Friday 25 May 2012, 06:17

Gli articoli con tag: " Nigeria "

Minori migranti: il dossier di Save the Children

minori Minori Migranti: Save the Children, in Italia 7.797 ragazzi e ragazze stranieri non accompagnati. Marocco, Egitto, Albania, Palestina ed Afghanistan i principali paesi di provenienza.

7.797 minori stranieri non accompagnati sono arrivati in Italia nel 2008. Vengono da Marocco (15,29%), Egitto (13,75%), Albania (12,49%), Palestina (9,47%) ed Afghanistan (8,48%), seguiti da Eritrea (4,99), Nigeria (4,14%), Somalia (3,90%), Serbia (3,76%) ed Iraq (3,68%), per un totale di 78 paesi diversi rappresentati.

La maggior parte di questi minori è di sesso maschile, pari al 90,46%, contro il 9,54% di sesso femminile, ed ha un’età compresa tra i 16 (26,22%) ed i 17 anni (50,58%)(1).

… Leggi tutto

Fortezza Europa – 1502 morti nel 2008, 13.352 in venti anni

mappa-vittime-2008

Ho scoperto uno straordinario repertorio, Fortezza Europa. Da anni gli autori propongono una rassegna stampa sulle morti di migranti nel tentativo di entrare in Europa. Faccio ammenda, non lo conoscevo, ma mi domando perché strumenti come questo che la nebulosa informativa del giornalismo partecipativo offre a piene mani, non vengono mai citati dal mainstream.

Quando lavoravo a “El País”, a Madrid la cosa più bella era poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento (era la metà degli anni ‘90), quei dati all’epoca potevi averli solo se lavoravi in un grande giornale. Oggi i grandi giornali hanno perso (hanno voluto perdere) ogni vantaggio competitivo, salvo pochi casi (ricordiamo Giovanni Maria Bellu di Repubblica e “la nave dei fantasmi”) ed è la Rete il luogo dei documenti, l’ufficio documentazione aperto a tutti (gc).

ROMA – Ad avvistarlo è stato un pescatore, nel pomeriggio dello scorso 26 dicembre. Il cadavere galleggiava tra gli scogli di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco. È la vittima numero 1.502 del 2008. Un dato che segna un meno 23% rispetto al 2007, quando le morti documentate alle frontiere Ue furono 1.942, poco meno delle 2.088 registrate nel 2006. Difficile comparare i dati, dato che si tratta delle sole notizie riportate dalla stampa. Nessuno infatti è in grado di conoscere il numero di naufragi “fantasma” sfuggiti alla cronaca ma non ai pescatori del Canale di Sicilia, che continuano a pescare resti umani nelle reti, specialmente in prossimità delle coste libiche.

… Leggi tutto

Vivede è morta a Palermo

mattanza

E’ morta questa mattina nell’ospedale Civico di Palermo la giovane donna nigeriana sbarcata ieri a Lampedusa, aveva 19 anni secondo quanto riferito dal suo fidanzato arrivato a Lampedusa con lei.Aveva ustioni su tutto il corpo e presentava sintomi da assideramento.

Era stata sbarcata in stato di coma e dopo le prime cure alla guardia medica dell’isola era stata trasferita dall’elisoccorso al Civico di Palermo, dov’e’ deceduta.Il suo corpo già debilitato dalla lunga traversata non ha resistito alle ustioni che si era procurata durante la traversata a causa del carburante a contatto prolungato con la pelle. … Leggi tutto

Migranti, il decreto flussi 2008 del governo Berlusconi spinge al lavoro domestico e alla clandestinità

stor_8572743_46190 a cura dell’Avv. Marco Paggi

I dati di carattere generale
Innanzitutto è doveroso evidenziare la scelta del Governo di mettere a disposizione soltanto 150.000 quote. Questo taglio di 20.00 rispetto al decreto flussi del 2007 sembra essere una concessione anticipata a quanti reclamavano una moratoria sulla programmazione dei flussi migratori per gli anni 2009 e 2010.

Altro dato molto importante da segnalare è che una buna parte di queste quote non sarà concretamente utilizzabile o meglio, sarà molto difficilmente utilizzabile proprio da parte di coloro che provengono dai paesi a più alta pressione migratoria. E’ il gioco perverso del meccanismo delle quote riservate. Com’è noto l’art 3 del Testo Unico sull’immigrazione prevede la possibilità per il governo, in sede di emanazione del Decreto flussi, di riservare poche o tante quote tra quelle messe a disposizione a cittadini provenienti da paesi con cui l’Italia ha stipulato accordi di cooperazione in materia di immigrazione. Si tratta, lo ricordiamo, di quegli accordi che permettono espulsioni più facili grazie alla cooperazione in materia di espulsione da parte di alcuni paesi che quindi avrebbero, teoricamente, una prelazione sulle quote per favorire l’immigrazione dei propri cittadini.

… Leggi tutto

Vaticano sui gay: “non mettete la forca alla gogna”

papa20ratzinger_thumb Una proposta francese all’ONU vuole mettere al bando le persecuzioni degli omosessuali nel mondo. Ma il Vaticano si oppone con un argomento che appare un pretestuoso bizantinismo:

“vorrebbe dire mettere alla gogna i paesi che non riconoscono le unioni gay”.

Ebbene sì, di quello si tratta caro papa Joseph Ratzinger. Di mettere alla gogna i paesi che non rispettano la dichiarazione universale sui diritti della persona.

Di mettere alla gogna la pena di morte. Di mettere alla gogna la tortura. Di mettere alla gogna la discriminazione.

… Leggi tutto

AIDS (SIDA), chiamare le malattie col loro nome

aids_stop_inf--200x150 L’agenzia dell’ONU IRIN, per la “Giornata mondiale di lotta contro l’AIDS” (che in italiano dovrebbe avere come sigla S.I.D.A., come in francese e in spagnolo) malattia che colpisce almeno 33 milioni di persone tra i quali due milioni di bambini, rileva che in Africa, il continente più colpito, raramente questa viene chiamata con il proprio nome.

Nella Repubblica centrafricana si parla de “la grande malattia” mentre in Angola si chiama “la malattia della vergogna”. In Botswana è “la malattia della quale parla la radio”, nella lingua yoruba della Nigeria si parla direttamente de “la maledizione” mentre in bemba il nome della cosa è affilatissimo, “la lametta”.

… Leggi tutto

LA PROSTITUZIONE E L’IPOCRISIA COMUNE

La prostituzione e l’ipocrisia comune

Proibizionismo e regolamentazione: opposte soluzioni a confronto … Leggi tutto

A volte ritornano: Lawrence Summers, Barack Obama e la discarica Africa

Simone Santini – Clarissa

La squadra del presidente eletto Barack Obama è quasi al completo. Per il gruppo che avrà il delicatissimo compito di traghettare gli Usa fuori dalla crisi finanziaria ed economica, sì è pescato a piene mani (come del resto negli altri settori) tra i cosiddetti "clintoniani", ovvero figure che hanno fatto parte a vario titolo delle Amministrazioni Clinton negli aurei anni ’90. Tra loro spicca Lawrence Summers nella veste di direttore del Consiglio Nazionale dell’Economia, come dire il massimo consigliere della Casa Bianca sulle questioni economiche e finanziarie.

… Leggi tutto

L’esilio del Sale

Il sangue è ribollito ancora una volta il 19 settembre 2008 e  l’arcivescovo Sepe può concludere la cerimonia con il noto “A Maronna v’accumpagni”, fuori dal  Duomo di Napoli, per benedire la città e la regione, magari il Paese tutto. Ha ammonito la camorra e i sicari, “serpenti velenosi”, che  hanno ucciso sette persone, sei nigeriani e ferito un’altra. … Leggi tutto

C’è movimento a Roma

da IL MESSAGGERO

Immigrati in corteo verso Roma: traffico nel caos sulla Flaminia nuova, tensione con la polizia … Leggi tutto

Riflessione sulle Olimpiadi

Le Olimpiadi sono una spettacolo meraviglioso. L’essenza dello sport. Uomini che si sfidano per vincere, per superarsi. Hai 10 secondi, 30, due minuti per sperare che gli sforzi di una vita siano ripagati. … Leggi tutto

Siamo in guerra: e non si fanno prigionieri/re

da meltingpot.org

Questa foto è stata scattata nella notte del 10 agosto nella città di Parma, e ritrae una donna nigeriana in un comando dei vigili urbani.
E’ stata fermata durante una retata contro la prostituzione.

Non ritrae uno degli orrendi fatti di cronaca che imperversano durante le estati italiane.
E nemmeno l’esito di un viaggio della speranza.

E’ stata scattata presso la caserma di una delle forze che in Italia dovrebbero garantire sicurezza ai cittadini, ed in particolare a quella polizia municipale che ai comandi del Sindaco, è stata rafforzata nei poteri e nella dotazione di armi dai recenti pacchetti sicurezza.

La donna alla quale un intervento pubblico potrebbe garantire libertà e dignità se, come spesso accade, è vittima di sfruttamento sessuale, è stesa a terra ed esibita nella sua quasi nudità da una foto che, stando a quanto riporta un quotidiano locale, è stata scattata nel corso di un operazione che vedeva la presenza anche dei giornalisti e dell’assessore alla sicurezza.

Sembra priva di vita, ma l’articolo ci dice che sta bene e che al mattino è stata rilasciata. E’ solo a terra priva di forze, forse dopo la fuga o forse per le ore passate in stato di fermo.
Lo scorso inverno, sempre a Parma una caccia alla donna fu effettuata lungo il torrente Enza, con il risultato che alcune donne rischiarono il congelamento per aver tentato di attraversare il corso d’acqua nel tentativo di fuga. Sempre in nome della sicurezza.

Lo spettacolo del corpo braccato, del nemico inerme ed inerte è dato in pasto alla stampa.
Attenti voi che rovistate nei cassonetti, che girovagate per le città senza documenti, che vi attardate nei parchi la sera, che osate fare pic-nic lungo i corsi d’acqua. Sans papier, senza casa e poveri tutti. E ancora writers, lavavetri, rom, venditori ambulanti: questo è il vostro destino.

Alcuni giorni fa Marco Bascetta sul Manifesto parlava di governo locale trasformato in un formidabile dispositivo di repressione e regolamentazione delle vite, attraverso “una selva di ordinanze, normative, divieti, prodotte dall’arbitrio di valvassori e valvassini della governance diffusa, sostenuta dagli interessi corporativi e particolari che la circondano e la aizzano.”

Ordinanze, divieti e abusi che stanno trasformando le nostre città in un incubo, in un inferno di egoismo e violenza.
Violenza come quella che ha subito la donna nella foto, anche se non è stata picchiata.
Violenza dell’immagine delle due ragazze rom morte sulla spiaggia e accanto persone che continuano serenamente la giornata al mare.
Violenza di leggi che dividono, che creano cittadinanze differenziali, morti differenziali, infortuni differenziali, diritti sul lavoro differenziali.
Dopo le impronte ai bambini rom e i ricordi di un periodo oscuro del novecento, eccoci ripiombati ancora più indietro nel tempo, alla caccia alle streghe.

Chi può aiutare Fatima?

da http://voceribelle.ilcannocchiale.it/

PROGETTO LA RAGAZZA DI BENIN CITY

La chiamiamo Fatima, anche se il suo vero nome è un’altro.

Vive in Emilia, e la località non la indichiamo. … Leggi tutto

No Trespassing

Continuo dopo un’interruzione (forzata) di qualche giorno No trespassing. Del resto tempo o non tempo, lavoro o non lavoro (per tacere delle tante altre cose che possono impedirmi di stare qui a scrivere) l’ho detto tante volte: Marginalia è un blog “anomalo”, non ha nulla del “diario” nè tanto meno della testata giornalistica seppur “alternativa” (quella per intenderci che ti rifila le stesse identiche notizie girate sui “grandi” media con un cosiddetto “taglio critico”). … Leggi tutto

Indesiderabile: gridare è proibito

INDESIDERABILE: gridare è proibito

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone
che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in
partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro
cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su
quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero,
quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia,
sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una
paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo
tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano
rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli
aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i
viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome
non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno
successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella
Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo
momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era
dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò
poco.
In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal
Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a
bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di
resistere. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è
proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti
afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice
e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la
vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla
speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di
lei? Le sue foto ci mostrano un bel viso aperto, sorridente, carico di
giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno
decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già
coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima
anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente
Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo
prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come
un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà.
Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio
pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira
allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole
salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno,
dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da
schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel
Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro.
Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis
di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può
uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata,
racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte,
curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif
contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo
che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo:
«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la
maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del
Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci
si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto
avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola.
La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di
isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto
tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo,
c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio,
non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo,
ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora
soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate
costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente:
una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite
sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente
glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai
potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le
avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno
a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si
possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno
forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se
accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro.
La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che
la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno
preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio
posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di
sostegno che erano state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro
dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per
preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella
fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul
furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le
braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno
portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi
hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a
gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di
Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato:
mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla
faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi,
i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi
dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito
affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata
una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul
furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva
particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino
a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in
aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe
pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che
non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo
e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa
in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando
hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere:
Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella
medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi
hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché
la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo
piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il
rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove
certe persone sarebbero capaci di ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono
quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si
capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto
infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi
parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando
qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione,
parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si
cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito
dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va
meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non
succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un
problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori: Quel
martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha
subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di
essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità
non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa,
fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non
sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le
espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel
lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato
asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati,
permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del
suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla
violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al
borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno, sulla base di
motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un
sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la
richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la
pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le
autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla
in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva
immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per
le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti
delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e
inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno
ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini
dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più
posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella
fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione,
dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il
diritto alla vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha
conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di
Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne
sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi
opposti e speculari.
L’aeroporto:
luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il
miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri:
luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri,
gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno
dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei
suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie
trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per
Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia
cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava
ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti,
proteste. Alcuni ospiti – o meglio detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta,
i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono
più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per
telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba.
Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una
marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori
sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle
percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote,
per ricordare compagne
e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella
disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati
sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini
belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria
di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma
è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen,
costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il
non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano
sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il
Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista
che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella
degli altri paesi europei): Le
persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun
delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla
miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in
condizioni che si crederebbero appartenere al passato. La politica del
governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde,
questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato
come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in
modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di
15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.Voler
evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo,
tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il
ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare
testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole,
una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte
speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara.
«Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le
associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano
espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine
ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si
risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non
le servono più?».
_________________________________

Ringrazio infinitamente Floriana Lipparini che ha inviato in rete la vicenda
accaduta dieci anni fà in Belgio. E’ un estratto dal racconto
della vicenda di Semira Adamu, tratto dal suo libro ” Per altre vie-
Donne fra guerre e nazionalismi”: non solo per ricordare e sapere.

Doriana Goracci