Friday 25 May 2012, 06:05

Gli articoli con tag: " mercenari "

Derattizzare (lettera straordinaria di Ettore Masina)

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.

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Achtung banditen!

C’era una volta un nemico. Aveva un nome, un volto, un’idea, forse anche un sogno. Si certo! Anche i nemici sognano e hanno sentimenti e passioni. Un altro nemico iniziava il suo ruolo e la sua lotta. Tra i due nemici un popolo si divideva, si schierava ed esprimeva una sua natura di alleato o ribelle, una formazione cultural religiosa, una concezione di Stato che erano frutto dell’interpretazione della Storia vicina e lontana. Una guerra mondiale di fatto non ha parte, ma solo interessi di parte e volontà di potenza. Un conflitto è sempre caratterizzato da un artificio creato appositamente per motivare e giustificare l’inevitabilità della dichiarazione di guerra.

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Israele in Colombia di José Steinsleger

    Pubblicato in due riprese su LA JORNADA del 12 e del 19 Marzo

Dopo il “fuoco incrociato” che nel luglio passato pose fine alla vita di 11 deputati prigionieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), il comandante Raúl Reyes avvertì in una intervista con TeleSur (venezuelana) che mercenari americani, inglesi ed israeliani stavano perlustrando le foreste amazzoniche con il proponimento di “mettere in congedo” alcuni dirigenti di questa organizzazione. … Leggi tutto

Lo Squadrone bianco della Vita

Vorrei raccontarvi come nacque in me l’immagine dello Squadrone Bianco.

Da certe donne di Napoli, ho appreso che, nel tentativo di buttare la 194 oltre i rifiuti ancora per strada, è stato fatto un blitz ieri pomeriggio alle ore 18,20 dallo Squadrone Bianco della Vita al nuovo Policlinico dell’Università Federico II dove una donna aveva effettuato un interruzione terapeutica di gravidanza, un aborto terapeutico alla quarta settimana, regolarmente effettuato nel rispetto della legge 194 e della salute della donna che ha subito l’intervento e che ha espulso, peraltro, un feto morto. 7 uomini in divisa hanno fatto irruzione nella clinica ostetrica per indagare su un interruzione di gravidanza di un feto malformato perchè le indagini sembravano riguardare un’ interruzione fuorilegge, su suggerimento di una segnalazione anonima che denunciava una donna che stava abortendo oltre il secondo trimestre, per sbarazzarsi del feto. La donna è stata spaventata, interrogata, chiedendole dell’aborto e della gravidanza nei minimi particolari quando ancora si trovava sul lettino. ll blitz è avvenuto dopo 20 minuti dall’aborto e anche il personale medico e non, le donne in stanza con lei e tutti quelli che si trovavano in ospedale sono stati sottoposti ad un interrogatorio minuzioso. Insomma un’autentico blitz antimorte. Le donne napoletane invitano in piazza Vanvitelli, alle ore 17, giovedì prossimo. “La nostra mobilitazione – affermano – partirà da Napoli e diventerà vigilanza e presidio permanente in ogni piazza d’Italia. Autodenunciamoci tutte per aver deciso nella nostra vita”. … Leggi tutto

Maurizio Chierici sull’Unità: salvate il bambino Emanuel

Storia di un bambino all’onore della cronaca, ma il bambino non lo sa. Ha tre anni e mezzo, si chiama Emanuel, «Dio è con noi». Dietro la grazia del nome la vita resta un inferno. È nato dall’amore «proibito» tra Clara Rojas e un carceriere che ne vegliava la prigionia. Proibito, perché il dogmatismo marxista delle bande armate condanna ogni rapporto personale «col nemico». Da sei anni nella foresta colombiana, la madre è prigioniera delle Farc assieme a Ingrid Betancourt.

Volevano sfidare il presidente liberista Uribe per smontare le cosche politiche, militari e mafiose che schiacciano la società civile. Elezioni 2002. Come tutti sanno, l’idiozia delle bande armate legate ai narcos le trasforma in merce di scambio. Il massimalismo finisce sempre per dare una mano al potere. Emanuel è venuto al mondo con un taglio cesareo improvvisato nelle frasche di una capanna: per bisturi, il coltello da cucina. Nasce col braccio destro anchilosato. Bianco, piccolissimo, pesava niente, racconta in Tv nell’aprile 2006 il giornalista Jorge Enrique Botero presentando il suo libro «Ultime notizie dalla guerra». La madre era rimasta sola. Guerrigliero-padre allontanato appena il comando Farc viene a sapere che Clara Rojas aspetta un bambino. Ivan Rojas, fratello di Clara, non sopporta l’insinuazione: si rivolge al tribunale per far sequestrare il volume. Ma arrivano altre informazioni: il 28 aprile 2007, John Frank Pinchao, poliziotto-ostaggio sfugge alle Farc e conferma la maternità di Clara. Emanuel tira avanti per qualche mese nell’umidità della malaria, divorato dalla verminosi e dagli insetti. Fin qui una storia come tante nella Colombia dove tre milioni di profughi interni vagano come i fantasmi del Darfur. Per Emanuel, o per i ragazzi soldato, o per i tre bambini che ogni minuto chiudono gli occhi sfiniti, ancora nessuna speranza, anime morte nel tritasassi del potere. Potere delle Farc: tenerezza verso il bambino pensando al ricatto d’oro che può procurare. Potere del presidente Chavez: vede nella sua liberazione la cometa che può illuminarlo mettendo in ombra le amarezze del referendum perduto; potere del presidente Uribe deciso a non permettere il ritorno alla vita di Ingrid Betancourt, di Clara Rojas e di ogni intellettuale in grado di smascherare i suoi appetiti. Dove Chavez ha fallito lui potrebbe farcela: sta cambiando la Costituzione per la rielezione eterna. Emanuel diventa il giocattolo conteso da queste ambizioni. Senza contare l’impazienza dei professionisti della violenza. Nel racconto di Pinchao, tre mercenari californiani, prigionieri assieme agli altri, protestano per i lamenti del neonato. L’essere ostaggio fa parte del loro contratto di lavoro, contractors della Microwawe System ingaggiata dal Pentagono per dare una mano all’antiguerriglia di Uribe. Ma l’aereo cade nella foresta, eccoli in catene. Emanuel ne disturba il sonno. E i pianti durante le fughe improvvise lasciano tracce che mettono in pericolo la loro incolumità. O ve ne liberate voi, o ce ne liberiamo noi: i signori della guerra non amano le sfumature.

Piaghe per bruciature di sigaretta strappano il cuore della madre. Per giorni invoca la restituzione del piccolo appena lo portano via per metterlo al sicuro. Le Farc consegnano Emanuel «ad una persona onesta» nella speranza che la vita normale lo aiuti a sopravvivere in previsione di chissà quale ricatto. Josè Crisanto Gomez fa il muratore ed ha cinque figli: abita a El Retorno, dipartimento di San Josè di Guaviare, regione Farc. Emanuel arriva su una lancia a motore. Ha bisogno di cure, ma il muratore e la moglie non sanno come alleviare lo strazio del braccio anchilosato. Due mesi dopo si arrendono: nel luglio 2005 José consegna il bambino all’ospedale. Detta il nome all’impiegato che tiene in ordine i registri d’accoglienza: Juan David Gomez Tapiro, «pronipote». Povero Emanuel, sembra agli sgoccioli e l’ospedale avverte l’Istituto Colombiano per la Tutela della Famiglia. Diventa uno dei 15.853 piccoli che in anno la guerra civile disperde senza identità controllate, ecco perché i registri della Tutela Famiglia vengono passati al microscopio dai servizi segreti: dietro ogni minore abbandonato c’è forse un guerrigliero. Quali sospetti può aver suscitato David-Emanuel resta un segreto, ma sei mesi fa qualcosa si muove.

Sarkozy riaccende la diplomazia: accogliendo le preghiere dei figli, madre e marito di Ingrid Betancourt, comincia un pressing diplomatico su Uribe spingendolo ad allargare la speranza alla «mediazione del presidente Chavez», come suggerisce Piedad Cordoba, senatrice dell’opposizione colombiana. Appaiono due notizie che solo adesso è possibile mettere in relazione. Mentre la mediazione Piedad-Chavez è ancora sotterranea, anche se già annusata dai servizi dell’altra America, la giornalista venezuelana Patricia Poleo pubblica sul foglio di famiglia Nuevo Diario, la rivelazione bomba: Ingrid è custodita da Chavez in territorio venezuelano. La famiglia Poleo vive tra Washington e Miami. Il giornale si stampa a Caracas nutrito dai capitali di una misteriosa fondazione Usa. Patricia non può tornare in Venezuela. La insegue un mandato di cattura per l’assassinio del giudice Anderson: stava indagando sui mandati del colpo di stato anti Chavez, 2002 e un commando l’ha fatto fuori. Nessun quotidiano delle Americhe abbocca alla storia di Ingrid: tutti sanno chi sono gli amici della Poleo, ma l’Europa è lontana e scioglie l’emozione. A questo punto Chavez viene a galla: riunisce una conferenza stampa dichiarandosi disposto a contattare Marulanda, vecchio capo Farc. Succede mentre John Frank Pinchao, poliziotto sfuggito alla prigionia, inonda ogni prima pagina colombiana con il racconto di Emanuel, figlio di Clara. I fogli popolari ne sollecitano con impazienza la liberazione: ogni sera titoli da copertina. Ed ecco il secondo avvenimento: Alberto Cuta, funzionario che tutela i diritti della famiglia ed ha maneggiato i documenti di David-Emanuel, a fine agosto sale a Bogotà dalla regione Farc del Guaviare. Fa precedere il viaggio da lettere nelle quali spiega d’essere in possesso di informazioni importanti. Quali? Ne porterà le prove. Alberto Cuta non arriva a destinazione con le notizie: sgozzato appena mette piede a Bogotà. Sono i giorni dell’idillio improvviso Uribe-Chavez. Il presidente venezuelano dà piena fiducia al presidente colombiano: deve dimostrare che Ingrid e i 45 ostaggi che le Farc mettono a disposizione per lo scambio, sono vivi. Da quattro anni familiari e autorità non hanno notizie. Chavez vola a Parigi ad incontrare Sarkozy, populismo del socialismo o muerte, in sintonia col populismo country club. Questione di ore, lettere e immagini stanno per arrivare. Ma il giornale argentino Pagina 12 sospetta qualcosa: Uribe non ha convenienza che una mediazione internazionale lo metta da parte, eppure ne sembra sollevato. Perché? Poche ore e tutto diventa chiaro: subito dopo la telefonata di un emissario Farc che annuncia a Chavez l’arrivo di lettere e foto, l’angolo della foresta dalla quale il messaggero chiamava viene bruciato da un bombardamento selvaggio e gli emissari in viaggio verso il Venezuela con lettere e immagini, arrestati e fatti sparire dalla polizia colombiana. Chavez è servito come allodola. Con una scusa Uribe subito se ne libera, mediazione finita: torna a decidere da solo. Di Emanuel non si parla più. Per poco: sono le Farc a rimettere il bambino in primo piano. Lo libereranno assieme alla madre e ad un’altra signora ex deputato da sette anni in catene. A Chavez il compito di garantire il ritorno di Emanuel e delle donne. Sarkozy, e i democratici di Washington sono d’accordo: si respira aria da prova generale per la liberazione Betancourt. Kirchner accetta di guidare la commissione di garanzia assieme a Marco Aurelio Garcia, numero due del Lula brasiliano. Svizzera, Francia, Cuba, Ecuador, e Bolivia li accompagneranno nella foresta con ministri e ambasciatori. Né Graham Greene, né Le Carré avevano immaginato qualcosa del genere nei loro romanzi. La Colombia apre le porte con generosità, stessa generosità del Chavez che organizza la carovana di aerei ed elicotteri parcheggiati nell’aeroporto colombiano di Villavincencio, città agricola, capitale delle rose: ogni mattina, un po’ congelate, le rose prendono il volo verso le vetrine di Miami e New York.
Per Emanuel, la madre e l’altra signora sembra fatta. «L’abbiamo battezzata “operazione Emanuel” in onore del piccolo prigioniero». L’ex presidente argentino e gli altri si sistemano in una fattoria bunker pronti a saltare sugli elicotteri per raccogliere gli ostaggi in cammino. Aspettano le coordinate del posto segreto; aspettano, ma le coordinate non arrivano. La signora Fernandez, moglie di Kirchner e presidente a Buenos Aires, telefona preoccupata al marito: ha parlato con Uribe, l’ha trovato scettico. È convinto sia una messa in scena che finirà in niente. «Montatura mediatica». Kirchner marito si arrabbia: «C’è di mezzo un bambino, nessuna montatura…». Trecentocinquanta giornalisti ammucchiati a Villavincencio stanno aspettando. Aspetta il regista Oliver Stone, documenterà il momento storico della presa in consegna degli ostaggi.

Ma le Farc tardano e un Chavez da qualche giorno stranamente diplomatico rompe la bonaccia: qualcuno sta cercando di frenare i passi dei prigionieri. Gli risponde Uribe: la regione segnalata dalle Farc è libera da ogni forza armata. Nessuna operazione in corso. Il ritardo dipende da chissà quali problemi interni della guerriglia. Lascia capire: fanno sempre così. Luis Carlos Restrepo, commissario per la pace del governo colombiano, va a trovare Kirchner e gli altri volontari, confermando le parole del presidente: da tre settimane non un solo militare pattuglia la foresta. Ma Miami Herald e Nuevo Herald, hanno altre informazioni. Il giornalista Guillem parla col generale comandante della quarta divisione, Freddy Padilla de Leon e scopre che dal 19 dicembre è in corso l’operazione Emanuel. Stesso nome dell’impresa che libera i prigionieri: non si fa confusione? Il significato è diverso, spiega il generale. Il nostro Emanuel vuol dire buon Natale. Natale sicuro nelle foreste della regione. Sicurezza armata fino ai denti: i comandanti dei battaglioni 19, 22, 44, documentano morti e prigionieri fra le «le bande criminali Farc». Ogni giorno scontri duri nel verde che doveva essere disarmato. «Gruppi intercettati, agganciati, distrutti…». E le notizie che il commissario di Uribe porta alla delegazione Kirchner cominciano a cambiare: le Farc hanno attaccato un aereo militare con 30 uomini a bordo. Per fortuna il razzo si è perduto, ma è allarme.

Il 28 dicembre l’informazione pesante: Restrepo avverte che la Colombia non è in grado di garantire l’incolumità di Kirchner e Marco Aurelio Garcia nel momento del faccia a faccia con le Farc. «Siete bianchi ed importanti. Sospettiamo vogliano prendervi prigionieri». Kirchner si lascia andare coi giornalisti argentini: «Ho l’impressione che ci invitino a tornare a casa». E a Villavincencio all’improvviso appare il presidente Uribe. Conferenza in una base militare: non è vero che le truppe colombiane frenino l’incontro. La Farc non può venire all’appuntamento perché Emanuel è nelle nostre mani. Non prigioniero; ospite segreto in un istituto di assistenza. Ma perché dirlo solo adesso? vogliono sapere i commissari arrivati da sette paesi. «Anch’io lo so da poche ore…». Missione interrotta. Nel racconto presidenziale, il muratore al quale le guerriglia aveva consegnato Emanuel due anni prima, avrebbe tentato di riprendersi il bambino come gli era stato ordinato dalle Farc. Non ce l’ha fatta ed ha confessato la verità. Con la moglie e i cinque figli viene trasferito a Bogotà sotto protezione di stato. Esiste un’altra versione: il muratore è sotto protezione da più di un mese. Messo alle strette dopo l’assassinio di Alberto Cuta, difensore dei diritti della famiglia, avrebbe conservato il segreto lasciando che il presidente facesse finta di aspettare l’Emanuel in marcia nella foresta. La prova dna conferma: il bambino è proprio Emanuel. Uribe se ne proclama protettore, la nonna e lo zio lo vorrebbero per loro, Chavez ne festeggia «l’identificazione»: merito nostro se oggi sappiamo che non è prigioniero. E la madre, e l’altra signora deputato? «Abbiate pazienza, le riporteremo a casa». Fino a sei mesi fa Emanuel era un fantasma. Adesso è solo un bambino, ma non sa con quale nome e in quale famiglia gli strateghi dell’intrigo internazionale gli permetteranno di giocare lontano dagli occhi di nuovi e vecchi carcerieri.

mchierici2@libero.it

Colombia: un bambino stritolato dalla "guerra al terrorismo"

uribe_bush L’unica cosa sicura è che soprattutto la vita di Clara Rojas, la madre del piccolo Emmanuel, è in pericolo come mai prima d’ora. Metterla a tacere per sempre, tanto da parte delle FARC come da parte del governo di Álvaro Uribe, è senz’altro la soluzione più semplice. Cosa vuoi che sia un morto in più in un paese che si dissangua da mezzo secolo?

Cerchiamo di ricapitolare sfrondando. Secondo quanto ammettono adesso le stesse FARC, in un comunicato per il quale non vi è altro aggettivo possibile che "farneticante", il bambino Emmanuel, figlio di Clara Rojas, la più stretta collaboratrice di Ingrid Betancourt, non era già più con la madre da circa due anni.

Dunque le FARC hanno fatto mobilitare i governi di otto paesi, Francia, Svizzera e i sei più importanti latinoamericani, la Croce Rossa internazionale, sulla base di un falso. Nella migliore delle ipotesi supponevano di poter recuperare il bambino, ma non ne sono stati in grado e

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Blackwater, tutti i crimini della Banda Muti dell’Iraq occupato

EttoreMuti Il New York Times sta rivelando alcuni dettagli agghiaccianti sulla presenza in Iraq della Blackwater, la banda paramilitare alla quale il governo degli Stati Uniti ha pagato quasi un miliardo di dollari per fare il lavoro sporco.

Il caso che ha scatenato la sospensione della licenza (sospensione al momento revocata) da parte del governo di Nuri al-Maliki è stato quello di due settimane fa, in una delle più trafficate piazze di Baghdad. Secondo molteplici e credibili testimonianze, una giovane coppia con due bambini non era stata abbastanza svelta a lasciar passare la banda … Leggi tutto

Mercenari a giudizio a Bari, mercenari impuniti a Baghdad

51151-stefio Due notizie sullo stesso tema, ma di segno diverso, arrivano rispettivamente da Baghdad e da Bari. A Baghdad l’occupante impone gli assassini della Blackwater al governo sovrano iracheno, a Bari a giudizio i mercenari italiani.

La procura della Repubblica di Bari ha deciso il … Leggi tutto

Brecha – El “nuevo oriente medio” de George Bush está explotando

La Francia de Sarkozy sostiene que la guerra estadounidense contra Irán es inevitable. Israel declara a la Franja de Gaza una entidad enemiga y le corta luz y gas a un millón y medio de personas. Irak y Afganistán van de mal en peor, y en Líbano siguen volando diputados cristianos. ¿Será éste el “nuevo Oriente Medio” de George Bush? … Leggi tutto

I mercenari della Blackwater cacciati dall’Iraq

blackwater_350 Dopo l’ennesimo massacro di civili, il ministero dell’Interno iracheno ha cancellato la licenza alla Blackwater, la più grande fornitrice di mercenari in Iraq. A quattro anni dall’inizio della guerra questi sarebbero ancora centomila, dei quali molte migliaia proprio della Blackwater. E godono della totale immunità per i loro crimini.

Vanno in giro con piccoli elicotteri da attacco o con piccoli blindati. E come nel vecchio West sparano sempre per primi.

Appena domenica, sparando all’impazzata, avevano massacrato in strada almeno … Leggi tutto

Commander Bahman – Scandalo a comando per videogame iraniano antiUSA

Commander Bahman è un videogame iraniano nel quale i cattivi sono i marines. Mercenaries 2: World in Flames è un videogioco statunitense che induce a rovesciare il governo democratico venezuelano. Entrambi sono giochi politici prodotti con l’appoggio dei rispettivi governi, e funzionali ad appoggiare quelle politiche, ma chi si scandalizza per l’uno non si scandalizza per l’altro (e forse viceversa).

L’industria dei videogiochi è sempre più importante e muove miliardi di dollari ed ha un’influenza culturale … Leggi tutto

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina





Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di più l’idealità, il coraggio, l’altruismo. Lo si ricorda in tutto il mondo, forse unico militare italiano dopo Giulio Cesare ad aver conquistato universale rispetto. Lo celebro con un saggio che ripercorre la lunga epopea latinoamericana dell’Eroe dei due mondi dal Rio Grande do Sul all’Uruguay. Carissimi simboli patri -a cominciare dalla camicia rossa dei Mille- ma anche una storia d’amore, quella con Anita, legano indissolubilmente l’Uruguay all’Italia, e Garibaldi a tutti noi.

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina

di Gennaro Carotenuto, pubblicato nel 1998 in Latinoamerica n. 68

150 anni fa, il 15 aprile del 1848, l’ormai quarantunenne Giuseppe Garibaldi lascia l’America latina a bordo del brigantino Speranza verso la difesa della Repubblica Romana. E’ giunto a Rio de Janeiro nel gennaio di dodici anni prima, in fuga dalla condanna a morte inflittagli nel … Leggi tutto

Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro

Jeferson aveva 20 anni come Yohn Edisson. Jeyson Alejandro invece ne aveva già compiuti 21. Con quei tre nomi improbabili, da analfabeti figli di analfabeti, da poveri disgraziati, sono venuti dalla Colombia per andare a morire in Libano domenica scorsa. Vestivano la divisa dell’esercito spagnolo e con loro sono morti altri tre commilitoni.

Sono morti sotto quella bandiera dell’Unione Europea che Tony Blair, nell’ultima goccia di fiele di … Leggi tutto

A proposito di puttane rumene e bambine polacche

Con Andrea Glorioso e Gabriele Tati:

Giorni fa, a Prima Pagina di Radio3, un ascoltatore ha quasi aggredito Sergio Romano, rimproverandolo per aver perfino citato l’articolo de La Stampa sulla visita in carcere della deputata Elettra Deiana a Doina Matei, la “puttana romena”, la “killer dell’ombrello”, l’Osam bin Laden venuta dalla Dacia. Indignato sosteneva che fosse uno scandalo che la deputata (ovviamente comunista) fosse andata a visitare l’assassina e non fosse invece andata a visitare la madre di Vanessa Russo. Il buon cattolico al telefono è … Leggi tutto

I funerali del soldato – uso pubblico del lutto negli Stati Uniti e in Italia

Radio, Tv e giornali italiani danno discreto spazio al fatto che il quotidiano statunitense New York Times, per la prima volta in tre anni e mezzo, mostri le immagini del funerale di un caduto in Iraq. È il New York Times, non la Fox, eppure la notizia resta rilevante. Se George Bush non è mai andato ad un solo funerale dei 2811 caduti in Iraq finora ufficialmente celebrati, mentre in Italia la presenza delle massime cariche dello Stato è indispensabile, ci sono ragioni e differenze culturali profonde.

La notizia, e la rappresentazione della notizia, offrono la possibilità di molteplici spunti di riflessioni su Stati Uniti, Italia, guerra e rappresentazione della morte. Il primo è l’intimità della cultura dominante statunitense con l’idea della morte in combattimento. Morire in guerra è un fatto possibile negli Stati Uniti laddove in Italia risulta intollerabile. La morte in guerra è accettabile socialmente, redime ed è perfino desiderabile se dà alla legione straniera -guatemaltechi, honduregni…- che in larga misura combatte le guerre statunitensi, l’ambita cittadinanza ?americana?. Come nelle guerre combattute fino alla prima metà del XX secolo, sotto la bandiera a stelle e strisce si cade combattendo, eroicamente, offrendo il petto al nemico. La morte in guerra ha quindi un senso, patriottico e di riscatto personale. Intendere la guerra come ?inutile strage?, per stare a Benedetto XV, non ha cittadinanza in questa parte della cultura statunitense.

Tuttavia, anche negli Stati Uniti, la morte in guerra ha comunque un peso politico che per la classe dirigente è opportuno evitare di sostenere. Dissociare il caduto in guerra dall’evento del funerale di questo è una scelta politica necessaria. Il caduto muore pubblicamente in Iraq, poi viene seppellito privatamente in … Leggi tutto