Wednesday 08 February 2012, 19:54

Gli articoli con tag: " Kosovo "

Donne in transito

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Considerazioni sulla politica estera di Dmitrij Medvedev

"I problemi del mondo non possono essere risolti senza consultare la Russia", ha detto recentemente Mikail Gorbaciov, ultimo Presidente dell’URSS e Premio Nobel per la Pace. Oggi la sfera di influenza russa è una versione miniaturizzata dell’impero sovietico, tant’è che Medvedev parla di una "zona di interessi particolari". Capire quali sono le linee guida della politica estera russa non è semplice: sembrano esserci, almeno a prima vista, alcune contraddizioni.

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G8 2009 We are your crisis! La storia la raccontiamo noi

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“E mo’ cantammo  sta nova canzone,
tutta la ggente  se l’à dda ‘mparà”.

Al grido di: “Terremotate il G8! La vostra crisi siamo noi!” si chiedeva  a Berlino per il 4  Luglio, “sostegno per la mobilitazione in Italia, facendo appello alla costruzione, attraverso mobilitazioni internazionali, di una lotta transnazionale alle “architetture securitarie”, non importa se queste vengano ordite dalla Nato, dal G8 o dall’ UE”.

Dieci anni dopo Seattle, il gruppo “Diggers 2.0” invita alla “solidarietá dalle macerie del capitalismo”.

Cinzia Bottene, leader del Comitato ‘No Dal Molin’, ha sottolineato la “grande pazienza che il popolo dei No-base ha mantenuto nel corso della lunga attesa. C’erano persone anziane  disponibili a marciare loro stesse contro i reparti del Tuscania”.

Si, avete letto bene, gli stessi reparti usati in Afghanistan. Credo sia il caso di rinfrescare la memoria, la storia di questo Reparto, perchè “SOLDATO SI NASCE SI DIVENTA,VIVE NELLA PAURA PERCHE’ L’AFFRONTA.

Dunque il 10 luglio 1940, viene ufficialmente creata la Repubblica di Vichy sotto la guida del maresciallo Philippe Petain:  il nuovo regime proclamò il ritorno ai valori tradizionali: famiglia, patria e lavoro. La società fu riorganizzata. I francesi considerati ostili al potere,  cioè i comunisti, i sindacalisti e gli ebrei, furono internati.

Il 10 luglio del 1940 ” furono concentrati in Roma, presso la Caserma Podgora, ventidue Ufficiali, cinquanta Sottufficiali e trecentoventi tra Appuntati e Carabinieri volontari: nasceva così il leggendario Battaglione Carabinieri Paracadutisti, i “parà del Tuscania, esperti contro il terrorismo e in operazioni umanitarie”.

Era il  30 dicembre 2001 e la cronaca registrava con disappunto che venivano messi a disposizione soloDuecentottanta militari impiegati a Kabul e dintorni con compiti di sicurezza, umanitari e logistici, ed un aereo da trasporto C-130: ormai raggiunto l’ accordo sulla composizione della Forza di pace Onu in Afghanistan si delinea, in modo piu’ o meno chiaro, il contributo delle forze armate italiane”.

Si sono visti sfilare quelli del Reparto Tuscania,  per il 2 giugno 2009, Festa della Repubblica: presenti all’estero in Kosovo, Libano, Afghanistan, Cisgiordania, e nelle sedi diplomatiche di Baghdad (Iraq), Kabul (Afghanistan), Abidjan (Costa D’Avorio), Riad e Gedda (Arabia Saudita), Beirut (Libano).

Oggi erano presenti a Vicenza, perchè come dice il Ministero della Difesa, ” il Reparto svolge occupazione preventiva e difesa di posizioni, interdizione e controinterdizione d’area, guerriglia e controguerriglia etc, supporto alle azioni delle Forze Speciali ed ai contingenti di Forza Armata in operazioni “fuori area”..compiti di polizia, supportando l’Arma territoriale in particolari attività a tutela della sicurezza pubblica, ed addestrativi a favore sia di militari dell’Arma destinati a Reparti speciali, sia di unità appartenenti a FF.AA. estere“.

Scendono le Forze Armate in difesa dei potenti del mondo, contro il popolo che vive e risiede in Italia. L’ hanno fatto e lo faranno domani, Vicenza, l’Aquila…Ero a Genova nel 2001 e  poi dopo…non scordo.

La cronaca di questa giornata, il 4 luglio 2009, la potete trovare sulla stampa, cartacea e on line e in questo video: “Dal 6 luglio L’Aquila sarà attraversata dal più cinico Summit G8 che la storia ricordi”  si legge il 1 luglio su Indymedia Abruzzo.

Dunque andando un po’ indietro nella storia dell’Arma, apprendiamo che nascono  il 13 luglio del 1814  i Carabinieri Reali, per assicurare il controllo del territorio contro le influenze interne, per la sicurezza pubblica, la lotta al brigantaggio… Niente di nuovo: Brigante se more , era il 1920 quando Antonio Gramsci scrisse sull’esercito e la repressione che « Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e? fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti. »

Io so che stasera sto scrivendo anche per farvi sapere la storia di una bambina afghana, Maryam,  schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione Nato, lanciato da tremila piedi di altezza, che le ha causato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra .
Potete giurarci, noi siamo la vostra crisi, questi, dovunque voi siate e per chiunque combattete, sono  crimini di guerra:  la storia la raccontiamo noi.

Doriana Goracci


“E mo’ cantammo  sta nova canzone,
tutta la ggente  se l’à dda ‘mparà”.

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Maryam ha 5 anni.
E’ nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr. Ma poi la sua famiglia, nella speranza di fuggire dalla miseria, è emigrata nella provincia meridionale di Helmand, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. La casa di Maryam è una baracca, dove abita assieme ai suoi genitori, Mohammed Tahir e Qamar Gull, al nonno, allo zio, ai suoi quattro fratelli e alle sue due sorelle. Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione Nato, lanciato da tremila piedi di altezza. Normalmente questi contenitori si aprono durante la caduta lasciando piovere il loro contenuto. Ma questa scatola, evidentemente, era difettosa. Verso le cinque di mattina, Maryam, accompagnata dal padre, è arrivata nell’ ospedale di Emergency, a Lashkargah. 12386

“Era in stato di shock, con un trauma da schiacciamento della regione addominale e una vastissima ferita dei tessuti molli di tutta l’area genitale”, riferiscono fonti mediche dell’ospedale di Emergency. Immediatamente assistita e operata, le hanno trovato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra. “Viene operata di laparotomia, le viene fatta una colostomia (per defecare dalla pancia, ndr) e diverse trasfusioni visto che aveva perso moltissimo sangue. Oggi, tre giorni dopo, è stata riportata in sala operatoria per un’ulteriore pulizia delle ferite. Il 3 luglio dovrebbe subire un ulteriore intervento, e la storia credo si ripeterà per parecchi giorni a venire”, aggiunge la fonte medica. Maryam ha ripreso conoscenza il secondo giorno di degenza. Da allora brontola continuamente perché vuole l’acqua da bere. Il suo viso è perennemente crucciato in una smorfia di rabbia. In effetti non è piacevole svegliarsi di botto alle 3 di mattina con un pacco da venti chili che ti piomba addosso e ti apre l’addome spaccandoti le ossa… Quale futuro avrà questa bimba senza più organi genitali in un Paese come l’Afghanistan?

Enrico Piovesana , inviato di Peacereporter




Non abbiamo candidati nelle liste per le prossime elezioni europee: il movimento contro la guerra‏

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Condivido il seguente comunicato,chiaro ed inequivocabile, lo invio dove posso. Era il 7 agostodello scorso 2008, quando vennero consegnate al Parlamento italiano le sessantamila firme raccolte sulla Legge diIniziativa Popolare contro i trattati, le basi e le servitù militari.L’ annuncio concludeva così: “Con nessun governosi è mai discusso apertamente in Parlamento della questione dei trattati militari segreti, delle armi nucleari e delle basi militari. O lo fanno loro o lo faremo noi rafforzando in ogni sito – a partire da Vicenza -l’opposizione popolare alle basi militari”.

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Scorpioni a Srebenica

L’11 luglio del 1995 a Srebrenica, le forze serbo-bosniache massacrarono oltre 8000 musulmani bosniaci. Mutilazioni, sevizie, stupri, sepolture di vivi e vive non si contano. Nella stessa estate alcuni membri degli Skorpion, gruppo paramilitare guidato dall’ancora latitante Ratko Mladi?, vengono ripresi in un video mentre torturano barbaramente e infine uccidono dei ragazzi musulmani. Questa videocassetta (ritrovata da un attivista per i diritti umani di Belgrado e trasmessa solo dieci anni dopo dalle televisioni di tutto il mondo) è una delle prove a carico degli Skorpion nel processo a loro intentato a Belgrado.
"Non ho mai avuto una patria, non ho mai avuto una lingua madre, non ho mai creduto in Dio. Sono cresciuta come una zucca sui rifiuti … Sono cresciuta tra paesi, lingue, costumi. Nelle mie varie scuole ho parlato inglese, italiano, serbo. Ho preso in prestito i guai degli altri per scriverne. Ho scritto, mi sono emozionata, ho pianto". A scrivere (parlare) è Jasmina Tesanovic, attivista, femminista delle Donne in Nero di Belgrado, scrittrice e blogger, autrice, tra l’altro, di quel celebre Diary of a Political Idiot, scritto in rete durante la guerra del Kosovo e il bombardamento della Serbia. Domani, giovedì 30 aprile a Torino (Circolo dei lettori, v. Bogino 9, h. 18.30), Jasmina Tesanovic presenterà (con interventi e letture di Vesna Scepanovic, Simona Lodi, Maria Viarengo e Elena Ruzza) Processo agli Scorpioni, doloroso reportage del processo di Belgrado agli Skorpion.

Roberto Saviano – La bugia perenne: il sequestro delle due Simona

arton189 Ricostruzione del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta
[Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L’unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile
La Voce della Campania (www.lavocedellacampania.it) che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l’idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue.
]

Roberto Saviano per Agoravox.it

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Brecha – Cáucaso: miradas sobre un conflicto. Los escombros de la diplomacia mundial

La guerra relámpago provocada por Estados Unidos en el Cáucaso hace un mes exacto, y la decisión unilateral rusa de reconocer la independencia de dos provincias rebeldes, hasta ahora pertenecientes a Georgia, son una nueva muestra del desmoronamiento de las alianzas que marcaron el último medio siglo.

Gennaro Carotenuto desde Roma – Brecha

La aventura georgiana de George W Bush ha llegado al punto de poner en riesgo a la propia otan y al sistema occidental de alianzas tal cual ha funcionado desde el fin de la Segunda Guerra.
Las evidencias y los testimonios de que el intento georgiano de apoderarse de las dos provincias rusófonas y rebeldes de Osetia del Sur y Abjasia contó con el apoyo, no sólo político sino también militar, de Estados Unidos son cada vez mayores. Por supuesto que tal realidad no será jamás reconocida por las diplomacias de los países de Europa occidental, y difícilmente sea ventilada por los grandes medios de comunicación del área. En su gran mayoría esos medios callaron la injerencia estadounidense en Kosovo, de la misma manera que nada dijeron sobre la incesante labor de desestabilización por parte de Estados Unidos en Georgia y Ucrania, donde fueron impuestos, a través de procesos no transparentes, gobiernos “amigos” de Occidente y hostiles a Moscú.

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Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito

di Giulietto Chiesa - Megachip

Piero Gobetti scrisse che “quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso”. Osservando la tragedia dell’Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione. Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

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Ricostruzione Mista con o senza granita

Giro di vite contro il commercio abusivo sulla spiagge. A Montalto Marina, contro l’abusivismo sulla costa viterbese è partita la caccia e cacciata di extracomunitari intenti a vendere oggetti contraffatti. “Il 7 agosto, intorno alle 10, sono entrate in azione e sono state fermate diverse persone di “origine” nord africana. Tutta la merce è stata confiscata e posta sotto sequestro, così come prevede la legge, tra le cose sequestrate anche un carrello “granite”, un extracomunitario vendeva lo sciroppo gelato al di fuori di ogni regola sanitaria. Un grazie alle forze dell’ordine arriva dai commercianti del posto che più volte avevano segnalato il problema”. … Leggi tutto

Indesiderabile: gridare è proibito

INDESIDERABILE: gridare è proibito

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone
che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in
partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro
cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su
quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero,
quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia,
sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una
paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo
tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano
rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli
aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i
viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome
non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno
successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella
Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo
momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era
dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò
poco.
In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal
Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a
bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di
resistere. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è
proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti
afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice
e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la
vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla
speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di
lei? Le sue foto ci mostrano un bel viso aperto, sorridente, carico di
giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno
decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già
coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima
anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente
Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo
prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come
un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà.
Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio
pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira
allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole
salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno,
dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da
schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel
Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro.
Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis
di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può
uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata,
racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte,
curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif
contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo
che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo:
«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la
maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del
Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci
si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto
avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola.
La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di
isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto
tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo,
c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio,
non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo,
ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora
soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate
costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente:
una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite
sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente
glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai
potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le
avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno
a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si
possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno
forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se
accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro.
La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che
la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno
preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio
posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di
sostegno che erano state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro
dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per
preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella
fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul
furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le
braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno
portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi
hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a
gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di
Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato:
mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla
faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi,
i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi
dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito
affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata
una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul
furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva
particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino
a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in
aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe
pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che
non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo
e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa
in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando
hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere:
Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella
medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi
hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché
la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo
piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il
rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove
certe persone sarebbero capaci di ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono
quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si
capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto
infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi
parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando
qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione,
parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si
cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito
dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va
meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non
succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un
problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori: Quel
martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha
subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di
essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità
non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa,
fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non
sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le
espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel
lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato
asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati,
permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del
suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla
violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al
borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno, sulla base di
motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un
sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la
richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la
pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le
autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla
in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva
immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per
le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti
delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e
inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno
ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini
dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più
posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella
fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione,
dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il
diritto alla vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha
conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di
Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne
sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi
opposti e speculari.
L’aeroporto:
luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il
miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri:
luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri,
gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno
dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei
suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie
trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per
Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia
cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava
ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti,
proteste. Alcuni ospiti – o meglio detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta,
i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono
più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per
telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba.
Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una
marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori
sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle
percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote,
per ricordare compagne
e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella
disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati
sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini
belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria
di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma
è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen,
costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il
non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano
sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il
Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista
che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella
degli altri paesi europei): Le
persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun
delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla
miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in
condizioni che si crederebbero appartenere al passato. La politica del
governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde,
questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato
come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in
modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di
15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.Voler
evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo,
tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il
ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare
testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole,
una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte
speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara.
«Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le
associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano
espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine
ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si
risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non
le servono più?».
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Ringrazio infinitamente Floriana Lipparini che ha inviato in rete la vicenda
accaduta dieci anni fà in Belgio. E’ un estratto dal racconto
della vicenda di Semira Adamu, tratto dal suo libro ” Per altre vie-
Donne fra guerre e nazionalismi”: non solo per ricordare e sapere.

Doriana Goracci

Bolivia, a 24 ore dal referendum: o contro gli autonomisti o con il feudalesimo!

da CamminareDomandando

Mancano solo 24 ore all’incostituzionale referendum pro-autonomia indetto dall’oligarchia di Santa Cruz, quel Comitè Civico espressione delle 40 famiglie che si rimpallano da circa un secolo e mezzo il potere nella città orientale, avita roccaforte della destra razzista e golpista del paese. Il mondo intanto fa finta di non accorgersi: tergiversa, ignora e glissa su quella che si avvia ad essa la polveriera del Sudamerica, la balcanizzazione del cuore del continente, quel piccolo paese incastonato tra le cordigliere andine divenuto negli ultimi anni sempre più strategico, crinale tra ancien regime neo-liberista e neo-coloniale e nuovo mondo possibile (almeno in America Latina). … Leggi tutto

Genova, G8: un solo ordine: reprimere

A cura di Alessio Marri, Megachip – da www.ilbenecomune.net . Tavola rotonda sul G8 di Genova 2001 con Giulietto Chiesa, Vittorio Agnoletto e Giuliano Giuliani

Ancora oggi, a distanza di quasi sette anni da quei tragici giorni, ancora in molti, probabilmente in troppi, continuano a ricordare del G8 di Genova solo le vetrine ridotte in frantumi, le auto incendiate e i bancomat distrutti. E’ avvenuto anche questo, impossibile negarlo. Ma non solo. Infatti le decine di cortei pacifici, di dibattiti e di incontri culturali sono presto caduti nel dimenticatoio.

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Bolivia, verso la secessione?

da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’ incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz. … Leggi tutto

G8, cronache dal mattatoio di Bolzaneto

bolzaneto

Sette udienze, una mole di lavoro impressionante. È la requisitoria dei pm di Genova su Bolzaneto (la trascrizione anche su www.supportolegale.org) che ricostruisce passo passo quei giorni: «Abbiamo 200 e rotte deposizioni, tutte precise, dettagliate, univoche e reiterate, gli avvenimenti sono descritti con precisione, in maniera dettagliata e con espressioni chiare e non equivocabili».


Il comitato d’accoglienza: «Facciamo come in Kosovo»
«Le persone offese ci hanno raccontato che all’uscita dai mezzi c’era un trattamento vessatorio: sputi, spintoni, insulti, insulti politici, e anche minacce, particolarmente gravi quando indirizzate verso donne e a sfondo sessuale «entro stasera vi facciamo tutte», «bisogna fare come in Kosovo».

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L’idea

L’ultimo atto sta per compiersi. Greggi di popolo si addensano per l’ultimo applauso. L’attesa è spasmodica, il risultato incerto, il fragore garantito. Il pugno di Dio sta per calare sul nostro pianeta e tutto sarà altro. Mani incoscienti si giungono e invocano Il miracolo. Una morte felice è illusione e speranza che il mito ha predetto. Uno schermo gigante ricorda i punti salienti della vita umana: il dolore, la miseria, la guerra, la tortura e la paura sono immagini, suoni, odori e vissuto senza scopo. Bambini incoscienti continuano i loro giochi di guerra. Un’aquila reale volteggia nel cielo e saluta disegnando una svastica. Il suo ghigno è feroce e gli occhi sembrano iniettati di sangue. Qualcosa la incuriosisce e si getta in picchiata. Un neonato è la preda. Il gregge umano osserva impotente e silenzioso, le emozioni sono passato. il neonato è felice e saluta con la manina. Lo schermo gigante delle menti, proietta una cometa e il picco di una montagna. Un nido di aquile, si ravviva e un folto piumaggio quasi cela e riscalda un Piccolo bimbo. Un presagio? Il pugno di Dio ha dunque un volto? Qualcuno ricorda ed un sussurro si estende tra la folla: “Dio è con noi”. Un’antica fortezza ora Tempio, celebra un rito segreto e un fumo denso invade le anime divenute così immortali. Giovani guerrieri sono pronti all’estremo sacrificio. I corpi moriranno, ma le anime vivranno di altre anime e il pugno di Dio apparterrà all’idea.

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