Friday 25 May 2012, 05:50

Gli articoli con tag: " Kosovo "

Smontaggio e intrattenimento internazionale

Le elezioni in Spagna dovrebbero dare significative indicazioni agli italiani, ma l’indifferenza dell’elettorato e di coloro che lo comandano è dilagante, lo è sempre stata. Zapatero a capo del Psoe si trova a confrontarsi con Rajoy, il rappresentante del Partito Popolare e di fatto anche della Conferenza Episcopale Spagnola, una sorta di nostro Casini un po’ più seguito. … Leggi tutto

Zoran Vujovic, una vittima per capire la Storia

Belgrado Lui, Zoran Vujovic, 21 anni, era un bambino quando è diventato un profugo di guerra ed è dovuto andar via dal Kosovo, la provincia yugoslava dove era nato.

Con i suoi genitori aveva resistito sotto le bombe occidentali ma poi avevano dovuto cedere alla pulizia etnica dell’UCK che oggi, con la complicità della NATO, è governo a Pristina.

L’altro giorno, quando hanno trovato il suo cadavere carbonizzato nell’Ambasciata statunitense, i giornali di tutto il mondo l’hanno definito un teppista che aveva avuto quello che meritava.

 

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Nel Kosovo indipendente vincono solo gli Stati Uniti

Silvio Fagiolo, Sole24Ore

Dall’Onu alla Nato alla Ue, dalla Russia alla Serbia: con l’eccezione degli Usa, sono molti i perdenti nell’indipendenza del Kosovo. Metafora, anche per questo, di una crisi le cui radici risalgono lontano nel tempo, dalla storica disfatta dei serbi contro i turchi alla quale seguì la dominazione ottomana. Sconfitta, in primo luogo, delle Nazioni Unite con le sue sovranità invalicabili. Il potere di interdizione di un Paese, la Russia, ha impedito che la transizione dall’autonomia all’indipendenza sorvegliata avvenisse nel contesto di un consenso universale.

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Il rozzo cocchiere americano

Cosa ci spinge a credere che “il rozzo cocchiere americano”, come diceva M.F. Sciacca, sia l’unico percorso tracciato che noi europei possiamo o dobbiamo seguire? Quale legame profondo esiste tra America ed Europa? Quanto sangue è stato versato dai nostri alleati americani per essere loro riconoscenti sino all’auto annientamento di ogni identità culturale , economico-sociale e religiosa? I civili uccisi nei bombardamenti e i militari fucilati allo sbarco in Sicilia, non sono sufficiente valore di scambio per il piano Marshall? L’aver garantito la fuga di criminali nazisti attraverso la via dei conventi, non è stato sufficiente a colmare le fila dei servizi segreti e carenze intellettuali criminali? Quale dovrebbe essere il nostro debito nei confronti dell’URSS e dell’est eurasiatico? Se gli americani uccisi nella seconda guerra mondiale sono circa 50000, come controbilanciare con più di 20 milioni di sovietici, di cui circa la metà civili? Se Stalingrado non avesse retto, cosa sarebbe oggi l’Italia e il mondo? Se la megalomania di Hitler non lo avesse spinto verso Mosca, cosa avrebbe fatto l’America oltre a fornire industrie e solidarietà al regime nazista?

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Aldo Moro, l’Europa che svanisce e la Kosova immaginaria

kosovo10G Nel suo studio a Palazzo Chigi, l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, chiese al suo segretario particolare: “Quanti abitanti ha Malta?”

Era l’epoca nella quale gli incrociatori sovietici ormeggiavano nel porto della Cottonera e i marinai russi sorseggiavano birra Cisk e si ustionavano al sole tra le fortificazioni dei cavalieri.

Dom Mintoff, che tutti chiamavano Il-Perit e oggi ha 92 anni, giocava d’azzardo sul tavolo della guerra fredda, flirtando con l’Unione Sovietica, come poi avrebbe fatto con Gheddafi, per ottenere migliori condizioni dagli occidentali. Il segretario di Moro non sapeva quanti abitanti avesse l’arcipelago. Ma la risposta che buttò lì non era lontana dalla realtà: “più o meno come Bari, Presidente”.

Moro rifletté un attimo e poi disse: “allora possiamo pagare”.

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Effetto Kosovo, Francesco Battistini e il Corriere della Sera: cialtroni!

Quel bel richiamo in prima sul Corriere della Sera di ieri non poteva non attrarre come le mosche al miele chi si interessa di popoli e nazioni: “Effetto Kosovo: voglia di secessione. Dalla Spagna al Messico, nuova linfa ai secessionismi”. Il Messico?

Si va all’interno e ci sono ben due pagine, la 12 e la 13. Ovvero è il reportage più importante che il giornale offre ai suoi lettori. Potrebbe essere l’occasione perché il più importante giornale italiano faccia il punto su cosa mette in moto l’invenzione del Kosovo come Stato da parte della Nato. Ma alla lettura del pezzo si rimane indignati per il pressappochismo, la superficialità, le scelte politiche e la vera ignoranza dimostrate dall’articolista Francesco Battistini, già famoso per performance ineleganti in America latina.

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Interventi “umanitari” e crisi del Darfur

Stimolato dall´intervista a Bernard Hours sulla critica dell´ideologia umanitaria e dalla conseguente richiesta di approfondimento di Gennaro, mi sono incuriosito ancor di piú sulla questione umanitaria ed in particilare sulla tragedia africana del Darfur. Per cui, dopo aver incontrato e letto gli interessanti articoli che seguono, ho deciso di tradurli dal portoghese per il pubblico di lingua italiana che non avesse avuto la possibilitá di avere informazioni dettagliate sulla questione. Gli argomenti presenti negli articoli mi paiono attualissimi, anche se la pubblicazione degli originali risale al 2006.

Darfur – Crisi umanitaria sotto la mira dell´imperialismo

Che c´é dietro alla campagna “Fermare il genocidio in Darfur” che dilaga negli USA?

Da un momento all´altro assistiamo alla diffusione di petizioni, incontri e appelli alla solidarietá per conto di organizzazioni universitarie. Il 30 aprile scorso (30/04/2006) ha avuto luogo una manifestazione in un centro commerciale di Washington, D.C., per “Salvare il Darfur”.

Ci dicono, ripetutamente, che “qualche cosa” deve essere fatta. “Forze Umanitarie” e forze nordamericane di “manutenzione della pace” devono essere immediatamente inviate per fermare la “pulizia etnica”. Truppe dell´ONU o della NATO devono essere utilizzate per porre termine al “genocidio”. Il governo nordamericano ha la “responsabilitá morale di prevenire un altro Olocausto”.

L´indignazione é promossa attraverso i mezzi di comunicazione con storie sulle violazioni in massa o foto che esibiscono rifugiati nella disperazione totale. L´accusa é che decine di migliaia di africani sono assassinati da milizie arabe, sostenute dal governo sudanese. Il Sudan, a sua volta, é etichettato come uno “Stato Terrorista”. Perfino in manifestazioni contro la guerra sono stati distribuiti manifesti con lo slogan: “Fuori dall´Irak – Per il Darfur”. Sul New York Times, annunci a tutta pagina ripetono l´appello.

Chi c´é dietro a questa campagna e quale é il tipo di azioni richieste?

Una analisi superficiale dei gruppi che appoggiano la campagna “Salvare il Darfur” ci mostra il ruolo predominante dei cristiani evangelici di estrema destra, cosí come di alcuni dei piú importanti gruppi sionisti.

In un articolo pubblicato sullo Jerusalem Post del 27/04/2006, intitolato “Ebrei nordamericani dirigono la pianificazione delle azioni a favore del Darfur”, é descritto il ruolo svolto da alcune delle principali organizzazioni sioniste per la promozione della manifestazione del 30/04/2006. Un annuncio a tutta pagina sul New York Times a favore di questa stessa manifestazione é stato sottoscritto da alcune organizzazioni ebree, come la UJA-Federation di New York e la The Jewish Council for Public Affairs.

Nonostante ció, non sono solo gruppi sionisti gli unici coinvolti in questa campagna. La manifestazione é stata patrocinata da una coalizione di 164 organizzazioni, che includono tra i gruppi religiosi, l´Associazione Nazionale Evangelica e l´Alleanza Evangelica Mondiale, che appoggiano con forza l´invasione dell´Irak decisa dalla amministrazione Bush. Un gruppo evangelico del Kansas, il Sudan Sunrise, ha dato il suo contributo organizzando una cena per 600 persone, ha affittato mezzi di trasporto, ha fornito oratori e si é impegnata corpo e anima nella colletta di fondi.

Di fatto, molto difficilmente poteva essere una manifestazione contro la guerra o a favore di maggior giustizia sociale. Poco prima della manifestazione i suoi organizzatori hanno partecipato ad una riunione con il presidente George W. Bush. In questa riunione, il presidente ha pronunciato le seguenti parole: “La vostra partecipazione é benvenuta. Vi ringrazio per il vostro impegno”.

Le stime iniziali erano di piú di 100 mila manifestanti. Nell´informare su “varie migliaia”, tra i 5 mila e 7 mila participanti, in una manifestazione con grande maggioranza di bianchi, la copertura dei media non avrebbe potuto essere piú generosa e sproporzionata, visto lo scarso numero di presenti – in grande misura centrata sulle celebritá che hanno preso la parola, come l´attore George Clooney. Democratici e Repubblicani di primo piano hanno dato la loro benedizione, incuso il senatore (candidato Democratico alla presidenza) Barack Obama, la lider delle minoranze della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Democratica, dello Stato della Califórnia), la segretaria-aggiunta per gli affari africani Jendayi Frazer ed il governatore dello stato del New Jersey, Jon Corzine, conosciuto anche per aver speso 62 milioni di dollari delle sue proprie tasche per eleggersi.I grandi mezzi di comunicazione hanno dato a questa manifestazione piú importanza di quella dei 300 mila contro la guerra, che é avvenuta il giorno precedente a New York, o alle gigantesche manifestazioni a favore dei diritti degli immigrati, avvenute in tutti gli USA nei giorni immediatamente seguenti.

L´ambasciatore degli USA all´ONU, John Bolter, cosí come il precedente e l´attuale segretario di stato, il generale Colin Powell e Condoleezza Rice, oltre al generale Wesley Clark e al primo ministro britannico Tony Blair, tutti si sono pronunciati a favore dell´intervento in Sudan.

Questi importanti architetti della politica imperialista molte volte si riferiscono ad un altro modello quando chiedono questo intervento: la vittoriosa guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia, che ha stabilito una amministrazione USA/NATO sul Kosovo dopo una massiccia campagna di bombardamenti.

Il Museo dell´Olocausto in Washington ha lanciato un “allerta di genocidio” – il primo di sempre – e 35 lider evangelici hanno sottoscritto una petizione chiedendo al presidente George Bush l´invio di truppe nordamericane in Darfur. Una speciale sceneggiatura é stata creata a livello nazionale per generare una base di appoggio all´intervento degli USA tra gli studenti.

Molte ONGs hanno ricevuto sussidi dal National Endowment for Democracy (NED) per far parte della campagna “Salvare il Darfur” e voci considerate liberali come Amy Goodman della organizzazione Democracy Now, o Rabbi Michael Lerner della TIKKUN e di Human Rights Watch hanno dato il proprio contributo.

Desviare l´attenzione dal disastro dell´Irak.

La criminale invasione e i massicci bombardamenti dell´Irak, la distruzione delle sue infrastrutture lasciando popolazioni intere senza acqua né luce, o le foto atroci di militari USA che applicano la tortura nella prigione di Abu Ghraib, hanno prodotto proteste generalizzate. Nel momento di maggior spicco delle proteste, in settembre 2004, l´allora segretario di stato, il generale Colin Powell ha realizzato un viaggio in Sudan per annunciare da lí che il crimine del secolo – “un genocidio” – stava succedendo in quel preciso momento ed in quell´esatto luogo. Pertanto, la soluzione incontrata dagli USA si riassunse nella richiesta alle Nazioni Unite di imporre sanzioni ad uno dei paesi piú poveri del mondo o nell´invio di truppe di “manutenzione della pace” nordamericane.

Nel frattempo, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell´ONU non si mostrarono disposti as accettare questo punto di vista, né tantomeno le “evidenze” annunciate dagli USA o il piano di azioni proposto.

La campagna contro il Sudan ha preso piede proprio quando era piú che evidente che l´invasione dell´Irak da parte degli USA si era basata su di un artificio di frode. Gli stessi media che si sforzavano per dare credibilitá agli Stati Uniti rispetto alla giustizia dell´invasione dell´Irak, basata sull´argomento che il paese possedesse “armi di distruzione di massa”, si mostrano ancora una volta disposti ad inscenare questa ulteriore menzogna nel riportare i “crimini di guerra” commessi da forze Arabe in Sudan.

La campagna per il Darfur si interseca con vari obbiettivi cari all´attuale agenda politica dell´imperialismo nordamericano. Da un lato persiste nella demonizzazione dei popoli arabi e mussulmani, dall´altro desvia le attenzioni dalla catastrofe umanitaria che risulta da una guerra brutale e successiva occupazione dell´Irak da parte degli USA, che distruggono centinaia di migliaia di vite umane.

É anche un tentativo di disviare le attenzioni del mondo sul finanziamento e l´appoggio degli Stati Uniti alla guerra israeliana contro il popolo palestino.

Non meno importante, apre il cammino al potere corporativo USA rispetto ai disegni di controllo dell´intera regione.

Qual´é l´interesse degli USA in Sudan?

Il Sudan é il piú grande paese africano in superficie. É situado strategicamente nel Mar Rosso, immediatamente a sud dell´Egitto e ha frontiere con 7 paesi africani. Ha approssimatamente le dimensioni dell´Europa Occidentale e la sua popolazione somma appena 35 milioni di persone.

Il Darfur corrisponde alla regione occidentale del Sudan ed ha dimensioni comparabili alla Francia [maggiori dell´Irak, NdT], con una popolazione di 6 milioni di abitanti.

Le risorse naturali recentemente scoperte in Sudan fanno di questo paese un bersaglio privilegiato degli interessi corporativi nordamericani. Si stima che le sue risorse petrolifere rivaleggino con quelle dell´Arabia Saudita, per non parlare degli abbondanti depositi di gas naturale. Come se non bastasse, il terzo maggiore deposito di uranio ad alto tenore ed il quarto maggior deposito di rame del pianeta sono situati sul suo territorio.

Solo che, al contrario dell´Arabia Saudita, il governo sudanese ha mantenuto la sua indipendenza da Washington. Incapace di controllare la politica petrolifera sudanese, gli USA hanno fatto di tutto per impedire lo sviluppo dello sfruttamento di questa importante risorsa naturale. Mentre la Cina ha collaborato con il Sudan provvidenziando la tecnologia necessaria per il suo sfruttamento, dalla perforazione e pompaggio, alla costruzione di un oleodotto. Grande parte del petrolio sudanese é attualmente esportato in Cina.

La politica USA si alterna tra il boicattaggio alle espórtazioni di petrolio attraverso sanzioni e l´istigazione degli antagonismi nazionali e regionali. In particolare, negli ultimi vent´anni, l´imperialismo nordamericano ha appoggiato un movimento separatista nella regione sud del paese, esattamente nel luogo nel quale é stato per la prima volta scoperto il petrolio. Questa lunga guerra civile non ha fatto altro che assorbire una parte considerevole delle risorse del governo centrale. Quando alla fine fu firmato un accordo di pace, gli Stati Uniti hanno cambiato repentinamente le loro attenzioni, interessandosi alla zona occidentale del Sudan, appunto il Darfur.

Piú recentemente, un accordo simile tra il governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur é stato rifiutato da un´unica formazione, per far sí che le ostilitá continuino. Gli Stati Uniti si arrogano il ruolo di mediatori neutri e persistono nella pressione esercitata contro il governo sudanese per stappare concessioni per i ribelli, ma “a causa della parzialitá dei suoi alleati africani piú prossimi, ed in particolare perché hanno aiutato nell´allenamento di ribelli dell´Esercito di Liberazione Sudanese (SLA) e del Movimento per la Giustizia e l´Uguaglianza (JEM), la reazione violenta del governo sudanese non si é fatta aspettare” (www.afrol.com).

Il Sudan ha una delle popolazioni piú diversificate del mondo. Piú di 400 gruppi etnici possiedono linguaggi e dialetti propri. L´arabo é l´unica lingua comune. La capitale, la grande Khartoum, maggior cittá del paese, ha una popolazione di 6 milioni di abitanti. Approssimatamente l´85% dei sudanesi vivono di agricoltura di sussistenza e pastorizia.

I grandi media nordamericani sono unanimi nella semplicistica descrizione della crisi nel Darfur che consisterebbe in una serie di atrocitá commesse dalla milizia Jan Jawid, appoggiata dal governo centrale sudanese, ed é descritta come una aggressione “araba” contro popolazioni “africane”.

Si tratta di una distorsione totale della realtá. In The Black Commentator del 27/10/2004 si evidenzia che “tutte le parti coinvolte nel conflitto – siano esse ritenute `arabe` o `africane` sono ugualmente negre e native, mussulmane e locali, tutta la popolazione del Darfur parla l´arabo. Sono tutti mussulmani sunniti”.

Secca, Fame e Sanzioni.

La crisi in Darfur ha radici nelle lotte inter-tribali. Si é sviluppata una lotta disperata per l´acqua sempre piú scarsa e per i diritti di pascolo in una vasta area del nord dell´Africa che é stata attinta per anni dalla secca e dalla fame crescente.

Nella regione del Darfur esistono piú di 35 tribú e gruppi etnici. Circa metá della popolazione pratica l´agricoltura di sussistenza e l´altra metá sono pastori semi-nomadi. Durante centinaia di anni le popolazioni nomadi pascolavano i loro animali nella vastitá delle pianure, dividendo i pozzi con gli agricoltori. Di fatto, in questa terra fertile si sostentano civilizzazioni da piú di 5.000 anni, tanto nella parte occidentale del Darfur come piú ad est, lungo il fiume Nilo.

A causa della secca e alla desertificazione sub-sahariana che non cessa di guadagnare terreno, non ci sono piú terre sufficienti per l´agricoltura o la pastorizia, in quella che é stata a suo tempo la “stalla dell´Africa”. L´irrigazione e lo sfrutamento delle abbondanti risorse esistenti in Sudan potrebbe certamente essere la soluzione per tutti questi problemi. Ma le sanzioni nordamericane o gli interventi militari non li risolveranno.

Molte persone, in particolare bambini, muoiono in Sudan per malattie perfettamente curabili e facili di prevenire per colpa di un attacco con missili Cruise ordinato dal presidente Bill Clinton il 20/08/1998 contro la fabbrica di farmaci El Shifa in Khartoum. Questa fabbrica, che produceva medicine economiche per il trattamento della malaria e della tubercolosi, forniva il 69% dei farmaci disponibili in Sudan.

Gli USA affermarono che il Sudan sviluppava lí una istallazione orientata alla produzione di gas tossico VX. Non sono state mai presentate prove concrete di questa accusa. Queste istallazioni mediche basiche, totalmente distrutte da 19 missili, non sono state ricostruite, né il Sudan ha ricevuto un centesimo di indennizzo.

Il ruolo della NATO e dell´ONU in Sudan.

Attualmente, ci sono 7.000 soldati dell´Unione Africana in Darfur. Il loro appoggio tecnico e logistico é fornito dagli USA e dalla NATO. Oltre a ció, migliaia di funzionari delle Nazioni Unite amministrano campi di rifugiati con centinaia di migranti per la secca, la fame e la guerra. Tutte queste forze esterne fanno molto di piú che provvidenziare la tanta necessaria sostentazione. Essi sono una fonte di instabilitá. Allo stesso modo di come fecero gli aspiranti conquistatori capitalisti durante i secoli, essi consapevolmente instigano i gruppi gli uni contro gli altri.

L´imperialismo nordamericano é coinvolto di corpo e anima nella regione. A ovest del Darfur, nel vicino Ciad, secondo informazioni del proprio Dipartimento di Difesa USA, gli Stati Uniti hanno organizzato un intervento militare internazionale con una struttura mai vista in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. Il Ciad é stata a suo tempo una colonia francese e non solo le truppe di questo paese ma anche quelle statunitensi sono direttamente implicate nel finanziamento, nella preparazione e nel rafforzamento delle forze armate del capo militare del Ciad, Idriss Deby, il quale, a sua volta, ha appoggiato gruppi ribelli in Darfur.

Durante piú di mezzo secolo il Sudan é stato amministrato dalla Gran Bretagna, ma non senza che la stessa non fosse obbligata ad affrontare un´ampia resistenza. La politica coloniale britannica si basava all´epoca nella tattica del divide et impera e nella manutenzione delle sue colonie in una situazione di sottosviluppo e isolamento cronico con l´obiettivo di facilitare il saccheggio delle loro risorse.

Sostituendo le varie potenze coloniali europee in varie parti del mondo, anche l´imperialismo nordamericano ha continuato a sabotare l´indipendenza economica dei paesi che tentano adesso di emergere dal sottosviluppo ereditato dalla loro condizione coloniale. Le principali armi economiche utilizzate sono state le sanzioni, combinate con le esigenze di “aggiustamento strutturale” sollecitate dall´FMI controllato dagli USA. In cambio di prestiti, i governi-bersaglio sono obbligati a tagliare le loro spese per lo sviluppo di investimenti in infrastruture.

Come gli effetti delle sanzioni delle organizzazioni occidentali, che aggravano il sottosviluppo e l´isolamento, possono risolvere qualcuno di questi problemi?

Washington ha frequentemente utilizzato il tremendo potere che possiede nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU per ottenere risoluzioni favorevoli per l´invio di truppe in altri paesi, nessuna é stata per missioni umanitarie.

Nel 1950 e sotto l´egida delle Nazioni Unite, truppe nordamericane hanno invaso la Corea in una guerra che ha determinato la morte di piú di 4 milioni di persone. Sotto la stessa bandiera, sono riusciti ad occupare la penisola coreana e a dividerla per piú di 50 anni.

Sotto la pressione degli USA, nel 1961, sono state istallate truppe nel Congo, dove svolsero un ruolo attivo nell´assassinio di Patrice Lumumba, il primo ministro del paese.

Nel 1991, gli USA hanno ottenuto il mandato delle Nazioni Unite per un bombardamento massiccio della totalitá delle infrastruture civili irachene, incluso le centrali di trattamento delle acque, strutture di irrigazione e centri di produzione di generi alimentari – e i 13 anni di sanzioni imposte all´Irak si sono tradotti in piú di un milione e mezzo di iracheni morti.

Nella Jugoslavia e in Haiti, le truppe dell´ONU sono servite da copertura della occupazione americana e europea – non per la pace o per la riconciliazione.

Le potenze imperialiste degli Stati Uniti e dell´Europa sono responsabili per il commercio genocida degli schiavi che ha decimato l´Africa, per il genocidio delle popolazioni indigene dell´America e per le guerre e occupazioni coloniali che hanno saccheggiato 3/4 del pianeta [per un riassunto succinto della storia dell´imperialismo USA vedi il testo alla pagina http://lists.peacelink.it/pace/msg04992.html NdT]. E l´imperialismo tedesco fu responsabile del genocidio del popolo ebreo. Appellarsi all´intervento militare di queste stesse potenze come risposte ai conflitti in Darfur significa ignorare cinque secoli di storia.

Sara Flounders, 03/06/2006

L´autrice Sara Flounders é co-direttrice del IACenter insieme all´ex-procuratore generale degli USA, l´avvocato Ramsey Clark. Fu una delle coordinatrici dell´equipe che ha difeso giudizialmente Saddam Hussein. É stata in Sudan subito dopo i bombardamenti delle istallazioni farmaceutiche di El Shifa, in 1998, insieme a John Parker, con una delegazione di investigazione creata dall´IACenter. Sara Flounders é anche co-direttrice del gruppo internazionale contro la guerra denominato ANSWER; coordinatrice del Depleted Uranium Education Project (Progetto Educazionale sull´Uranio Impoverito) e membro del Workers World Party, organizzazione politica marxista nordamericana.

L´articolo originale é pubblicato in: http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/

Traduzione in portoghese per conto di http://resistir.info/, pubblicata in: http://www.mra.org.br/index.php?option=com_content&task=view&id=354&Itemid=41

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15/09/2006 – Sara Flounders, co-direttrice dell´IACenter denuncia la farsa di Bush contro il CarfurIl Sudan respinge l´uso dell´ONU per conto degli USA per un intervento coloniale.

“Il Paese sa che gli USA hanno usato la risoluzione ONU del 1990 per distruggere l´Irak” afferma la attivista.

“Gli sforzi nordamericani per stabilire l´occupazione e la dominazione coloniale sono stati sconfitti il 4 settembre (2006). Il governo del Sudan ha rifiutato che le Nazioni Unite dislocassero truppe nella regione ovest del Darfur”, afferma Sara Flounders.

“Nel giorno 1 di settembre, gli USA e l´Inghilterra hanno fatto passare la Risoluzione 1791 attraverso il Consiglio di Sicurezza dell´ONU. Questa sollecitava l´invio di piú di 20 mila soldati ONU per assumere il ruolo che attualmente é svolto dai 7.000 uomini dell´Unione Africana. Il consigliere del presidente, Mustafá Osman Ismail, ha risposto che il governo del Sudan ha rifiutato la transizione, dalle Forze di Sicurezza Africane ad una maggior presenza internazionale, poiché l´obiettivo dell´ONU é `il cambiamento di regime`”, aggiunge Sara Flounders.

“La Russia, la Cina ed il Qatar si sono astenuti dal voto nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU e lo hanno criticato, nonostante né la Cina e né la Russia abbiano esercitato il loro potere di veto, ma hanno inserito una clausola che stipula che l´ingresso delle truppe ONU sarebbe avvenuto `sulla base dell´accettazione da parte del governo sudanese`”.

“Una campagna di pressioni internazionali per forzare il Sudan ad accettare forze straniere é attualmente organizzata dagli USA”, allerta Sara.

[...]

“Bush ha usato il termine intollerante di `Fascismo Islamico` e le sue dichiarazioni su di una terza guerra mondiale interminabile contro paesi che lottano per difendere la propria sovranitá nazionale hanno incontrato resistenza in Irak, Afganistan e Libano. Le sue nuove minacce contro la Siria, l´Iran, la Somalia ed il Sudan fará sí che sempre piú paesi penseranno due volte prima di appoggiare le basi della dominazione corporativa mondiale nordamericana”, ha concluso Sara Flounders.

Articolo originale in portoghese in: http://www.horadopovo.com.br/2006/setembro/15-09-06/pag6a.htm

(Traduzione degli articoli dal portoghese in italiano: Alessandro Vigilante)

Bush y la independencia de Kosovo: atentado contra Europa

"Soy favorable a la independencia de Kosovo" declaró George Bush el domingo en su corta pero satisfactoria estadía en la capital albanesa Tirana. Sería un error subvalorar esta declaración, ya que podría ser el momento más relevante de la gira en Europa del presidente estadounidense, entre el fracaso del G8, un ridículo acuerdo sobre el medio ambiente … Leggi tutto

Bush e l’indipendenza del Kosovo: attentato contro l’Europa

“Sono a favore dell’ indipendenza del Kosovo” ha detto George Bush oggi a Tirana. Rischia di essere la dichiarazione più gravida di conseguenze dell’intero viaggio del presidente statunitense in Europa, tra un G8 fallimentare, un ridicolo accordo sull’ ambiente nel remoto 2050 e la costruzione dello scudo spaziale contro la Russia.

I grandi media mainstream si affannano da tempo a raccontare che l’unilateralismo che ha caratterizzato il primo mandato di George Bush, che ha avuto come simbolo la nefasta guerra preventiva contro l’Iraq, sia stato oramai … Leggi tutto

Brecha – Montenegro libre – La penúltima frontera de Europa

Con un referéndum muy ajustado, pero bendecido por la Unión Europea, Montenegro, la última antigua república yugoslava, abandonó Serbia a su aislamiento. Nace un Estado chico, débil, con un presidente mafioso y una economía criminal. Es el ensayo general para la próxima secesión de Kosovo. … Leggi tutto

Brecha – La muerte de Slobodan Milosevic – El perfecto culpable

Murió en Holanda Slobodan Milosevic. Era el último carnicero de los Balcanes después de la muerte de sus cómplices, el croata Franjo Tudjiman y el bosnio Alija Itzebegovic. Sin embargo para la OTAN ha sido un excelente “único culpable” de la masacre balcánica de los noventa. En La Haya se defendió bien y su muerte evita un juicio que se fue haciendo incómodo para los triunfadores.
Gennaro Carotenuto desde Roma
El ex presidente yugoslavo Slobodan Milosevic … Leggi tutto

Brecha – El trabajo sucio de la CIA: Lo hicimos para salvar vidas europeas

Condoleezza Rice viajó a Europa y reivindicó el sistema de secuestros y traslados secretos implantados por la CIA en todo el continente. Sin admitirlo, defendió también el sistema de cárceles secretas, tortura y desaparición de personas y amenazó a los socios del viejo continente: sabían, compartieron responsabilidades y ahora no nos pueden dejar solos.

Gennaro Carotenuto desde Roma
Lo que está documentado hasta ahora por organizaciones humanitarias como Amnistía Internacional (AI) y Human Rights Watch (HRW) sobre la red de secuestros y desapariciones creada por la CIA en Europa en los últimos años, es … Leggi tutto

Brecha – ONU: La oligarquía irreformable

Gennaro Carotenuto desde Roma

El 60 aniversario de la fundación de la ONU da muy poco para celebrar. La gran reforma promovida por Kofi Annan ha sido el enésimo fracaso. Un fracaso bajo la bandera de Estados Unidos, que tiene de rehén a la comunidad internacional.

Censura, sabotaje, atropello. Detrás de los discursos vacíos de una cumbre ritual, esto es lo que quedará del enésimo intento de reformar las Naciones Unidas 60 años después de su fundación. El documento que un panel de 16 sabios, reunidos por el secretario general de la organización, Kofi Annan, había presentado para refundar la ONU ya no existe. … Leggi tutto

Brecha – Contratapa – Derechos humanos – Pincelazos de un año negro

 En tiempos de justicia infinita, 2004 ha sido el año de Abu Gjraib y del genocidio en Darfur. Según el informe anual de Human Rights Watch, Estados Unidos perdió toda credibilidad como defensor de los derechos humanos y enemigo del terrorismo. Gennaro Carotenuto, desde Roma

Human Rights Watch (HRW) es una ong de defensa de los derechos humanos. Entre sus compromisos figura la publicación de un informe anual independiente sobre el estado de los derechos humanos en el mundo que merece la pena ser estudiado detalladamente. Este año, una vez más, constata un retroceso del respeto a las libertades individuales en el planeta y la desoladora sensación de un mundo donde no hay quien se salve de un histórico retroceso en la cultura de los derechos del individuo. Desde Estados Unidos, que legitima la tortura y los bombardeos terroristas como herramientas para imponer su dominación, a China, donde la absoluta libertad de mercado no está acompañada de ninguna mejoría en el respeto del individuo, pasando por la Unión Europea, donde los derechos son un privilegio de quien tiene pasaporte comunitario, hasta África, que se hunde cada vez más. Las 540 páginas del informe son un golpe en el estómago. En más de 60 países de este mundo los derechos humanos se violan sistemáticamente.


DARFUR Y ABU GJRAIB. Son los dos casos emblemáticos que según esta organización representan mejor las mil injusticias de 2004. No es simplemente una operación de imagen. La vitalidad de la defensa de los derechos humanos en el mundo, de acuerdo a HRW, depende de la capacidad de reacción de las sociedades civiles. Y a juzgar por el juicio a los torturadores estadounidenses que ha pretendido disculpar a los autores intelectuales de los crímenes hasta promover a Alberto González -el hombre que quiso olvidar la Convención de Ginebra- como ministro de Justicia de Estados Unidos, el inicio de 2005 es tan negro como 2004. La línea justificadora de la tortura frente al ?terrorismo? y la línea de la ?obediencia debida?, que suena tan conocida mirándola desde América Latina, según el vocero de HRW, no sólo no son aceptables sino que tanto los autores materiales como los responsables políticos de los crímenes deberían ser enjuiciados por el Tribunal Penal Internacional por violación de la Convención de Ginebra.


Ninguna investigación independiente -que era uno de los pedidos de HRW- ha sido autorizada sobre Irak, Afganistán y Guantánamo, algo que los medios periodísticos en el mundo han subvalorado presentando a menudo como verdadera la única versión disponible, la de los verdugos. Por supuesto, el hecho de que las violaciones más simbólicas hayan quedado sin castigo ha creado un ambiente de impunidad a nivel mundial. La alianza ideológica, en los temas de la guerra contra el terrorismo, entre Estados Unidos y Rusia ha llevado a un agravamiento de las persecuciones a la población chechena y a un aumento del recurso a la tortura por las policías de toda la Federación Rusa, en tanto la ?importación de la libertad? en Irak a punta de bayoneta ha canjeado víctimas por verdugos pero no las prácticas en las cárceles -que ayer fueron de Saddam Hussein y hoy de Allawi- en la región, en Arabia Saudí, Siria, Israel y Egipto, y no se registra ninguna mejoría en la situación de los derechos civiles.


CHINA. Según HRW hay algunos progresos que son contrabalanceados por el hecho de que el aparato estatal chino, no preparado para la circulación de riqueza, esté dominado hoy por una corrupción sin frenos. La ong señala las masivas olas de protesta contra la corrupción en el interior del país, que no tienen ninguna mención en la prensa internacional y que han sido tratadas de manera fuertemente represiva por el partido único. Éste, más que la corrupción, ha seguido reprimiendo la libertad de expresión, y no sólo de las minorías étnicas en Tíbet y en Xinjiang.


COLOMBIA. Yendo a América Latina, HRW está preocupada porque la actual desmovilización de paramilitares por parte del gobierno de Álvaro Uribe aparenta ser solamente una operación de fachada, más que nada organizada para garantizar la impunidad a los autores de las peores atrocidades de las Autodefensas Unidas de Colombia. Mientras en Bogotá el diario El Tiempo ha respaldado las denuncias de HRW, el gobierno de Uribe ha acusado a Héctor Vivenco, responsable de HRW para América Latina, de ser simpatizante de las farc.


EL HIMALAYA TRÁGICO. Mientras la guerrilla maoísta declara -exagerando- controlar el 80 por ciento del territorio, el ejército real se mancha con atrocidades y desapariciones. En 2004 Nepal superó a Colombia con 1.400 desaparecidos, la mayoría de los cuales se han desvanecido después de ser arrestados por fuerzas gubernamentales. En el otro bando, HRW teme -aunque admite tener pocos datos para ofrecer- que la guerrilla lleve adelante enrolamientos forzados de campesinos en sus filas y que cientos de ellos, niños especialmente, hayan sido raptados en las zonas más alejadas del país para utilizarlos en la guerra.


EL HORROR AFRICANO. Denunciar el asesinato brutal de la militante lesbiana Fanny Ann Eddy, en Sierra Leona, parecería una gota en el mar. Sin embargo para HRW, organización para la cual Eddy colaboraba con su asociación para los derechos de los homosexuales, atestigua cómo a la sociedad civil africana se le impide desplegar su potencial. El 29 de setiembre Eddy estaba sola en las oficinas de su asociación en Freetown cuando la asaltaron, la violaron, le rompieron la columna vertebral y la asesinaron a puñaladas.


El caso más relevante, cuantitativamente, en un continente destruido por los conflictos armados, es el de la remota Darfur, en Sudán, que ha causado al menos 70 mil muertos, más de 1,2 millones de refugiados internos y 200 mil refugiados en el cercano Chad. La crisis de Darfur ha estallado mientras se iba solucionando la larga guerra civil entre el norte y el sur del país. En Darfur, un territorio en el extremo oeste de Sudán, es activo el ejército del Movimiento de Liberación de Sudán en lucha con los pastores árabes llamados janjawid. Es una consecuencia de la desertificación, ya que éstos, aliados del gobierno de Jartum, fueron obligados a migrar hacia las tierras bien irrigadas de las tribus negras masalíes, fur y zagawa. En esta sangrienta pelea entre pobres, han pesado los intereses de las grandes potencias y HRW acusa a multinacionales como Siemens, Alcatel, Abb, la Tatneft rusa y Petrochina, de ser cómplices del genocidio. Es imposible en esta nota analizar en detalle todas las crisis humanitarias que asolan el continente y sólo es posible nombrar los países donde se registran las más graves y masivas violaciones de derechos humanos: Angola, Burundi, Costa de Marfil, Congo, Eritrea, Etiopía, Kenia, Liberia, Nigeria, Rwanda, Sudáfrica, Uganda, y Zimbabwe. Y esto sin contar que para un ojo experto es evidente que HRW olvida nombrar un lugar como Somalia, que desde que Estados Unidos, hace una década pretendió importar ?esperanza?, ya no es ni siquiera un país, y donde simplemente el Estado no existe, pero no han terminado los sufrimientos de sus diez millones de habitantes.


DERECHOS SÓLO PARA LOS EUROPEOS. La Unión Europea presume demasiado de ser la patria de los derechos humanos. A pesar de fundarse sobre la libertad y el respeto de los derechos humanos y pretender que todos sus miembros firmen la Convención Europea de los Derechos del Hombre, HRW apunta tanto a la política migratoria como a la legislación antiterrorista. Las situaciones más preocupantes se registran en Gran Bretaña donde -como en Estados Unidos- está liberalizado el arresto sin juicio y sin límites temporales para los extranjeros. A España se le imputa el uso masivo del aislamiento en las cárceles, a Italia las expulsiones de personas solicitantes de asilo y a Holanda las extremas restricciones de los derechos de los migrantes. Prácticamente a todos los países se los acusa de que los centros de detención de los sin papeles no son otra cosa que cárceles enmascaradas para personas a las cuales no se las acusa de crimen alguno y donde el número de suicidios es elevadísimo.


En los Balcanes, mientras tanto, se consolidan los frutos de las limpiezas étnicas recíprocas de los años noventa. En Croacia, en Bosnia y en el mismo Kosovo se discrimina el derecho a la vivienda de los serbios que a la vez hacen lo mismo con las minorías expulsadas de sus territorios, mientras sigue la no colaboración con el Tribunal Penal Internacional, uno de los organismos más boicoteados en el planeta.


LA DEMOCRACIA IRAQUÍ. El voto del próximo domingo en Irak nos dará una nueva flamante democracia. Las patentes de democracia se otorgan y se quitan con criterios al menos discutibles. El jefe del gobierno italiano, Silvio Berlusconi -aún se esperan en este país las condenas por los torturadores del G-8 de Génova en 2001- acaba de ofrecer al dictador de Libia, Mu’ammar al Gaddafi, la palma de ?campeón de la libertad?, mientras en las cárceles de Trípoli siguen hacinándose miles de presos políticos. Es así que, según HRW, en las cárceles de la democracia iraquí alrededor del 80 por ciento de los presos siguen siendo torturados con las mismas técnicas del antiguo régimen. Y aun más preocupante es la conclusión del director de HRW, Kenneth Roth, frente el discurso de toma de posesión de George W Bush en Washington la semana pasada, donde mencionó más de 40 veces la palabra libertad y jamás habló de derechos humanos: ?La libertad así se hace un concepto abstracto. A cambio, el respeto de los derechos humanos vincula a todos, empezando por el gobierno presidido por George W Bush?.