XX settembre: la fu "festa della ragione"
In Uruguay, il paese che ha dato all’Italia la camicia rossa dei garibaldini e molti martiri alla Repubblica Romana, per circa un secolo il XX settembre è stato una sentita Festa nazionale: la “Festa della ragione”.
Con quella giornata gli illuminati, positivisti e laicissimi dirigenti politici di quel lontano paese celebravano la nostra Breccia di Porta Pia che elevavano a simbolo mondiale, un po’ come il 14 luglio francese è simbolo della fine dell’assolutismo.
Per l’Uruguay il XX settembre simboleggiava il trionfo della ragione dato dalla fine dell’oscurantismo papalino.
Nella legge istitutiva della festa della ragione si commetteva anche un curioso ma significativo errore: erano infatti i garibaldini e non i bersaglieri ad entrare in Roma dalla Breccia di Porta Pia. Un peccato veniale visto il ruolo avuto da Giuseppe Garibaldi nella storia della Repubblica Orientale dell’Uruguay.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
A cinque anni dal colpo di stato a Caracas dell’11 d’aprile 2002, propongo un saggio da me scritto nel 2003, ma ancora oggi ritengo attualissimo, per uno studio comparato delle reazioni delle masse latinoamericane al golpismo contro governi popolari: dal caso di Juan Domingo Perón, a quello di Salvador Allende fino a Hugo Chávez. Questo saggio, tra il 2003 e il 2004, in diverse versioni fu pubblicato su
Mario Vargas Llosa, sulle pagine di El País, ripreso dalla Stampa di Torino e da qualche decina di altri quotidiani in giro per il mondo, recensisce il libro “Operazione Che, storia d’una menzogna di Stato”, di Maite Rico e Bertrand de la Grange, che sostiene la tesi che il corpo di Ernesto Guevara non sia mai stato trovato e che le spoglie sepolte nel 1997 a Santa Clara siano solo una messinscena voluta da Fidel Castro.
Radio, Tv e giornali italiani danno discreto spazio al fatto che il quotidiano statunitense New York Times, per la prima volta in tre anni e mezzo, mostri le immagini del funerale di un caduto in Iraq. È il New York Times, non la Fox, eppure la notizia resta rilevante. Se George Bush non è mai andato ad un solo funerale dei 2811 caduti in Iraq finora ufficialmente celebrati, mentre in Italia la presenza delle massime cariche dello Stato è indispensabile, ci sono ragioni e differenze culturali profonde.
La storia di Uri Grossman (nella foto), figlio di David, militare di leva, morto a 20 anni in un paese straniero dove era stato mandato a fare la guerra, non può non commuovere ed ispirare pietà. Ma non può neanche indurre ad un messaggio che porta a leggere la guerra in Libano come parte dello scontro di civiltà tra un Occidente illustrato ed un Islam zotico.
Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole “satrapo” e “satrapia” con l’aggiunta dell’aggettivo “tropicale” per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come “satrapo”, “gulag tropicale”, “dittatore sanguinario”. Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.
Ho festeggiato anche io, come tutti o quasi tutti, anche se un po’ defilato, il trionfo azzurro, di questa squadra dalla saggezza proletaria di Gattuso, che ha saputo rispondere alla domanda delle cento pistole: “Sì, si può vincere un mondiale senza attaccanti”.