lunedì 22 marzo 2010, 05:11

Gli articoli con tag: " ipocrisia "

Morgan, paese d’ipocriti

Sono a Managua cercando di capire cosa resti del Sandinismo (presto qui) e per errore scopro che in Italia un cantante viene fatto fuori dal Festival di Sanremo perchè fa uso di cocaina.

I media fanno così schifo da ribaltare il senso del notiziabile: la notizia sarebbe stata un cantante che non ne fa uso, non il cane che morde l’uomo.

E’ dai tempi di Lelio Luttazzi che dura quest’ipocrisia in un paese dove il Tevere e il Po sono piedi di residui di cocaina, dove si considera che a Milano ci siano 150.000 consumatori abituali ma nessun potente paga mai per un narco di consumo su giri d’affari secondi solo a quelli statunitensi e dove solo i poveri disgraziati come Branzino e Cucchi muoiono massacrati in carcere insieme a centinaia di poveri pusher algerini o nigeriani.

Chiesa armata di Pontifex? Nah neh nah Naa

http://pourlesanalphabtes.noblogs.org/gallery/549/sangue-mano.jpg

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Che vergogna! Lula incontra oggi Ahmadinejad a Brasilia!

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Sessualmente parlando

Ci sono uomini che se gli chiedi che ne pensano di quello o di quell’altro è come se li mettessi sotto torchio. Si sentono sotto interrogatorio. Cominciano a sudare freddo, si toccano la faccia, mordicchiano le dita, rannicchiano le gambe. Tutto del loro corpo dice che stanno chiudendo la comunicazione e che soffrono come bestie.

La prima domanda che decisi di fare in tempi non sospetti fu a proposito dell’uso che intendevano fare del pene. Qual era la differenza di destinazione d’uso tra un pene grande e un pene piccolo?

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TAR, pettini e code. Il merito secondo Mariastella Gelmini

2984032850_0353aefa15_o La sentenza del TAR del Lazio sulle graduatorie dei precari mette a nudo l’ipocrisia della retorica del merito del ministro bresciano Mariastella Gelmini. Spieghiamola in poche parole per i non addetti perché è importante. Secondo logica chi ha più merito (titoli, esperienza), ovvero più punteggio (ammesso e non concesso che il merito si possa pesare), va ai primi posti della graduatoria alla quale aspira ad entrare e quindi passa avanti a chi ha meno merito di lui.

Si possono cambiare, verificare, aggiustare i criteri con i quali si attribuiscono i punti, ma non il principio generale per il quale dopo aver calcolato il merito questo venga fatto valere. Sulla base di tale principio se Tizio, che ha più punti di Caio, vuole insegnare nella provincia X, evidentemente il primo posto sarà per Tizio e solo quello successivo sarà per Caio. Altrimenti che vantaggio ha Tizio nell’essere più bravo di Caio?

Qui casca l’asina, quella che se ne andò da Brescia a Reggio Calabria a far gli esami perché era più facile.

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11 Settembre 1973, di un suicidio

11 SETTEMBRE 1973 –di un suicidio

Suicidati!presto, Salvador Allende!
(stanno arrivando…)
il tuo corso è finito,
interrotto insieme al cammino
sulla “via cilena al socialismo”.
È finito l’esperimento democratico
che ti aveva assegnato il tuo popolo
e che la parte sinistra del mondo
seguiva con trepidazione…

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Lettera aperta: costruiamo insieme un’altra Italia.

"[Questa lettera è tratta da un dibattito sviluppatosi sul sito del “Giornalismo Partecipativo” www.gennarocarotenuto.it].

Siamo uomini e donne che credono nell’altra Italia.

Quell’Italia onesta che lavora, che resiste, che vuole costruire un Paese migliore. Quell’Italia che negli ultimi tempi è stata fin troppo oscurata dall’Italia dei padroni e dei padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti.

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Precari. Il destino ci offre un’occasione

Eccoli, i precari della scuola: disperati, ma lucidi e coerenti, gridano la loro rabbia dai tetti di scuole occupate, irrompono nei centri periferici del potere – le mille succursali di casa Gelmini – per urlare ai poliziotti in assetto antiguerriglia che non ci stanno, che non hanno paura e che, in una repubblica fondata sul lavoro, un governo chiuso al dialogo, capace solo di schierare manganelli e manganellatori contro i lavoratori, sa di Cile e induce alla sommossa. I precari della scuola in lotta, però, diciamocelo chiaramente e una volta per tutte, non sono solo la prova che il giocattolo costruito dal carrozzone mediatico è un coniglio tirato fuori dal cilindro dell’illusionista: il Paese non è col regime e il regime non è così solido come vuole apparire.

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Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. [...]

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

Brano di Italo Calvino tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Pubblicato su la Repubblica, il 15 marzo 1980, col titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Lo scandalo di Tangentopoli scoppiò dodici anni dopo.
Ripubblicato in internet l´8 gennaio 2008 in: http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&file=article&sid=2615

Partito Democratico, Luca Bianchini sì e Beppe Grillo no?

Chi segue da tempo questo sito sa che non sono mai stato tenero con Beppe Grillo (qui e qui per esempio) ma mi sta un po’ infastidendo l’ipocrisia con la quale la cupola del Partito Democratico vuole impedire la candidatura di Beppe Grillo alla segreteria.

Butto lì un po’ di punti sapendo che molti amici, essendo ben più grillini o più piddini di me, sapranno completare.

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Figlio di …un Leviathan

http://www.freewebs.com/xtheanimaldavebatistax/leviathan.JPG

Il testo che segue parte dalla RdB CUB Immigrati l’ho letto su Indymedia e mi ha colpita per la sua pregnanza. Ve lo passo , anche per ri-passare quanto  la squallida  cronaca parlamentare emette, e ci stende, anzichè farci rialzare, non solo dalla poltrona. Da ultimo apprendo ora, grazie ad una precisazione del giornalista a Prima Pagina per nota del Viminale, che la puerpera straniera e clandestina è tutelata con il fagotto fino ai 6 mesi di vita dello stesso. Che si vuole di più?

Per approfondimenti e " pari opportunità", segnalo un articolo di Lorenzo Prencipe, scalabriniano, che appare sulla Perfetta Letizia.

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«E allora ci penserà il prossimo sindaco fascista, che così vi prenderà più sul serio»

da No(b)logo
Il giovedì scorso (25/6) a Napoli si è svolta la manifestazione / fiaccolata di protesta contro le ripetute violenze omofobe che continuano a ripetersi nella zona di Port’Alba, piazza Bellini, a due passi da Santa Chiara per intenderci. (vai alla cronaca)

Da napoletano non ho mai creduto alla storia di Napoli città tollerante ed accogliente.

Mi ricordo i foschi ultimi anni 70, seguiti alla stagione di ripresa del periodo Valenzi, con le ripetute violenze fasciste, e ricordo gli angosciosi anni di fuoco della violenza camorristica,  un crescendo durato per tutti gli anni 80.

L’illusione di una Napoli piccolo borghese, falsamente bonaria e "filosofa", di saper galleggiare su un’altra Napoli viscerale, violenta, camorrista, sottoproletaria, …  "senza bagnarsi" … è un mito antico, falso, coltivato nell’ipocrisia dei salotti.

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Lettera impossibile a Giuseppe Di Vittorio.

Caro Giuseppe,

mi sei tornato in mente quando ti ho rivisto in televisione, qualche settimana fa.

Capisco che possa esserti difficile pensare all’Italia di cui ti scrivo oggi, ma ti basti sapere che quella scatola elettronica, che ai tuoi tempi era sconosciuta ai più, è entrata pian piano nelle nostre case e ha finito, come già qualcuno ai tuoi tempi aveva previsto, per imprigionarci, senza alcuna via di scampo, nel mondo mediatico della falsità e dell’ipocrisia.

Sì, lo so che non riesci proprio ad immaginarla, questa Italia, e d’altronde non penso nemmeno che sarebbe adatta a te: ormai, anche a “sinistra”, si è persa l’abitudine al dialogo e al confronto, e sono sempre meno quelli che sembrano interessati a recuperarla.

Immagino ti faccia piacere sapere qualcosa del sindacato, della “tua” CGIL; bene, la Confederazione non gode certo di ottima salute: è costantemente umiliata e ignorata dal potere della destra ma, ancora una volta, i lavoratori hanno dimostrato di essere dalla sua, dalla tua, parte. E noi comunisti, se possibile, stiamo pure peggio. Il blocco sovietico si è sgretolato vent’anni fa e, com’era prevedibile, questo ha finito con il causare numerosi danni piuttosto che i fantomatici benefici sbandierati dal liberismo occidentale che proprio adesso sta attraversando una crisi profonda che attacca alla base i diritti dei lavoratori. Il PCI, il tuo partito, non esiste più; i tanti che erano comunisti, salvo rare e preziose eccezioni, dicono di non esserlo mai stati e fanno a gara a rinnegare il loro passato, finendo per rimanere senza un presente e senza un futuro.

In compenso al governo sono rimasti gli stessi, fascisti, massoni, democristiani, che hanno solo sostituito all’olio di ricino e ai manganelli, sempre pronti a colpire nei casi più gravi, con il controllo delle masse attraverso la (dis)informazione.

Il problema è un altro, ed è il motivo di questa lettera: quando vedo che di fronte alla crisi, non solamente economica ma anche sociale e culturale del nostro Paese, di fronte alla spregiudicata offensiva dell’Italia più reazionaria, clerical-fascista e padronale, sono sempre meno coloro che si oppongono con forza e che si rendono conto dei rischi che corriamo, mi sento perso, senza un punto di riferimento a cui guardare.

Ti scrivo perché sento il bisogno di chiederti qualche indicazione, di pregarti di indicare la via giusta al sindacato, ai tuoi “figli”, e, con loro, ai lavoratori di questo Paese, di reinsegnarci come si può, quando tutto sembra remare contro, a decidere di non arrendersi, di continuare a lottare per un ideale, contro ogni ingiustizia piccola e grande, dai piccoli campi del sud alle grandi fabbriche del nord, a farlo con passione, riuscendo ad instaurare rapporti umani e politici con chi, come te, come noi, soffre e sogna un mondo diverso, costruito sull’uguaglianza e sulla libertà.

Ormai qua sono sempre di più coloro che dimenticano, per disinteresse o per convenienza, da dove provengono quelle conquiste sociali che vengono date per scontate, senza accorgersi di quanto possono essere svuotate ed erose se non sono difese con l’impegno quotidiano a migliorare la condizione dei lavoratori con la lotta, senza mai elemosinare levandosi il cappello ciò che spetta di diritto.

Mi manchi, Giuseppe. Mi manca quello spirito di giustizia che ti ha spinto, e conte tanti altri, a superare qualunque ostacolo pur di riuscire ad unire ovunque i lavoratori per fare, e farla davvero, la rivoluzione.

Mi manca un uomo, un comunista, un antifascista e un democratico che di questa parola, rivoluzione, non aveva timore.

Ci manca un compagno che credeva davvero nelle uniche due cose capaci di riscattare tutti gli sfruttati e gli oppressi, di ieri e di oggi: unità e lotta.

Mattia Nesti.

Finalmente!

Finalmente!

Eluana, una preda
per le belve della ragione
per putrescenti baciapile…
un pretesto per ignobili scannatoi
per il regno dell’ipocrisia
finalmente se n’è andata
è uscita di scena
lasciandoli schiumanti di bava
per il banchetto svanito..

solo lei non ha potuto assistere
a iene e sciacalli che la braccavano
in attesa di farne scempio
lei, un povero simulacro
di una bellezza soave che fu
che nessuno voleva vedere
nella crudezza della realtà…
dopo 17 anni di niente
nulla di nulla
non i colori di albe e tramonti
non aromi di piante e fiori
non le voci di cara memoria…
nulla di nulla
solo un corpo esangue
da cui è fuggita via la linfa
un corpo da tenere agganciato
ad una speranza che non c’è più
trattenuto da un artificio pietoso
sul confine di una pace negata…

e allora che cercate di dimostrare
voi che parlate di amore per la vita
se non capite cosa vuol dire vivere?
quanto ignobile e carogna
chiunque pretenda di vedere l’alito
dove manca energia e vigore
dove solo la morte definitiva
è auspicio di libertà…
voi più o meno potenti che fate blabla
ma lasciate andare alla deriva
chi è diverso, chi è disperato
chi muore di fame e di freddo
-che tutt’al più pensate di schedare-
che ve ne importa sinceramente
di quel corpo, di quel simulacro
di quel padre che si è autocondannato
ad un doppio supplizio in nome del diritto?

tacete infine, risparmiate il fiato
per nuovi pretesti di giustizia
ringoiatevi le accuse d’infamia
e lasciate che ognuno decida
della propria vita e della propria morte

30 agosto Giornata dell’Amicizia Italia – Libia: il nuovo Calendario dell’Avvento-Evento

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Quello che segue è per stomaci forti come se fossero di donne e uomini…come dire umani.

Ecco a voi la Notizia da aggiungere sul Calendario dell’ Avvento-Evento di questo Bel Paese: Il Senato ha approvato il ddl di ratifica del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008. Cominciamo da una bella carrellata di foto, non dei nostri parlamentari sugli scranni ma delle carceri libiche dove sono detenuti i migranti e i rifugiati arrestati sulle rotte per Lampedusa. “Sono le poche foto che sono riuscito a scattare, di nascosto, durante quelle visite. A Sebha, Zlitan e Misratah. Nel novembre 2008″. Sono le parole di  Gabriele Del Grande, curatore del blog  Fortress Europe , giornalista.

Chi volesse sfiziarsi nella lettura di questo Trattato di amicizia italo-libica, faccio seguire l’articolo “La mobilità passa per la tortura, poi sempre in tema, l’articolo dal  Blog di Magdi Cristiano Allam, Protagonista per l’Europa Cristiana. Questa volta cliccando: lo spazio è già pure troppo per l’attento cultore.

http://4.bp.blogspot.com/_s0lKv3SmsSw/SMUntCPED4I/AAAAAAAAAsg/XNmcYcTg1Uo/s320/Cara-pianta-piede-manganell.jpg

Ripeto: sempre più straniera e clandestina.

Doriana Goracci

(Apcom) – . Sui 267 presenti, ci sono stati 232 voti favorevoli, 22 contrari e 12 astenuti. Il testo del Trattato diventa ora legge: il testo è lo stesso già ratificato da Montecitorio. Alla ratifica del trattato di cooperazione con la Libia, siglato il 30 agosto scorso, hanno espresso voto contrario i senatori dell’Italia dei Valori, l’Udc e i Radicali eletti nelle liste del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca. Per l’Idv ha parlato Stefano Pedica secondo il quale “per molti aspetti il trattato è un accordo unilaterale” mentre Perduca ha tuonato: “Gheddafi non ha mai mantenuto una promessa, non possiamo affidare a lui la politica dell’immigrazione”. Il Pd ha votato a favore, insistendo sulla necessità di ottenere da Tripoli garanzie per il rispetto dei diritti umani. E’ stato Nicola Latorre a motivare la scelta del Partito democratico: “Un rinvio oggi suonerebbe come un’incomprensibile atto di ostilità nei confronti di quel paese”. L’accordo prevede che l’Italia realizzi in Libia infrastrutture di base per un importo di 250 milioni di dollari americani all’anno per venti anni e pattugli i confini terrestri della Libia per contrastare terrorismo e immigrazione clandestina, mentre la Libia si impegna a concedere visti di ingresso ai cittadini espulsi in passato. Con il trattato si chiude definitivamente “il capitolo del passato” per il quale l’Italia ha espresso il proprio “rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana”. Italia e Libia si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte e si impegnano, nel rispetto dei princìpi dellalegalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte. In particolare la Libia si impegna ad abrogare tutti i provvedimenti che impongono vincoli o limiti alle sole imprese italiane operanti in Libia; a concedere visti di ingesso ai cittadini italiani espulsi nel 1970; a sciogliere l’Azienda libico-italiana, che, pur essendo stata originariamente concepita con finalità opposte, finora si è rivelata un ostacolo allo sviluppo della presenza economica italiana in Libia (le nostre aziende sono state costrette a versare contributi obbligatori all’Ali pari fino al 5 per cento del valore dei contratti acquisiti, con una discriminazione a danno delle stesse aziende rispetto alla concorrenza). Il Trattato prevede meccanismi di consultazioni politica, con riunioni annuali a livello di Capi di Governo, definite ‘Comitato di partenariato’, e di Ministri degli affari esteri, definite ‘Comitato dei seguiti’. L’intesa costerà circa 214 milioni di euro per il 2009, 254 milioni circa per il 2010, oltre 250 milioni per il 2011 e oltre 181 milioni a decorrere dal 2012. A tali oneri si provvede tramite l’utilizzo delle maggiori entrate derivanti dall’addizionale Ires che pagherà l’Eni. Una tassa che è già stata definita ‘Gheddafi tax’ anche se nei giorni scorsi l’Eni ha assicurato che “non peserà sui consumatori”. Infine il 30 agosto diventa la ‘Giornata dell’amicizia italo-libica’. I libici si sono impegnati a non celebrare più, il 7 ottobre, la cosiddetta ‘Giornata della vendetta’, che ricordava l’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970.

Accordo bilaterale tra Italia e Libia. La mobilità passa per la tortura

Intervista a Gabriele Del Grande, curatore del blog Fortress Europe

Cattivi contro gli irregolari ma non solo in Italia. Il Parlamento appoggia le violazioni dei diritti umani praticate da sempre in Libia

E’ stato approvato definitivamente dal Senato il testo dell’accordo di amicizia partenariato e cooperazione e tra Italia Libia. L’accordo è l’ultimo tassello di una serie di intese bilaterali tra i due paesi, utile ad ottenere in cambio, da parte della Libia, l’attuazione degli accordi di pattugliamento al fine di contrastare le partenze dalla Libia verso l’Italia. (Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la grande Giamariria libica popolare socialista)

Su questo argomento abbiamo intervistato Gabriele del Grande, fondatore e curatore del blog Fortress Europe.

D: Il Senato ha approvato definitivamenteil testo dell’accordo Italia – Libia. Cosa avverrà ora?

R: Si tratta fondamentalmente di fornire alla Libia un risarcimento per i danni coloniali, in cambio di un pattugliamento delle coste libiche al Nord e delle frontiera Sud, nel deserto, attraverso un impianto elettronico che sarà installato da Finmeccanica con un finanziamento europeo. Ovvio, questa è la teoria. Nella pratica, con questi accordi, si darà ancora una volta mano libera alla Libia per arrestare, come già si fa da anni, decine di migliaia di migranti e rifugiati per poi rimpatriarli e soprattutto si farà poi partire l’accordo di pattugliamento congiunto che fu firmato dall’allora Governo Prodi nel 2007 e che prevede l’invio in acque libiche di sei motovedette della Guardia di finanza italiana per respingere verso la Libia i migranti intercettati in mare, che fino ad oggi vengono invece scortati a Lampedusa.

D: Sono diversi i reportage che anche Fortress Europe ha prodotto sulle condizioni di detenzione dei migranti in Libia. Un paese strategico per il governo delle migrazioni europeo. Ma cosa avviene li?

R: In Libia avvengono ormai quotidianamente retate nei quartieri dove vivono gli immigrati africani, a Tripoli, a Bengasi, ad Agedabia , le principali città della costa. I migranti vengono arrestati durante queste retate e poi detenuti in vere e proprie carceri. Si tratta di una ventina di prigioni, tre delle quali sarebbero state finanziate dal Governo italiano secondo un documento dell’Unione Europea del 2004. Parliamo di un paese, lo dicono i rapporti di tutte le più grandi organizzazioni umanitarie ( Human Rights Watch, Amnesty International), abituato a praticare la tortura ed in cui le condizioni di detenzione sono assolutamente disumane.
Esiste un intero corpo di polizia addestrato alla tortura, non soltanto dei migranti ma anche dei dissidenti. I racconti che abbiamo potuto ascoltare dai prigionieri libici (su pressione del figlio di Gheddafi ne sono stati rilasciati circa un migliaio negli ultimi anni) parlano di queste cose. Un trattamento uguale se non peggiore viene riservato agli stranieri, soprattutto a quelli dell’Africa subsahariana, soprattutto verso le donne. Le persone vengono ammassate in 40, 50, in stanze di quattro metri per cinque, vengono mantenuti in vita da acqua e riso e vengono rimpatriate verso i loro paesi anche quando si tratta di rifugiati politici. In Libia infatti non esiste nessuna forma di tutela per i rifugiati. La Libia, ricordiamolo, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra. C’è solo una presenza dell’Alto Commissariato delle nazioni Unite, che fra l’altro entra nei centri. Anche su questo argomento ci sarebbero molti dubbi da sollevare visto che, se guardiamo alle condizioni del campo di Misratah, dove da oltre tre anni sono detenuti seicento rifugiati politici eritrei, l’unico risultato ottenuto dall’ Onu è stato quello di spostare un centinaio di loro verso l’Italia o verso la Romania e la Svezia.
Quella dei rifugiati è una questione fondamentale: metà delle persone che viaggiano dalla Libia verso Lampedusa sono rifugiati politici della Somalia, dell’Eritrea, del Sudan o dell’Etiopia.

D: Con un appello ai senatori italiani si è ricordato la richiesta lanciata dai registi del film Come un uomo sulla terra e da Fortress Europe, di istituire una commissione di inchiesta internazionale sul caso Libia. La risposta di oggi sembra chiara: il Senato ha approvato l’accordo tra l’Italia ed uno dei Paesi maggiormente implicato nella violazione dei diritti umani.

R: Ovviamente la commissione di inchiesta non si farà, è evidente l’allineamento di tutte le forze politiche rispetto alla necessità di collaborare con la Libia per il respingimento dei migranti. A Roma in queste ore le strade sono tappezzate di manifesti del Partito Democratico che criticano il Governo Berlusconi, per aver fatto raddoppiare gli sbarchi di “clandestini”. Amato poi rivendica la paternità dell’accordo con la Libia. C’è una perfetta sintonia su queste tematiche, insieme ad una perfetta ipocrisia, italiana ed europea. Perché le commissioni ci sono state, anche se non d’inchiesta, hanno viaggiato, hanno visitato la Libia, nel 2004, nel 2007,. Erano missioni che evidentemente valutavano le possibilità tecniche di rendere operativi gli accordi, di cooperare con la polizia di quello stato. I loro rapporti però non dicono una sola parola sullo stato di detenzione in Libia e tacciono completamente gli abusi, le torture e le violenze che migliaia di uomini e donne subiscono nelle carceri libiche.

Sulle conseguenze tecniche che avrà questo accordo, comunque, sarebbe sbagliato pensare che saranno le navi italiane o quelle libiche a fermare il fenomeno delle migrazioni. La Libia ha duemila chilometri di costa ed è razionalmente inimmaginabile che si riescano a pattugliare. Fintanto che ci sarà una esigenza di mobilità da Sud verso Nord, fintanto che non ci saranno possibilità di spostarsi legalmente, continueremo a vedere i viaggi sulle carrette del mare. L’esperienza della Spagna è emblematica: le rotte semplicemente si allungano, si modificano. Si parte sempre più da Est, sempre più dall’Egitto, come già avviene da alcuni anni, dall’Algeria verso la Sardegna. Ci saranno insomma rotte sempre più lunghe e più pericolose. L’unica conseguenza prevedibile è proprio questa: da un lato l’arresto di decine di migliaia di persone che saranno malmenate e torturate nelle carceri libiche prima di essere rimpatriate, dall’altro molti più morti nel Mediterraneo per tentare di aggirare quei pattugliamenti.

D: I migranti vengono torturati in Libia, o muoiono in mare, oppure chi arriva qui e non viene espulso, anche se dobbiamo ricordare sempre che solo una minima parte di chi entra in Italia lo fa attraverso il mare, rischia di essere bruciato, come a Nettuno, o ucciso, come è avvenuto a Civitavecchia.

R: Quando un Ministro rivendica il diritto ad essere cattivi contro chi sbarca sulle coste italiane, come se le barche che arrivano a Lampedusa fossero cariche di criminali pronti ad assaltare la “civile Italia” compie una operazione molto pericolosa. Poi non è possibile stupirsi di fronte alla barbarie di certi fatti.

http://sergiobontempelli.files.wordpress.com/2008/08/berluddafi.jpg

Vedi anche:
-
L’Italia e il regime euro-africano dei controlli migratori
di Paolo Cuttitta, Univeristà di Palermo
-
Accordi bilaterali e tutela dei diritti fondamentali dei migranti: il caso Italia-Libia
di Fulvio Vassallo Paleologo, Univeristà di Palermo
-
Fallisce la politica delle intese bilaterali con la Libia. Sempre a rischio la vita dei migranti
di Fulvio Vassallo Paleologo, Univeristà di Palermo
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Libia: siamo entrati a Misratah. Ecco la verità sui 600 detenuti eritrei
da Fortress Europe
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Le condizioni dei migranti in Libia
Intervista a Silja klepp, ricercatrice in antropologia culturale presso l’Università di Lipsia- Il trattato Italia-Libia. Un appello ai senatori italiani
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Il rapporto di Amnesty International
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Il rapporto di Human Rights Watch
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Trattato Italia-Libia – Appello ai senatori italiani

[ mercoledì 4 febbraio 2009 ] http://www.meltingpot.org/articolo13953.html