Thursday 09 February 2012, 09:06

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“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Donne e lavoro? Vi presento Maria Giovanna Maglie

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Vu cumprà ? In un giornale on line locale (non sapeva assolutamente oggi di che cosa parlare) leggo in prima pagina l’articolo di Maria Giovanna Maglie, un piatto succulento con firma, per chi sta sotto l’ombrellone o chi ci vorrebbe stare: si parla di signore snob che fanno a botte per i vù cumprà, di postulanti, di riportare la legalità sulle spiagge di Viserba e non solo, di pulizia e damazze, insopportabili venditori ambulanti, griffe contraffatte e violenze sulle marche, e figli, ragazzini maleducati…

C’è tutta la filosofia che la signora giornalistainviatacorrispondente riesce ad esprimere in nome del popolo italiano e di quello papamobile, fa per due la signora, avendo perso per strada la compagna Oriana Fallaci, ma con al fianco il cristiano, Magdi Allam, suo sostenitore, come il quotidiano il Giornale, i giornali, i Media, la cultura tutta che ama l’Italia e gentilmente incontra a Cortina, dove ritornano tutte e tutti. Donne e lavoro? “ Ancora una volta, la bellezza si rende utile“.

Piccole donne crescono e i maschietti pure, in taluni casi si espandono. Sempre tra le colonne della sommessa provincia, in tono con l’occasione Evento che sta per arrivare, Don Emanuele  Germani, Resp. Generale Struttura Informativa e  e Sala Stampa,chiede il permesso e rivolge “un sommesso invito: trattare le cose serie seriamente; non banalizzare nobili obiettivi; non confondere i valori dello spirito con ricorrenti interessi di parte; volare alto con la mente e con il cuore e non ridursi a starnazzare entro il recinto dell’abituale cortile”.

Cava scava e ricava…  ti ho trovato questi  Nobili Voli di umana letteratura, nel Chiostro. Canti soavi e puri.

Auguri consorelle e confratelli, che il Mercato della Carne e dello Spirito dove comprare ciò che vi piace, vi protegga.

Ci sono le regole da imporre…stanno con la Ragione.

Doriana Goracci

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LE SIGNORE SNOB CHE
FANNO A BOTTE PER I VU’ CUMPRA’

da ilGiornale.it
di Maria Giovanna Maglie

Ma che bella rissa da spiaggia, per la gioia dei grandi e l’educazione dei piccini, coinvolti allegramente per completare il rito delle vacanze estive. È successo sulla ridente riviera romagnola, dove probabilmente amministrazioni comunali di antico uso politically correct hanno deciso di fare finalmente un po’ di ordine nel gran casino di venditori ambulanti, vu’ cumprà e postulanti, insomma di riportare legalità, e hanno chiesto a polizia e carabinieri di fare il lavoro che può sembrare sporco, ma che è l’unico modo di fare pulizia.

Invece no, per ogni vu’ cumprà che ti sbarra la strada c’è un italiano, anzi un italiota, che lo difende. Infatti due turiste si sono prese calci e schiaffi sulla spiaggia di Viserba da tre damazze milanesi per aver difeso l’operato dei carabinieri impegnati in un servizio antiabusivismo. In loro aiuto sono accorsi gli stessi uomini dell’Arma, che sono stati aggrediti, tanto che uno di loro è finito al pronto soccorso. Le tre donne, invece, sono state arrestate per oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Roba da buttare la chiave.

Sulle spiagge italiane, lo sappiamo tutti per tragica esperienza, l’assalto dei venditori ambulanti è diventato insopportabile. I loro banchetti spesso bloccano l’accesso al mare, impediscono di raggiungere il bar o la cabina; le richieste di acquisto sono petulanti fino alla molestia. Non è diverso dall’assalto serale nei ristoranti all’aperto, in vacanza come in città; non è diverso dall’aggressione ai semafori di lavavetri muniti di stracci e spazzoline luride.

Alle donne sole, in strada come al volante, spesso riservano minacce, ingiurie, parolacce. Damazze come le milanesi di Viserba se ne lamentano a voce alta, al supermercato, in ufficio e dal parrucchiere. Poi vanno al mare e si improvvisano difensori degli oppressi, forse perché comprare la borsetta fasulla e spacciarla in città per autentica viene considerato molto divertente e furbetto, invece che illegale.

È che la virtù della coerenza non appartiene a molti, e va incoraggiata, magari a colpi di multe, sanzioni, qualche permanenza dietro le sbarre.

La storia di Viserba infatti è proprio brutta. Tutto è cominciato quando i carabinieri, in servizio in costume, hanno fermato un venditore abusivo all’altezza del bagno 23. Il vu’ cumprà, un senegalese, ha tentato di sfuggire al controllo, ma è stato subito fermato. I militari però si sono trovati, invece che incoraggiati ed elogiati, circondati da alcuni bagnanti insorti in difesa dell’extracomunitario. Sono piovuti anche insulti, soprattutto le tre turiste milanesi guidavano il coro.

I carabinieri hanno finto di non sentire, non hanno risposto alle provocazioni e hanno sequestrato la merce. Pensavano di aver finito, ma sono stati costretti a tornare indietro. Due turiste ternane, colpevoli di aver difeso l’operato dei militari, sono state aggredite dalle tre milanesi, che non solo non si sono placate al ritorno dei carabinieri, hanno colpito pure loro. Scena disdicevole, uno dei militari ricoverato, le tre pazze sono state portate in caserma e arrestate.

Compariranno davanti al giudice per oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Nel frattempo, certa coerenza italica si esercita anche in questo, è stata approntata la spiegazione del povero bambino picchiato. Sapete com’è, al cuore di mamma non si impongono leggi. Il marito di una delle tre milanesi ha spiegato infatti che la zuffa è scoppiata quando una delle donne che aveva preso le difese dei carabinieri ha mollato un ceffone a uno dei suoi figli, colpevole di aver detto, perché la buona educazione non mente e si trasmette, che i militari sono cattivi.

Per questo, in nome della creatura, la moglie, la suocera e la cugina hanno reagito, pazienza se sono stati colpiti anche i carabinieri, la prossima volta impareranno a non mettersi in mezzo. Non sappiamo quale pena sia prevista per i reati commessi dalle tre, chiamiamole così, signore.

Speriamo che sia adottata la più severa ed esemplare, pensando anche alla vita futura dei loro bambini. Sappiamo però come la pena potrebbe essere commutata in senso profondamente civico.

Per un annetto, giorno più giorno meno, le donne e i loro familiari, quando alla guida di automobile, si fermeranno ad ogni semaforo per obbligatorio lavaggio di vetro con relativa pretesa mancia; compreranno almeno un accendino, un vaso con margherita di pannolenci cantante, un apribottiglie e un cappellino con ventilatore a sera, pena il restare chiusi in casa, acquisteranno contenti e senza contrattare il prezzo almeno un portafogli finto di Louis Vuitton e una cintura altrettanto tarocca di Gucci.

Così, a cuor contento, nella certezza che mai nessun carabiniere o agente di polizia o vigile urbano risponderà a una loro richiesta di soccorso.

20 agosto 2009

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Di orrori e minime speranze

Inorridisco. Quando leggo del racconto di uno stupro fatto per divertimento. Chiunque ne sia l’autore e qualunque sia la sua nazionalità di origine.

Inorridisco. Quando leggo che il nostro sistema giudiziario applica massimo garantismo per uno stupratore italiano affidato alle calde braccia della famiglia e un piano di giustizia sommaria affidando gli stupratori di guidonia alle percosse di carcerati e chissà chi altro senza la garanzia di una difesa. Gli avvocati che avevano ricevuto incarico d’ufficio hanno rifiutato.

Una nuova forma di obiezione di coscienza è in vigore. Uno stupratore straniero non trova un avvocato. Vi sono dunque avvocati che mettono la propria coscienza in capo a tutto. Lo ricorderò ogni volta che vedrò un difensore – d’ufficio o per incarico di parte – che arringa le ragioni dell’innocenza di criminali, mafiosi, camorristi, stupratori “italiani”, da soli o in gruppo, truffatori, banchieri e imprenditori in bancarotta. Lo ricorderò ogni volta che vedrò in televisione un avvocato intento a far passare un politico corrotto per un sant’uomo.

I prigionieri stranieri – e non solo – in italia fanno la fine dei prigionieri italiani in turchia, per esempio. Nessuna garanzia di uscire vivi dalla prigione. Potevamo risparmiarci la pantomima della democrazia in azione. Si poteva consegnarli direttamente alla folla inferocita. Li avrebbero sbranati come cani rabbiosi e non avremmo trovato di loro neppure i resti. Qualche osso tutt’al più.

Potete immaginare quanto mi faccia ribrezzo lo stupro. Non riesco a capacitarmi dell’esistenza di uomini così orribili da poter infierire sul corpo di una donna per possederlo a pezzi. Allo stesso modo però provo un autentico ribrezzo e un grande timore per queste forme di “vendetta” che rendono visibili caratteristiche insite nell’uomo. Emergono per caso, per calcolo, per coincidenza di fattori. La rabbia, la xenofobia, sentirsi dalla “parte giusta”: l’orrore veste mille abiti differenti ma tale resta. Cani rabbiosi a sbranare il corpo di una donna, altri cani altrettanto rabbiosi a sbranare i corpi di uomini che hanno stuprato una donna.

Non c’e’ di peggio che trovare una giustificazione nobile per ogni atto disumano. Così vengono giustificate le guerre che infatti chiamiamo “giuste”. Così vengono giustificati genocidi. Come quello dei palestinesi ad opera degli israeliani. Bisognerebbe inventare un girone dantesco anche per tutti loro.

Lo so. Lo so. Parliamo di stupratori. Ma la disumanità mi fa orrore, sempre. Sapere che è lì, che attende una ragione qualsiasi per emergere, mi terrorizza. Sapere che a pagarne le conseguenze può essere un ragazzo qualunque, solo per la sua nazionalità, com’e’ avvenuto a Cristian – romeno a Firenze – aggredito da due balordi che si sono sentiti in diritto di compiere un atto di pulizia etnica.

Inorridisco leggendo le parole di quella che un tempo era definita una femminista che ora ha preso il posto della ultima oriana fallaci e si è rivelata nostalgica dei banchi di scuola, con grembiulini e divise, alla maniera fascista: maschi con maschi e femminucce con femminucce. Secondo lei i bambini all’asilo maturano tendenza allo stupro perchè la scuola si sarebbe “femminilizzata”. Signora Ida Magli, nella nostra società se c’e’ qualcosa di femminilizzato è la precarietà e la povertà. Prenda nota, la prego.

Inorridisco all’idea di un altro “censimento” dei rom nella capitale. Ancora impronte digitali. Ancora le dita imbrattate d’inchiostro dei bambini e delle bambine.

Mi dispiace molto che gli italiani debbano provare in Inghilterra quello che gli stranieri patiscono qui in italia. Non è bello sentirsi dire “tornate a casa vostra“, vero?

Inorridisco per chi adesca bambini fuori dalle scuole, per chi picchia e stupra l’ex fidanzata, per chi prende il corpo di una donna per completare il furto in villa, come fosse un accessorio della casa. Per ogni crudeltà ho un pensiero negativo.

Ma mi rincuora sapere che la commissione pari opportunità della Fnsi (federazione nazionale stampa italiana) si sia posto il problema di rendere fruibile un documento (che in pochi seguono, credo, visti i risultati) che indica alcune modalità da seguire per informare meglio su notizie di violenza contro le donne.

Condivido la battaglia di Medici Senza Frontiere (MSF), Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) che il 2 febbraio faranno una fiaccolata alle 17.30 davanti a montecitorio per dire che medici e infermieri non sono spie. Non possono e non vogliono denunciare gli stranieri e le straniere clandestin* che si rivolgono a loro per avere assistenza.

Condivido l’appello contro la violenza, le proposte per una formazione che educhi al non-sessismo, della libera università delle donne di Milano.

In qualche modo, per finire, mi fa ben sperare il disegno di legge contro lo stalking approvato alla camera dopo un lunghissimo iter parlamentare che risale alla scorsa legislatura. La notizia non mi procura soddisfazione per l’istituzione del reato e l’attribuzione di una pena corrispondente. Cosa importante è il passaggio culturale che questo piccolo articolo legislativo segna. Se la storia tra un uomo e una donna è finita lui non può molestarla, perseguitarla, non può compiere atti persecutori o stalking, non può aspettarla fuori casa, non può importunarla nei luoghi di lavoro. Non può farlo. Deve semplicemente rispettare la decisione dell’altra.

E’ l’inizio di un percorso che non dovrebbe, quantomeno in teoria, giustificare più simili atteggiamenti in nome del “troppo amore”, della disperazione di un lui sempre “affranto”, mai rassegnato alla fine della sua relazione. E’ un piccolissimo cambiamento culturale che come tale va registrato e sommato ai minimi cambiamenti culturali che l’evoluzione delle leggi che parlano di donne, violenza, stupro, hanno, seppur con grandissimo colpevole ritardo, rappresentato.

da femminismo a sud

Ida Magli, da "Noi Donne" a "La Padania"

Ho sperato fino all’ultimo che l’ Ida Magli che ha scritto sul quotidiano “Il giornale” l’articolo “Vietiamo agli immigrati di comprare case e terreni”, non fosse la stessa che scriveva sul periodico “NOI DONNE”**, ma mi sono documentata: è proprio lei.

È caduto un mito!!!

Sì, era un mito per noi giovani donne degli anni ’70, impegnate sul fronte politico, sociale e in particolare nell’ambito del femminismo!

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In arrivo nuove "leggi razziali"?

Blut_und_Boden Allego, con un certo ritegno, visto che mi pregio di considerare Giornalismo partecipativo un sito onorato, il pezzo pubblicato da Il Giornale di mercoledì scorso, a firma Ida Magli, dall’eloquente titolo: Vietiamo agli immigrati di comprare case e terreni. Non lo allego per farsi quattro risate di fronte all’accozzaglia di luoghi comuni e di deliri razzisti. Allego allora l’articolo perchè Ida Magli è da considerarsi un’intellettuale (sic) di riferimento del nuovo governo che sta per insediarsi.

Nel leggerlo si ha la sensazione di essere all’inizio di un’escalation; a quando la proibizione dei matrimoni misti? Dopo che il Sindaco di Milano, Letizia Moratti ha cercato di espellere bambini dagli asili manca poco, anche perchè Ida Magli introduce concetti importanti nella storia del nazionalismo che si fa razzista tra Otto e Novecento come quelli di "sacralità e purezza". Dalla terra al sangue e al blut und boden, il passo è brevissimo.

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Le cattive frequentazioni di Fiamma Nirenstein e del sionismo occidentalista

NirensteinCiarrapico Fiamma Nirenstein si sentiva a casa sua nel Popolo della libertà e ne ha accettato con entusiasmo la candidatura. Ma la presentazione dell’orgogliosamente fascista Giuseppe Ciarrapico nella stessa lista ha rivelato quanto velleitario ed omissivo fosse il suo percorso politico.

L’alleanza tra occidentalismo aggressivo e sionismo espansionista era il luogo nel mondo di Fiamma. Negli ultimi anni su tali presupposti ha costruito una buona parte della sua carriera e pensava di poter giungere in parlamento.

La demonizzazione dei palestinesi e dell’Islam in generale e la difesa muscolare delle ragioni del colonialismo israeliano rendono bene pubblicisticamente e hanno fatto della giornalista de La Stampa una sorta di seconda Oriana Fallaci.

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Il rozzo cocchiere americano

Cosa ci spinge a credere che “il rozzo cocchiere americano”, come diceva M.F. Sciacca, sia l’unico percorso tracciato che noi europei possiamo o dobbiamo seguire? Quale legame profondo esiste tra America ed Europa? Quanto sangue è stato versato dai nostri alleati americani per essere loro riconoscenti sino all’auto annientamento di ogni identità culturale , economico-sociale e religiosa? I civili uccisi nei bombardamenti e i militari fucilati allo sbarco in Sicilia, non sono sufficiente valore di scambio per il piano Marshall? L’aver garantito la fuga di criminali nazisti attraverso la via dei conventi, non è stato sufficiente a colmare le fila dei servizi segreti e carenze intellettuali criminali? Quale dovrebbe essere il nostro debito nei confronti dell’URSS e dell’est eurasiatico? Se gli americani uccisi nella seconda guerra mondiale sono circa 50000, come controbilanciare con più di 20 milioni di sovietici, di cui circa la metà civili? Se Stalingrado non avesse retto, cosa sarebbe oggi l’Italia e il mondo? Se la megalomania di Hitler non lo avesse spinto verso Mosca, cosa avrebbe fatto l’America oltre a fornire industrie e solidarietà al regime nazista?

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In difesa del diritto della CIA e del Vaticano a scrivere su Wikipedia

La notizia ha fatto il giro del mondo ed ha trovato un enorme spazio anche sui quotidiani italiani. Ma è la notizia più evanescente dell’anno: la CIA, il Vaticano ed altre istituzioni scrivono su Wikipedia. E tutti si scandalizzano.

Poche volte il Vaticano viene unanimemente esecrato come è successo in questo paio di giorni: ha scritto su Wikipedia! Vergogna! Ha manipolato Wikipedia! Complotto! Lo stesso dicasi per la CIA, per le Nazioni Unite e per non so più chi altro.

L’unica cosa certa è che aveva ragione il sottoscritto quando disse che Wikipedia è l’enciclopedia più permalosa del mondo. Dal Vaticano scrivono su Wikipedia. E allora? Wikipedia non era una enciclopedia libera dove … Leggi tutto

Vauro su Oriana Fallaci


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Oriana Fallaci: benemerita xenofoba, guerrafondaia (e chi più ne ha…)

Conferite le medaglie d’oro del Presidente della Repubblica a 26 benemeriti della scuola, della cultura, della scienza e dell’arte

Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito … Leggi tutto