Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo.
Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l’una o per l’altra parte.
Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale che negli ultimi 40 anni aveva nella città la propria massima espressione con centinaia di maquiladoras, in appena due anni, sono già 4.600 e i rifugiati 100.000.
Così oggi Juárez è la città più violenta al mondo nel silenzio dei grandi media che preferiscono guardare colpevolmente altrove mentre la guerra produce anche decine di "omicidi politici" di sindacalisti, difensori dei diritti umani, militanti dei movimenti sociali.
A Radio3Mondo Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Ciudad Juárez.
Ascolta da questo link di Radio Rai l’audio (dal minuto 10 circa) e commenta su Giornalismo partecipativo.
Presto online il reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio.
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CIUDAD JUÁREZ – Per la prima volta il massacro di 15 studenti il 31 gennaio ha costretto il governo messicano a mettere (almeno formalmente) la faccia a Ciudad Juárez. Felipe Calderón è andato due volte in pochi giorni nella città, ha promesso pochi e tardivi interventi ma soprattutto più militarizzazione.
Con 4.600 morti ammazzati in 25 mesi, la città alla frontiera nord tra Chihuahua e Texas è il posto più violento al mondo, più di Baghdad o Kabul. Alla guerra tra narcos si sovrappongono altre guerre nelle quali esercito e polizie che occupano militarmente la città sono parte in causa e non forza di interposizione e dove un milione e mezzo di persone sono incerte tra resistere e fuggire da un modello economico fallito e che non offre più alcuna opportunità.
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Nei prossimi giorni corrispondenze e reportage da Ciudad Juárez.
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di Fabrizio Lorusso Mex, mercoledì 18 novembre 2009, 00:26
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Messico
La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto
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di Giorgio Sabaudo, martedì 17 novembre 2009, 21:25
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America latina, Colombia, Primo piano

Santa Marta.
Cecilia ha quarant’anni ed è nata in un paese a poche ore da Nabusimake “donde nace el sol” in arhuaco, capitale della Sierra Nevada nei pressi di Valledupar a otto ore dalla città di Santa Marta in Colombia.
La Sierra è la formazione montagnosa costiera più alta del mondo e la sua vetta maggiore è di 5775 metri.
Dalle sue cime si possono vedere i Caraibi.
Cecilia è un’ india che ora vive al parco Tayrona, riserva colombiana di incantevole bellezza caratterizzata dallo spettacolo che offre l’incontro della selva, che arriva ad altezze di 900 metri, con le spiagge caraibiche.
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Giorgio Sabaudo su http://www.gennarocarotenuto.it
Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.
Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.
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Non mi direte che non sia perlomeno insolita la pagina latinoamericana di El País di oggi. Su 18 titoli infatti ben 7, poco meno della metà riguardano Cuba, un paese dove non sta accadendo nulla di particolare. Va bene che il popolo cubano non deve essere abbandonato e non va spenta la luce sui crimini della dittatura castrista, ma almeno trovate qualcosa da dire!
Appena un articolo è dedicato all’Honduras, dove al contrario la luce va spenta perché vi è in corso un golpe buono che si fa via via più sanguinoso, uno il Messico dove hanno appena trovato quindici cadaveri ammucchiati dai narcos e uno sul Perù (a breve online qui il pezzo sul nuovo governo scritto in esclusiva per Latinoamerica) dove sta per ripartire la crisi amazzonica.
Fa eccezione l’Argentina con 4 articoli (Cuba+Argentina sommano così 11 titoli su 18. Sarà un caso?). I pezzi ribadiscono per l’ennesima volta che gli odiatissimi Kirchner sono al crepuscolo e presentano uno (strano?) accordo editoriale tra “La Nación”, il giornale della destra tradizionale argentina che appoggiò tutte le dittature militari e “El País” che formalmente è un giornale di centro-sinistra.
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di Martino Mai, giovedì 14 maggio 2009, 00:22
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Dialoghi
Chi racconta che l’arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.
Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle.
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di Redazione, giovedì 7 maggio 2009, 17:00
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Clima, energia, scienza, Consumi, Italia

A proposito di costruzioni pericolose e “fuori norma” in zone sismiche, un esempio particolarmente eloquente, che in questo caso unisce il danno ambientale dell’obrobrio architettonico, alla mancanza di qualsiasi criterio di adeguamento alla normativa per la realizzazione di un complesso edilizio in zona sismica, viene sempre dalla provincia de l’Aquila. Precisamente da Corcumello, un borgo medievale della Marsica, frazione del Comune di Capistrello.L’idea nefasta, nasce purtroppo nel contesto serio e necessario del Programma quadriennale di Edilizia Residenziale Pubblica, che la Regione Abruzzo aveva votato nel luglio del 1996, individuando nella delibera i “soggetti attuatori” e, tra questi, il Comune di Capistrello.
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In Messico quella che noi chiamiamo “mascherina” si chiama anche “tappabocca”. E i messicani, che in 5.000 anni di rigogliosa storia ne hanno viste di carestie, guerre ed epidemie indotte, fin da quella dei conquistadores, non hanno perso né la capacità di riflettere né la lingua tagliente e non si fanno tappare la bocca neanche dalla presunta nuova pandemia. A Città del Messico, poco dopo la scossa di terremoto dell’altro giorno girava (ovviamente di bocca in bocca) una battuta fulminante: “Cos’ha detto il Messico all’influenza? Uuuhhh, guarda come tremo”.
Oramai sembra evidente che i numeri delle prime ore, complice l’effetto valanga del sistema mediatico mainstream locale (Azteca e Televisa, un duopolio privato che il nostro a confronto è zucchero) e internazionale, erano stati gonfiati e i morti, che per un breve momento erano saliti per bocca dello stesso presidente Felipe Calderón a 159, sono stranamente precipitati ad appena una ventina.
Una ventina concentrati un una megalopoli di venti milioni di abitanti, dove una dozzina di decessi vengono dai quartieri più poveri e in un contesto dove qualunque influenza che si rispetti fa un numero di vittime ben maggiore. Dopo l’antrace e l’aviaria anche la suina, ribattezzata influenza A o H1N1 per neutralizzarne il nome (si dice su ordine della multinazionale della carne suina Smithfield Food Inc.), sta retrocedendo dalla categoria di “pandemia” a quella di psicosi indotta dai media e dal governo.
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Ucciso il capo della polizia a Ciudad Juárez, l’epicentro della catastrofe messicana.
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di Gennaro Carotenuto, giovedì 25 dicembre 2008, 01:46
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Disinformazione, Media, Messico
Laura è Miss Sinaloa, o qualcosa del genere, che è all’incirca come dire Miss San Benedetto del Tronto. Ma Laura, una bella ragazza messicana (chi l’ha detto che i messicani sono brutti?), sarebbe anche implicata nel narcotraffico fino ad essere arrestata.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 12 dicembre 2008, 15:38
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America latina, Colombia, Diritti umani, Disinformazione, Guerre infinite, Media, Messico, Politica internazionale, Primo piano
La storia dei “falsi positivi” in Colombia, della quale diamo conto oggi per Latinoamerica (e non è la prima volta), è una di quelle che dovrebbe provocare una sollevazione morale nella stampa e nell’opinione pubblica. Anche italiana, visto che ha saputo commuoversi per la storia a lieto fine di Ingrid Betancourt.
Il presidente colombiano Álvaro Uribe, il politico latinoamericano più amato dalla stampa internazionale, ha causato la morte di almeno 1.157 persone innocenti, completamente estranee alla guerriglia, perché la logica della “guerra al terrorismo” post 11 settembre pagava un tanto per ogni cadavere.
Così centinaia di cittadini inermi sono stati sequestrati dall’esercito, assassinati, quindi rivestiti con una tuta mimetica con il simbolo della guerriglia delle FARC per permettere agli assassini di passare all’incasso. Omicidi pagati dallo Stato colombiano e, al di sopra di questo, dal governo degli Stati Uniti.
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di Gennaro Carotenuto, sabato 6 dicembre 2008, 12:06
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America latina, Femminicidi, Media, Messico
Un eccellente luce sui femminicidi stamane nella trasmissione di Radio1 RAI “Inviato Speciale”. Cecilia Rinaldini, dedica un intero speciale alla situazione di Ciudad Juárez.
Juárez è la città messicana alla frontiera col Texas dilaniata, fin dalla firma del trattato di libero commercio con gli Stati Uniti nel 1994, dalla violenza di genere e da qualche anno anche tra i principali epicentri del narcoterrorismo che quest’anno ha già fatto 5.000 morti in Messico.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 5 dicembre 2008, 16:35
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Infografica, Messico, Neoliberismo
La guerra più dimenticata del mondo, quella dei narcos messicani, compie ogni giorno un passo verso l’abisso nel silenzio complice dei media internazionali.
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di Yani Alvaro, martedì 4 novembre 2008, 16:57
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Dialoghi
I gruppi paramilitari della droga assoldati per reprimere le battaglie per i diritti dei lavoratori. E i desaparecidos sono sempre di più. Coinvolta anche la “Coca Cola” sudamericana di Anna Foti per Libera

Un intreccio complesso unisce le indagini di Falcone sui legami tra Cosa Nostra e i narcotrafficanti colombiani, il primato della stessa Colombia nella produzione di cocaina, il cambiamento di rotta di questa polvere bianca verso l’Italia della ‘Ndrangheta dopo l’arresto di Totò Riina e Pablo Escobar nel 1993, la connivenza tra la malavìta calabrese, i cartelli del narcotraffico e i gruppi paramilitari della nazione sudamericana e infine le persecuzioni poste in essere da questi nei confronti dei sindacalisti, specie se lavoratori dell’ingente sistema colombiano “Coca Cola”.
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Yani Alvaro su http://www.gennarocarotenuto.it