Thursday 09 February 2012, 09:44

Gli articoli con tag: " leggi razziali "

ZAJKO. In un video di Africa insieme la storia di un rom partigiano

«Era il 1939, mio nonno vide che passavano camion di soldati tedeschi. E ai muri era affisso un manifesto grande con scritto che Ante Pavelic, il dirigente nazionalista e fascista croato, farà ammazzare prima i serbi, poi gli ebrei e gli zingari». Comincia così il racconto di Zajko, un anziano rom proveniente dalla Bosnia che oggi vive al “campo nomadi” di Coltano, vicino Pisa. … Leggi tutto

17 ottobre 2009 Canti di Libertà ma in che razza de città? Roma!

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Lo scudo fiscale e la scuola del tradimento

Lo scudo fiscale è stato approvato. Una manciata di voti è stata sufficiente per far passare una delle leggi più criminose di questo governo. Ma ciò che più sbalordisce è il fatto che se l’opposizione fosse stata al completo, questa legge non passava. 270 a favore, 250 contrari. Un’occasione persa. 22 deputati del PD e 6 dell’UDC assenti, hanno fatto sì che la destra, nonostante fosse sfavorita dalle molte assenze, licenziasse una legge-truffa. Queste assenze sono centrali, decisive, per leggere il livello di militanza politica contro questo governo complice degli evasori. La prova di questa impostura ideologica ce la fornisce il comportamento assunto dal PD (il maggior partito di “opposizione”) al momento di votare la pregiudiziale di incostituzionalità (29 settembre 2009) promossa dall’IDV. Alla camera erano presenti in tutto 485 deputati, per avere la maggioranza erano sufficienti 242 voti. Votanti 482, astenuti 3, a favore dello scudo 267, contro 215. E’ sbalorditiva l’assenza di ben 51 parlamentari del PD e 8 dell’UDC che ha determinato il fallimento della pregiudiziale di incostituzionalità. Adesso sono recidivi. Non hanno scusanti. A ciò si aggiunge pure la beffa mediatica. Urlano davanti ai microfoni dei giornalisti contro questo governo, dissimulando la loro irresponsabilità verso la società civile. Un livello di opposizione inesistente nei fatti, ma mediaticamente infarcito di parole urlate. Lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere, assenteismo alla camera. Come leggere questo fenomeno? Se messo a fianco ad altri fenomeni analoghi, scopriamo un ruolo tutt’altro che oppositivo dell’opposizione.

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Meditate che questo è stato (Primo Levi)

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Oggi, 1° settembre, è stato il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia, il primo vagito della seconda guerra mondiale, probabilmente l’esperienza bellica più devastante dell’intera storia del genere umano, non solo per l’altissimo numero di morti, militari e soprattutto civili, ma per la tipologia, la natura, la quantità dei massacri, degli eccidi, dei crimini contro l’umanità.

La seconda guerra mondiale ha coinciso con l’accelerazione dei progetti di sterminio del popolo ebraico da parte di Hitler. Ha visto affermarsi l’uso su larga scala dei bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili, una pratica inaugurata nel ’36 in Spagna dai nazifascisti e replicata negli anni ’40 tanto dall’aviazione tedesca, quanto da quella alleata. Ha visto succedersi gli eccidi di civili, passati per le armi in risposta alle azioni dei partigiani. Si è conclusa, infine, con gli unici bombardamenti atomici mai condotti, nella storia, contro bersagli umani.

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Un gommone sul mare

Il "mare" è quello di piazzale Michelangelo a Firenze. Lì, sul suo pulmino, l’attore/attivista Saverio Tommasi ha piazzato un gommone. Lo scorso anno era stata una gabbia. Su quel gommone, digiunando sotto il sole, Saverio vive da mercoledì scorso e vi resterà fino a mercoledì 29 luglio. Sette giorni a simbolizzare un "viaggio immaginato ma non immaginario", come quello compiuto dai/dalle migranti attraverso il Mar Mediterraneo.

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Distorsioni in materia di pubblica sicurezza

Lo scorso 15 luglio, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha promulgato la famosa legge sulle “Disposizioni in materia di pubblica sicurezza”, nonostante l’ampia movimentazione della gente, intellettuali e persone comuni. [Trovate una scheda con le nuove disposizioni qui.]

Napolitano avrebbe dovuto opporre un deciso rifiuto alla firma, in quanto l’attentato ai diritti basilari della persona sanciti dalla Costituzione (oltre che dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e tutte le convenzioni internazionali) è palese ed evidente anche a chi non sia esperto di diritto costituzionale.

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Donne, partiti e sistemi elettorali

http://www.italiadonna.it/public/percorsi/imgs10/1.jpgNella lunga descrizione sui motivi per cui le donne e la politica dei partiti non vanno per niente d’accordo, va aggiunto un paragrafo che riguarda le elezioni a cura dei partiti.

Innanzitutto c’e’ la legge elettorale. E’ la prima cosa che viene fatta ad ogni ricambio di legislatura. Chi vince si orienta verso modifiche e aggiustamenti che gli porteranno un vantaggio. Come giocare eternamente in una partita truccata le cui regole vengono cambiate di volta in volta a seconda di chi vuole essere il candidato favorito.

Nei bei tempi di Mussolini egli volle una legge che assicurasse una "solida" e "stabile" maggioranza parlamentare. La Legge Acerbo era a maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Fu grazie a quella legge che Mussolini divenne intoccabile poichè egli fu eletto dal "popolo" grazie ad una minoranza di voti che il premio di maggioranza raddoppiò.

La "stabilità" di governo di Mussolini sappiamo bene a cosa portò. La guerra, il colonialismo (Libia, Somalia, Eritrea), leggi razziali, un patto di ferro con la chiesa, persecuzione dei dissenzienti, carcerazione dell’opposizione politica, censura, fine della libertà di stampa, deportazione, rastrellamenti, confino e campi di lavoro e di sterminio per ebrei, rom, comunisti, opposizione politica cattolica, donne, gay, lesbiche.

Dopo la seconda guerra, la costituzione italiana, le nuove leggi si orientarono verso un lento cambiamento. Una cosa però fu cambiata subito: la legge elettorale. Chi la compose si orientò sul proporzionale con preferenza e suddivisioni in circoscrizioni nelle quali era possibile eleggere un candidato che fosse realmente legato al territorio, nel bene e nel male.

Un voto proporzionale è una scelta democratica fatta per garantire la partecipazione ad ogni cittadino e ad ogni cittadina. Un voto corrisponderà ad un voto. L’assemblea che veniva fuori da quelle elezioni era plurale. Il governo si componeva dopo le elezioni. Il presidente della repubblica nominava il presidente del consiglio che presentava la sua squadra e la sua coalizione di governo.

Per molti anni governò la democrazia cristiana assieme ai socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Tutti componevano una struttura conosciuta come il pentapartito.

I primi anni novanta furono caratterizzati da una profonda crisi del sistema politico, dovuta in gran parte alle inchieste di mafia e per le tangenti. I pentiti di mafia da un lato e il processo contro le tangenti dall’altro decapitarono i partiti per come li conoscevamo.

Come raccontavo nel post sulle donne e la politica dei partiti ciascuno ebbe un ruolo nel ricostruire un sistema che non aveva cambiato di una virgola le premesse ma si destreggiò in metamorfosi apparenti con cambio di nomi e simboli e candidati che erano figli, nipoti, parenti, portaborse dei politici "impresentabili" e "compromessi" fintanto che essi stessi non poterono ripresentarsi con una nuova verginità per mostrare tutta la loro forza e il potere contrattuale che avevano tenuto vivo dietro le quinte.

http://bibliostoria.files.wordpress.com/2007/10/art1a.jpg Fu in quel preciso momento che iniziò il balletto delle proposte referendarie sulla legge elettorale. Chi promuoveva questi referendum era (ed è sempre) il democristiano Mario Segni, figlio di Antonio Segni, già presidente della repubblica e coinvolto nel Piano Solo, un progetto di colpo di stato militare volto a dare all’arma dei carabinieri il potere in Italia, che fu quasi attuato nel 1964.

Nei primi anni novanta si disse che la frammentazione era troppa e che bisognava dare garanzia di stabilità di governo. Il progetto prevedeva l’elezione diretta del sindaco, poi del presidente di provincia, poi della regione, infine del presidente del consiglio. Il primo referendum riguardò la scelta del maggioritario in italia. Ricordo di aver votato NO sapendo tutto quello che sarebbe avvenuto negli anni a venire.

Ci fu una grande frattura anche nel centro sinistra. Ciò che restava dalle ceneri del congresso del pci del 1989 (il pds) era convinto così di potersi liberare di tutti coloro che non avevano voluto seguire i dirigenti piddiessini nella strada di quello che loro chiamavano "rinnovamento". La verità era che l’anima destrorsa del piddiesse non era dissimile da quella più fascista che si nascondeva dietro le fila di partiti moderati di ogni altro genere. Sicchè il pds, allora retto da Occhetto, voleva far fuori tanta gente nello stesso modo in cui consentiva alle mozioni di partito la vittoria e la sconfitta: truccando le regole e caricando nuovi partecipanti al traino.

Quel referendum, che credo si svolse nel 1993, superò il quorum e da allora in poi tutti poterono dire che la volontà degli "italiani", questa entità espressa come categoria assoluta, andava in direzione del maggioritario. La stagione delle riforme dunque ebbe inizio fino ad arrivare ai meccanismi perversi che oggi conoscete.

Allo stato attuale abbiamo l’elezione diretta del sindaco, del presidente di provincia e della regione con premio di maggioranza e sbarramento al 5% (in sicilia nelle ultime elezioni sono rimasti fuori tutti i piccoli partiti di destra e sinistra). Il sistema nazionale è passato dal collegio uninominale, a maggioritario e premio di coalizione a liste circoscrizionali bloccate, senza preferenza, con maggioritario, premio di maggioranza e sbarramento al 5%. Il sistema per le europee prevede la preferenza, è ancora vagamente proporzionale ma con lo sbarramento del 4% che ha portato alle ultime elezioni ai risultati che conoscete.

Il prossimo referendum del 21 giugno chiede agli elettori se vogliono rafforzare il sistema bipartitico, bipolare, per lasciare morire tutti i soggetti che non si sentono rappresentati da quelli che prendono un maggior numero di voti e lasciare dominare la scena al pdl e al pd come unici  rappresentati della politica di una intera nazione. Non votare a questo referendum, rifiutare le schede, sarebbe una scelta furba, perchè anche votando no c’e’ il rischio che il si prevalga e che i no aiutino al raggiungimento del quorum.

Quello che andrebbe fatto invece è tornare un po’ indietro per andare avanti. Attualmente l’italia esprime un 30% di astensionismo. Con un 70% di votanti all’incirca, le maggioranze sono sempre risicate. Basta però anche un solo voto in più degli avversari che si aggiudicano un gran premio di maggioranza che li mette al sicuro da ogni possibile scossone.

Considerando tutti i potenziali elettori abbiamo a che fare con forze politiche che impongono il proprio governo con una quota misera di consensi che può essere ipotizzabile in un 30% in totale. Ecco perchè il sistema maggioritario è totalmente antidemocratico. Giocare alla democrazia con un gioco truccato e regole preimpostate per fare vincere un preciso soggetto non è democrazia. E’ solo una pantomima che è già totalitarismo.

Con quel 30% di elettori chiunque governa è un vincitore che ha barato. Chiunque governa avendo escluso altre forze sotto il 5%, per quell’inciucio emozionale fatto di voto utile, delegittimazione politica e mortificazione di tante voci che non hanno alcuna rappresentanza, non è legittimato a decidere alcunchè tranne che per le questioni ordinarie.

Solo in un caso il governo italiano espresse "riforme", ovvero cambiamenti strutturali in settori nevralgici per la vita delle persone, e fu nel tempo che governò Mussolini. E’ quello che sta accadendo in questo tempo con la complicità della sinistra riformista e con la incapacità di una sinistra che più in generale non sa inventare nulla di diverso da quello che ha sempre fatto, ivi compresa la politica populista a leadership maschile.

E’ una politica monca sul nascere, fatta di miserie e di interessi personali, che riguarda – e lo dico senza qualunquismo – la gran parte dei soggetti di partito. Sono miserie che si esprimono sul piano locale o nazionale. Potete vederle nelle elezioni comunali dove un po’ ci si conosce tutti e – per esempio – capita spesso che i nemici più agguerriti di proposte differenti, di soggetti autonomi, in gamba, indipendenti, siano proprio quelli che continuano a sventolare le bandiere dei vecchi simboli.

Mi ricordo ancora la guerra per motivi di protagonismo da parte di pezzi che compongono l’attuale Pd contro soggetti che facevano antimafia senza farsi mettere sulla fronte il bollino di appartenenza del loro partito. Come dire: se non ti fai sponsorizzare puoi anche morire.

Mi ricordo ancora le miserie localistiche di un pezzo di rifondazione siciliana che stabiliva il livello di partecipazione alla politica in termini di quote e di veti. Un veto per proposte di candidatura che non partivano dal loro cappello magico e una proposta in quota che potevano spendere per avere un misero assessorato.

Diciamocelo: a destra fa schifo, lo sappiamo, è una merda dal punto di vista ideale e pratico. Ma a sinistra i mezzi di confronto non sono certamente più schietti, liberi da certe storture, con minori distorsioni e la preoccupazione principale non è "il bene della nazione" ma "il bene del partito" ovvero degli uomini del partito. Lo dico fuori dai denti perchè lo so e so anche che questa cosa fa rabbia a tanti e tante compagne che insistono nel tentativo di rinnovare dall’interno per poi ritrovarsi a fare la fila in strutture gerarchiche dove hai diritto di parola solo se hai passato il livello di associata che frigge le patate nelle feste di liberazione, poi quella di componente della segreteria della sezione periferica del cucco e tutte le altre che arrivano e che man mano che passano, si portano via sempre più un pezzo di te e ti trasformano in men che non si dica in un@ burocrate della politica che parla come Di Liberto, si veste come bertinotti e cammina come ferrero.

Per le donne, come dicevo, non c’e’ posto in un sistema fatto così. E il punto non è che sia un sistema respingente per le donne ma che è un sistema che va totalmente rinnovato. Non va bene. Non ci piace. Non è lì che vogliamo stare. I partiti non vanno bene, a partire dai loro vecchi, sempre uguali, attaccatissimi alle poltrone, narcisisti, leader. Abbiamo avuto il diritto al voto nel 1946. E’ un diritto che ci consente soltanto di eleggere uomini senza che mai in nessun caso siamo riuscite a incidere, condizionare, contribuire, interferire. Sarà forse il momento di porci il problema.

E ora qualche dato sulla legge Acerbo che come vi dicevo fu quella che permise l’elezione di Mussolini come le nostre leggi permettono l’elezione di berlusconi.

La Legge Acerbo

La legge elettorale italiana del 1923 fu la legge elettorale adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni del 1924. Essa è usualmente indicata come legge Acerbo dal nome del deputato Giacomo Acerbo che ne redasse il testo.

La legge (approvata il 18 novembre 1923 con il n. 2444) fu voluta da Benito Mussolini allo scopo di assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.

Iter parlamentare

Il 4 giugno 1923 il disegno di legge redatto da Acerbo fu approvato dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini e il successivo 9 giugno venne presentato alla Camera e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente Enrico De Nicola secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi.

La commissione fu composta da Giovanni Giolitti (con funzioni di presidente) e Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della "Democrazia", Antonio Salandra per i liberali di destra, Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano (in realtà anche lui fascista) per il gruppo misto.

Tale legge prevedeva l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale. Ogni lista poteva presentare un numero di candidati pari ai due terzi dei seggi in palio (tale meccanismo fu spacciato per democratico in quanto garantiva di converso alle minoranze un terzo dei seggi dell’assise parlamentare, anche nel caso fossero scese al di sotto del 33% dei suffragi), cioè 356 su 535, e la lista che avesse ottenuto la maggioranza con una percentuale superiore al 25% dei voti avrebbe eletto in blocco tutti i suoi candidati. I restanti 179 scranni sarebbero stati ripartiti proporzionalmente alle liste di minoranza, sulla base della legge elettorale del 1919.

Ulteriori modifiche alla legge elettorale precedente erano la riduzione dell’età minima per l’eleggibilità da 30 a 25 anni, l’abolizione della incompatibilità per le cariche amministrative per i sindaci, i deputati provinciali ed i funzionari pubblici, ad eccezione dei prefetti, vice prefetti ed agenti di pubblica sicurezza. Altra importante innovazione fu l’adozione della scheda elettorale al posto della busta.

La legge Acerbo venne approvata alla Camera dei Deputati il 21 luglio del 1923 con 223 sì e 123 no: a favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano (tra cui De Gasperi), il Partito Liberale Italiano e altri esponenti della destra, quali Antonio Salandra; negarono il loro appoggio il Partito Comunista d’Italia ed il Partito Socialista Italiano. La riforma entrò in vigore con l’approvazione del Senato del Regno del 18 novembre[4] con 165 sì e 41 no. Nella discussione del disegno di legge presso il Senato ebbe un ruolo di primo piano il senatore Gaetano Mosca.

Effetti

Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 61,3% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni e che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centrosinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2 511 974 voti, pari al 35,1%.

Alessandro Visani scrisse sull’importanza politica della legge:
« L’approvazione di quella legge fu – questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile – un classico caso di "suicidio di un’assemblea rappresentativa", accanto a quelli "del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell’Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940". La riforma forni all’esecutivo "lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta". »

da femminismo a sud

Massimo D’Alema. Più realista del re

Non m’importa di sapere se in tema di violenza politica lo statunitense Ronald Reagan, l’uomo che nel 1986 bombardò Tripoli ferocemente in una guerra mai dichiarata, vanti un pedigree più nobile di quello che può esibire il dittatore libico Muammar Gheddafi. La violenza, in ogni caso, fu inutile e il colonnello sfuggì al bombardamento terroristico americano. Allah pare sia grande e, da bambino, il colonnello era del resto sfuggito miracolosamente alla morte, saltando su una mina di Mussolini, dittatore di casa nostra, figlio dell’Italia colonialista e liberale al tempo degli eccidi di Shara Shat e padre di quella fascista: l’Italia dei gas etiopi, delle leggi razziali, delle stragi balcaniche, delle pubbliche esecuzioni e delle mortali deportazioni tripolitane.

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Nell’Italia neocoloniale ogni silenzio è complice …

Quello che è emerso in primis ieri, durante la lunga e intensa giornata di festa e lotta alle Caserme Rosse dei/delle migranti, è la necessità di opporci insieme ("italiani/e" e "non-italiani"…) ad una situazione oramai fuori controllo, violentemente denunciata dalla morte di Mabruka nel Centro di identificazione ed espulsione di via Galeria a Roma.

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Ilvo Diamanti, al mercato della paura

ORMAI è impossibile affrontare il tema della "sicurezza" nel dibattito pubblico, ridotto a materia di propaganda politica. Sui giornali e in Parlamento. Se ne parla per catturare il consenso dei cittadini, non per risolvere i problemi. Nel sostenerlo ci pare di scrivere lo stesso articolo. Un’altra volta. Eppure è difficile non tornare sull’argomento. Perché l’argomento ritorna, puntuale, al centro del dibattito politico. Come in questa fase, segnata dalle polemiche intorno al decreto sulla "sicurezza" (appunto). A proposito del quale Franceschini ha parlato di nuove "leggi razziali". Anche se gli aspetti più critici della legge sono stati esclusi dal testo. Ci riferiamo alla possibilità, offerta ai medici e ai pubblici funzionari (i presidi, per esempio), di denunciare i clandestini.
Altre iniziative venate di razzismo invece, non riguardano il governo, ma singoli politici e amministratori locali. Come la proposta di segregare gli stranieri nei trasporti pubblici, a Milano. Assegnando loro posti e vagoni separati. Una provocazione, anche questa. Capace, però, di intercettare consensi, solo a evocarla. La Lega, su questa base, sta costruendo la sua campagna elettorale in vista delle prossime europee. Per conquistare consensi nel Nord, ma anche altrove. Presentandosi come il partito della sicurezza-bricolage, da perseguire in ogni modo.

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Non possiamo stare a guardare

Francesco Viviano di Repubblica continua a occuparsi di Lampedusa, di sbarchi degli stranieri e ora anche di respingimenti. Ci racconta di queste persone che vengono rispedite indietro senza pietà. Quello che li aspetta è un futuro fatto di torture, violenze, stupri, sfruttamento. Tutto gentilmente offerto dai lager libici che lo stesso governo italiano ha finanziato e continua a finanziare attraverso un contributo di miliardi che sono stati dati a risarcimento della Libia per antiche offese subite in cambio di più gas, più petrolio, più qualsiasi cosa. Un baratto. Per il governo italiano si tratta di affari. I soldi pubblici dati per pagare aguzzini e stupratori in cambio di qualche grammo di fonte di energia e della salvaguardia della razza. Vite umane in cambio di niente.

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Vivre libre ou mourir. Per Nabruka, suicida in un Cie (e a perpetua memoria di una legislazione infame)

Stanotte, una donna migrante si è uccisa, impiccandosi, nel Cie di Porta Galeria a Roma. Si chiamava Nabruka Mimuni, aveva poco più di quarant’anni ed era in Italia da quasi trenta. Momentaneamente senza lavoro, non le era stato rinnovato il permesso di soggiorno.

Questo significa essere "clandestina", anche dopo tre quarti della tua vita passati in un paese dove vige una legge infame. Fermata, portata nel centro di identificazione ed espulsione, lì detenuta per alcune settimane, sarebbe stata rimpatriata oggi. Ora non possono più farlo. Mi rifiuto di leggere la sua morte come un atto di disperazione, la disperazione deve essere tutta nostra che non siamo riusciti ad impedirlo.

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La violenza contro le donne non dipende dal passaporto, la fanno gli uomini

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C’e’ questa vicenda bolognese che ha impegnato tante persone a proposito di una iniziativa contro la violenza sulle donne e di un manifesto (sotto trovate link e dettagli). Le donne che sono state chiamate a partecipare a questo seminario portano avanti con determinazione un modo del fare politica e comunicazione contro la violenza maschile sulle donne che è totalmente diversa da quello che si vorrebbe loro accreditare a causa del manifesto razzista e xenofobo oggetto di tante critiche.

E’ vero, è stato un errore di comunicazione che si presta a mille speculazioni: bisogna dire che siamo tornate indietro nel tempo, che oramai lo stupratore è inteso solamente come lo straniero al quale dedicare leggi razziali e ronde xenofobe, ma usare la propaganda fascista (per rappresentare quello che accade ora e che a vederselo riproposto così chiaramente scandalizza di rimbalzo persino quelli che accanto alla parola “stupro” scrivono sovente il termine “marocchino” o “rom”) senza contestualizzarla e spiegarla si presta a veicolare un messaggio che non tutti/e hanno gli strumenti per interpretare. Bastava anche una frase che spiegasse che il governo, la destra, vogliono indurci a pensare allo stupro come una questione etnica invece che di genere. A mio avviso meglio scegliere un’altra immagine, differente, esaustiva, che parlasse di violenza maschile invece che di passaporti ed epidermidi con alti livelli di melanina.

Io mi auguro comunque che al prossimo manifesto di forza nuova che rimanderà ad una interpretazione xenofoba e familista della questione degli stupri i giornalisti e i politici di sesso maschile bolognesi sapranno reagire con altrettanta forza e con altrettanto spirito partigiano. Mi auguro anche che tutti/e coloro che si sono sentiti/e giustamente indignati/e (evviva!) dal manifesto in questione vorranno partecipare all’iniziativa di domani 17 aprile proprio per ragionare di provvedimenti contro lo stupro (o per la sicurezza delle città) che non usino le donne per applicare politiche razziste e fasciste. Tutto il resto lo lascio dire a Barbara Spinelli, una delle relatrici dell’iniziativa, la quale ha scritto una lettera aperta che dice tante cose molto più interessanti.

Vi copio e incollo i dettagli dell’iniziativa e poi tutto il contenuto dell’intervento di Barbara che ringrazio sempre per il prezioso lavoro che fa. Il suo blog è “Femminicidio“, che poi è anche il titolo del suo libro.

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Venerdì 17 aprile 2009 ore 16.30-19,30
Aula Magna S. Cristina via del Piombo 5 Bologna

Il Centro di documentazione ricerca e iniziativa delle donne della città di Bologna organizza il seminario sul tema Femminicidi, ginocidi e violenze sulle donne

In occasione della pubblicazione degli scritti:
D. Danna, Ginocidio. La violenza contro le donne nell’era globale, Eleuthera, 2007;
B. Spinelli, Femminicidio: dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Angeli, 2008;
T. Pitch e G.Creazzo in “Studi sulla questione criminale” Ginocidio. La violenza maschile sulle donne Carocci, 2009

le autrici
Giuditta Creazzo, Daniela Danna, Tamar Pitch, Barbara Spinelli

ne discutono con

Carla Faralli, Fernanda Minuz, Rossella Selmini

Coordinano

Raffaella Lamberti e Milli Virgilio

Hanno aderito all’iniziativa :
Associazione Orlando, Armonie, Casa delle Donne per non subire violenza, UDI, SOS Donna, AdDU

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Barbara Spinelli: A proposito del seminario di domani e delle polemiche sul manifesto.

MANIFESTO SHOCK PER IL SEMINARIO SU FEMMINICIDI, GINOCIDI E VIOLENZA CONTRO LE DONNE.
L’ASSESSORA: E’ STATA UNA MIA SCELTA.

Poiché sono una delle relatrici al seminario di domani, nel darne notizia ho scelto di prendere parola. Per capirci.

I fatti

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/Manifesto-fascista-e-razzista-il-Comune-si-scusa-Ma-%C3%A8-polemica/1618450

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/virgilio:-e-stata-una-mia-idea-mi-dispiace/1618455

http://bologna.repubblica.it/dettaglio/care-amiche-ecco-come-e-andata/1618700

La mia lettera aperta

Non è una scelta facile essere coerenti con sé stessi, ma è necessaria quando si crede in qualcosa.
Per questo alle volte è necessario mettersi in discussione anche per le proprie omissioni, e, quando queste provocano ferite, sentirsene responsabili.
Nonostante io, da autrice del libro “Femminicidio”, invitata quale relatrice al convegno, sia estranea alla bagarre insorta sull’illustrazione fascista, mi sento comunque responsabile nei confronti di tutte quelle persone, ma soprattutto di quelle e di quei migranti che si sono sentiti offesi dalla locandina del convegno in cui sarò una delle relatrici.
Mi sento responsabile perché nel vorticare di impegni quotidiani non ho guardato la mail di presentazione del convegno in cui avrei parlato, non ho mai aperto quell’allegato, e l’ho visto solo oggi insieme alle polemiche che l’hanno accompagnato.
Chi come me non fa di mestiere il conferenziere, e di giorno galoppa per imparare una professione e guadagnarsi da vivere come può, di solito non va per il sottile, e le presentazioni le apre il giorno prima dell’incontro, per fare un copia incolla e linkarle sul blog, o su facebook.
Ironia della sorte!
E pensare che, proprio questo mese, quando, invitata come relatrice in un dibattito in paesino romagnolo di provincia, per una iniziativa pubblica ma in fase elettorale, mi sono indignata e ho negato la partecipazione perché il titolo imposto era “Violenza sulle donne: la vera emergenza”, e io non volevo vedere il mio nome associato proprio a quella logica che attraverso il mio impegno io cercavo di decostruire.
Per cui oggi, presi i giornali, ritrovare sulla prima pagina di Repubblica nazionale il seminario cui partecipavo come relatrice per il “manifesto shock” che lo presentava mi ha fatto “un certo effetto”. Devastante.
Devastante come il potere dei media di oscurare per anni il tuo pensiero e di capovolgere il senso del tuo impegno in un solo giorno, e non per una scelta tua.
Devastante. Mi sono sentita morire a constatarne gli “effetti reali”.
Ho letto le spiegazioni dell’Assessora, gli strali lanciati dai politici ed i distinguo dell’Ordine dei giornalisti.
E ho deciso di con-dividere il turbine di emozioni che mi ha avvinto, e di spiegarle, di farne patrimonio comune, perché non sono sentimenti semplici e diretti, né tantomeno formalismi, ma è un mix esplosivo che rischia di divorarmi di rabbia e amarezza se non esternato.
E ho deciso di pubblicare la mia lettera solo sul mio blog, così, chi vorrà leggerla, intorno vi troverà altri frammenti di me e del mio pensiero, potrà conoscermi per quello che sono, e, anche se non parteciperà al seminario, potrà cogliere come i contenuti dello stesso propongano un’analisi che va in senso esattamente opposto a quello securitario e xenofobo cui fa rimando il manifesto.
Il perché delle mie emozioni controverse, seppure io risulti del tutto “esterna” alla polemica insorta, non riesco a racchiuderlo in due righe formali, di quelle tanto gradite dall’ANSA e dai giornalisti, ma non è facile districare i pensieri quando ancora sono troppo impregnati da emozioni negative.
Provo ad andare per punti.

1) Il manifesto

Indubbiamente la scelta è opinabile. E non è facile dirlo per chi invitata tutto ha saputo a cose fatte.
E’ evidente per chiunque che si tratti di una riesumazione di propaganda fascista.
Se l’avessi visto per tempo, avrei consigliato o di spiegare l’illustrazione, o di modificarla, perché è un immagine che altrimenti “parla da sé”, razzista e xenofoba.
E in quanto tale, se inserita nella presentazione di un convegno contro la violenza sulle donne, può dar luogo – come di fatto è avvenuto – a seri fraintendimenti sugli intenti dell’incontro: chi non avesse conoscenza delle relatrici, potrebbe infatti pensare all’ennesimo incontro che declina la violenza sulle donne come un problema di sicurezza e dei migranti.
Così non è.
Perché anzi le relatrici sono tutte giuriste e criminologhe che attraverso i loro scritti e le loro azioni si sono impegnate a combattere gli stereotipi razzisti e securitari che incistano politiche e norme in materia di violenza sessuale.
Sui giornali comunque il problema non è stato frainteso tanto in questo senso, quanto piuttosto si è concentrato sul fatto che l’immagine fascista è stata inserita nell’ambito di un incontro patrocinato dal Comune.
Anche su questo ci sarebbe da riflettere.
Per quanto concerne la scelta dell’immagine. E’ stata indubbiamente infelice, in quanto non “esplicata”, e dunque di per sé offensiva.
Tuttavia, sulla stampa, la si poteva pure spiegare, una volta che ci è finita !!
Il rimando (per lo meno, quello che ci ho visto io oggi!) infatti è un rimando parecchio colto, e che proprio per questo o va spiegato o è inadatto ad accompagnare l’immagine di un seminario pubblico.
Forse può coglierlo solo chi ha “memoria storica” antifascista e antisessista ben radicata.
Ma è un rimando, se spiegato, azzeccato, a mio avviso.
Appena ho visto il manifesto, è stato immediato per me perché era stato messo lì: il rimando è alle marocchinate, la “licenza per stupro” concessa alle truppe di liberazione come premio per aver vinto la linea nemica.
Allora come oggi, il corpo delle donne usato come strumento politico per ottenere consenso.
Allora come oggi, alla base dello sdegno (e della richiesta di risarcimento) che seguì alla coraggiosa denuncia –postuma- dell’UDI, ci fu l’onore nazionale violato, e non la dignità, il corpo, la libertà di ogni singola donna stuprata.
Un “memento”, a ricordare che la retorica alla base dei discorsi e delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne (che quasi tutti, ancora oggi, continuano a ritenere sia solo la violenza sessuale e non anche quella domestica, economica, sociale, culturale..) oggi come allora è la medesima, ed è al servizio del patriarcato.
Dunque, pure un rimando alla opera scientifica di decostruzione femminista fatta dalle autrici, oggi, di quegli stereotipi fascisti, sessisti, razzisti che sono rappresentati nel manifesto fascista e che, ieri come oggi, sono alla base delle politiche di contrasto alla violenza sulle donne (vedasi da ultimo per quanto riguarda il c.d. d.l. antistupro, il mio commento su zeroviolenzadonne.it, l’articolo di Milli Virgilio sul Manifesto, le note di Tamar Pitch in Questione Criminale).
Questo rimando, l’uso di questo manifesto, viene da una Assessora alle pari opprtunità, con trascorsi femministi, che, forse proprio forte del ruolo ricoperto e per la sua storia, pensava (male) di non dover “rendere conto” della scelta, di non essere fraintendibile negli intenti, e forse anche convinta di parlare a quei famosi quattro lettori, anzi più spesso lettrici, che, “aficionadas”, si interessano a questi temi e popolano questi dibattiti.
Lettrici che conoscono se non di persona almeno per averle già lette da qualche parte le relatrici, e che dunque sanno che tra queste si annidano alcune tra le poche studiose femministe da sempre impegnate nella decostruzione degli stereotipi securitari e razzisti che permeano il discorso pubblico sulla violenza maschile sulle donne. Dunque, lettrici che non possono fraintendere.
Non si tratta di “contorsioni mentali”, come sostiene Lonardo: si tratta di un rimando strumentale a una storia, quella delle marocchinate, che almeno chi si proclama antifascista dovrebbe conoscere.
Un errore madornale buttare lì l’immagine senza darle un senso attraverso una nota esplicativa.
E infatti la politica non perdona, chi rompe paga, e dunque l’assenza di una nota all’illustrazione ha generato risentimenti di eco nazionale, legittimi in quanto ai fini della comunicazione pubblica quella immagine, non commentata, non era immediatamente percepibile nel significato attribuitogli se non (io suppongo) da chi l’ha scelta o dalle “addette ai lavori”.
Ha ragione Lonardo che è necessario, per chi cura l’immagine di eventi pubblici patrocinati dal Comune, mettersi nei panni degli altri.
E di questo, per non averlo fatto, l’Assessora si è presa le sue responsabilità.
In questi casi, chiedere scusa a chi per la propria appartenenza etnica o per la propria storia personale si è sentito offeso, è d’obbligo, aldilà della volontarietà o della casualità dell’offesa.
Così come è d’obbligo ribadire i contenuti del seminario e i soggetti coinvolti, che, proprio e solo a causa dell’immagine, ancora restano ambigui.

2) Lo sciacallaggio mediatico e politico. Basta parlare di altro !!
La rabbia,la passione e la frustrazione.

Uso questo termine di proposito, perché a quanto pare va di moda oggi, perché è evocativo e genera riprovazione e sdegno collettivo della comunità verso chi approfitta, col fine di trarne vantaggio personale, della tragedia collettiva.
Nel caso di specie, la tragedia collettiva sono i numeri della violenza maschile sulle donne, i numeri del femminicidio.
Oggi, ogni tentativo di discorso pubblico sulla violenza maschile contro le donne, diventa oggetto di sciacallaggio. A fini politici, di promozione personale, di consenso sociale, di controllo del territorio.
My body is a battleground.
Quando si tenta di fare un discorso scientifico sulla violenza maschile sulle donne, diventa sempre facile parlare di altro. Perché la realtà “strutturale” della violenza degli uomini sulle donne, come espressione di relazioni di potere diseguali, storicamente determinate, è difficile da spiegare e non fa notizia.
Allora basta un appiglio e il gioco è fatto. Soprattutto in periodo elettorale, quando la politica si gioca, più che in altri momenti, sul corpo delle donne.
E allora via, il corpo della donna diventa oggetto mediatico e politico su cui costruire il consenso. Donna oggetto di stupro, donna oggetto di protezione dalla violenza sessuale con ronde e pene più alte, donna oggetto di battute, donna precaria oggetto di matrimonio per sistemarsi, donna in coma oggetto di gravidanza possibile, donna bella oggetto di dono tra presidenti….
Già donna oggetto. “In quanto donna”. Come nel manifesto fascista, ancora oggi la donna acquista rilievo in quanto madre, moglie, figlia, puttana: cioè in quanto “funzionale” al maschile.
Femminicidio è questo: ogni pratica personale o sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta alla integrità, allo sviluppo psico-fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o morte della vittima nei casi peggiori (…) Il femminicidio è un fatto sociale: la donna viene uccisa nella sua soggettività in quanto donna, perché non accetta di ricoprire il ruolo che l’uomo o la società vorrebbero impersonasse.
Già, “In quanto donna”, nel momento in cui una persona incarnatasi in un corpo femminile e consapevole del suo essere donna nel mondo e nella società e nelle relazioni produce un sapere “di genere”, e attraverso questo occhio consapevole analizza la realtà delle discriminazioni che quotidianamente subisce “in quanto donna”, ecco che non fa più notizia, scompare.
Non è un caso se, quando c’è da riflettere sulle cifre e sulle cause della violenza domestica, prima causa di morte per le donne in Italia, si parla d’altro.
Come per la manifestazione indetta dall’Assemblea cittadina femminista e lesbica per l’otto marzo.
In quella occasione, su tutti i giornali non si parlò dei contenuti portati dalle donne alla manifestazione (antisessista, antifascista, antirazzista), ma trovò spazio solo la polemica col cerimoniere per lo striscione affisso sotto il portico di Palazzo D’Accursio, e la polemica con le autorità per la mancata concessione della zona vietata alle manifestazioni.
Anche quella volta, non fu difficile deviare l’attenzione e parlare di altro.
Anche quella volta, ci fu uno sciacallaggio mediatico e politico.
Già, perché pure lì i compagni trovarono opportuno, proprio il giorno dedicato alle “nostre” celebrazioni, per “solidarietà”, prendersi la piazza (e annessa denuncia) per protestare contro l’ordinanza limitativa delle manifestazioni in centro.
Oggi come allora, è bastato un appiglio per parlare di altro.
Ed è bastato forse anche per svista, perché le elaborazioni femministe sul tema sono talmente di “nicchia”, rispetto a quelle dei “compagni”, che forse se solo gli intervistati avessero conosciuto il pensiero delle relatrici avrebbero parlato di altro e quella provocazione si sarebbe letta appunto come tale, come traccia grafica di quella decostruzione degli stereotipi fascisti sulla violenza contro le donne (ancora oggi così vivi e ancora normativamente riprodotti) che i testi presentati affrontavano per iscritto.
Purtroppo, genera in me rabbia e amarezza che le parole di analisi spese in tanti anni restino vane e sconosciute all’opinione pubblica, che di quel seminario ricorderà solo “quello del manifesto razzista”.
Il potere dei media e della parola pubblica, che non conosce e disconosce la parola delle donne.
Mentre infatti il fascismo ed il razzismo sono immediatamente riconosciuti e riconoscibili, così non è per il sessismo.
Infatti, se al posto dell’immagine incriminata ci fosse stata la solita immagine di donna piangente nuda e rannicchiata su sé stessa, nessuno si sarebbe lamentato.
Già, perché quella immagine, che pure è discriminatoria nell’associare nell’immaginario collettivo il discorso sulla violenza a una donna sola, fragile e bisognosa di tutela e protezione (“vittima”, appunto), non viene percepita come sessista.
Così come pure nessuno si è lamentato dei manifesti della Relish appesi nella nostra città più a lungo che in altre, così come pure l’Ordine dei Giornalisti non si scandalizza per come viene violata la privacy delle vittime di stupro che spesso e volentieri, anche in casi cittadini, sono rese palesemente identificabili, così come …..
Ce ne sarebbero troppi di “così come” da non finire più, e sarebbe un elenco volto non a giustificare l’errore di cui sopra in cui è incappata l’Amministrazione bolognese e gli effetti deleteri cui ha dato luogo, ma sarebbe volto a evidenziare come i discorsi pubblici sulla violenza contro le donne passino sempre sul corpo delle donne, sulla parola delle donne, e mai attraverso un pensiero ed una analisi di genere, che sempre viene calpestata tra le priorità.
Ci sono sempre uomini pronti a parlare di altro a partire dal corpo delle donne.
Ci sono sempre giornalisti pronti a intervistare uomini che parlino “sulle donne” e “per le donne”.
Ci sono sempre sciacalli pronti a costruire emergenze e ricavarne consenso.
Ricordo ancora la rabbia quando, ai tempi del pacchetto sicurezza proposto dal centrosinistra a seguito dell’omicidio di Giovanna Reggiani, scrissi furente sul rapporto tra controllo della sessualità e controllo del territorio, razzismo, sessismo e politiche securitarie…e da allora è stato un continuo, ultima tappa Terni, proprio due settimane fa.
Di qui la rabbia per il silenzio assordante sulle analisi femministe e di genere della violenza sulle donne, di qui l’amarezza per come, sistematicamente, emergano appigli per parlare di altro, negando cittadinanza al pensiero delle donne ed alla soggettività politica, scientifica, culturale delle stesse.
Domani parlerò di femminicidio, ma un mio contributo su sessismo, fascismo e razzismo lo si trova qui:
http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article824
http://www.donnatv.it/tv/mooffanka/?tool=tvp&vid=522
http://femminicidio.blogspot.com/search/label/sicurezza
http://www.giuristidemocratici.it/what?news_id=20061122082612
Barbara Spinelli, autrice del libro “Femminicidio”
(non l’editorialista de “LA STAMPA” !)

Le ronde? No, ma in effetti…però

In questi giorni si susseguono gli scambi di opinione sulla questione delle ronde. C’e’ chi ne dice male, come noi, chi le vorrebbe differenti, chi non le vorrebbe ma "in effetti, però…"

Le affermazioni che ovviamente ci sorprendono di più sono quelle di tante donne che si sono contraddistinte per il proprio percorso femminista e dimostrano, semmai ce ne fosse bisogno, che il femminismo è bello quanto assai vario. Perciò arriviamo ad un intervento di Letizia Paolozzi pubblicato su DonneAltri e sul Manifesto. Ho ritenuto di doverle scrivere una lettera che ragionasse sugli spunti che lei, rendendo pubbliche le sue rispettabilissime paure, ha voluto dare.

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Girolimoni, potenza del regime e milizie per la sicurezza

http://1.bp.blogspot.com/_vdiLS4mZKDM/SDAoP86X6SI/AAAAAAAAACk/-MonEaB_opo/S227/girolimoni.jpgRoma, 9 maggio 1927

"Ancora una volta la volontà del Duce, personalmente e recisamente manifestata, ha trovato tenaci e fedeli esecutori. Dal giorno in cui Benito Mussolini, rabbrividendo nelle più profonde fibre del suo tenerissimo cuore di padre, disse: "Voglio che l’immondo bruto venga arrestato", tutti ebbero la convinzione assoluta, incrollabile, che il mostro non sarebbe sfuggito dalle maglie della rete, e tutti attesero fiduciosi, senza impazienza, senza commenti, che il comandamento del Duce venisse eseguito."
Da L’Impero

Questo è solo un pezzo tratto da una rassegna più ampia raccolta nell’angolo nero di blogosfere. Tutti articoli di quel periodo che parlano di una vicenda che forse ricorderete per averla vista narrata dal film di Damiano Damiani con uno straordinario Nino Manfredi come protagonista: Girolimoni, il mostro di Roma.

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