Friday 25 May 2012, 06:18

Gli articoli con tag: " Oaxaca "

Partito radicale: i diritti umani alla RAI sono "cosa nostra"

Sta facendo molto rumore, dentro e intorno al servizio pubblico, un vero e proprio diktat di Marco Pannella (nella foto in divisa da ustascia croato). Nella RAI dell’endemica lottizzazione, il Partito Radicale invece di combatterla ne pretende a gran voce una in più: i diritti umani. Questi sono un nostro specifico, tuona l’ustascia in questione, e solo noi abbiamo i titoli per occuparcene.

Lo storico capo radicale (che l’Opinione vuole senatore a vita) non si limita, in una sorta di editto bulgaro alla rovescia e in minore, ad indicare una carenza del servizio pubblico e a chiedere il rafforzamento di un singolo tema nei palinsesti radiotelevisivi. Fa molto di più Marco Pannella, pretende un programma televisivo, arriva a deciderne già il conduttore in un suo uomo, Walter Vecellio, e stabilisce perfino i temi dei quali il programma si può occupare: “il Tibet, il Darfur, la Cecenia, lo Zimbabwe”.

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Messico, nuovo anno tra censura e autoritarismo

Tra palesi restrizioni della libertà d’informazione, lesioni ripetute dei diritti umani e leggi poliziesche, la deriva autoritaria del Messico di Calderón si fa sempre più preoccupante

CalderonUn nuovo gravissimo caso di censura arriva nei primi giorni del 2008 dal “nuovo” Messico delle frodi elettorali e delle polizie federali preventive di Felipe Calderón, confermando tutte le preoccupazioni sullo stato della libertà d’informazione del paese centroamericano.
La vittima è questa volta Carmen Aristegui, voce popolare della radio messicana e conduttrice del programma “Hoy por Hoy”, su W Radio, una delle emittenti di Televisa Radio, branca radiofonica del gruppo Televisa. … Leggi tutto

Oaxaca un anno dopo – Conversazione con Jessica Sánchez Maya, presidente della Limeddh di Oaxaca

Ho incontrato Jessica Sánchez Maya, presidente della Limeddh di Oaxaca, nella sede dell’associazione il 20 agosto scorso.

Attualmente lavorano per la Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani di Oaxaca, a vario titolo circa 12 persone, fino a un anno fa, cioè fino al momento in cui si è manifestato in tutta la sua violenza il conflitto sociale, soltanto lei e una segretaria riuscivano ad occuparsi di tutto.

Questo già rende l’idea di cosa sia cambiato qui in questi mesi.

L’acutizzarsi e il successivo divampare così violentemente del conflitto sociale infatti è come se avessero permesso alla società oaxaqueña di sviluppare una coscienza diversa di quello che sono e quello che rappresentano i diritti umani e dell’importanza fondamentale che rappresenta la denuncia delle loro violazioni per poter permettere alle associazioni che se ne occupano di intervenire in difesa delle persone.

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Reportage da Oaxaca

fonte: www.verosudamerica.com

La scorsa settimana ho visitato Oaxaca, la città della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca). Ancora oggi emergono la forza e l’unione popolare di una città che lotta e resiste contro le ingiustizie, mentre la repressione continua imperterrita e silenziosa, tanto da non fare quasi più notizia sui media.

Oaxaca (Messico) – Chi arriva a visitare Oaxaca non può non accorgersi dell’aria diversa che si respira qui rispetto al resto dell’intero Messico. I colori, i profumi e la ricca mescolanza di culture secolari rendono unica questa meravigliosa città coloniale, ma è quando ci si ferma a parlare con la gente del posto che ci si accorge di ciò che la rende realmente unica e differente.

Oaxaca ha paura, la si può leggere negli occhi di chiunque, dalla vecchietta del negozio all’angolo al proprietario di ristorante, passando per i commercianti degli innumerevoli mercati che popolano la città. Paura, frustrazione, paralisi si percepiscono al passeggiare tra le vie della città. Molta gente sembra intimidita al parlare dei fatti degli ultimi tempi, si sente quasi impotente. Non per questo però c’è rassegnazione, anzi.

Gli abitanti di Oaxaca non si rassegnano facilmente. La città ha rabbia, una rabbia storica, accumulata nei secoli e ancora più viva oggi. Questa rabbia deriva dall’autoritarismo imposto nella regione da 78 anni ininterrotti di dominio politico del PRI (Partido Rivolucionario Istitucional), che hanno fatto lo stato di Oaxaca uno dei più poveri, tanto da presentare i peggiori indicatori di sviluppo umano di tutto il Messico insieme al Chiapas. Ma la fiamma di questa rabbia è stata riaccesa e ravvivata negli ultimi anni e sarà difficile spegnerla questa volta.

Il PRI, infatti, continua a “governare” lo stato oaxaqueño. Il vecchio e autoritario partito, radicato grazie alla corruzione in tutte le istituzioni, mantiene alto il livello di attenzione e intolleranza nei confronti dei movimenti sociali indipendenti, con lo scopo di prolungare ancora il più possibile il suo dominio sull’apparato formale del potere.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’elezione, con il solito dubbio di brogli elettorali, del governatore Ulises Ruiz, sempre del PRI. La repressione ed il rinnovato autoritarismo avevano creato le basi per un vero rinnovamento, la nascita di un movimento che ha caratterizzato l’intero 2006, e che continua vivo e forte nonostante tutto, tanto da far considerare Oaxaca il teatro della prima insurrezione del XXI secolo.

Nel 2006 la APPO (Assemblea dei Popoli di Oaxaca) ha protagonizzato uno dei processi di dissidenza più significativi degli ultimi anni. Per mesi le barricate nella capitale statale, gli scioperi dei maestri e le organizzazioni che si sono sommate progressivamente alla protesta, hanno messo sotto scacco il governo di Ulises Ruiz.

Poteva essere la grande opportunità di sradicare definitivamente questo sistema autoritario da Oaxaca. Anche la congiuntura a livello nazionale sembrava aprire all’idea di un cambio reale e radicale, con la grande mobilitazione popolare contro la frode elettorale ai danni di Obrador. Così però non è stato.

Durante il momento più critico del processo di cambiamento popolare di Oaxaca si provò a stabilire un dialogo per una soluzione politica. Purtroppo però in questo stesso momento prese il via un’altra negoziazione, parallela alla prima e a livelli politici più alti, con la quale si decise di salvare il governatore oaxaqueño in cambio dell’appoggio alla “vittoria” elettorale di Felipe Calderón (del Pan, partito di azione nazionale).

Questo patto in pratica mise fine alla possibilità di una soluzione pacifica per Oaxaca. L’alleanza e la complicità tra le due necessità, quella del nuovo governo federale che contava con una base elettorale debolissima, e quella di un PRI con sempre meno spazio per muoversi dopo aver dominato quasi come partito unico la storia politica messicana per quasi un secolo, misero fine all’interruzione di Oaxaca per mezzo di pura violenza, sia federale che statale, che procurarono 27 morti e resero la violazione dei diritti umani nello stato di Oaxaca il pane di tutti i giorni.

La repressione di Oaxaca contribuì a mettere fine alle illusioni di molti circa la possibilità di una transizione politica messicana, facendo emergere le debolezze del nuovo ordine politico. Un ordine politico sostenuto basicamente da un accordo tra il PRI – che da partito d’opposizione si ritrova ad appoggiare la nuova presidenza Calderón – e il PAN, il partito che si era autoproposto come avversario dell’autoritarismo e della corruzione del PRI.

La “soluzione di forza” del conflitto di Oaxaca si basò sull’intervento violento della Polizia Federale Preventiva e sull’azione degli squadroni della polizia statale che secondo l’informe della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani provocò, tra il luglio e il dicembre 2006, 27 morti e 500 detenzioni illegali.

Violenza fisica e psicologica nei confronti delle persone detenute ed un uso sproporzionato della forza contro la popolazione furono le caratteristiche predominanti. La criminalizzazione delle proteste sociali, la persecuzione della libertà d’espressione e la punizione dei dissidenti divennero all’ordine del giorno nell’intero stato oaxaqueño.

Un primo avviso si ebbe con gli attacchi alle barricate di Santa María Coyotepec e Santa Lucía del Camino il 27 ottobre dello scorso anno (clikka sulla foto per ingrandire). Vi parteciparono autorità municipali, agenti paramilitari e le forze statali. Fu il giorno in cui furono assassinati 4 maestri ed il giornalista statunitense Brad Will. A questo seguirono l’avanzata della Polizia Federale Preventiva allo zócalo il 29 ottobre, un’ennesima repressione il 10 novembre ed infine l’offensiva finale del 25 novembre 2006.

In questo lasso di tempo centinaia di persone innocenti furono detenute e torturate. La maggior parte dei detenuti non ha avuto accesso a una giusta difesa, non furono riconosciute e certificate le lesioni di decine di arrestati e quelli di origine indigena non ebbero accesso ad un interprete.

Attivisti sociali e politici furono perseguiti ed attualmente sono ancora sette i detenuti relazionati con la APPO, tra questi anche i portavoce dell’assemblea, Flavio e Horacio Sosa , arrestati nel dicembre scorso a Città del Messico con l’inganno. L’arresto avvenne infatti in seguito ad un invito a negoziare da parte del governo Calderón.

Ma le violenze e la repressione a Oaxaca continua ancora, come si può leggere qui sui fatti del 2 novembre 2007 (sono disponibili anche tre interessanti video in lingua spagnola).

La APPO in pratica ha contribuito a rendere ancora più evidente la fragilità delle istituzioni messicane, gli scontri tra quest’assemblea popolare e la struttura del potere hanno messo a nudo gli attori politici principali del paese, ma per riuscire a spiegare realmente quello che è successo a Oaxaca ci si deve sforzare ad osservare i protagonisti dal basso.

E’ questo che fa emergere la differenza, il tratto caratteristico, quello che distingue una mobilizzazione da un movimento. A Oaxaca è nato un movimento. Non c’è, infatti, la presenza di un leader o di un partito politico alle spalle. Il movimento oaxaqueño è fatto di uomini e donne qualunque, uniti dagli stessi obiettivi e associati in un’assemblea popolare per la difesa dei diritti civili, delle minoranze indigene, a difesa del ruolo della donna e del medio ambiente, che lotta e resiste per lo smantellamento di un ingiusto regime, quello Priista di Ulises Ruiz.

Le autorità federali e statali da mesi ormai cercano di dimostrare che a Oaxaca sia tornata la pace e la tranquillità, offrendo come prova la riduzione delle manifestazioni e dei cortei della APPO. Ma cadono nell’errore di credere che la APPO ed il popolo di Oaxaca rientrino dei soliti canoni della vita politica. Così non è, la APPO ormai è un movimento ben radicato che non ha bisogno di scendere in piazza o di marce per dimostrare vitalità.

Solo un turista depistato o chi continua a confidare dei media di massa può realmente pensare che la APPO abbia perso forza o che il movimento sia stato soffocato. Chiunque altro, giunto a Oaxaca, si può rendere conto che la APPO è tutt’altro che finita. E’ viva, vegeta e radicata nel tessuto sociale di questo stato. Sicuramente però continua la repressione, come dimostrano i recenti avvenimenti del 2 novembre, una repressione che ha diffuso la paura tra le stradine di questa città, ma che non ha avuto l’effetto di abbattere la APPO, anzi. La paura si sta trasformando sempre più in rabbia, una rabbia nata dalla sensazione di sconfitta ed alimentata dai soprusi di un governatore autoritario (Ulises Ruiz) e da un governo federale ostile e non riconosciuto.

Una rabbia che può riesplodere da un momento all’altro.

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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iMille, ovvero i blogger interessa(n)ti

Volevo scrivere qualcosa da tempo su iMille (e su Cristina Fernández de Kirchner, e sugli scioperi in Perù, e su Oaxaca…) ma la scrittura mi assorbe e per me è un’ottima notizia. Colgo l’occasione per dire (sarà conflitto di interesse scriverlo sul proprio sito? Leggere sotto per capire il senso di tale affermazione) che venerdì prossimo, 27 luglio, modererò a Bologna un dibattito sull’America latina.

Insomma, sono rimasto incuriosito dal leggere che un blogger triestino, Mario Francescato, definisca "pipblogger" chi è "blogger per interesse proprio, chi usa il blog a supporto di altra attività o per promozione personale". Francescato punta il dito contro iMille, una lista di appoggio a Walter Veltroni e in particolare … Leggi tutto

Omero Ciai, lo scolaretto di La Repubblica, beccato per l’ennesima volta a copiare

La storia, gustosissima, ve la racconta Attilio Folliero ed è a lui che vi rimando. L’inchiesta nella quale Omero Ciai scoprirebbe le malversazioni della famiglia Chávez è, secondo quanto rivela Folliero, completamente copiata da altra fonte, ed è ragionevole pensare che Omero Ciai non sia mai stato nei luoghi che descrive e non abbia mai incontrato le persone che dichiara di aver incontrato. Di più, Omero Ciai spaccia come propria un’inchiesta da altri realizzata. Non proprio una sciocchezza in quanto a deontologia professionale.

Ciò segue ad una lunga serie di articoli scopiazzati da Ciai in giro, come puntualmente rivelato da questo e altri siti. E’ davvero sicuro il direttore Ezio Mauro che i lettori di La Repubblica non meritino una miglior copertura sugli avvenimenti latinoamericani?

Faccio solo tre brevi considerazioni:

1) si conferma una volta di più che il gruppo editoriale L’Espresso … Leggi tutto

En Oaxaca la APPO vive, la lucha sigue!

Per la nona volta, nonostante oramai il silenzio sia calato su Oaxaca, l’APPO è tornata a marciare per le strade periferiche della città, essendo inibito il centro. Sono tornati a chiedere la liberazione dei prigionieri politici e la cacciata di Ulysses Rúiz.


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Hugo Chávez, el reformista

Articulo publicado por La Jornada de México el 3 de febrero de 2007
La "ley habilitante" que, según la oposición, daría al presidente venezolano Hugo Chávez “poderes absolutos", simplifica y acelera la realización del programa socialista para el cual fue votado por el 63% de los electores el pasado 3 de diciembre. Dos meses después, una moderada nacionalización del petróleo y de la energía eléctrica, se realiza en paz, en democracia y sin tirones ni expropiaciones.

Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez a menudo es definido por la prensa internacional de manera polémica y objetivamente no … Leggi tutto

Hugo Chávez, il riformista

La “legge abilitante” che, secondo l’opposizione, darebbe al presidente venezuelano Hugo Chávez ?poteri assoluti”, semplifica e accelera la realizzazione del programma socialista per il quale è stato votato dal 63% degli elettori lo scorso 3 dicembre. Due mesi dopo, una moderata nazionalizzazione del petrolio e dell’energia elettrica, si realizza in pace, democrazia e senza strappi né espropri.

Hugo Chávez è spesso definito dalla stampa internazionale in maniera polemica ed oggettivamente non corretta: ?autoritario?, perfino “dittatore”. E’ difficile rompere il corto circuito delle vulgate, delle semplificazioni e della propaganda, ma è vero l’esatto contrario.

In un continente caratterizzato da repubbliche presidenziali, dove il potere del presidente è … Leggi tutto

La disinformazione attacca Radio3 Rai

Nella trasmissione Fahrenheit di Radio3 di oggi pomeriggio 2 febbraio, il giornalista del Corriere della Sera Rocco Cotroneo, si è lasciato andare alle seguenti due affermazioni testuali: “Chávez e Lula vanno in direzioni opposte*” e ancora “in nessuna favela brasiliana esiste più una sola chiesa cattolica”.

Addirittura? Mi domando che credito possa avere un giornalista che si lascia andare ad affermazioni tanto apodittiche quanto indiscutibilmente false e soprattutto tendenziose.

Non più tardi di mercoledì l’ottima trasmissione di Radio3, Radio3Mondo, ha ospitato, presentandolo come esperto di America Latina, il corrispondente negli Stati Uniti del Messaggero, Stefano Trincia. Essendoci qualcosa che non quadrava … Leggi tutto

Blog in 2000 caratteri

Paolo Maccioni: Il blog è una delle poche frontiere rimaste, se non l’unica, da opporre al m.m. (mainstream massmediatico) sempre più … Leggi tutto

Raccontami il blog in 2000 caratteri

Alcuni blogger, tra questi Luca Conti di Pandemia e Luca De Biase hanno lanciato l’idea di raccontare cos’è un blog a chi non ne ha mai sentito parlare a partire dalla propria esperienza. Raccolgo la sfida ed ecco il mio contributo.

Non scorderò mai di quando un professore, ero all’Università di Malta, mi chiamò nel suo studio. Si collegò in chiamata internazionale con Londra e davanti ai miei occhi si materializzò a colori la Gioconda, scaricata dal sito del museo del Louvre.

?Questo cambia il mondo?, ci dicemmo, e poche volte come quella avevamo ragione. Era il 1994, e usavamo Mosaic, predecessore di Netscape. L’anno dopo stavo a Madrid e lavoravo a El País, oltre a scrivere la mia tesi di dottorato. In tutta la redazione di uno dei più importanti quotidiani d’Europa c’era un solo computer collegato a Internet. Quando proposi di … Leggi tutto

Sul pluralismo informativo in Venezuela – in risposta ad un articolo di Peacereporter.

Anna Artemisia: ho appena letto su Peacereporter.net che [il presidente venezuelano Hugo] Chávez nei giorni scorsi ha minacciato di non rinnovare la licenza a Radio Caracas Television, la seconda emittente più grande del paese e notoriamente favorevole all’opposizione. Ammetto che la notizia mi ha lasciata perplessa: insomma non sarà una scelta sbagliata che attirerà critiche strumentali sulla rivoluzione bolivariana e su Chávez che proprio in un momento come questo ha un sostegno popolare tanto che non avrebbe davvero bisogno di rispondere alle sfide dell’opposizione con gesti antidemocratici come questi. Tuttavia sono anche cosciente di non avere tutte le informazioni sulla questione , per cui avrei piacere se lei volesse esprimere la sua opinione a riguardo [...]

Gennaro Carotenuto: Cara Anna, anche l’articolista di Peacereporter sembra non avere tutte le informazioni in merito. Frequento da tempo il Venezuela e i media venezuelani e, come Osservatore Internazionale, ho partecipato all’Osservatorio sui media durante le ultime elezioni del 3 dicembre 2006 in Venezuela. Ho quindi avuto occasione di studiare approfonditamente il tipo di copertura tanto dei media filogovernativi, quanto di quelli dell’opposizione.

I fatti inconfutabili sono:

1) Non c’è un solo paese al mondo dove continua ad esserci uno strapotere informativo dell’opposizione come in Venezuela. In tutto il mondo è in genere il governo a godere di vantaggi. In Venezuela, fin dal 1998, succede l’opposto. Ancora nell’ultima campagna elettorale è stato attestato che l’83% dei servizi televisivi, radiofonici, articoli di giornale, erano favorevoli all’opposizione. Se questa può essere ?come la definisce Peacereporter- una ?deriva totalitaria?, io sono la Befana. Al tempo del colpo di stato dell’11 aprile 2002, tale cifra sfiorava il 100%. Eppure i venezuelani non hanno creduto ai media né allora né oggi. E sicuramente non crederebbero a … Leggi tutto

Altri due segnali sinistri in Messico

Il nuovo presidente della Repubblica messicano Felipe Calderón, con un tratto di penna, e tra i primissimi atti del suo governo, ha raddoppiato il numero degli effettivi della PFP (Polizia Federale Preventiva). Questo corpo di polizia militare, impegnato attualmente nella repressione a Oaxaca con 4.000 uomini, è passato da 10 a 20.000 uomini. Evidentemente la PFP è … Leggi tutto