarica e che poi buca una ruota.
Alla frontiera di Maicao non abbiamo nessun problema nonostante in precedenza ci avessero detto il contrario a causa delle tensioni Colombia-Venezuela.

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Colombia e Venezuela: amore e odio

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Messico violento o Messico lindo y querido? Alcune verità su violenza e narcotraffico

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La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto

Cecilia, la ribelle

Santa Marta.

Cecilia ha quarant’anni ed è nata in un paese a poche ore da Nabusimake “donde nace el sol” in arhuaco, capitale della Sierra Nevada nei pressi di Valledupar a otto ore dalla città di Santa Marta in Colombia.
La Sierra è la formazione montagnosa costiera più alta del mondo e la sua vetta maggiore è di 5775 metri.
Dalle sue cime si possono vedere i Caraibi.
Cecilia è un’ india che ora vive al parco Tayrona, riserva colombiana di incantevole bellezza caratterizzata dallo spettacolo che offre l’incontro della selva, che arriva ad altezze di 900 metri, con le spiagge caraibiche.

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Guerra al terrorismo o nuovo maccartismo?

maccartismo

Il 18 aprile scorso  Hernando  Calvo Ospina si trovava sul volo Air France n. 438 partito da Parigi e con destinazione Città del Messico, quando a cinque ore dall’arrivo il comandante dell’aereo informava  i passeggeri che  su disposizioni degli apparati di sicurezza del governo degli Stati Uniti non erano stati autorizzati a  sorvolare lo spazio aereo di quel paese in quanto a bordo si trovava una persona non gradita  per “motivi di sicurezza nazionale”. Praticamente un terrorista, secondo l’uso in voga del termine.

Dopo uno scalo tecnico in Martinica per il rifornimento di carburante, e soltanto dopo essere ripartiti da  Fort de France, il sig. Calvo Ospina è stato informato dai membri dell’equipaggio che il  “terrorista” sulla cui identità tutti i passeggeri del volo, egli compreso, si stavano interrogando, era  proprio lui.

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L’Honduras resiste

Aggiornamento sulla situazione in Honduras al 29 settembre.
Attraverso alcuni canali informativi dell’America latina, mainstream e alternativi, cerchiamo di capire qualcosa di più.
L’ambiguità dell’amministrazione USA. La doppia faccia di Micheletti. Chi e cosa c’è dietro?

Dal quotidiano peruviano La República apprendiamo che

Reprimono gli honduregni con i gas della polizia peruviana.
23/9/09 – La polizia del regime di fatto di Micheletti in Honduras usa i lacrimogeni per reprimere la popolazione che respinge colpo di stato e sostiene Manuel Zelaya. In ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non per il fatto che questi gas provengono dal Perù. Il ministero degli Interni avrebbe dovuto spiegare come questi gas possono venire in Honduras se appartengono alla polizia peruviana.
In un
video si vede chiaramente (a 1 min. 30 secondi) che l’etichetta sul lacrimogeno riporta: Polizia Nazionale del Perù.

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Meditate che questo è stato (Primo Levi)

http://mariobadino.noblogs.org/gallery/516/DSCN2299.jpg

Oggi, 1° settembre, è stato il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia, il primo vagito della seconda guerra mondiale, probabilmente l’esperienza bellica più devastante dell’intera storia del genere umano, non solo per l’altissimo numero di morti, militari e soprattutto civili, ma per la tipologia, la natura, la quantità dei massacri, degli eccidi, dei crimini contro l’umanità.

La seconda guerra mondiale ha coinciso con l’accelerazione dei progetti di sterminio del popolo ebraico da parte di Hitler. Ha visto affermarsi l’uso su larga scala dei bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili, una pratica inaugurata nel ’36 in Spagna dai nazifascisti e replicata negli anni ’40 tanto dall’aviazione tedesca, quanto da quella alleata. Ha visto succedersi gli eccidi di civili, passati per le armi in risposta alle azioni dei partigiani. Si è conclusa, infine, con gli unici bombardamenti atomici mai condotti, nella storia, contro bersagli umani.

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Sulla strada i nostri corpi

https://webmail-light3.autistici.org/source/view.php?user=1249427504-56875&folder=INBOX&id=139&part=2

Le donne della Ruta Pacifica vivono in Colombia: “nuestro cuerpo…nuestro primer territorio” .

Vi mando un  video di una loro azione di resistenza: a cosa?

Alla violenza, alla militarizzazione, alle armi, tutte cose di cui noi abbiamo perso la memoria, al punto di averle sotto casa, come un pacchetto che  serve non a gonfiare i genitali ma alla Sicurezza, con orgoglio insano. Al 4 agosto ho trovato anche un blog che si chiama proprio Il corpo delle donne e scrive in data odierna Impegnarsi sempre e comunque : è una resistenza diversa, occidentale, alla comune guerra, sporca come non mai. Ci trovate solo domande e tanti perchè con il punto interrogativo. Anche quì, un video documentario.

Copio allora un ‘intervista, tradotta da Marianita De Ambrogio, a quelle della Ruta Pacifica, fatta da un uomo, Andrew Willis Garcès.

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Honduras, lacrimogeni e proiettili della dittatura contro i movimenti sociali per impedire il ritorno di Mel Zelaya

Mel Esercito e paramilitari golpisti contro il popolo in Honduras. Almeno dieci posti di blocco nei 110 km che separano Tegucigalpa dalla frontiera con lil Nicaragua.

Repressione, lacrimogeni, ma anche proiettili che secondo alcune testimonianze avrebbero causato un morto e almeno due feriti, non stanno impedendo al popolo dell’Honduras, che avanza al canto dell’inno nazionale e di “el pueblo unido jamás será vencido” di ricevere Mel Zelaya.

Il presidente legittimo, che in questo momento è alla frontiera con il Nicaragua, sul punto di forzare l’ingresso nel paese fu deposto da un golpe lo scorso 28 giugno.

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