Friday 25 May 2012, 06:03

Gli articoli con tag: " Medio Oriente "

L’acqua (che nessuno vede) nella guerra

di Ana Echevengua*

traduzione di Antonio Lupo

ana echevengua

La nostra sopravvivenza sulla Terra è minacciata. Senza mangiare l’essere umano resiste fino a 40 giorni; senza acqua muore in 3 giorni. Siamo acqua!

Ma, mentre la popolazione mondiale si moltiplica e l’inquinamento aumenta, le fonti di acqua scompaiono. Nell’attuale guerra di Israele a Gaza -, perchè i media sensazionalisti non parlano dell’acqua, una delle cause più importanti dei conflitti in Medio Oriente? … Leggi tutto

Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione

santoroGiovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede importante riprendere le polemiche e giudicare il plotone di esecuzione schierato in queste ore contro Michele Santoro e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.

Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può performare, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può narrare, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può conversare, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.

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Gaza: Appello dell’Unione di donne per i diritti su sessualità e corpo nelle società musulmane

L’unione delle donne per i diritti sessuali e psico-fisici nelle società musulmane [CSBR] è costituita da gruppi di vari paesi del medio oriente e dell’africa settentrionale. In quei luoghi lottano per avere garanzia dei propri diritti, umani, su sessualità e corpo, e per conquistarne degli altri. In questa pagina (qui ancora una) trovate molte informazioni che le riguardano. Ovviamente stanno vivendo – più o meno da vicino – la gravissima situazione di Gaza e hanno prodotto un lungo documento che illustra bene quale fosse la situazione della Palestina e della striscia di Gaza ancora prima dell’ultimo attacco israeliano. Il documento analizza e propone alcune soluzioni. Nel caso in cui voleste aderire, come gruppi di donne, in coda vi sono indirizzi e numeri attraverso i quali potete inviarlo a vostra firma ai soggetti indicati. L’ho tradotto in italiano (ci saranno di sicuro degli errori, se li riscontrate ditemi e correggo) per cui potrete leggere prima la versione nella nostra lingua e a seguire quella del documento originale in inglese. … Leggi tutto

La Bolivia rompe le relazioni diplomatiche con Israele

(ASCA-AFP) – La Paz, 14 gen – Il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato che il suo Paese ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele per protestare contro la sanguinosa offensiva dello Stato ebraico nella Striscia di Gaza.

”Annuncio – ha detto Morales – che la Bolivia ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele a causa di questi gravi crimini contro la vita e l’umanita”’.

La decisione di Morales segue quella del presidente venezuelano Hugo Chavez, che lo scorso 6 gennaio ha ordinato l’espulsione dell’ambasciatore israeliano a Caracas, diventando un eroe dei palestinesi.

mlp/mcc/ss

http://www.asca.it/news M_O___BOLIVIA_ROMPE_RELAZIONI_DIPLOMATICHE_CON_ISRAELE-802154-ORA-.html

Ida Dominijanni – Bilancio di una delle peggiori presidenze della storia degli U.S.A.

bush-wanted Giunto per fortuna degli Stati uniti, nostra e di tutto il mondo all’ultimo atto della sua rovinosa presidenza, George W. Bush riesce ancora una volta a non deluderci con la sua beata incoscienza, o falsa coscienza.

Lui sì che è deluso: proprio così, «deluso» dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq, neanche fosse un bambino che giocava alla caccia al tesoro e non è arrivato al traguardo.

Errori? No, semplicemente qualche volta «le cose non sono andate come pianificato»; ma lui ha fatto sempre quello che gli sembrava giusto fare e tanto basta, la buona fede è quella che conta. Era in buona fede anche quando s’è inventato il campo di Guantanamo?

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Angelo Panebianco: l’informazione ai servizi dei crimini di Israele

Scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 4 gennaio scorso, che il silenzio del mondo arabo rispetto all’attacco prima,  e all’invasione poi della Striscia di Gaza da parte di Israele,  potrebbe essere spiegato secondo la logica  per cui  onde evitare che … (avanzi il fondamentalismo islamico, l’Iran acquisti un ruolo di egemonia in Medio Oriente, etc etc) si accetta che…  (i palestinesi vengano sterminati e Gaza sia ridotta ad un cumulo di macerie).
In effetti, sebbene appaia come un agire cinico dinanzi al quale  è difficile rimanere indifferenti,  questo spiegherebbe anche perchè l’Egitto mantiene e ha mantenuto in passato chiuso il valico verso la Striscia da dove potrebbero passare invece cibo e medicinali per gli abitanti di Gaza  ridotti allo stremo dal blocco israeliano.
Questo silenzio avrà conseguenze storiche catastrofiche, preannuncia Uri Avnery, scrittore e attivista pacifista israeliano.
Come si spiega invece il silenzio dei governi occidentali?
Angelo Panebianco, analizzando proprio questo ma  anche l’esplicito consenso all’azione bellica israeliana del mondo occidentale  va ben al di là delle ragioni più o meno politiche, anche se condannabili, che lo determinano.
Egli azzarda la teoria secondo la quale il consenso generale di questi giorni da parte della comunità internazionale  all’attacco israeliano sarebbe dettato anche  da un “diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana”. In pratica, poiché secondo il Panebianco, per “gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e donne, come scudi umani”… bene fanno gli israeliani  allora a sterminarli tutti.
Questa è la conclusione logica alla quale si  sovviene terminando di leggere il periodo fuoriuscito dalla mente contorta di Angelo Panebianco . Invece no. Egli non è  così stolto. Ma disonesto lo è di sicuro e quindi conclude che : Israele “cerca di limitare le ingiurie alla popolazione civile, anche se naturalmente la natura del conflitto esclude che essa non sia coinvolta”.
I numeri, ovviamente a Panebianco dicono ben poco, perchè se ad oggi  possiamo contare più di 700 morti palestinesi, per la maggior parte civili, donne e bambini e più di 3.000 feriti, metà dei quali destinati a morire per mancanza di medicinali (e anche di ospedali, visto che vengono bombardati anche quelli) e soltanto 6 soldati israeliani, evidentemente di guerra non si tratta. Possiamo e dobbiamo chiamarlo genocidio.
E già questo potrebbe  di per sé bastare a far comprendere il pensiero di Angelo Panebianco: chi ha valori morali diversi da noi merita lo sterminio. Perchè non sterminare a questo punto tutti i tossicodipendenti invece di curarli, o gli zingari che non si piegano a vivere come noi? Invece qualche riga più in là  l’editorialista del Corriere della Sera  affonda completamente nella palude dei suoi ragionamenti,  accusando  addirittura Richard Falk, “relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi” dell’ONU, di “star usando la sua carica e le sue sponsorizzazioni per fare propaganda pro-Hamas e antiisraeliani ”.
Mi ha ricordato Uribe, il presidente colombiano quando accusa i difensori dei diritti umani in Colombia di essere membri delle Farc e poi gli spara addosso.
Così ha fatto Israele ieri, uccidendo con la complicità di tutti gli Angelo Panebianco del mondo due addetti palestinesi, due terribili terroristi di Hamas appartenenti all’ Unrwa — l’Agenzia dell’Onu che si occupa dei profughi a Gaza, mentre guidavano un convoglio che portava aiuti umanitari.

Ce l’ha mandato Rai Tre

Sgrano ogni giorno di più gli occhi.  Da ogni angolo  sbucano  esperti di geopolitica, finanza globale, teologia comparata, islamistica, storia dell’oriente, opinionisti eccellenti, indefessi etnologi missionari, conoscitori raffinati del commercio delle armi, studiosi di cartografia e rimango in compagnia di qualche imbecille paesano, a chiedermi perchè muoiano sotto e sopra le Feste, donne, uomini e bambini, per gelo, per ignavia, per fame, sotto e sopra l’Italia, dentro al Grande Regno del Leviatano e nessuno che mi dica dove sono finiti i soldi della ricerca e l’ informazione che Protesta, il Rifiuta,  Diserta  quanto ci distribuisce il Regno di cui sopra. Inizio così una piccola, personale, laziale  ricerca. … Leggi tutto

La conta dei morti e il silenzio dell’umanità

A cosa serve contare i morti di uno ed i morti dell’altro? Se un soldato israeliano muore dopo averne ucciso 20 di palestinesi , a cosa serve? Gaza sarà la copia israeliana di Falluja Usa. Nessuno ci racconterà niente, i giornalisti sono off-limit, lì si sperimenteranno armi e bombe e tecniche di guerra guerreggiata nelle città, nuovi teatri di guerra del futuro e dell’oggi, in medio oriente e nel mondo.

Li si sventreranno case, chiese, moschee , li si smembreranno corpi, verginità e fanciullezze. Qualcuno vomiterà di disgusto, altri piangeranno di dolore, tanti berranno del sangue intriso di terra e di bagnato del nemico e forse anche dell’amico o compagno o camerata.

Su tutto poi cadrà il silenzio, la pace coperta dalla calce purificatrice, dall’oblio delle colpe nostre e degli altri. Il silenzio dell’umanità sovrasterà la distruzione della ragione e di se stessa.

Zag(c)

Il sesso di Hamas

bambinipalestinesi

E’ possibile esecrare la politica dello Stato d’Israele senza per questo diventare apologeti di Hamas? Secondo chi scrive la risposta è sì ma a giudicare dalle molteplici reazioni al mio pezzo su Gaza all’inizio dei bombardamenti israeliani, la risposta che danno alcuni è un “no” che val la pena commentare. Sembra proprio che il nemico del mio nemico (ammesso e non concesso che Israele sia il nemico) debba essere mio amico e in quanto mio amico vada difeso ben oltre la logica e principi che altrove consideriamo ineludibili.

Se condanno Israele allora deve piacermi per forza chi a Israele si oppone? Dovevano piacermi i talebani? E se chi si oppone ad Israele vaneggia tuttora della distruzione dello Stato d’Israele tale dettaglio marginale va trangugiato senza riflessione? Tutto ciò vale in maniera uguale e contraria per l’altro campo, quello filoisraeliano: se penso che Israele sia nel giusto (o sfumature digradanti) nell’infliggere inenarrabili sofferenze al popolo palestinese (non vi girate dall’altra parte e non fate a scaricabarile dando tutta la colpa ad Hamas), come è conciliabile questo con la salvaguardia del diritto dei bambini palestinesi nella foto ad avere un futuro?

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Piombo fuso e colate di martiri: chi racconta Gaza?

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Gaza

gaza

E’ necessario sempre uno sforzo grande per capire le ragioni di Israele e sarà necessario compierlo anche domani e dopodomani. Bisogna sforzarsi di capire l’ebreo di Masada e separarlo da un impresentabile espansionismo colonialista decimononico e dalla follia del voler essere l’ultimo avamposto d’Occidente (e dell’imperialismo statunitense) invece di essere il cuore del Medio Oriente. E’ ben difficile anche aver simpatia per Hamas, trogloditi razzisti e sessisti, e solo dei folli possono scambiare le sue organizzazioni clientelar-caritatevoli come progressiste.

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La carta del guru. La crisi de “Il manifesto”, come uscirne. Parla Joichi Ito, uno dei massimi esperti di web a livello mondiale

Da Totem, il Think tank lasciatoci in eredità da Franco Carlini, cr mi suggerisce questo articolo su quella che da parte mia non voleva essere una polemica sul Manifesto a 50 Euro. Il guru in questione, ma noi diffidiamo dei guru, lo dice a chiare lettere: “Deve andare online più di quanto non lo faccia ora e farlo in fretta. Certo, passare dalla carta al web implica un profondo cambiamento di mentalità”. Ah, ci fosse ancora Franco! Buona lettura (gc)

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A volte ritornano: Lawrence Summers, Barack Obama e la discarica Africa

Simone Santini – Clarissa

La squadra del presidente eletto Barack Obama è quasi al completo. Per il gruppo che avrà il delicatissimo compito di traghettare gli Usa fuori dalla crisi finanziaria ed economica, sì è pescato a piene mani (come del resto negli altri settori) tra i cosiddetti "clintoniani", ovvero figure che hanno fatto parte a vario titolo delle Amministrazioni Clinton negli aurei anni ’90. Tra loro spicca Lawrence Summers nella veste di direttore del Consiglio Nazionale dell’Economia, come dire il massimo consigliere della Casa Bianca sulle questioni economiche e finanziarie.

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Se davvero Obama fosse la soluzione per l’ Italia

E’  arrivata la resa dei conti. La crisi dove tutto quello che è stato sembra da buttare , almeno in america, e la soluzione a ogni problema servita su un piatto d’argento da gustare tutti insieme.

La soluzione è davvero Obama? la storia certo non insegna allora che chi davvero ha voluto cambiare le cose è finito male. Quello che l’america e quindi anche l’europa ( uk e francia in primo luogo) faranno nei prossimi mesi e anni per i rapporti con la russia, la cina e il medio oriente sarà fondamentale non solo per lo spettro nucleare, tanto comodo e caro a chi controlla il sistema mediatico ed energetico, ma appunto per la gestione delle risorse di materie prime del pianete in luoghi ben delineati (iran e irak, africa, polo nord).

L’italia sta a guardare come ha sempre fatto cercando di mediare perchè fa comodo e rimanendo al centro geograficamente ( su quello nessuno ci può fare niente per fortuna) e commentando le immagini delle elezioni americane in maniera bipartisan positivamente, elogiando la grande democrazia americana che come al solito appare lontanissima dal nostro teatrino mediatico. Solo un appunto è sfuggito a tanti e non capisco come… andandosi a riguardare due video e confrontandoli è spontaneo chiedersi come certi personaggi influenti della linea mediatico-divulgativa italiana non li abbiamo citati:

http://it.youtube.com/watch?v=tfIKyrvd1wE

http://it.youtube.com/watch?v=mag44WVNbeA

la differenza c’è ed è nella data!

Non vuole essere un elogio a Veltroni ma uno spunto di riflessione perchè in apparenza le due democrazie almeno in questo stralcio post elezioni risulterebbero simili o identiche oserei scrivere. Questo certo non è vero tante sono le differenze e a voi lascio il giudizio positivo o negativo.

f.f.

Judith Butler sulle elezioni negli USA: “Ma non è una redenzione”

Pochissimi di noi sono immuni dall’euforia di questo momento. I miei amici della sinistra mi scrivono che provano qualcosa che si avvicina alla «redenzione», oppure che «il paese ci è stato restituito» o che «finalmente abbiamo uno di noi alla Casa bianca». Naturalmente, come loro, anch’io mi scopro travolta dall’incredulità e dall’eccitazione, perché il pensiero che il regime di Gorge W. Bush sia finito è un enorme sollievo. L’idea di Obama, un candidato nero riflessivo e progressista, muta il quadro storico e sposta il terreno politico. Proviamo però a ragionare attentamente su questo terreno mutato, anche se adesso non possiamo conoscerne appieno i contorni.

L’elezione di Barack Obama è storicamente significativa sotto vari aspetti ancora da valutare, ma non è – e non può essere – una redenzione: sottoscrivendo i modi enfatici di identificazione proposti da lui («siamo tutti uniti») o da noi stessi («Obama è uno di noi»), rischiamo di convincerci che questo momento politico possa superare quegli antagonismi che della vita politica sono costitutivi.
Ci sono sempre state delle buone ragioni per non abbracciare l’ideale dell’«unità nazionale», e per sospettare di un’identificazione assoluta e totale con qualsivoglia leader politico. Dopo tutto, il fascismo faceva in parte affidamento proprio su questa identificazione totale con il leader, e i Repubblicani si sforzano anch’essi di organizzare l’affetto politico quando, ad esempio, Elizabeth Dole si rivolge al suo pubblico dicendo: «io amo ciascuno di voi». Diventa ancora più importante riflettere sulla politica dell’identificazione entusiastica, se consideriamo che il sostegno tributato a Obama ha coinciso con il sostegno tributato a cause conservatrici. In un certo qual modo, ciò spiega il suo successo «trasversale». In California, Obama ha vinto con il 60% dei voti, eppure una porzione significativa di coloro che hanno votato per lui ha votato anche contro la legalizzazione del matrimonio gay (52%). Come interpretiamo questa apparente discrepanza? In primo luogo, ricordiamoci che Obama non ha sostenuto esplicitamente i diritti relativi al matrimonio gay. Inoltre, come ha osservato Wendy Brown, i Repubblicani si sono accorti che l’elettorato non è galvanizzato dalle questioni «morali» come nelle elezioni precedenti; le ragioni per cui gli elettori ha votato per Obama sembrano essere di natura prevalentemente economica, e il loro ragionamento appare più strutturato dalla razionalità neoliberista che da preoccupazioni di ordine religioso. Questo è chiaramente uno dei motivi per cui il ruolo assegnato a Palin – galvanizzare la maggioranza dell’elettorato sulle questioni morali – si è rivelato un fallimento. Ma se le questioni «morali» come il controllo delle armi, il diritto all’aborto e i diritti dei gay non sono state tanto determinanti come lo erano state in passato, forse ciò accade perché esse prosperano in un compartimento separato della mente politica. In altre parole, siamo di fronte a un nuovo configurarsi del credo politico che rende possibile avere opinioni contrastanti nello stesso tempo. Questo ha assunto una chiara rilevanza nell’emergere del contro-effetto Bradley, quando gli elettori hanno potuto ammettere – ed hanno ammesso – esplicitamente il proprio razzismo, ma hanno dichiarato che avrebbero votato ugualmente per Obama. Aneddoti raccolti sul campo comprendono affermazioni come la seguente: «So che Obama è un musulmano e un terrorista, ma lo voto ugualmente; per l’economia è meglio lui».
Questi elettori si sono tenuti il loro razzismo e hanno votato per Obama, albergando le loro convinzioni scisse senza doverle risolvere. D’altro canto, non possiamo sottovalutare, in queste elezioni, la forza della dis-identificazione: un senso di repulsione all’idea che George W. abbia «rappresentato» gli Stati Uniti davanti al resto del mondo, un senso di vergogna per le nostre pratiche di tortura e detenzione illegale, un senso di disgusto per il fatto che abbiamo scatenato la guerra con motivazioni false e abbiamo propagato idee razziste sull’Islam, un senso di allarme e di orrore perché gli eccessi della deregulation economica hanno portato a una crisi economica globale.
È nonostante la sua razza, o grazie ad essa, se Obama è infine emerso come il rappresentante preferito dalla nazione? Adempiendo a questa funzione rappresentativa, egli è allo stesso tempo nero e non nero (alcuni dicono «non abbastanza nero» e altri dicono «troppo nero»), e di conseguenza può piacere agli elettori che non solo non hanno modo di risolvere la loro ambivalenza su questa questione, ma non vogliono risolverla. La figura pubblica che consente alla popolazione di sostenere e mascherare la sua ambivalenza appare nondimeno come una figura di «unità»: questa è certamente una funzione ideologica. Tali momenti sono intensamente legati all’immaginario, ma non per questo sono privi di una loro forza politica.
Via via che le elezioni si avvicinavano, è cresciuta l’attenzione nei confronti della persona Obama: la sua sobrietà, la sua determinazione, la sua capacità di non perdere la calma, il suo modo di mantenere una certa posizione di equilibrio di fronte ad attacchi perniciosi e alla retorica politica di basso conio, la sua promessa di ricostruire una versione della nazione che vada oltre la sua attuale vergogna. Naturalmente la promessa è allettante, ma se l’abbraccio di Obama ci portasse al convincimento che possiamo superare ogni dissonanza, che l’unità è veramente possibile? Quante possibilità abbiamo di andare incontro a una certa inevitabile delusione, quando questo leader carismatico mostrerà la sua fallibilità, la sua disponibilità al compromesso e persino a tradire le minoranze? Dopo tutto, Obama è a malapena un uomo di sinistra, nonostante i richiami al «socialismo» indirizzatigli dai suoi avversari conservatori. In che misura le sue azioni saranno condizionate dalla politica di partito, dagli interessi economici, dal potere statale? In che misura sono già state oggetto di compromesso? Se cercheremo attraverso questa presidenza di superare il senso della dissonanza, allora avremo gettato a mare la politica critica in favore di un entusiasmo le cui dimensioni fantasmatiche si dimostreranno decisive. Forse non possiamo evitare questo momento fantasmatico, ma stiamo attenti a quanto esso sarà temporaneo. Se ci sono razzisti dichiarati che hanno detto: «so che è un musulmano e un terrorista, ma lo voto ugualmente», sicuramente ci sono anche persone nella sinistra che dicono: «so che ha svenduto i diritti dei gay e la Palestina, ma è comunque la nostra redenzione». So molto bene, e tuttavia: è questa la formulazione classica del disconoscimento. Attraverso quali mezzi sosteniamo e mascheriamo convincimenti contrastanti di questo genere? E a quale prezzo politico? Senza dubbio il successo di Obama avrà effetti significativi sul corso economico della nazione, e sembra ragionevole supporre che vedremo una nuova logica della regolazione economica che somiglia alle forme europee della social-democrazia; in politica estera, vedremo senza dubbio un rinnovamento delle relazioni multilaterali. E senza dubbio ci sarà anche un trend generalmente più liberal sulle questioni sociali. Ma non c’è molta ragione di sperare che formuli una politica giusta per gli Usa in Medio Oriente, anche se è certamente un sollievo il fatto che egli conosca Rashid Khalidi (il docente di storia araba della Columbia University, noto per le sue posizioni pro-Palestina, che Obama è stato accusato dai Repubblicani di frequentare, ndr). Il significato indiscutibile della sua elezione ha interamente a che fare con il superamento dei limiti implicitamente imposti ai traguardi degli afro-americani; allo stesso tempo, essa farà venire a precipitazione il cambiamento del modo in cui gli Stati Uniti si auto-definiscono. Se l’elezione di Obama segnala la volontà della maggioranza dei votanti di essere «rappresentati» da quest’uomo, allora il «chi noi siamo» si costituisce ex novo: siamo una nazione fatta di molte razze, di razze mescolate; Obama ci offre l’occasione di riconoscere chi siamo diventati e cosa dobbiamo ancora essere, e per questa via sembra essere superata una certa spaccatura tra funzione rappresentativa della presidenza e popolazione rappresentata. Questo è un momento entusiasmante, certo. Ma può durare? E deve? A quali conseguenze porterà l’aspettativa quasi messianica di cui quest’uomo è investito? Per avere successo la sua presidenza dovrà produrre qualche delusione, sopravvivere alla delusione: l’uomo diventerà umano, si dimostrerà meno potente di quanto potremmo desiderare, e la politica cesserà di essere una celebrazione senza ambivalenza e cautela; insomma, la politica si rivelerà, più che un’esperienza messianica, una sede di dibattito intenso, di critica pubblica, e di necessario antagonismo. L’elezione di Obama significa che il terreno del dibattito e della lotta è mutato, ed è un terreno migliore, senza dubbio. Ma non è la fine della lotta, e sarebbe molto sprovveduto da parte nostra vederla in quel modo, sia pure provvisoriamente. Senza dubbio saremo d’accordo o in disaccordo con le varie iniziative che prenderà o non prenderà. Ma se l’aspettativa iniziale è che Obama sia e sarà la «redenzione» stessa, allora lo puniremo senza pietà quando ci tradirà (oppure troveremo il modo di negare o sopprimere la nostra delusione per mantenere viva l’esperienza dell’unità e dell’amore non ambivalente).
Se vuole evitare una delusione drammatica, Obama deve agire rapidamente e bene. Forse l’unico modo che ha di impedire uno «schianto» – una delusione di gravi proporzioni che gli rivolterebbe contro la volontà politica – è assumere iniziative importanti entro i primi due mesi di presidenza. La prima dovrebbe essere chiudere Guantanamo e trovare il modo di trasferire i procedimenti dei detenuti in tribunali legittimi. La seconda, predisporre un piano per il ritiro delle truppe dall’Iraq e iniziare ad attuarlo. La terza, ritirare le sue dichiarazioni bellicose su una escalation della guerra in Afghanistan e cercare soluzioni diplomatiche multilaterali in quell’area. Se non compisse questi passi, il suo sostegno da parte della sinistra sarebbe destinato a deteriorarsi nettamente, e si riproporrebbe la spaccatura tra falchi liberal e sinistra contro la guerra. Se nominasse personaggi come Lawrence Summers in posti chiave del governo, o se continuasse le politiche economiche fallimentari di Clinton e Bush, allora, a un certo punto, il messia sarebbe rigettato come un falso profeta.
Piuttosto che di una promessa impossibile, abbiamo bisogno di una serie di azioni concrete che comincino a ribaltare le terribili abrogazioni della giustizia commesse dal regime di Bush; se ciò non avvenisse, la delusione sarebbe pesante e drammatica. La domanda è: quanta dis-illusione è necessaria per riacquistare una politica critica, e quale forma di delusione più drammatica ci ricaccerebbe nel grave cinismo politico degli ultimi anni? Una certa rinuncia all’illusione è necessaria per poter ricordare che la politica attiene non tanto alla persona, all’impossibile e alle belle promesse che Obama rappresenta, quanto piuttosto a quei cambiamenti concreti che potrebbero iniziare a produrre, nel corso del tempo e non senza difficoltà, condizioni dimaggiore giustizia.

(dal Manifesto del 9 novembre) Traduzione di Marina Impallomeni