Tuesday 07 February 2012, 07:07

Gli articoli con tag: " Liberazione "

ZAJKO. In un video di Africa insieme la storia di un rom partigiano

«Era il 1939, mio nonno vide che passavano camion di soldati tedeschi. E ai muri era affisso un manifesto grande con scritto che Ante Pavelic, il dirigente nazionalista e fascista croato, farà ammazzare prima i serbi, poi gli ebrei e gli zingari». Comincia così il racconto di Zajko, un anziano rom proveniente dalla Bosnia che oggi vive al “campo nomadi” di Coltano, vicino Pisa. … Leggi tutto

Colombia: Pablo Emilio Moncayo libero dopo 12 anni

Alla fine papà Moncayo ce l’ha fatta. Dopo 12 anni il camminatore della pace è riuscito a riportare a casa sano e salvo suo figlio Pablo Emilio, che oggi ha 31 anni ma che ne aveva appena 19 quando divenne prigioniero della guerra civile colombiana.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Il generale Mario Montoya coinvolto nel massacro di San José de Apartadó

Honduras: Parla il giornalista sequestrato e torturato

DA www.fabionews.info
Dell’Honduras non sappiamo piu’ nulla.. dopo la farsa delle elezioni che hanno “legittimato” di fatto il colpo di stato l’informazione mainstream non si occupoa piu’ del piccolo paese centroamericano.
Nonostante iol fatto che il presidente legittimo continui a essere “segregato” nell’ambasciata brasiliana, nonostanet la repressine continui in forme sempre piu’ “organizzate”, nonstante tutti i paesi latinoamericani “liberi dal controllo di washington” non riconoscano il risultato elettorale…
Per questo invito a diffondere 1uesti articoli e non lasciare solo il popolo hondureno che continua a resistere!
Ciao
Fabio

Da www.itanica.org

“Vogliono zittire la stampa indipendente e popolare”

Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturato

Lo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell’esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell’Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.

César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un’infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.

Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.

Sirel e la Lista Informativa “Nicaragua y más” si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.

- Come è avvenuto il sequestro?
- Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall’autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti.
Quando sono arrivato nella zona dell’anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi.
Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: “Non è questa m… che c’interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p…”.
Mi hanno fatto salire sull’auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un’ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l’interrogatorio.

- Che cosa è successo dopo?
- L’aggressività di chi m’interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali.
Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando.
Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo.
Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto.
Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un’ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l’accaduto.

- Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
- Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l’isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto.
Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l’usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti.
Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.

- Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
- Credo che non avessero ricevuto l’ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l’obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci.
Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.

- Perché hai deciso di abbandonare il paese?
- Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po’ di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro.
Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po’ di fatica.

© (Testo e foto Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” di Associazione Italia-Nicaragua – www.itanica.org )

La “Decima” di La Russa sfonda una porta aperta

Fischi per fiaschi e non fa meraviglia: non è un’aquila e la sua poltrona di ministro è nata a Fiuggi e si chiama Fini Gianfranco. Certo, per carità di patria, qualcuno dovrebbe spiegare a La Russa che la vicenda storica del fascismo s’è chiusa senza onore a Salò e, se di antenati ha scelto d’occuparsi, ha preso un granchio: Comsubin risale a “Mariassalto”, la struttura della Marina che seguì la sorte del “Regno del Sud” ed ebbe per nemica la “Decima Mas”. Poco o nulla a che vedere, quindi, con la turpe vicenda di Borghese, disertore e boia nell’Italia repubblichina e poi golpista in quella repubblicana.
Se questa è la premessa d’obbligo, dopo la figuraccia del “ministro della nostalgia”, due parole occorrerà pur dirle sul valore politico della malaccorta incursione per dare a Cesare ciò che a Cesare spetta. Come da rituale, una sedicente sinistra strepita e si strappa i capelli, ma in fondo lo sa bene: La Russa è il terminale destro d’una tenaglia che a sinistra ha in Violante l’alter ego e giunge tardi a sfondare una porta già aperta. Onore al merito: se torniamo a parlare di fascismo, è perché a sinistra qualcuno s’è impegnato veramente a fondo nella strenua difesa dei “ragazzi di Salò”. Certo, la polemica è demodé ma, per capire come sia possibile che dopo settant’anni e tre generazioni, un fascismo di terza mano e un antifascismo sterilizzato tengano ancora banco, occorre tornare per un momento all’alba della Repubblica, a un’aurora che fu molto più buia di quanto in genere siamo soliti pensare. Nel buio fitto e angosciante, basterà un lumicino per veder emergere un antifascismo che non fu semplicemente piegato alla ragion di Stato, com’era probabilmente fatale, ma ridisegnato a tavolino dagli “intellettuali organici” di formazione stalino-comunista del Pci, e ci lasciò in eredità la visione distorta d’una lotta di liberazione “a senso unico”, condotta da un blocco tutto rosso e tutto “garibaldino”. Dietro la trama del disegno c’è la radice delle future e fatali degenerazioni: l’“antifascismo militante” soffocato dal rituale retorico che fa “tabula rasa” dei valori della Resistenza e finisce col salvare i gerarchi riciclati. Ci sono – e se ne sa assai poco – i segreti accordi e i compromessi inconfessati da cui nasce la legge sull’epurazione, che Togliatti, il Guardasigilli, affida alla consulenza decisiva di Gaetano Azzariti, giurista fascista e presidente del tribunale per la razza dal 1938 al 1943; ci sono la continuità dello Stato e uno statalismo sbilanciato in misura marcata verso il capitale, c’è il Concordato inserito nella Costituzione e ci sono – l’esito è fatale – Scelba, Valletta e il sindacato rosso confuso con quello giallo in una spuria commistione interclassista.
Se si torna a quei giorni solo apparentemente lontani, è facile capire come siamo giunti a La Russa e alla sua sfrontata interpretazione del ruolo di ministro della Repubblica. E, d’altra parte, senza La Russa, non sarebbe possibile cogliere il significato più profondo del percorso dei mangiafuoco e degli sparafucile della sinistra estrema, che – ancora una volta in nome della “democrazia” – aprono al dialogo e, dopo avergli tirato addosso sparando a mitraglia, ora tessono la lode sperticata di un parlamentarismo di cui sono protagonisti guitti e figuranti, contenti di trovar posto nella risorta Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Chi è interessato alla conclusione dell’articolo, può cliccare sul seguente link: Il Blog di Giuseppe Aragno

¡Alerta, alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina! Nasce il Movimento Continentale Bolivariano.

Da vaccamagra.blogspot.com

.Caracas.

Abbiamo partecipato, documentandola, alla nascita del Movimiento Continental Bolivariano. La dinamicitá e l’energia sentita ha ,a tratti, commosso e dato speranze. … Leggi tutto

Peter Gomez e Marco Travaglio: dal ‘94 ad oggi l’infinita serie di insulti del premier e dei suoi

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Il governo boliviano promuove l’idea del debito ecologico

Mermaid_Colour_300x374_96dpi «Hayaya Pachamama, per questo siamo qui». Per la vita della madre terra. E’ con queste parole che Angela Navarro, negoziatrice del governo della Bolivia, ha aperto il suo intervento all’incontro sul debito ecologico e sulla giustizia climatica promosso da una vasta rete di organizzazioni nell’ambito del programma del Klimaforum, il controvertice organizzato a Copenaghen dalla società civile. La Bolivia ha infatti avanzato la proposta di un emendamento che introduce la questione del debito climatico al testo del potenziale, ma sempre più lontano, accordo finale. Lo Stato andino ha ricevuto il sostegno di Malesia, Cuba, Micronesia, Paraguay, Sri Lanka e Venezuela.

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Anarchia e Che il Mediterraneo Sia non una bara

Anarchist flag

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Dalla Colombia alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Santa Ana de Coro.

Arriviamo da Santa Marta(Colombia) a Maracaibo alle dieci del mattino dopo 12 ore di pulmino anziché 7 a causa del bus che prima si ferma con la batteria scarica e che poi buca una ruota.
Alla frontiera di Maicao non abbiamo nessun problema nonostante in precedenza ci avessero detto il contrario a causa delle tensioni Colombia-Venezuela.

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La nuova scuola: Morucci, Mughini e Tassinari

casapound Viene da Napoli e merita un commento.

Comunicato

Si chiarisce in termini sempre più gravi quello che è successo oggi a Materdei: Una piccola piazza Navona! [...] Di sei-sette studenti, alcuni attacchinavano e altri seguivano coi motorini per monitorare la situazione viste le aggressioni già registrate su quel territorio. [...] All’altezza di piazzetta Materdei è sbucata dal vicolo una squadra di 15 persone con caschi e mazze tricolori, nella triste re-miniscenza di piazza Navona, urlando “il quartiere è nostro!”[...]
Gli studenti sono stati aggrediti con spranghe e mazze! Con sé non avevano niente se non il secchio e la scopa per attacchinare. Il tutto è avvenuto in pieno giorno in mezzo al quartiere e quindi tanta gente ha potuto vedere coi suoi occhi quello che è successo e come sono andate le cose! [...] uno degli studenti della Rete, L.T. di 19 anni, ha subito diverse botte con le mazze e in questo momento è all’Ospedale Cardarelli. I medici gli hanno riscontrato un grumo di sangue nei polmoni e un principio di enfisema (una bolla d’aria che comprime il polmone prodotta probabilmente dagli “urti” delle mazze…)

Rete antifascista e antirazzista napoletana

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Colombia e Venezuela: amore e odio

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PUNTO E A CAPO. Dal 18 novembre l’intervista al Sub Marcos nelle librerie italiane

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PUNTO E A CAPO. Presente, passato e

futuro del movimento zapatista.

Laura Castellanos dialoga col Subcomandante

Marcos.

Fotografie di Ricardo Trabulsi

Traduzione all’italiano di Fabrizio Lorusso

Edizioni Alegre – Collana Tempi Moderni

Recensione di Matteo Dean

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Il Monsignor Leonidas Proano: Il vescovo degli indigeni

monsenorleonidas Con la presa di posizione dei vescovi latinoamericani nel 1968 a Medellin, durante il Consiglio Episcopale Latinoamericano, si dava inizio ad una nuova forma d’evangelizzazione. I vescovi condannavano la situazione d’ingiustizia istituzionalizzata che si realizzava in Sudamerica che violava i diritti fondamentali dell’uomo. Si delegittimava, dopo quasi cinque secoli di storia, l’evangelizzazione conquistatrice perpetuata dalla Chiesa Cattolica durante la conquista dell’America.

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