Thursday 09 February 2012, 13:49

Gli articoli con tag: " opinione pubblica "

Ley De marco de Autonomias: la transizione della Bolivia dal colonialismo al socialismo

Cinque leggi strutturali ed organiche che regolano la giustizia, il processo elettorale e le applicazioni delle leggi sull’autonomia nei dipartimenti, nelle regioni, nei municipi e nei territori indigeni e che traducono in pratica la riforma costituzionale che dopo molte difficoltà e nonostante tentativi provati di golpe contro il Presidente Indigeno, è stata definitivamente approvata dallo stato Boliviano.

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REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (ultima parte)

Juarez5 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.

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Realtà e stereotipi

A Roma, presso l’Accademia di Romania di Valle Giulia, è stato presentato, giovedì 25 marzo, il volume “I romeni in Italia tra rifiuto ed accoglienza”. Di cosa si tratta?! Questo lavoro, voluto dalle Caritas italiana e rumena, ripercorre la storia del rapporto tra Italia e Romania, cercando di riflettere sul ruolo che i romeni possono avere nella costruzione di un’Italia multiculturale, partendo da dati di fatto. … Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Messico giudicato colpevole di feminicidios e desapariciones

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“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 2 – ultimo paragrafo – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Nel gennaio 2009 l’allora direttore del TG1 Gianni Riotta, oggi al Sole 24 Ore, per attaccare dalle colonne de Il Corriere della Sera il giornalismo partecipativo citò addirittura il Vangelo di San Giovanni116: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (Giovanni 3,19). Riecheggiando più che altro l’Apocalisse dello stesso San Giovanni, Riotta arrivò a sostenere che chi sceglie di informarsi attraverso i blog espone a un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per uno dei maîtres à penser del giornalismo mainstream l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata e orientata dai mass media, dai sacerdoti del grande giornalismo, ovvero da una cerchia ristretta, di cui lui stesso fa parte, in grado di garantire gli interessi degli sponsor e della politica partitica. Non esisterebbero dunque altre forme di sviluppo di un’opinione pubblica senza la concentrazione su poche voci deputate a pensare per tutti. Per Riotta gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo l’obiettivo?) a cancellare i mass media, cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia stessa.

Riotta, che continua a credere alla veridicità della provetta all’antrace esibita da Colin Powell all’assemblea dell’ONU nel 2003 per giustificare la guerra in Iraq, nonostante già a maggio del 2004 il New York Times abbia fatto ammenda per non aver verificato quella e altre menzogne117, sostiene che “nel caleidoscopio dei siti Internet [la verità] è deformata dallo specchio astuto degli specialisti della propaganda”. Se Riotta ha sicuramente ragione sul fatto che anche in Internet siano attivi professionisti della disinformazione e della propaganda, chi come lui ha governato l’informazione politica del servizio pubblico con la citata impudica logica del panino induce a citare un altro Vangelo, quello di Luca (6,41): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”.

Secondo la logica tridentina di Gianni Riotta, uguale e contraria a quella di Hewitt che come vedremo di qui a poco non a caso parla del giornalismo partecipativo come di una “Riforma protestante”, solo attraverso i media mainstream e non attraverso i media partecipativi è possibile il dibattito critico, il confronto razionale, l’opinione pubblica, la democrazia. Concorda con lui a distanza Lucia Annunziata, ex-collega di Riotta a Il Manifesto e al Corriere della Sera ed ex-presidente della RAI, che il 15 gennaio 2009 nel corso di una polemica puntata di Anno Zero118, programma televisivo condotto da Michele Santoro su RAI2, affermò che “compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”. Orientare, non informare.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dunque proprio Internet rappresenta per i papaveri del giornalismo mainstream il pericolo di una rottura del controllo da parte di un’élite selezionata dell’informazione stessa. La posizione estremista di Riotta è molto diffusa, soprattutto tra i giornalisti più compromessi col potere, ma non è del tutto egemone. Più equilibrata è quella del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, pur continuando a vedere la centralità del mainstream, non demonizza il giornalismo partecipativo al quale attribuisce anzi un ruolo sinergico destinato a crescere nel prossimo futuro119. In questo contesto il giornalista tradizionale può avere molteplici approcci. Il più regressivo consiste nella negazione o demonizzazione del fenomeno. Sentendosi criticato contrattacca. De Bortoli dà prova di un atteggiamento più positivo, conversazionale, intavolando un dialogo con i lettori/autori, ai quali fin dal 1995 Alberto Berretti e Vittorio Zambardino addossavano “un’inquietante identità ibrida”120. È un dialogo che comporta una propria personale crescita professionale e una rigenerazione partecipativa dei codici del giornalismo tradizionale121. In questo contesto vari paradigmi si modificano: se la verifica delle fonti resta una pietra miliare ineludibile, l’onestà intellettuale e la capacità di mettersi in gioco sembrano caratteristiche esaltate dell’incontro/scontro tra giornalisti tradizionali e lettori/autori che riescono a stabilire relazioni collaborative.

La posizione di de Bortoli, Berretti o Zambardino è più isolata rispetto a quella di Riotta. Lo confermò, tra gli altri, il massmediologo del Corriere della Sera Aldo Grasso quando, dalle pagine de Il Foglio122, disse pubblicamente quello che nei grandi giornali molti pensano. Ovvero che Internet è un incubo (tra l’altro) perché democratizza l’informazione annullando la verticalità e le gerarchie precostituite nelle Vie Solferino. Internet è un incubo perché permette un confronto (teoricamente) alla pari tra idee. Grasso afferma:

“Per millenni la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia. La Rete fa saltare le gerarchie: il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

Quello che a molti appare un processo positivo, e che si basa su meccanismi trasparenti di riconoscimento di autorità, per Aldo Grasso, che ritiene il suo punto di vista talmente autorevole da compararlo alla Bibbia, è considerato alla stregua di una catastrofe. Come se fosse un funzionario addetto alla censura della dittatura comunista cinese o un Lord vittoriano contrario al suffragio universale, nella stessa invettiva Grasso arriva a esigere da Google la cancellazione di tutti i blog dai motori di ricerca: “I blog ormai intasano la Rete, è più il tempo che perdi a buttar via le cose inutili prodotte dai blog che il resto. È puro inquinamento”.

Grasso vuole esser certo di poter trovare anche in Rete solo l’informazione prodotta da quelli che considera suoi pari perché, in quanto alfiere della superiorità del giornalismo mainstream e del rifiuto di quest’ultimo a confrontarsi con forme che considera inferiori, pretende di far sparire dalla propria vista tutta l’informazione non omologata e non paludata. È tutta quell’informazione che non discende dall’alto verso il volgo e che non è immediatamente controllabile facendo il solito giro di telefonate.

Quello di Aldo Grasso è solo l’intervento più noto in merito in Italia ma è allo stesso tempo rappresentativo di forme di autoritarismo mediatico largamente diffuse, che potrebbero presto trovare una consacrazione legislativa. Ma Grasso conosce il medium e sa perfettamente valutarne l’importanza. In altri casi il nervosismo dei giornalisti mainstream affonda nell’ignoranza del contesto. All’inizio del 2009 l’editorialista de Il Giornale Geminello Alvi123 lanciò una sorta di anatema contro i blog facendo proprie generalizzazioni, inesattezze e luoghi comuni speculari a quelli che dice di voler condannare:

“Quegli orrori che si chiamano blog sono un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. [...] A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione. Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. [...] Insomma il blog non è da persone serie”.

Se il blog non è da persone serie sarebbe interessante interrogare Alvi, Grasso, Riotta e magari Lucia Annunziata sul perché, come abbiamo visto nel paragrafo “Un lettore nomade per una stampa in crisi”, la credibilità dei media mainstream sia caduta così in basso. È difficile sapere se Alvi o Riotta abbiano letto dell’impulso nichilista a bloggare del quale parla Geert Lovink nel suo Zero Comments124, ma è comprensibile che il giornalista vestale del proprio ruolo di mediatore unico tra notizia e pubblico veda criticamente tale allargamento della libertà d’espressione e del diritto di critica così come garantito dall’Articolo 21 della Costituzione italiana.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Massimo Mantellini, uno dei più attenti osservatori del giornalismo online nel paese, elenca molteplici casi di nervosi riduzionismi, diffidenze aperte, analisi antipatizzanti125. La realtà è che vent’anni fa il corrispondente del Corriere della Sera dal Brasile poteva scrivere qualunque cosa senza alcun controllo da parte dei lettori. Questi, se stavano in Brasile, non potevano sapere quello che scriveva il corrispondente del Corriere della Sera in Italia. Se invece si trovavano in Italia molto probabilmente non avevano altre fonti per verificare se affermasse o meno il falso. E quand’anche avessero reperito queste fonti, avrebbero potuto condividere le loro informazioni solo con una ristretta cerchia di conoscenti o tentare l’incerto cammino della “lettera al direttore”. Oggi uno, dieci, cento controllori, lettori informati, esperti, appassionati, possono fare le pulci al corrispondente dal Brasile del Corriere e svelarne ignavie, asservimenti, amnesie e manifeste manipolazioni. Se il corrispondente del Corriere dal Brasile afferma il falso o nega informazioni il suo Quarto potere trova oggi un Quinto che lo controlla.

Rispetto al fiorire di un giornalismo alternativo nel quale non esiste alcun sistema di cooptazione possibile, nessuna redazione che ti sceglie o rifiuta i pezzi, nessun ordine professionale né esame di stato e spesso nemmeno la necessità di far quadrare i conti, la reazione naturale del giornalismo ufficiale è trincerarsi. Anna Masera de La Stampa, citata da Mantellini, bolla: “Proliferano i diari online, sono uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. I diari adolescenziali online sono un calcio d’angolo nel quale si rifugia chi tenta di cancellare la realtà di centinaia di siti che fanno giornalismo in un contesto di differen- te interpretazione basato su un sistema orizzontale di valutazione dell’autorevolezza che coprono palesi buchi del giornalismo e sono letti nell’insieme da milioni di lettori.

Lo dimostrò il fatto che il blog del cooperante Vittorio Arrigoni126, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza durante l’attacco israeliano del dicembre 2008-gennaio 2009, passò, secondo le rilevazioni di Blogbabel, da oltre il centesimo al primo posto tra quelli più letti in Italia superando anche vacche sacre del mezzo come Beppe Grillo. Ai media tradizionali, che non vollero o poterono “vedere per raccontare” Gaza, il pubblico degli inclusi rispetto al divario digitale dimostrò di essere perfettamente capace di orientarsi e rintracciare in rete informazione alternativa a quella negata o travisata dai media tradizionali. A un mainstream omologato o disattento il caso Arrigoni testimoniò che la mancanza di equilibrio dell’informazione tradizionale porta una quota consistente di pubblico a cercare un immediato riequilibrio nel giornalismo partecipativo. Quest’ultimo in quel momento prese il nome del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ma prima e dopo ha preso e prenderà quello di un altro pulviscolo della nebulosa informativa in un sistema di attribuzione di autorevolezza continuamente in costruzione.

Nel giornalismo ufficiale un redattore del Corriere della Sera è più importante di uno del Corriere Adriatico. Tale gerarchia è sostanzialmente immutabile indipendentemente da chi dei due giornalisti sia più rigoroso, scriva cose più interessanti o sia professionalmente più capace. Nel mondo del giornalismo personale chiunque può scrivere e pubblicare, senza cooptazioni. Se qualcuno capita su un sito e lo ritiene interessante comincerà a linkarlo. Quante più persone linkeranno quel sito tante più occasioni di avere lettori si svilupperanno. È difficile affermare in buona fede che blog con varie migliaia di lettori al giorno per anni possano essere solo “un inutile e noioso trionfo dell’io”. Nella peggiore delle ipotesi tale “inutile e noioso trionfo dell’io” può applicarsi alla vanità di alcuni editorialisti dei grandi giornali, spesso imposti a vita ai lettori da sponsor politici ed economici. Ai lettori di blog invece nessuno impone nulla. Se smetterai di scrivere cose utili, interessanti, credibili, le persone smetteranno di leggerti e di linkarti rapidamente. Sic transit gloria blogging.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Forse è naturale che il giornalismo tradizionale veda come fumo negli occhi il giornalismo che fiorisce in Internet e che in questa sede definiamo “giornalismo partecipativo”. Forse è naturale che sia così visto che là fuori, nell’oceano mare di Internet, vi sono milioni di intelligenze, piene di quella curiosità per il mondo che ci circonda che dovrebbe essere alla base del mestiere giornalistico. Coscienze, soprattutto, libere di pensare con la propria testa. Sono intelligenze che spesso sperimentano per il gusto di sperimentare, che fanno ricerca pura laddove le testate commerciali non possono che fare ricerca applicata. E, come nella vita accademica, chi fa ricerca applicata spesso la svolge con risorse funzionali volte al raggiungimento di un beneficio economico a breve termine.

Sembra addirittura che la Rete, che quasi in ogni altro ambiente viene comunemente rappresentata come un mare di opportunità e di futuri sviluppi127, solo in parte già palesati nel trentennio appena trascorso, faccia porre agli editori una e una sola domanda: come può farmi risparmiare soldi? Risparmiare piuttosto che guadagnare. Risparmiare per esempio precarizzando e pagando sempre meno giornalisti sempre più flessibili e ricattabili, piuttosto che saper pensare un modello nuovo che nasca online ma che restituisca al giornalismo almeno parte della credibilità perduta. Perché questo è il punto: se la fiducia del pubblico nei media è crollata e sta crollando da ben prima di Internet, come testimoniano i dati analizzati in questo capitolo, non è colpa della maledizione tecnologica dell’invenzione della Rete ma anche del fatto che l’informazione si è piegata al modello non solo come garante di interessi economici ma anche come organizzazione del lavoro.

Con la pistola puntata dei bilanci ha ristrutturato tagliando dipendenti e facendo lavorare peggio i sopravvissuti. Ciò ha avuto contraccolpi gravi sulla qualità del prodotto giornalistico già di per sé omologato tra sempre meno fonti e sempre meno pilastro della vita democratica. Ciò ha innestato una spirale che abbiamo cercato di mostrare in tutto questo capitolo per la quale il giornalismo di minor qualità non conquista nuovo pubblico a minore scolarizzazione ma ne perde in tutte le fasce, comprese quelle che hanno sempre letto i giornali. Così, come sostengono tra gli altri Beha, Bergamini, Furio Colombo, il giornalismo rischia di divenire prescindibile. Alzi la mano chi tra i lettori forti non sta spostando sempre più le proprie abitudini di lettura dal cartaceo all’online e non viva sempre più stancamente il rituale del passare dal giornalaio la mattina.

Al momento il mondo dell’editoria e dei media tradizionali, con eccezioni nel campo dei servizi, si pensi al print on demand, nonostante sia sbarcato in Rete ormai da tre lustri (un tempo lungo o brevissimo?), è in grande misura ancora pensato per la comunicazione del XX secolo. Soprattutto per l’innovazione rappresentata da Internet spesso percepisce ancora di avere innanzitutto da perdere posizioni oligopolistiche prima di poterne guadagnare di nuove. La forza trainante dell’informazione del XX secolo allora, quella che spinge l’innovazione e il cambiamento, entrambi sia sul piano tecnologico che dei contenuti, è la diffusione di media nati e pensati in Rete e per la Rete, commerciali e non. La trasformazione di Internet stessa in una piattaforma, il cosiddetto Web 2.0, che però come vedremo nel prossimo capitolo è un’evoluzione di un imprinting già chiaro nella comunicazione digitale, le reti sociali (con la loro conversazione continua da Facebook a Twitter a Friendfeed) e il fenomeno, venuto per restare, dei media personali, spesso noti come blog ma che non sono riassumibili solo con questo termine. Liberi cittadini che hanno qualcosa da dire, che finalmente possono farlo in conflitto, competizione, sinergia con i media tradizionali. Che questi ultimi lo vogliano o no.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

La “fine del giornalismo”?

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapu?ci?ski12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapu?ci?ski o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Storia critica dell’informazione al tempo di Internet – l’introduzione

cubo-Giornalismo-partecipativo Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Introduzione

La storia dei media digitali ha ormai trent’anni. La prima BBS fu creata a Chicago da Ward Christiansen nel 1978. Già l’anno successivo partì la rete Usenet, che aveva nel proprio DNA l’incontro tra la necessità e la possibilità di far circolare informazione. Nel 1980 nacque, sempre in Nordamerica, la prima BBS che privilegiava tematiche politico-sociali. Nel giro di pochi anni nelle BBS e poi in Internet (che nel 1992 contava già un milione di nodi nel mondo) sempre più persone cercavano e producevano informazione su temi sottaciuti dal sistema mediatico tradizionale incentrato su TV, radio e carta stampata. Parallelamente, dai primi anni ’90 cominciavano a diffondersi i telefoni cellulari, che ormai sono arrivati nelle tasche di oltre la metà degli abitanti del pianeta. Nel quadro della rivoluzione comunicativa e informativa in atto, persino un telefono, sia pur mobile e tecnologicamente all’avanguardia, mostra insospettate capacità di produrre – e non solo ricevere – informazione.

Milioni di persone, inizialmente soprattutto nei continenti europeo e americano, avvicinate tra loro dalla telematica, per la prima volta avevano a disposizione uno strumento nuovo per trasmettere, ricevere e far circolare informazione su temi altrimenti ignorati dai media. Quei precursori stavano sviluppando gli strumenti di quello che sarebbe divenuto il primo “medium personale di comunicazione di massa” in grado di trasmettere contenuti in orizzontale, da molti a molti, rispetto ai media tradizionali che per loro natura comunicano da pochi a molti agendo nell’ambito di sistemi di oligopolio, quando non addirittura di monopolio reale o di fatto.

I padri fondatori di Internet, tra cui l’inventore del World Wide Web, Tim Berners-Lee, che lo volle gratuito rilasciandone liberamente il software, insieme a milioni di semplici utenti, fin dall’inizio credevano fermamente all’idea di una Rete senza padroni. Ogni volta che fu necessario si opposero in maniera pervicace a qualunque tentativo di addomesticare o controllare la rete messo in atto da governi e multinazionali.

Nella seconda metà degli anni ’90 Internet diveniva centrale nel boom della cosiddetta new economy. Una parte essenziale dell’economia dei servizi, del commercio, della pubblica amministrazione si dematerializzava. Uno dei settori maggiormente trasformati dall’impatto con la Rete era il mondo dell’informazione che, nei decenni precedenti, aveva già visto grandi innovazioni tecnologiche, dalla stampa a freddo alla fotocomposizione, all’arrivo del PC nelle redazioni – nessuna delle quali, tuttavia, aveva minacciato la centralità dei media tradizionali.

L’intervista di Alessio Ruta e Giampaolo Paticchio di ArcoirisTv a Gennaro Carotenuto

Con Internet il salto era netto e definitivo. Cambiavano sia le pratiche della professione sia l’interfaccia verso il pubblico, che in misura crescente acquisiva strumenti per divenire attivo, e spesso mediattivo. Nasceva un nuovo medium a tutti gli effetti, del quale nei primi anni ’90 si era ben lungi dall’intuire le enormi potenzialità. Malgrado queste innovazioni, il futuro del giornalismo appariva tutt’altro che radioso: in coincidenza con tale processo, e non solo a causa di questo, soprattutto la carta stampata vedeva infatti accelerarsi una crisi che tuttora appare inarrestabile tanto in termini di vendite quanto di credibilità.

Nei paesi più avanzati tale processo era iniziato negli anni ’60 per subire una netta accelerazione negli anni ’80, quando la televisione commerciale aveva espugnato l’Europa occidentale. Segnava l’approdo dell’evoluzione di lungo periodo della società di massa, della crescente concentrazione editoriale, del predominio del ruolo della televisione (in particolare quella commerciale), e della deviazione e sostanziale scomparsa, se mai era esistito in quanto tale, del cosiddetto Quarto potere. Il giornalismo rinunciava nella pratica al ruolo di garante del diritto a un’informazione senza compromessi, ruolo che era stato ricoperto da Walter Lippmann, Robert Capa e ancora negli anni ’70, con il Watergate, da Bob Woodward e Carl Bernstein, oggi convinto assertore dell’uso di Internet come alternativa alla disinformazione diffusa dai grandi media. Questo cambiamento era dovuto al fatto che gli sponsor avevano rimpiazzato i lettori o gli spettatori come primi finanziatori dei media. Nel corso del tempo i guadagni ottenuti con la pubblicità sono arrivati a coprire fino al 70% degli introiti dei giornali, una percentuale che sale al 95% nel caso della televisione commerciale. Il marketing ha finito così per orientare le rappresentazioni della società che i media propongono all’opinione pubblica.

Non è una cesura da poco: per spiegarla potremmo parafrasare il vecchio adagio del presidente della General Motors, Charles E. Wilson. Quando, nel 1953, fu nominato ministro della difesa dal presidente statunitense Dwight D. Eisenhower, Wilson affermò che “ciò che è buono per la General Motors è buono per gli Stati Uniti d’America”. Allo stesso modo oggi i media, che devono la loro sopravvivenza agli sponsor, decidono di comunicare al pubblico solo ciò che è vantaggioso per chi li finanzia.

Il pioniere tra i giornali che conquistarono la Rete fu il Chicago Tribune, online dal 1992; in Italia il primo a seguirlo fu L’Unione sarda nel 1994. A quasi vent’anni anni di distanza è opportuno fare un bilancio su un giornalismo online che non rappresenta più soltanto il futuro, ma anche il passato recente e il presente dell’informazione. Tale bilancio ci testimonia che la trasposizione in Internet del giornalismo non ha arginato la crisi della professione. Questa, anzi, accelera sul breve periodo e la presenza della Rete appare per molti versi un fattore aggravante della crisi stessa. La storia del giornalismo digitale copre un arco temporale che corrisponde alla metà della storia della televisione e a un terzo di quella della radio, pertanto rientra a pieno titolo nella storia del giornalismo stesso. Se l’informazione online è una nicchia, a tale nicchia guardano quasi cento milioni di statunitensi, vale a dire un terzo dell’intera popolazione (e quattro italiani su dieci sotto i 50 anni), che dichiarano di informarsi anche o prevalentemente online. Fin dai suoi albori, inoltre, la storia dell’informazione in Internet, quella ufficiale e quella alternativa, si interseca con la storia dell’informazione tutta, con la maniera di lavorare nelle redazioni, con nuovi rapporti di produzione, essendo parte, causa e forse anche possibile soluzione della crisi di lungo periodo del giornalismo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

La letteratura scientifica sul tema dell’informazione digitale proviene non tanto dalla storiografia ma da altre discipline come la sociologia, la teoria della comunicazione, l’informatica. Spesso ci si rifà a guru (o presunti tali) come lo statunitense Nicholas Negroponte o a pionieri della network society come il catalano Manuel Castells. Oppure a giornalisti specializzati e di frontiera, sensibili e non arroccati in difesa della professione, come Luca De Biase, Vittorio Zambardino e, primo in Italia, Franco Carlini, profondo innovatore che si divise sempre tra giornalismo e ricerca scientifica. A lui si devono illuminanti riflessioni sulla società digitale. Fino a ora, in una prospettiva storiografica generale, Internet e i media orizzontali sono rimasti confinati nel ruolo di addenda finali della storia del giornalismo. Malgrado in una prospettiva di lungo periodo questo appaia metodologicamente ineccepibile, è arrivato il momento di collocare al centro, e non nella periferia, di tale prospettiva questa importante fase della storia dei media. Sui temi in questione, infatti, la vastissima documentazione attualmente disponibile permette di non fermarsi più a semplici conclusioni ipotetiche o a valutazioni incerte. Nonostante per alcuni il mondo digitale rientri ancora nella sfera della futurologia, i cambiamenti già occorsi e la compartecipazione del medium Internet alla profonda mutazione dell’informazione e della professione giornalistica rendono possibile e necessario considerare anche la Rete come oggetto di studio.

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Lo studio delle fonti, con la particolare cautela che meritano quelle digitali, ma verso il quale occorre vincere ogni riluttanza visto che, come ricorda Giovanni De Luna, oggi solamente lo 0,0003 dell’informazione prodotta a livello mondiale viene memorizzato su carta, ribalta la vulgata secondo la quale sarebbe stata la “new economy” a creare il contesto tecnologico e il mercato per la nascita del giornalismo online. Al contrario, quello dell’informazione digitale è un mondo che è nato molto tempo prima, in piena autonomia culturale e non per gemmazione dai mass media tradizionali. Semmai, per contenuti e prassi antagonista, si ricollega (anche se non in maniera esclusiva né diretta, e con un chiaro scarto generazionale) alla persistenza della comunicazione di movimento degli anni ’60-’70. Negli anni ’80 e nei primi anni ’90 i mass media erano ancora ben lungi dall’usare la Rete, alla quale sarebbero arrivati solo più tardi, loro sì sull’onda della “new economy” clintoniana e fiduciosi nella promessa delle autostrade digitali di Al Gore.

I primi anni dell’era digitale sono dunque importanti. Il Web genera prassi comunicative e metodi di lavoro focalizzati sulla condivisione della conoscenza. È un mondo che nasce profondamente influenzato dalla ricerca scientifica, segnato in particolare dalle innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica e del software libero e marcato dalla verificabilità resa possibile dall’ipertestualità. Questa facilita un sistema di valutazione tra pari, orizzontale, destinato a diventare sempre più cruciale negli anni successivi. Questo primo periodo costituisce l’imprinting della Rete, che si manterrà tale anche in futuro, quando arriveranno i grandi investimenti, il grande pubblico, i grandi media.

Un giornalismo digitale, che si avvale della telematica (il termine allora in voga e oggi desueto) per fare informazione e farla circolare, era dunque già nato come medium autoctono fin dagli anni ’80. Solo a metà del suo cammino, a metà degli anni ’90, sbarcarono in Rete i media tradizionali, che non si aspettavano di trovare un terreno già seminato e dal carattere ben definito con il quale avrebbero avviato una relazione difficile e dai molti aspetti irrisolti.

Tema di questo saggio è la crisi che da trent’anni colpisce il giornalismo in parallelo con lo sviluppo dei “media personali di comunicazione di massa” quali Internet o il telefono cellulare. Questi nuovi media stanno segnando un vero punto di svolta nella storia dell’informazione, nella misura in cui permettono a un numero di persone ampio come non mai di comunicare verso molti interlocutori, mettendo in dubbio la centralità stessa del mainstream.

Internet, l’Internet dell’informazione, la Rete come mezzo di comunicazione di massa, è mutevole e in continua trasformazione, cangiante fino a mostrarsi iridescente a seconda di dove e da dove la si guardi, ma resta fedele ad alcune linee di fondo della cultura digitale tratteggiata fin dagli anni ’80. Studiandone la storia, emerge la precisa peculiarità del mezzo: lo sviluppo di una comunicazione fondata sull’orizzontalità rispetto alla verticalità della diffusione tradizionale. Per sua natura tale comunicazione orizzontale è in grado di confrontarsi, a volte scontrarsi, ma più spesso lavorare in sinergia con i mass media tradizionali.

In Rete la comunicazione avviene da molti a molti. Anche chi è esclusivamente recettore di informazione può scegliere tra un numero di alternative la cui ampiezza non conosce precedenti nella storia, instaurando confronti tra i vari media, valicando i confini, superando la temporalità e creandosi una propria agenda informativa ad assetto variabile. Inoltre, l’utente attivo della Rete ha mille modi per interagire, commentare, partecipare. Negli ultimi 15 anni il modello broadcast che vedeva i pochi deputati a comunicare ai molti, incarnato dai media tradizionali, ha potuto fare ben poco per scalfire l’orizzontalità di un medium rivelatosi pressoché impermeabile alla concentrazione editoriale. Anzi, le moltitudini che comunicano in orizzontale – la cosiddetta “coda della cometa” o “coda lunga” teorizzata da Chris Anderson, direttore della rivista Wired, il mensile simbolo dell’era digitale – sembrano avere la capacità di controbilanciare il persistente peso del nucleo rappresentato dai pochi che comunicano a molti.

Con “coda della cometa” in questo contesto si intende lo sciame di agenti informativi, di medie, piccole o piccolissime dimensioni, in genere nati con la Rete, la forma più conosciuta dei quali (ma non l’unica) è quella dei blog. La multinazionale Google, con il motore di ricerca omonimo, ha avuto un ruolo fondamentale nel valorizzarli, innanzitutto indicizzandoli e poi attribuendo loro un valore economico grazie alla sua pubblicità contestuale. Si è formato così un ambiente tecnologico ma anche economico nel quale, con i “mass media” propriamente detti, convivono milioni di “media personali di comunicazione di massa”. Vengono così abbattuti gli steccati tra le diverse forme di comunicazione in una convergenza che non è solo quella immaginata dalle grandi imprese del settore (ad esempio, il triple play tra TV, Internet e telefonia); allo stesso modo, cadono anche le barriere tra produttori e consumatori di informazione. Le implicazioni di tutto questo per il mondo dei media e non solo per quella fetta di popolazione che già si informa soprattutto con la Rete sono di vasta portata. L’elezione di Barack Obama, gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004 e la loro influenza sul voto avvenuto tre giorni più tardi, l’industria discografica, il modello di Wikipedia sono solo alcuni esempi che aiutano a comprendere meglio le caratteristiche antimonopolistiche della Rete.

All’edicola dietro l’angolo troviamo da sempre le stesse 15 o 20 testate nazionali e locali. Queste, pur non agendo in regime di monopolio, non temono in alcun modo la concorrenza dell’Asahi Shinbun di Tokio, come questo, in Giappone, non si fa influenzare da Il Resto del Carlino. Sul telecomando della TV via etere, nonostante il digitale terrestre, le cose sono lente a cambiare e ai primi posti si assestano stabilmente le stesse reti, in particolare in Italia i tre canali RAI e i tre Mediaset, Orazi e Curiazi oramai pienamente pacificati e omologati sia sul piano del modello comunicativo che degli interessi politici ed economici rappresentati. Nonostante le modalità di fruizione della televisione, soprattutto da parte dei giovani, negli ultimi anni abbiano subito profondi cambiamenti, occorre andare sul satellite per trovare alternative alla concentrazione monopolistica del messaggio.

Anche in Italia molti grandi media hanno puntato in maniera convinta sul formato online, a partire da La Repubblica che dichiara circa 1,2 milioni di lettori unici al giorno. Lo hanno fatto tuttavia senza sciogliere due nodi fondamentali: innanzitutto, l’informazione prodotta per Internet dal mainstream è peggiore, più sciatta, più corriva di quella destinata alle testate tradizionali. È un’informazione a basso costo, in cui la precarietà dei rapporti di produzione è centrale e va a totale detrimento dell’indipendenza dei giornalisti. Il secondo nodo è rappresentato dal fatto che il modello di business della stampa digitale rafforza il rapporto perverso con la pubblicità senza cercare il consenso dei lettori rappresentato dal pagamento dei contenuti.

Nonostante i media tradizionali attirino moli importanti del traffico generale, sussiste un processo, informativo ed economico, che decongestiona in molti modi (per il momento ci limitiamo a uno) l’informazione online. Nel modello di business del Web 2.0, quello delle pagine dinamiche, è probabile che chi entra in un sito italiano dal Vietnam veda pubblicità vietnamite mentre accedendo alla stessa pagina dall’Olanda vedrà pubblicità olandesi, trasparentemente combinate con gli stessi contenuti. Poco importa agli sponsor a chi pagano gli spot. L’essenziale è che questi siano visti da chi realmente è interessato ai loro prodotti.

clip_image002[6]Di conseguenza, supponendo che nel nucleo della cometa ci siano dieci grandi media online da un milione di euro di raccolta pubblicitaria a testa, ma la coda comprenda un milione di micromedia da dieci euro ciascuno, se si trova un modo efficace di deframmentarli, questi ultimi nell’insieme risulteranno economicamente appetibili e competitivi tanto quanto i grandi. E i Google AdSense, i blocchi di pubblicità (capaci di accoppiare a una pagina su un paese esotico la pubblicità di una compagnia di voli lowcost), che rappresentano la vera chiave della dinamicità del Web 2.0 e vengono inseriti anche in siti con pochissimi lettori, costituiscono uno strumento efficacissimo per ottenere questo risultato. Secondo Bits, il blog sull’innovazione tecnologica del New York Times, Google pubblica su milioni di siti la pubblicità di 1,5 milioni di imprese. Il paradosso sta quindi nel fatto che il motore di ricerca costruisce il proprio monopolio esaltando le caratteristiche antimonopoliste congenite del medium. Il fatto che solo un colosso multinazionale come Google, approfittando del ruolo dominante del proprio motore di ricerca, appaia oggi in grado di sfruttare appieno le potenzialità pubblicitarie del medium ha risvolti preoccupanti per i media tradizionali, finora incapaci di farsi pagare dal pubblico anche perché abituati a trattare meglio con i pubblicitari che con i lettori/spettatori. Tuttavia anche Google non inventa. Anzi, utilizza una preesistente “economia della ricerca” scommettendo su una coda lunga che già esiste e che attraverso i collegamenti ipertestuali, i link tra sito e sito, ha tessuto reti da molto prima che Google fotografasse l’esistente. Così i link sono la porta d’accesso a un percorso informativo originale e di redistribuzione di autorità rispetto all’autoreferenzialità del mainstream.

Google Ad SenseNel corso del XX secolo, proprio la concentrazione editoriale dei media commerciali ha stritolato la concorrenza lasciando sul mercato un numero limitato di soggetti. Nonostante il ruolo di Google come soggetto monopolista sul mercato dei motori di ricerca (che l’ha reso capace di ottenere una posizione dominante anche in termini di raccolta pubblicitaria e domani nel campo parzialmente inesplorato dei micropagamenti) appaia abnorme, va ricordato che la società statunitense, diversamente da quanto accade nel mercato pubblicitario tradizionale, non ha il controllo sui contenuti. In altre parole Google, almeno a grandi linee, non discrimina tra chi parla bene e chi parla male di una nota bibita gassata o del governo di un paese per piazzare pubblicità contestuali che invitano a visitare quel paese. Visto dall’Italia, dove il capo del governo Silvio Berlusconi invitò gli imprenditori a non investire in pubblicità sui media a lui sgraditi, Google si configura come un monopolista democratico. Sul piano dei contenuti, il fatto di non dispensare risorse sulla base di appartenenze ideologiche, vicinanze economiche o contatti personali, ma semmai facendo proprio l’aforisma di Oscar Wilde “bene o male l’importante è che se ne parli”, profila un modello digitale che opera un riequilibrio legittimando voci non mainstream o che comunque non mettono necessariamente il profitto al primo posto.

È una sorta di riforma agraria dell’informazione (in parte) garantita da un nuovo soggetto monopolista, il motore di ricerca dominante, in grado di censire e valorizzare i contenuti digitali indipendentemente dai rapporti intrattenuti con gli sponsor o dalla cultura che questi esprimono. Ciò testimonia che l’informazione prodotta in Rete può essere sottovalutata, criticata e a volte perfino dileggiata (come nel pamphlet di Andrew Keen Dilettanti.com osannato dai media mainstream) dal giornalismo tradizionale, ma non ignorata né per qualità né per valore economico, avendo da tempo raggiunto un peso specifico proprio nell’economia dell’informazione e nei processi di composizione dell’opinione pubblica.

Anzi: il ruolo dell’informazione online, accessibile agli “inclusi” del digital divide (d’ora in avanti “divario digitale”), appare oggi talmente cruciale da spingere molti analisti a ipotizzare che nel 2008 senza Internet Barack Obama non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Obama ha raccolto 1,5 miliardi di dollari per la sua campagna elettorale. Ben 600 milioni (il 40% del totale) sono venuti da tre milioni di micro-contribuenti (200 dollari in media, ma la maggior parte ha effettutato donazioni di valore comparabile al costo di una pizza) i quali hanno versato online piccole somme che probabilmente senza Internet non avrebbero mai donato. Se le grandi lobby restano il nucleo, quei tre milioni di persone sono la coda della cometa che neanche il presidente degli Stati Uniti può permettersi di ignorare.

clip_image002[8]D’altra parte, chi può ignorare che nel 2004 centinaia di migliaia di cittadini spagnoli utilizzarono Internet e soprattutto il cellulare come “media personali di comunicazione di massa” per lanciare la propria sfida al governo e ai media mainstream, che pretendevano di imporre una verità di comodo sugli attentati di Madrid dell’11 marzo? Proprio l’esigenza di un’informazione senza menzogne finì per ribaltare l’esito delle elezioni nazionali della domenica successiva.

Questo esempio, emblematico delle possibilità offerte dai nuovi media, verrà analizzato in dettaglio nel terzo capitolo. I cellulari di Madrid, i computer perennemente collegati a Internet, gli e-book, gli iPod o i lettori di musica in formato Mp3 sono la cifra di un’era della riproducibilità nella quale lo scambio di contenuti diviene orizzontale anche in industrie particolarmente concentrate come quella musicale. Pirateria o meno, gli ultimi dieci anni hanno visto ridursi notevolmente il predominio delle major e la conquista di quote di mercato sempre maggiori da parte di centinaia di etichette indipendenti. Le major fanno ancora i tre quarti degli utili complessivi, ma producono solo il 10% della musica in un contesto dove chi ne produce il 90% contrasta, esattamente come avviene per l’informazione, l’omologazione del prodotto musicale e rappresenta una coda della cometa sempre più significativa, qualitativamente ed economicamente.

Nel 2008 Wikipedia, l’enciclopedia tutt’altro che perfetta scritta interamente attraverso i contributi degli utenti, è stata utilizzata da circa 700 milioni di persone, un numero che corrisponde a una volta e mezzo gli abitanti dell’Unione Europea. Sergey Brin fa notare che appena lo 0,01% di questo 10% della popolazione mondiale ha contribuito attivamente alla produzione di contenuti. Brin è uno dei fondatori di Google che, con i citati AdSense, la sa lunga su come trasformare la coda della cometa in una miniera d’oro. Dà l’idea di un fallimento quel decimillesimo di utenti che diviene attivo rispetto a un 99,99% di fruitori non collaborativi; ma lo stesso Brin ci ricorda che lo 0,01% di 700 milioni di persone corrisponde pur sempre a 75.000 utenti attivi, che sono stati capaci di fornire ben 10 milioni di articoli editandoseli a vicenda.

Come al tempo di Jack London, in questa corsa all’oro l’affare non sta nel trovare materialmente le pepite ma nel fornire, quasi sempre gratis, la zappa, il badile, il rastrello, ovvero il motore di ricerca per essere rintracciati, il software per gestire i contenuti, la rete sociale per intersecare i contatti. Come testimonia la scatola magica di YouTube, a produrre (o a far girare) i video ci pensano gli utenti. In un simile contesto è inevitabile che chi, come i media tradizionali, ha come core business proprio la produzione e la vendita di notizie attraversi una crisi simile a quella patita dagli allevatori di cavalli all’invenzione del motore a scoppio. Il giornalismo in sé è lungi dallo sparire ed è ovviamente desiderabile che non scompaia. Tuttavia la strategia di sopravvivenza adottata, che accresce la sinonimizzazione tra informazione e comunicazione (dove è sempre più spesso la seconda a prevalere) e che precarizza il lavoro e ne abbassa la qualità, applicando al giornalismo le logiche dell’impresa just in time, è un pessimo segnale sulla salute della professione. Prima di Internet i cosiddetti media mainstream erano il sole intorno al quale tutto girava. Oggi sono ancora fondamentali, soprattutto per le masse di esclusi dal divario digitale.

Rappresentano tuttavia solo il nucleo di una cometa al quale si affianca una rutilante, nutrita, colorata, variegata e lunghissima coda che è sempre più difficile ignorare. E la coda della cometa è ormai una parte sostanziale del sistema informativo mondiale, visto che centinaia di milioni di persone ne soppesano quotidianamente l’importanza. Se il nucleo della cometa è ancora concentrato sulle Strand di Londra, in via Solferino a Milano, vicino al Palazzo (politico ed economico), la coda è invece diffusa e innerva tutto il territorio mondiale, materiale e virtuale, offrendone una diversa rappresentanza e rappresentazione. Le peculiarità della Rete hanno già retto a molti tentativi di decostruzione e hanno già respinto o costretto alla convivenza molti conquistadores. Anzi, sono stati proprio i conquistadores a doversi adattare ai costumi locali, acquisendo forme e abitudini creolizzate.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Per il giornalismo tradizionale l’avvento di Internet non si colloca in un momento storico qualsiasi. Se il primato dell’economia sulla politica è uno dei tratti caratterizzanti della società contemporanea, questa ha sottoposto il mondo dell’informazione a un processo di concentrazione e omologazione ampiamente studiato. È un modello che negli ultimi anni ha mostrato la corda da due punti di vista. Sul versante della credibilità del giornalismo viene incalzato dalla Rete, che offre un mondo informativo parallelo consentendo al pubblico una maggiore e immediata confrontabilità e verificabilità delle fonti. E sul versante economico, dove però il modello di business editoriale online non è ancora in grado di offrire un’alternativa a quello tradizionale in crisi.

Questo saggio delinea la storia del difficile rapporto tra i media tradizionali e la Rete, aprendo lo sguardo sul rigoglioso mondo dell’informazione generata dalle potenzialità di Internet, in cui si va sempre più nettamente profilando un nuovo giornalismo basato sulla partecipazione popolare, sul pensiero critico e su un abbattimento dei costi in grado di portare a una democratizzazione dell’accesso alle notizie e all’azzeramento delle distanze nella diffusione dell’informazione. È quel “giornalismo partecipativo” che dà il titolo al libro. È importante capire se tutto questo apra o meno la strada a una democratizzazione complessiva dell’informazione capace di agire in maniera virtuosa anche sul giornalismo tradizionale o se si risolverà in un appassionante gioco di società per un’élite di inclusi del divario digitale senza coinvolgere le masse di esclusi che continuano a non avere alternative al mainstream. Di sicuro, come osservava Walter Lippmann già nel 1921, le grandi masse continuano a essere numericamente vincenti e qualunque strategia informativa prescinda dal coinvolgerle resterà virtuale.

Il primo capitolo di questo saggio si occupa della crisi del giornalismo tradizionale, del suo impoverimento qualitativo, e della sua reale difficoltà a prescindere da una sinergia equivoca con gli sponsor e da un rapporto corrivo con la politica. Tale crisi conosce un punto di inflessione tra gli anni ’60 e i ’70, nel momento in cui gli introiti pubblicitari superano gli incassi delle vendite. Inizia allora un processo di divorzio tra il giornalismo e la società civile. Quel giornalismo al servizio dell’opinione pubblica che era stato parte di una certa mitologia della professione, da Joseph Pulitzer al Citizen Kane William Randolph Hearst, fino al Watergate e a Peter Arnett, e nel nostro paese da Eleonora Pimentel Fonseca a Luigi Albertini fino a Giuseppe Fava, Enzo Biagi o Indro Montanelli, entra in una fase nella quale l’editore di riferimento diviene l’investitore pubblicitario. A lungo andare, e soprattutto grazie a Internet, ciò fa sì che una parte importante del pubblico, quella che per cultura e disponibilità economiche è in grado di poter scegliere, cerchi alternative. Secondo il CENSIS, quattro italiani su cinque non si fidano più dei media tradizionali. Uno su due li accusa di mettere in atto strategie diversive per distogliere l’attenzione dai problemi reali diffondendo paure e allarmi immotivati oppure tergiversando con chiacchiere da bar sul freddo d’inverno e il caldo d’estate. Quote simili di sfiducia si registrano negli Stati Uniti. Per un numero crescente di persone l’alternativa può essere cercata in Rete: non perché il giornalismo via Internet sia più credibile, ma perché il pluralismo insito nel medium permette di creare un palinsesto informativo personale che l’omologazione dei media tradizionali non è più capace di garantire.

Il secondo capitolo mette in luce come negli ultimi tre lustri i media tradizionali abbiano usato Internet e da allora stiano cercando un modello editoriale ed economico sostenibile. L’osservazione empirica di quanto è avvenuto finora appare deludente: il giornalismo prodotto in Rete dai mass media risulta spesso più scadente, approssimativo e ammiccante rispetto a quanto si legge sulle testate tradizionali. Queste stesse lo considerano un giornalismo di serie B al quale destinare i giornalisti precari formando una catena di montaggio che ha come obiettivo la quantità piuttosto che la qualità. Il problema è che il giornalismo tradizionale continua a perdere colpi. Dal 1997 al 2007 il cartaceo, sia negli Stati Uniti che in Europa, ha perso sistematicamente il 2% di entrate annue e nel 2008 ha sfiorato un rosso in doppia cifra. Tutto questo avviene mentre i guadagni delle edizioni online crescono molto più lentamente di quanto non facciano le perdite delle rispettive edizioni tradizionali, che tuttora le mantengono economicamente.

Il terzo e ultimo capitolo è dedicato al “giornalismo partecipativo” propriamente detto, ovvero alle forme alternative di informazione che si sono sviluppate da ben prima che vi sbarcassero i media tradizionali. Internet si configura come un “medium personale di comunicazione di massa”, dove la comunicazione tra le persone può avvenire da molti a molti. Può prosperare così un giornalismo d’idee e di principi, di qualità eterogenea ma con punte di eccellenza, associativo, cooperativo o anche personale. Negli ultimi anni milioni di singoli, associazioni, ma anche imprese hanno creato progetti editoriali in cui il concetto di broadcast, il grande medium che in maniera verticale comunica a molti spettatori passivi, è sostituito o almeno affiancato da molti media orizzontali, una nebulosa informativa sulla quale gli utenti possano costruire la propria agenda informativa.

L’informazione nasce come privilegio di pochi. Per secoli erano i re, i papi, gli imperatori ad assegnare il “privilegio di stampa”, che fu accordato per la prima volta a Venezia nel 1486, appena 30 anni dopo l’invenzione di Johann Gutenberg. Nella società di massa il privilegio prende la forma della concentrazione editoriale, del latifondismo dell’informazione. Nel Novecento, anche in condizioni di libertà e democrazia, non si poteva fare a meno di ingentissime risorse e di un rapporto sinergico con il potere per poter dire la propria. Oggi i “media personali di comunicazione di massa” rappresentano un’alternativa a tale logica accentratrice, ridefinendo in senso antimonopolista una comunicazione bidimensionale che interessa miliardi di individui.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Proprio questa vocazione antimonopolistica, in contrapposizione con il modello di concentrazione editoriale dei media tradizionali, ridefinisce e allarga il campo giornalistico in senso partecipativo. Molti soggetti sono in grado di fare informazione giornalistica più o meno di qualità e, per il solo fatto di esistere, rimodulano gli equilibri. Ciò non potrebbe avvenire se ci fosse un unico nuovo broadcast “buono”, non condizionato dal potere. Il giornalismo partecipativo non va cercato in un singolo sito, in un blog, in un portale, in una webtv o una webradio. Va cercato nella nebulosa informativa costituita da migliaia di media, ognuno dei quali dotato della propria specificità, del proprio agenda setting, il proprio modo di scegliere e raccontare le notizie. Tutti questi media, muovendosi su nuove “convergenze parallele”, ognuno per la sua strada, si intersecano riconoscendosi vicendevolmente autorità e credibilità attraverso i link. Creano così una biodiversità informativa che pone i presupposti per una nuova fase della storia del giornalismo, basata sul pluralismo e sulla possibilità di scegliere. Alla massima concentrazione editoriale, il nucleo di una dozzina di grandi gruppi mediatici che hanno le mani sull’informazione mondiale, fa da contraltare la coda della cometa, la nebulosa partecipativa dell’informazione. Il punto non è la “forma dell’acqua” del giornalismo partecipativo, o la sua collocazione politica, ma l’evoluzione, registrata fin dall’inizio e per trent’anni, di un sempre imperfetto ma sempre più ampio pluralismo, di idee, temi, sensibilità che solo la frammentazione della concentrazione editoriale impostasi nel Novecento può garantire. Il punto è che a partire dalla rivoluzione informatica si è aperto uno spazio importante per un nuovo giornalismo non generalista ma tematico, spesso orientato dalla passione civile (passiondriven journalism vs. market-driven journalism), ma non per questo meno autorevole e competente (anzi), che contrappone l’approfondimento e la condivisione della conoscenza alla banalizzazione della complessità imposta dai media commerciali.

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Il giornalismo partecipativo non passa necessariamente da Internet. Fanno giornalismo partecipativo i piccoli editori che lavorano in comunità montane dagli Appennini alle Ande, televisioni diversissime come Arcoiris TV o Current, radio con esperienza ultratrentennale come il network di Radio Popolare, disponibile a una concezione non proprietaria del medium ma di servizio al territorio e alle voci altre, un caffè letterario in un quartiere difficile di una grande città, il circuito delle radio universitarie o delle radio comunitarie, come dimostra in particolare l’esperienza latinoamericana di centinaia di microscopiche radio che spesso non possiedono neanche un computer ma che con la loro voce, sommata a innumerevoli altre, contribuiscono a scalfire il monolitico latifondo dei grandi media commerciali.

Quello che chiamiamo “giornalismo partecipativo” non è di per sé migliore o peggiore del giornalismo tradizionale o mainstream, ma ne rappresenta oramai l’ineludibile controcanto. Per mostrarsi online con un blog, un sito, una webradio, una webtv o altro bastano pochi o pochissimi mezzi. Lo si può fare con professionalità ineccepibile o in maniera raffazzonata. In un contesto nel quale i media commerciali possono far sentire la loro voce solo attraverso forti concentrazioni editoriali, enormi investimenti e rapporti indistruttibili con gli sponsor economici e politici, i media partecipativi abbassano significativamente l’assicella, riducendo gli standard di gigantismo imposti dal libero mercato, che garantiscono solo a pochi soggetti la libertà di espressione per imbavagliare tutti gli altri. È questa la chiave interpretativa che propongo in questo saggio sulla storia dell’informazione nell’ultimo quarto del XX secolo e all’inizio del XXI: oggi libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa, che è l’opposto di concentrazione editoriale e omologazione del messaggio.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

“Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet”, il libro

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Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il conformismo, la sciatteria, la sudditanza culturale, il servilismo e il carrierismo sono i primi motori di omologazione dei media tradizionali. Una speranza viene da Internet.

Nella nebulosa informativa, i “media personali di comunicazione di massa”, dove milioni di liberi cittadini possono dire la propria, libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa e giornalismo come bene comune.

Secoli prima che la nostra Costituzione garantisse il “diritto di stampa”, nella Venezia di fine Quattrocento era già stato codificato il “privilegio di stampa”. Ancora oggi l’imprinting del giornalismo ufficiale, che si fa scudo con la grande storia del Quarto potere, è la corrività con l’establishment politico ed economico.

La concentrazione editoriale spacciata per libertà d’espressione sta cancellando, senza bisogno di censure, le voci di interi spezzoni della società mentre gli sponsor si pongono come unici interlocutori del giornalismo.

Se il collateralismo tra mass media e potere è un consolidato processo storico e solo ciò che è vendibile è rappresentato, i media disegnano una società unidimensionale dove interi mondi sono oscurati, travisati o criminalizzati. In una società dove, usando le parole di Noam Chomsky, il giornalismo è “la fabbrica del consenso”, tutti i migranti sono delinquenti e tutte le donne aspiranti veline.

La crisi etica ed economica della stampa è accelerata dal medium che incarna l’informazione del futuro: Internet. A 15 anni dall’arrivo dei giornali in Rete è tempo di ripercorrerne la storia: le edizioni digitali rappresentano finora un’occasione mancata, usata per abbassare i costi, precarizzare i giornalisti e omologare verso il basso il messaggio.

Trent’anni di informazione digitale rappresentano però anche un parallelo processo di democratizzazione dell’informazione. La Rete offre sinapsi e tecnologia libera, rompendo la gabbia della concentrazione editoriale. Abbassando l’asticella permette a milioni di soggetti di far circolare notizie non filtrate dal mainstream.

Con luci e ombre, da molto prima della nascita dei blog, del Web 2.0, dei social network, la Rete ha reso possibile un giornalismo diffuso e partecipativo, dal basso, ma non per questo meno verificabile. Se i media tradizionali si basano sulla cooptazione, il “giornalismo partecipativo” fonda la propria autorevolezza sulla revisione tra pari caratteristica della comunità scientifica e sulla comunicazione aperta. Siamo di fronte a un’erosione del latifondo mediatico e a una Riforma agraria dell’informazione?

Gennaro Carotenuto insegna Storia del giornalismo e dei nuovi media e Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Macerata. Giornalista pubblicista, dal 1998 collabora con Radio3Rai e scrive per il trimestrale Latinoamerica dal 1992.
Ha collaborato con quotidiani come El País, La Stampa, La Jornada. Dal 1997 è analista di politica internazionale del settimanale uruguayano Brecha. Dal 1995 sperimenta il giornalismo partecipativo con un proprio sito personale: http://www.gennarocarotenuto.it. Nel 2005 ha pubblicato Franco e Mussolini, la guerra vista dal Mediterraneo (Sperling&Kupfer). Nel 2007 ha curato il volume Storia e comunicazione. Un rapporto in evoluzione (EUM).

Leggi online:

il sommario

l’introduzione

dal Capitolo 1 – La “fine del giornalismo”?

dal Capitolo 2 – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

dal Capitolo 3 – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Grazie a voi!

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Nucleare: minaccia iraniana o pericolo pakistano?

Nel momento in cui l’Iran è nell’occhio del ciclone per la sua presunta, ma piuttosto probabile, volontà di diventare l’ennesima potenza nucleare del pianeta, un’altra minaccia ben più concreta si profila all’orizzonte geo-strategico contemporaneo.

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La farsa elettorale in Honduras

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Colombia e Venezuela: amore e odio

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Donne in transito

http://www.forzearmate.org/sideweb/2009/rassegna-stampa/donna_soldato3--400x300.jpg

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L’anniversario della vergogna e le prossime elezioni comunali


Scrivo in queste ultime ore della giornata, non ho potuto farlo prima, per ricordare la grande vergogna del 18 novembre 2007, quando il primo referendum propositivo della storia d’Italia fu boicottato – e fatto fallire – dalla campagna pressante dell’Union Valdôtaine, il partito di governo, che invitava pubblicamente i cittadini a restare a casa, a non andare a votare (un invito sconcertante da parte di un partito che dopo 30 anni ininterrotti alla guida della regione un po’ di senso delle istituzioni dovrebbe aver acquisito).

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Alla FAO si ricordano che molti di loro sono gli eredi di assassini di decine di milioni di esseri umani?

"La conquista europea dell’Africa diede spesso luogo ad atrocità su larga scala. I due casi limite furono probabilmente quelli del Congo e dell’Africa Sudoccidentale tedesca (attuale Namibia).

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