Friday 25 May 2012, 06:17

Gli articoli con tag: " Nicaragua "

Rocco Cotroneo, Titolo-sottotitolo-occhiello, come ti disinformo un lettore in tre righe

Honduras, Ancora una volta possiamo vedere come la stampa italiana, quando non può distorcere l’evidenza dei fatti, semplicemente la nasconde.

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Gianni Minà: Il colpo di stato honduregno, un fiammifero acceso per Obama

gianni_mina Il Manifesto del 2 luglio 2009

Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati Uniti.

Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito  “Sono stati violati i principi democratici”.

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Sequestrati gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro Patricia Rodas

Durante la riunione della OEA in corso a Washington è stato annunciato che gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro degli Esteri dell’Honduras Patricia Rodas sono stati sequestrati da un gruppo di militari incappucciati che li avrebbero picchiati durante il sequestro. Al momento solo il Ministro degli Esteri del governo legittimo dell’Honduras rimane sequestrata in una base aerea delle Forze Armate golpiste mentre i tre ambasciatori stranieri sono stati rilasciati.

Sequestrato il Presidente Zelaya, la UE, la OEA, l’ALBA, l’ONU contro il golpe in Honduras

zelayaNelle prime ore della mattina di domenica un commando di militari incappucciati ha sequestrato il presidente della Repubblica dell’Honduras Manuel Zelaya nella sua residenza di Tegucigalpa. Confermato che Mel Zelaya è stato tradotto in Costarica e che tale paese avrebbe concesso asilo politico al presidente.

Nel paese è comunque in corso il referendum per decidere se in novembre si eleggerà l’Assemblea costituente rifiutato dall’oligarchia.

LA PRIMA Testimonianza dall’Honduras: non credete ai media officiali, la gente vota e resiste!

URGENTE e INAUDITO: Sequestrati gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba, Venezuela e il Ministro Patricia Rodas

BARACK OBAMA: "L’unico presidente dell’Honduras che riconosciamo è Manuel Zelaya"

L’UNIONE EUROPEA CONDANNA ALL’UNANIMITA’ IL GOLPE

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Perù, “The Independent”: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”

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Il quotidiano britannico “The Independent” titola stamane in prima pagina: “le immagini rivelano tutto l’orrore della Tienanmen amazzonica”. Di seguito l’agenzia APCOM con tutta la storia. Dove sono i politici e i giornali sempre pronti a bacchettare i governi integrazionisti latinoamericani non per i crimini che (eventualmente) commettono ma per le spoliazioni che impediscono?

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Ismael León Arías: La repressione degli indigeni nel sangue. Alan García ha dei precedenti

Ismael León Arías è un giornalista peruviano. Direttore del quotidiano La Crónica nel 1985. Commentatore politico ed editorialista del quotidiano  La República per 14 anni. Ha lavorato in  radio e in  televisione,  occupandosi sempre di programmi di informazione e di politica. E’ stato docente di giornalismo all’Università Nazionale di San Marco di Lima, una delle più antiche e prestigiose università latinoamericane e capo stampa di questo istituto di studi superiori. Gestisce il blog La columna de León. Gli chiediamo di raccontarci  come sta evolvendo la situazione nel suo paese rispetto alla rivolta degli indigeni dell’Amazzonia che ormai va avanti da qualche mese:

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Da Iquitos (Perù), un testimone italiano della lotta degli indigeni contro il governo fondomonetarista

Qui a Iquitos, capoluogo della regione amazzonica di Loreto (la più estesa del Perù), dopo la mattanza del 5 Giugno a Bagua, il Comitato della lotta indigena ha indetto un’ assemblea in data 6 Giugno presso la Casa España alla quale hanno partecipato delegati e rappresentanti della popolazione iquiteña, tra questi; sindacati, partiti politici, ong, organizzazioni universitarie, intellettuali, giornalisti (pochissimi) e gente comune.
Tra i presenti la commozione e il desiderio di reagire e di ottenere giustizia era ed è fortissimo.
Al tavolo, come relatori, erano seduti Miller Lopez Santillane e Maritsa Ramires in rappresentanza del Comitato de lucha indigena.

Guarda il video con le testimonianze dei massacri e leggi il commento di Gennaro Carotenuto e l’intervista di Annalisa Melandri a Ismael León Arías.

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Massacro in Amazzonia, perché gli indigeni del Perù ci riguardano

090609015930_sp_pizango_afp_226 È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.

Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango (nella foto), costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro che questo in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio all’origine dell’attuale crisi.

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Le democrazie latinoamericane esigono a Barack Obama, la fine delle ingerenze, il rispetto del diritto internazionale e la fine dell’embargo contro Cuba

ObamaGaleano Cristina Fernández de Kirchner, presidente argentina, ha sintetizzato al suo omologo statunitense Barack Obama quello che tutto un continente pensa: “la fine dell’embargo contro Cuba non può essere un punto di arrivo di un percorso ma una precondizione” per iniziare a costruire relazioni di mutuo rispetto nel Continente.

Non sarà solo l’affabilità e perfino l’umiltà che sta dimostrando Barack Obama in queste ore a Trinidad e Tobago, per il Vertice delle Americhe, a sanare le ferite storiche di 170 anni di dottrina Monroe. Non sarà con una richiesta di voltare pagina e di “un nuovo inizio”, pur necessari, che si potranno lasciare alle spalle decenni di destabilizzazioni, colpi di Stato, complotti, assassinii, invasioni, crimini contro l’umanità, spoliazioni, imposizioni di patti leonini contro il Continente attraverso quell’aberrazione che è stata il “Consenso di Washington”, quel meccanismo perverso per il quale politiche e politici di paesi democratici o dittature potevano essere sommerse o salvate solo con l’imprimatur di una potenza straniera.

Non sarà con il ristabilimento di relazioni diplomatiche, con il Venezuela oggi (ed è un grande successo del Vertice di Trinidad), con Cuba forse domani, che recupererà credibilità il paese che per 60 anni ha imposto e tuttora sponsorizza all’America latina e al mondo il Fondo Monetario Internazionale come strumento di dominio neocoloniale.

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Intervista a Gadiel Arce: Ambasciatore del Nicaragua in Ecuador

Intervista all’Ambasciatore del Nicaragua Gadiel Arce in Ecuador

di Davide Matrone

Presso la Sala dell’Audutorium della Facoltà di Scienza della Comunicazione dell’Università Centrale di Quito si è tenuto un incontro con l’Ambasciatore della Repubblica del Nicaragua, il Companero Gadiel Arce. Un incontro, organizzato dalla Gioventù Comunista Ecuadoriana (JCE), nel quale si è presentata l’attuale situazione del Paese dell’America Centrale. L’Ambasciatore, già ex – guerrigliero del FSNL, parla ai giovani in sala con grande spirito rivoluzionario e racconta:

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L’America latina solidarizza con Gaza

not Manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese si sono ripetute in queste due settimane in tutta l’America latina. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il Continente, dall’estremo nord, il Messico, fino all’estremo sud australe, l’Argentina. La decisione diplomatica più chiara l’ha presa il presidente venezuelano Hugo Chávez: ha dichiarato persona non grata l’ambasciatore israeliano per protesta contro i bombardamenti nella striscia di Gaza espellendolo dal paese.

Anche altri paesi della regione, pur non arrivando a passi diplomatici di questa rilevanza, hanno emesso comunicati ufficiali di forte critica al governo israeliano. Dall’Argentina a Cuba, dalla Bolivia al Nicaragua all’Ecuador i governi latinoamericani per definire quanto avviene a Gaza hanno usato aggettivi come “criminale” e “terrorista”.

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Noto solo ora che Ygal Palmor, portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, stigmatizza il cardinale Renato Raffaele Martino, che ha detto che Gaza è un campo di concentramento, con parole molto simili a quelle con le quali attacca Hugo Chávez (gc; 15.15).

Repubblica Dominicana: alti ufficiali della Marina coinvolti nel narcotraffico con la Colombia

La mattanza di narcotrafficanti colombiani avvenuta lo scorso mese di agosto a Paya,   nella provincia meridionale di Peravia,  nella Repubblica Dominicana,  ha scosso profondamente il paese.
 
Che questo fosse da tempo diventato  crocevia e porto finale di un notevole traffico di stupefacenti dalla Colombia,  era cosa nota ma che in questo traffico fossero implicati  in maniera così evidente  ambienti militari, istituzionali e politici è stata la notizia che ha fatto aprire gli occhi di tutti sul fatto che la Repubblica Dominicana da qualche anno a questa parte si sta  convertendo in una sorta di narco Stato, anche  se il fenomeno non ha ancora raggiunto i livelli macroscopici di Colombia e Messico, tanto  per citare due paesi le cui vicende in materia di traffico di stupefacenti risaltano maggiormente all’ attenzione dei media di casa nostra.
 
Il 4 agosto scorso, sei colombiani e un nicaraguense,  che poco prima  erano sbarcati sulla costa con 1200  kg di cocaina e che per questo  carico dovevano ricevere 15 milioni di pesos, sono stati trucidati a colpi di arma da fuoco poco lontano dalla loro abitazione sul mare,  dove da tempo vivevano indisturbati e da dove è stato trafugato sia il carico di droga che una ingente somma di danaro in contanti.
Uno di loro, il nicaraguense, sopravvissuto fingendosi morto,  è riuscito a raggiungere un posto di polizia e ha quindi permesso il ritrovamento dei cadaveri  e l’identificazione di alcuni degli assassini che hanno agito indossando  le uniformi della Direzione Nazionale del Controllo Antidroga(DNCD).
 
Ne sono seguiti vari arresti, quasi tutti alti ufficiali della Marina di Guerra,  uno dei quali è risultato essere anche l’autore materiale degli omicidi, per cui si parla di una vera e propria cupola criminale all’interno dell’ istituzione militare che controllava anche il traffico verso la vicina Puerto Rico.
 
Un senatore, Wilton Guerrero del Partito della Liberazione Dominicana (PLD)  ha accusato  sia la DNCD, che  la Polizia e il Pubblico Ministero di quella provincia, di essere strutture al servizio del narcotraffico.
In effetti molti si sono chiesti, a mattanza avvenuta, come fosse possibile che nessuno avesse mai avviato indagini o per lo meno semplici controlli sui quei  cittadini stranieri sospetti, che conducevano un tenore di vita elevato, che vivevano così vicino alla costa e che tutti  sospettavano essere dei narcotrafficanti.
 
Il senatore Guerrero,  ha reso noto che da anni denunciava la connivenza tra narcotraffico e autorità militari e di polizia nella provincia di Peravia, ma le sue denunce erano sempre cadute nel vuoto. In particolare le sue accuse sono state rivolte al capo della polizia di Baní, il generale Hilario Gonzáles e al procuratore Víctor Cordero.  Il massacro dei colombiani, ribattezzato con il nome di  massacro di Paya,  ha finalmente acceso i riflettori su di una realtà scomoda, pesante e difficile da gestire, ma che tuttavia presenta ancora aspetti da chiarire, soprattutto su chi siano gli autori intellettuali degli omicidi e su che fine abbia fatto la droga e il danaro.
Wilton Guerrero in un incontro con il presidente della Repubblica Dominicana Leonel Fernàndez, avvenuto lo scorso mese di ottobre ha parlato di un “serpente che è stato preso per la coda e non per la testa”.
 
Perfino l’ambasciatore statunitense in Repubblica Dominicana, Robert Fannin si è preso la briga di denunciare che “importanti funzionari dominicani sono coinvolti nel narcotraffico”, dichiarazione che ha provocato non pochi malumori.
In particolare, il Cardinale Nicolás de Jesús Rodríguez ha detto: “gli Stati Uniti mancano di autorità morale per rilasciare dichiarazioni del genere”.
E infatti alle sue sono seguite le dichiarazioni dell’ex vicepresidente della repubblica e dirigente del PLD che afferma di avere informazioni secondo le quali “agenti della DEA che hanno prestato servizio nel paese, oltre ad agire con accondiscendenza, sono stati coinvolti in attività del narcotraffico e mai le autorità statunitensi hanno rivelato i loro nomi o li hanno giudicati”.
 
Praticamente lamenta che quando si parla di grandi narcotrafficanti  saltano alla cronaca soltanto nomi e cognomi ispanici, “mai i nordamericani hanno accusato un Brawn o uno Smith” e aggiunge che i traffici di droga in cui la DEA è coinvolta riguardano anche il Messico, la Colombia, il Venezuela, e molti altri paesi.
E’ un po’ come diremmo dalle nostre parti, il “segreto di Pulcinella”. Basta ricordare il Nicaragua e i Contras.
 

I veri motivi del recente viaggio di Álvaro Uribe in Messico, la destra latinoamericana e gli accordi con il Yunque

La recente  visita in Messico del presidente colombiano Álvaro Uribe è stata “altro” da quello che hanno raccontato in questi giorni i quotidiani  messicani e latinoamericani.

Formalmente  Uribe sembrerebbe essersi recato in Messico per chiedere al suo omologo Felipe Calderón un aiuto per sollecitare agli Stati Uniti lo sblocco del  TLC la cui firma è congelata ormai da mesi.

“Tutto quello che potrà dire Calderón alle orecchie delle autorità, dei mezzi di comunicazione e del popolo nordamericano, potrà essere di grande aiuto per la Colombia. Ho chiesto questo aiuto al presidente Calderón” ha spiegato Álvaro Uribe lunedì 10 novembre, nel corso della sua terza e ultima giornata di visita in Messico.

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L’Unione europea cerca l’Eldorado in Centro America

In Guatemala, questa settimana, si negozia il futuro delle relazioni politiche e commerciali tra l’Unione europea e i Paesi del Centro America. Fino a venerdì 10 ottobre, infatti, è in programma la Quinta riunione del tavola di lavoro che discute i termini dell’Acuerdo de Asociación tra i 27 Paesi dell’Ue e le repubbliche centro-americane (Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras, Costa Rica).

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La leggenda del re galantuomo e dell’indio villano ed ingrato

p_30_09_2008 Sandro Viola, classe 1931, è uno dei patriarchi del giornalismo italiano. Ieri ha scritto un editoriale su Repubblica intitolato “Il Re e i talk show”. Nell’articolo si lamenta della pessima qualità dei vari Ballarò, Porta a Porta eccetera e lo fa con un esercizio retorico scarsamente degno della sua lunga carriera.

Il succo è che per Sandro Viola sarebbe bello avere un Juan Carlos di Borbone con l’autorevolezza di zittire politici impresentabili come fece al vertice iberoamericano di Santiago del Cile nel novembre 2007 con Hugo Chávez.

Per Viola quel “por qué no te callas”, “perché non stai zitto”, pronunciato dal Borbone al negraccio dell’Orinoco, come il cameo di Marshall McLuhan in “Annie Hall” di Woody Allen, assurge ad una sorta di rivincita delle persone dabbene verso i politici quaquaraquà.

Il dabbene è Don Juan Carlos di Borbone e il quaquaraquà ovviamente il presidente del Venezuela.

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