Thursday 09 February 2012, 04:19

Gli articoli con tag: " ipocrisia "

Quando la costituzione e’ una questione di fede.

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La vicenda è nota: in un asilo di Goito l’iscrizione ai fanciulli è stata vincolata alla dichiarazione, da parte delle famiglie, di avere una concezione che sia permeata da una “visione cristiana della vita“.

L’asilo è PUBBLICO.

I soldi sono versati dai contribuenti.
Alcuni di questi potrebbero avere figli.
Alcuni potrebbero essere atei.
Alcuni, nel caso tengano ad una propria coerenza sostanziale, non potranno mandare i figli in una tale sezione dell’asilo nonostante paghino per tale servizio. … Leggi tutto

Morgan, paese d’ipocriti

Sono a Managua cercando di capire cosa resti del Sandinismo (presto qui) e per errore scopro che in Italia un cantante viene fatto fuori dal Festival di Sanremo perchè fa uso di cocaina.

I media fanno così schifo da ribaltare il senso del notiziabile: la notizia sarebbe stata un cantante che non ne fa uso, non il cane che morde l’uomo.

E’ dai tempi di Lelio Luttazzi che dura quest’ipocrisia in un paese dove il Tevere e il Po sono piedi di residui di cocaina, dove si considera che a Milano ci siano 150.000 consumatori abituali ma nessun potente paga mai per un narco di consumo su giri d’affari secondi solo a quelli statunitensi e dove solo i poveri disgraziati come Branzino e Cucchi muoiono massacrati in carcere insieme a centinaia di poveri pusher algerini o nigeriani.

Chiesa armata di Pontifex? Nah neh nah Naa

http://pourlesanalphabtes.noblogs.org/gallery/549/sangue-mano.jpg

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Che vergogna! Lula incontra oggi Ahmadinejad a Brasilia!

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Sessualmente parlando

Ci sono uomini che se gli chiedi che ne pensano di quello o di quell’altro è come se li mettessi sotto torchio. Si sentono sotto interrogatorio. Cominciano a sudare freddo, si toccano la faccia, mordicchiano le dita, rannicchiano le gambe. Tutto del loro corpo dice che stanno chiudendo la comunicazione e che soffrono come bestie.

La prima domanda che decisi di fare in tempi non sospetti fu a proposito dell’uso che intendevano fare del pene. Qual era la differenza di destinazione d’uso tra un pene grande e un pene piccolo?

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TAR, pettini e code. Il merito secondo Mariastella Gelmini

2984032850_0353aefa15_o La sentenza del TAR del Lazio sulle graduatorie dei precari mette a nudo l’ipocrisia della retorica del merito del ministro bresciano Mariastella Gelmini. Spieghiamola in poche parole per i non addetti perché è importante. Secondo logica chi ha più merito (titoli, esperienza), ovvero più punteggio (ammesso e non concesso che il merito si possa pesare), va ai primi posti della graduatoria alla quale aspira ad entrare e quindi passa avanti a chi ha meno merito di lui.

Si possono cambiare, verificare, aggiustare i criteri con i quali si attribuiscono i punti, ma non il principio generale per il quale dopo aver calcolato il merito questo venga fatto valere. Sulla base di tale principio se Tizio, che ha più punti di Caio, vuole insegnare nella provincia X, evidentemente il primo posto sarà per Tizio e solo quello successivo sarà per Caio. Altrimenti che vantaggio ha Tizio nell’essere più bravo di Caio?

Qui casca l’asina, quella che se ne andò da Brescia a Reggio Calabria a far gli esami perché era più facile.

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11 Settembre 1973, di un suicidio

11 SETTEMBRE 1973 –di un suicidio

Suicidati!presto, Salvador Allende!
(stanno arrivando…)
il tuo corso è finito,
interrotto insieme al cammino
sulla “via cilena al socialismo”.
È finito l’esperimento democratico
che ti aveva assegnato il tuo popolo
e che la parte sinistra del mondo
seguiva con trepidazione…

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Lettera aperta: costruiamo insieme un’altra Italia.

"[Questa lettera è tratta da un dibattito sviluppatosi sul sito del “Giornalismo Partecipativo” www.gennarocarotenuto.it].

Siamo uomini e donne che credono nell’altra Italia.

Quell’Italia onesta che lavora, che resiste, che vuole costruire un Paese migliore. Quell’Italia che negli ultimi tempi è stata fin troppo oscurata dall’Italia dei padroni e dei padroncini, dei furbetti del quartierino, degli speculatori, dell’ipocrisia dei benpensanti e dei figli di papà, degli evasori che dichiarano quanto un operaio e tengono lo yacht in porto, dei raccomandati e dei raccomandanti, dei corruttori e dei corrotti.

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Precari. Il destino ci offre un’occasione

Eccoli, i precari della scuola: disperati, ma lucidi e coerenti, gridano la loro rabbia dai tetti di scuole occupate, irrompono nei centri periferici del potere – le mille succursali di casa Gelmini – per urlare ai poliziotti in assetto antiguerriglia che non ci stanno, che non hanno paura e che, in una repubblica fondata sul lavoro, un governo chiuso al dialogo, capace solo di schierare manganelli e manganellatori contro i lavoratori, sa di Cile e induce alla sommossa. I precari della scuola in lotta, però, diciamocelo chiaramente e una volta per tutte, non sono solo la prova che il giocattolo costruito dal carrozzone mediatico è un coniglio tirato fuori dal cilindro dell’illusionista: il Paese non è col regime e il regime non è così solido come vuole apparire.

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Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. [...]

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

Brano di Italo Calvino tratto da Romanzi e racconti – volume 3°, Racconti e apologhi sparsi, i Meridiani, Arnoldo Mondadori editore. Pubblicato su la Repubblica, il 15 marzo 1980, col titolo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Lo scandalo di Tangentopoli scoppiò dodici anni dopo.
Ripubblicato in internet l´8 gennaio 2008 in: http://www.rifondazionepescara.org/modules.php?name=News&file=article&sid=2615

Partito Democratico, Luca Bianchini sì e Beppe Grillo no?

Chi segue da tempo questo sito sa che non sono mai stato tenero con Beppe Grillo (qui e qui per esempio) ma mi sta un po’ infastidendo l’ipocrisia con la quale la cupola del Partito Democratico vuole impedire la candidatura di Beppe Grillo alla segreteria.

Butto lì un po’ di punti sapendo che molti amici, essendo ben più grillini o più piddini di me, sapranno completare.

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Figlio di …un Leviathan

http://www.freewebs.com/xtheanimaldavebatistax/leviathan.JPG

Il testo che segue parte dalla RdB CUB Immigrati l’ho letto su Indymedia e mi ha colpita per la sua pregnanza. Ve lo passo , anche per ri-passare quanto  la squallida  cronaca parlamentare emette, e ci stende, anzichè farci rialzare, non solo dalla poltrona. Da ultimo apprendo ora, grazie ad una precisazione del giornalista a Prima Pagina per nota del Viminale, che la puerpera straniera e clandestina è tutelata con il fagotto fino ai 6 mesi di vita dello stesso. Che si vuole di più?

Per approfondimenti e " pari opportunità", segnalo un articolo di Lorenzo Prencipe, scalabriniano, che appare sulla Perfetta Letizia.

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«E allora ci penserà il prossimo sindaco fascista, che così vi prenderà più sul serio»

da No(b)logo
Il giovedì scorso (25/6) a Napoli si è svolta la manifestazione / fiaccolata di protesta contro le ripetute violenze omofobe che continuano a ripetersi nella zona di Port’Alba, piazza Bellini, a due passi da Santa Chiara per intenderci. (vai alla cronaca)

Da napoletano non ho mai creduto alla storia di Napoli città tollerante ed accogliente.

Mi ricordo i foschi ultimi anni 70, seguiti alla stagione di ripresa del periodo Valenzi, con le ripetute violenze fasciste, e ricordo gli angosciosi anni di fuoco della violenza camorristica,  un crescendo durato per tutti gli anni 80.

L’illusione di una Napoli piccolo borghese, falsamente bonaria e "filosofa", di saper galleggiare su un’altra Napoli viscerale, violenta, camorrista, sottoproletaria, …  "senza bagnarsi" … è un mito antico, falso, coltivato nell’ipocrisia dei salotti.

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Lettera impossibile a Giuseppe Di Vittorio.

Caro Giuseppe,

mi sei tornato in mente quando ti ho rivisto in televisione, qualche settimana fa.

Capisco che possa esserti difficile pensare all’Italia di cui ti scrivo oggi, ma ti basti sapere che quella scatola elettronica, che ai tuoi tempi era sconosciuta ai più, è entrata pian piano nelle nostre case e ha finito, come già qualcuno ai tuoi tempi aveva previsto, per imprigionarci, senza alcuna via di scampo, nel mondo mediatico della falsità e dell’ipocrisia.

Sì, lo so che non riesci proprio ad immaginarla, questa Italia, e d’altronde non penso nemmeno che sarebbe adatta a te: ormai, anche a “sinistra”, si è persa l’abitudine al dialogo e al confronto, e sono sempre meno quelli che sembrano interessati a recuperarla.

Immagino ti faccia piacere sapere qualcosa del sindacato, della “tua” CGIL; bene, la Confederazione non gode certo di ottima salute: è costantemente umiliata e ignorata dal potere della destra ma, ancora una volta, i lavoratori hanno dimostrato di essere dalla sua, dalla tua, parte. E noi comunisti, se possibile, stiamo pure peggio. Il blocco sovietico si è sgretolato vent’anni fa e, com’era prevedibile, questo ha finito con il causare numerosi danni piuttosto che i fantomatici benefici sbandierati dal liberismo occidentale che proprio adesso sta attraversando una crisi profonda che attacca alla base i diritti dei lavoratori. Il PCI, il tuo partito, non esiste più; i tanti che erano comunisti, salvo rare e preziose eccezioni, dicono di non esserlo mai stati e fanno a gara a rinnegare il loro passato, finendo per rimanere senza un presente e senza un futuro.

In compenso al governo sono rimasti gli stessi, fascisti, massoni, democristiani, che hanno solo sostituito all’olio di ricino e ai manganelli, sempre pronti a colpire nei casi più gravi, con il controllo delle masse attraverso la (dis)informazione.

Il problema è un altro, ed è il motivo di questa lettera: quando vedo che di fronte alla crisi, non solamente economica ma anche sociale e culturale del nostro Paese, di fronte alla spregiudicata offensiva dell’Italia più reazionaria, clerical-fascista e padronale, sono sempre meno coloro che si oppongono con forza e che si rendono conto dei rischi che corriamo, mi sento perso, senza un punto di riferimento a cui guardare.

Ti scrivo perché sento il bisogno di chiederti qualche indicazione, di pregarti di indicare la via giusta al sindacato, ai tuoi “figli”, e, con loro, ai lavoratori di questo Paese, di reinsegnarci come si può, quando tutto sembra remare contro, a decidere di non arrendersi, di continuare a lottare per un ideale, contro ogni ingiustizia piccola e grande, dai piccoli campi del sud alle grandi fabbriche del nord, a farlo con passione, riuscendo ad instaurare rapporti umani e politici con chi, come te, come noi, soffre e sogna un mondo diverso, costruito sull’uguaglianza e sulla libertà.

Ormai qua sono sempre di più coloro che dimenticano, per disinteresse o per convenienza, da dove provengono quelle conquiste sociali che vengono date per scontate, senza accorgersi di quanto possono essere svuotate ed erose se non sono difese con l’impegno quotidiano a migliorare la condizione dei lavoratori con la lotta, senza mai elemosinare levandosi il cappello ciò che spetta di diritto.

Mi manchi, Giuseppe. Mi manca quello spirito di giustizia che ti ha spinto, e conte tanti altri, a superare qualunque ostacolo pur di riuscire ad unire ovunque i lavoratori per fare, e farla davvero, la rivoluzione.

Mi manca un uomo, un comunista, un antifascista e un democratico che di questa parola, rivoluzione, non aveva timore.

Ci manca un compagno che credeva davvero nelle uniche due cose capaci di riscattare tutti gli sfruttati e gli oppressi, di ieri e di oggi: unità e lotta.

Mattia Nesti.

Finalmente!

Finalmente!

Eluana, una preda
per le belve della ragione
per putrescenti baciapile…
un pretesto per ignobili scannatoi
per il regno dell’ipocrisia
finalmente se n’è andata
è uscita di scena
lasciandoli schiumanti di bava
per il banchetto svanito..

solo lei non ha potuto assistere
a iene e sciacalli che la braccavano
in attesa di farne scempio
lei, un povero simulacro
di una bellezza soave che fu
che nessuno voleva vedere
nella crudezza della realtà…
dopo 17 anni di niente
nulla di nulla
non i colori di albe e tramonti
non aromi di piante e fiori
non le voci di cara memoria…
nulla di nulla
solo un corpo esangue
da cui è fuggita via la linfa
un corpo da tenere agganciato
ad una speranza che non c’è più
trattenuto da un artificio pietoso
sul confine di una pace negata…

e allora che cercate di dimostrare
voi che parlate di amore per la vita
se non capite cosa vuol dire vivere?
quanto ignobile e carogna
chiunque pretenda di vedere l’alito
dove manca energia e vigore
dove solo la morte definitiva
è auspicio di libertà…
voi più o meno potenti che fate blabla
ma lasciate andare alla deriva
chi è diverso, chi è disperato
chi muore di fame e di freddo
-che tutt’al più pensate di schedare-
che ve ne importa sinceramente
di quel corpo, di quel simulacro
di quel padre che si è autocondannato
ad un doppio supplizio in nome del diritto?

tacete infine, risparmiate il fiato
per nuovi pretesti di giustizia
ringoiatevi le accuse d’infamia
e lasciate che ognuno decida
della propria vita e della propria morte