
Viviamo in questi mesi una sorta di nuovo Medioevo politico, sociale e culturale. Viviamo, ogni giorno, le conseguenza del trionfo di una cultura, tutta italiana, che pone le sue radici nell’incontro della filosofia “soldi, potere e ipocrisia” di Berlusconi e del berlusconismo con l’individualismo esasperato e disumano tipico del capitalismo.
In questo nostro perfetto sistema videocratico (da vedere, al prossimo festival del cinema di Venezia, il documentario “Videocracy” dell’italo-svedese Erik Gandini), imperversano su tutti i canali viscidi uomini di potere, pronti a recitare, senza trovare la benché minima resistenza, il bollettino delle balle quotidiane. Intanto i segnali di speranza, come la lotta degli operai della INNSE, il no forte e motivato alle ronde dei comuni di Massa e di “Salerno”, la sentenza del TAR sull’ora di religione, il partecipato corteo agostano contro il ponte sullo stretto, l’Onda studentesca dello scorso autunno, rimangono gocce isolate nell’oceano.
Se è vero che grazie al maggioritario, al porcellum e al bipolarismo, Berlusconi e Bossi governano il paese con il 45% dei consensi come se fossero i padroni assoluti dello Stato, è altrettanto vero che esistono tuttora due diverse “Italie”.
Da una parte l’Italia di padroni e padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti; e poi, usando i versi di De Gregori, c’è “l’altra Italia”: l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento, l’Italia che lavora, che si dispera e che si innamora, l’Italia con le bandiere, l’Italia che non muore e che resiste.
E ci sono ancora, per quanto facciano di tutto per dimenticarsene e per farlo dimenticare (come testimoniano le ultime tornate elettorali), delle forze politiche che dovrebbero (e avrebbero dovuto) essere rappresentanti di questa “altra Italia”. Ci sono ancora, e ci saranno sicuramente almeno fino alla prossima primavera, delle regioni (Piemonte, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Basilicata, Calabria) governate da giunte di sinistra sostenute da Partito Democratico, soggetti della “Federazione della Sinistra” (Prc, Pdci e altri movimenti locali) e Italia dei Valori.
La domanda da porsi è questa: per quale motivo, a maggior ragione dopo l’approvazione del (vergognoso) federalismo leghista, tali giunte perseverano, salvo rarissime eccezioni, nell’errore della “moderazione”, quando avrebbero invece la possibilità di assumere, anche a livello legislativo, posizioni che destabilizzerebbero i piani di questa destra classista, clericale, fascista e guerrafondaia, facendosi così, finalmente, portavoce di quella troppo a lungo ignorata “altra Italia”?
Di aziende come la INNSE ne esistono a centinaia in tutta Italia; di lavoratori come quelli saliti sulla gru migliaia e migliaia.
Perché queste regioni invece di assumersi la responsabilità di diventare laboratori in cui “sperimentare” l’intervento istituzionale a fianco dei lavoratori attraverso iniziative di autogestione e cooperazione, di “nazionalizzazione” e di riconversione a difesa dei posti di lavoro e dell’ambiente, preferiscono riproporre l’atteggiamento autistico della regione Lombardia?
Perché solo la Toscana ha approvato una legge che smonta di fatto i teoremi razzisti e pericolosi per la comunità del “pacchetto sicurezza?
Perché dei suddetti governatori nessuno si è preso la briga di dire che non si può continuare a costruire strade e autostrade e che si potrebbe investire in un trasporto pubblico (si pensi alle ferrovie) di qualità e per tutti, anziché nella Tav, dannosa per l’ambiente, veloce come i vecchi Eurostar e con tariffe assurde?
L’elenco di simili domande, su lavoro, ambiente, sanità, istruzione, partecipazione dei cittadini…, potrebbe continuare a lungo.
Anni fa, molti anni fa, le regioni “rosse” erano il principale motivo di orgoglio del PCI, proprio perché, nonostante gli infiniti governi democristiani, continuavano con grande celerità il loro progresso sociale, sanitario, scolastico e lavorativo.
Di fronte alle sfide poste dalla crisi economica e dal mondo del lavoro, dalla questione ambientale, dall’attacco alla scuola e alla sanità pubblica, si può sperare che queste regioni “rosse” tornino ad essere un elemento di forte rottura nei confronti dell’operato del Governo?
O dobbiamo rassegnarci all’idea che l’unica strada percorribile sia quella del leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola, inizialmente eroe della “primavera di Puglia”, finito a dover mettere in giunta prima il principale esponente dei “baroni” della (disastrata) sanità pugliese e poi, per restare “in piedi”, l’Udc di Cuffaro e “Io Sud” della Poli Bortone (ex-Msi e An e adesso “leghista” del sud)?
Mattia Nesti.
Mattia Nesti su http://www.gennarocarotenuto.it