giovedì 02 settembre 2010, 17:43

Gli articoli con tag: " indigenza "

Con il capitalismo non ci sará futuro per nessuno: né per i ricchi e né per i poveri.

(Ho ricevuto un messaggio di posta elettronica da un compagno in lingua portoghese, mi é piaciuto, l´ho tradotto e adattato in italiano e lo copio qui in basso. Purtroppo non conosco l´autore del pezzo, ma le fonti non mancano) … Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Intervista a Nelly Arrobo Rodas. Presidentessa della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano

Intervista a Nelly Arrobo Rodas. Presidetessa della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano

Perché Monsignor Proaño riposa qui a Pucahuaico?

Dunque dobbiamo fare qualche passo indietro. In data 29 genaio 1985 Leonidas Proano abbandonò l’incarico di Vescovo di Riobamba. Restò in questa città fino all’aprile dello stesso anno pensando di restarci a lungo, me nel frattempo si rese conto che non era possibile. Un avvenimento, poi lo scosse. Alla scadenza del suo mandato come vescovo di Riobamba, non fu nominato nessun vescovo titolare se non un ausiliare che ebbe il compito “d’amministrare l’ordinario”. Con questa scelta, praticamente, si voleva mettere in discussione il suo lavoro. Per lui tutto questo fu un vero e atroce castigo. Quindi pensò che Riobamba non fosse il luogo adatto per continuare le sua attività. Cercava costantemente un posto dove poter andare e alla fine non avendolo incontrato decise di ritornare nel suo paese natale: San’Antonio de Ibarra. Nello stesso mese, cioè nell’aprile del 1985, fu istituito il Primo Dipartimento Pastorale Indigeno. Al Monsignor Proaño giunse, finalmente, una buona notizia. Fino ad allora non esisteva un Dipartimento per gli indigeni e Monsignor si domandava come mai esistesse per l’Opus Dei e per i militari e non per gli indigeni.

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Il Monsignor Leonidas Proano: Il vescovo degli indigeni

monsenorleonidas Con la presa di posizione dei vescovi latinoamericani nel 1968 a Medellin, durante il Consiglio Episcopale Latinoamericano, si dava inizio ad una nuova forma d’evangelizzazione. I vescovi condannavano la situazione d’ingiustizia istituzionalizzata che si realizzava in Sudamerica che violava i diritti fondamentali dell’uomo. Si delegittimava, dopo quasi cinque secoli di storia, l’evangelizzazione conquistatrice perpetuata dalla Chiesa Cattolica durante la conquista dell’America.

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Sud e Nord: egoismo leghista o analfabetismo di ritorno?

sud Non mi dilungo sul tema dell’egemonia culturale. A che servirebbe? Mi limito ad osservare che l’eccesso di attenzione dedicata alla ditta “Noemi e associate” e, per legge di contrappasso, alla spazzatura messa in circolo quotidianamente dal pennivendolo di turno, fa il gioco dei “padroni del vapore”, quale che ne sia la parte politica, se di politica a questo punto si può ancora parlare.

Dopo il “vuoto a perdere” del sedicente federalismo fiscale, dopo gli esempi di pochezza politica, indigenza culturale e miseria morale, confezionati, impacchettati e messi in vendita sotto l’etichetta di quel lucido delirio chiamato “emergenza sicurezza”, la “riscoperta” delle “gabbie salariali”, non è una stravagante “trovata” della Lega Nord, alla quale quel genio di Sacconi copre prontamente le spalle con la formula del salario differenziato.

Quella che ognuno di noi che sa “leggere, scrivere e far di conto” si trova ormai di fronte va ben oltre la volontà e la consapevolezza che appartengono anche a chi è fazioso, egoista e ferocemente razzista.

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La Costituzione dell’Honduras, meglio un golpe piuttosto che cambiarla?

Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!

constitucion de jon E’ straordinario come in questi giorni siano spuntati tanti comparativisti esperti addirittura di costituzioni centroamericane. Soggetti tendenti alla menzogna e ad evocare fantasmi e paure ataviche, spiegano che il solo proporre di riformare o riscrivere la sacra e perfettissima costituzione del 1982 prova che si voglia imporre una dittatura comunista e che pertanto sia sacrosanto o per lo meno inevitabile il golpe in Honduras piuttosto che permettere la deriva antidemocratica di un’Assemblea Costituente.

E’ proprio così? Forse è bene chiarire alcuni aspetti sulla Costituzione e la Costituente che facciano capire quanto viziata è l’informazione che i grandi media stanno dando sui motivi del golpe che a parole condannano ma al quale con i fatti tengono il gioco.

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Dieci anni di Hugo Chávez in Venezuela, tempo di bilanci

hugo_chavez-01 Ha dimezzato la povertà e la disoccupazione in uno dei paesi più ricchi e ingiusti del mondo. Una straordinaria sollevazione popolare lo ha fatto sopravvivere ad un colpo di Stato organizzato da George Bush, da José María Aznar e dal Fondo Monetario Internazionale. Ha costruito un sistema mediatico equilibrato laddove aveva voce solo il “pensiero unico”, è stato il primo capo di stato a dire che il neoliberismo era un crimine e aveva fallito ed è stato uno dei padri dell’integrazione latinoamericana. Adesso, finita la bonanza degli alti prezzi del petrolio riuscirà a mantenere la promessa di un Socialismo del XXI secolo?

abn-04-11-2006-puerto05 C’è un dato che non può essere eluso quando si parla di bilanci per i dieci anni di governo di Hugo Chávez. Secondo il CEPAL, l’istituto di studi economici delle Nazioni Unite, l’azione del suo governo ha portato al crollo degli indici di povertà dal 50 al 30% e quelli di indigenza dal 21.7 al 9.9%. Che piaccia o no a chi parla di regime, di caudillo e trama da anni per rovesciarlo con ogni mezzo antidemocratico, oggi milioni di venezuelani ridotti alla disperazione dal sistema neoliberale della IV Repubblica, hanno ritrovato speranza e dignità.

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Intervista a Gadiel Arce: Ambasciatore del Nicaragua in Ecuador

Intervista all’Ambasciatore del Nicaragua Gadiel Arce in Ecuador

di Davide Matrone

Presso la Sala dell’Audutorium della Facoltà di Scienza della Comunicazione dell’Università Centrale di Quito si è tenuto un incontro con l’Ambasciatore della Repubblica del Nicaragua, il Companero Gadiel Arce. Un incontro, organizzato dalla Gioventù Comunista Ecuadoriana (JCE), nel quale si è presentata l’attuale situazione del Paese dell’America Centrale. L’Ambasciatore, già ex – guerrigliero del FSNL, parla ai giovani in sala con grande spirito rivoluzionario e racconta:

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Lettere che contano – raccontano – disturbano, a fine 2008



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Il paradiso al di là del Mediterraneo

Quando stavo giù in Benin ho sentito tanti ragazzi parlare di un paese senza razzismo, con la prospettiva di un lavoro e di trovare gente amichevole disposta ad aiutarli ad uscire dalla situazione di indigenza nella quale versavano nel proprio paese. Parlavano dell’Italia. … Leggi tutto

Elezioni amministrative in Venezuela, un paese e il suo futuro

chavezDomani si vota per le amministrative in Venezuela*. Dai massimi storici del 2004 il Partito Socialista Unitario (PSUV) del presidente Hugo Chávez, che secondo alcuni sbrigativi commentatori sarebbe un dittatore, prova a tenere le posizioni.

Conta su dati positivi ineludibili di dieci anni di governo bolivariano, in pace e in democrazia, che analizzeremo qui sotto, come è sempre stato in Venezuela anche quando lo scorso anno per la prima volta Chávez fu sconfitto e gli ipercritici che vaticinavano un golpe fecero finta di sorprendersi dell’ennesima prova di democrazia. Ovviamente anche questa volta per ogni governatorato e ogni sindaco perso, migliorare è impossibile, gli canteranno il “de profundis”.

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Tagli alla cooperazione: il Premio Nobel Desmond Tutu scrive a Giulio Tremonti che neanche si degna di rispondergli

Il premio Nobel per la pace ha scritto al ministro per l’Economia più di un mese fa invitandolo a riconsiderare i tagli, ma non ha avuto riscontri, così ha reso pubblica la missiva.

"Gentile ministro Tremonti,
le scrivo per esprimere la mia preoccupazione riguardo ai tagli alla cooperazione italiana attualmente in esame nel suo Paese e per invitarla a fare quanto in suo potere per prevenire una riduzione degli aiuti che può fare la differenza tra la vita e la morte nei Paesi poveri.

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Argentina: povertà in calo per il sesto anno consecutivo

cartonero Secondo i dati ufficiali la povertà in Argentina è scesa al 17.8% e l’indigenza al 5.1%. Appena un anno fa erano rispettivamente 23.4% e 8.2%. Nonostante siano avanzati dubbi sull’ attendibilità di tali risultati rispetto all’ inflazione reale nel paese, povertà e indigenza continuano a diminuire ininterrottamente dal 2003 quando il FMI ha dovuto smettere di depredare il paese.

Il bicchiere in Argentina a sette anni dal crollo del neoliberismo, comunque lo si guardi è mezzo pieno. La povertà ha continuato a scendere costantemente dimezzandosi dal 2003 quando è cominciato il grande recupero del paese dopo dittatura e fondomonetarismo.

Ma il bicchiere è indubbiamente anche mezzo vuoto. In Argentina, uno dei paesi più ricchi della terra, continuano ad esserci quattro milioni e mezzo di cittadini che non riescono a soddisfare le necessità più elementari e addirittura un milione e duecentomila che non riescono neanche ad acquistare gli alimenti necessari.

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I nomadi siamo noi

Maroni lo sa, ma finge di ignorarlo. Lo sanno le bande leghiste e i sedicenti deputati, sistemati in Parlamento dai segretari di partiti ormai apolitici in virtù di una legge che nega agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti. E’ noto a tutti: buona parte dei figli di mafiosi e camorristi - muschilli, pusher e picciotti – quasi sempre italiani, frequentano la scuola poco e male e, fin dalla nascita, sono educati dai genitori all’esercizio della violenza, al furto, allo scippo, alla rapina e ad un totale disprezzo della legalità. … Leggi tutto

Argentina: intervista a Gabriel Martín

L’Argentina e il bisogno di stabilità che fa dimenticare le ingiustiziein un paese svenduto ai capitali stranieri

di Paolo Maccioni

Kirchnerismo è il movimento eterogeneo e senza un apparato politico propriamente detto che prende il nome da Néstor Kirchner, presidente uscente, artefice della ripresa argentina (2003-2007). Una linea politica premiata dalla vittoria, alle elezioni dello scorso 28 ottobre, della moglie Cristina, che il 10 dicembre prenderà ufficialmente lo scettro della presidenza argentina [1]. «Né Hillary né Evita. Solo Cristina» ha detto la presidenta, come ama farsi chiamare, all’indomani della vittoria elettorale.

Della coppia presidenziale e dell’Argentina d’oggi parliamo con il giornalista argentino Gabriel Martin, dell’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh.

Com’è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?

«Negli ultimi quattro anni in Argentina c’è stata una grande crescita economica, una crescita del pil di poco inferiore al 9%, un indice simile a quello della Cina, ma sono cresciute anche le diseguaglianze. Il 30% della popolazione più ricco si appropria del 62,5% di questa ricchezza generata dalla crescita economica, mentre il 70% della popolazione si deve spartire il restante 37,5%. Rispetto agli anni ’90 l’Argentina è migliorata moltissimo, tuttavia non mancano i problemi. La corruzione, pur se diminuita, c’è ancora. Diminuiscono ma non si azzerano i tassi di povertà e di indigenza. Cresce il divario fra i più ricchi e i più poveri».

È dunque legata alla crescita economica la fortuna elettorale del kirchnerismo, confermato dalla elezione della senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente uscente?

«Il sistema vigente in Argentina è una democrazia di tipo presidenziale. Pertanto il progetto, o l’immaginario popolare del progetto politico di un paese, per gli elettori dipende esclusivamente dal presidente. Le elezioni, o le rielezioni, avvengono con meccanismi affini a quelli del sistema statunitense, benché si debbano fare parecchie distinzioni. La principale è che negli Stati Uniti è un po’ più chiaro che il progetto di governo è vincolato agli effettivi gruppi di potere. Nella coscienza collettiva argentina invece non è radicata con chiarezza la nozione che i progetti sono gestiti e manipolati dalle corporazioni, specialmente straniere, perché l’idea di indipendenza politica è molto legata alla forza del presidente. Ecco che quando il progetto nazionale, come ad esempio nel 1946, è incarnato da un presidente come fu Perón, il risultato è un governo autonomo e di ampia sovranità. E le oligarchie, insieme ai capitali transnazionali, hanno sempre cercato di ridimensionare questa capacità di azione con presidenti deboli».

«Perciò si comprende il trionfo di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali. Il paese è cresciuto in questi anni a un ritmo inaudito nella storia argentina. E la vittoria di Cristina Kirchner va intesa come una rielezione del modello di Néstor Kirchner. Il fattore fondamentale è che gli argentini che hanno votato per Cristina Kirchner, ma anche coloro che hanno votato contro, sanno che si può sperare nei prossimi 4 anni. Questo comporta una certa stabilità.

Quali erano le proposte dei candidati opposti a Cristina Kirchner?

«Ricordiamo che l’Argentina attraversa un rischio d’inflazione: mentre il governo manipola gli indici dei prezzi al consumo, affermando che l’inflazione annuale non supera il 10%, inchieste dello stesso apparato dello Stato hanno dimostrato che tra luglio e novembre i prezzi sono aumentati di quasi un 30%. La soluzione proposta dall’opposizione in larga parte era quella di raffreddare l’economia e ridurre la crescita a un 5% annuale invece del tasso dell’8 o 9%. Consideri che l’Argentina per più di sette anni ebbe crescita nulla, durante il governo di Carlos Menem nello scorso decennio».

«L’inflazione è un problema molto grave, ma il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente grazie alla crescita degli ultimi quattro anni. Per gli elettori, l’inflazione, i casi di corruzione che hanno coinvolto funzionari del governo vicini alla coppia presidenziale, l’assenza di strategie nazionali a lungo raggio e molti altri problemi, come ad esempio le condizioni del lavoro precario che è stato quello che più ha influito nella diminuzione della disoccupazione, restano quindi in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia e alla crescita dell’occupazione».

«Votare per un altro candidato avrebbe significato il rischio di perdere tutto ciò. L’Argentina viene da un’incertezza molto grande seguita alla crisi del 2001. Un’incertezza che non si ebbe neppure con nessuna dittatura militare, perché almeno uno sa che cosa succederà in un modello dittatoriale, specialmente in campo economico (liberalismo, indiscriminata apertura del mercato, in un contesto di repressione politica). Il 2001 è stato un incendio assoluto, è stato la caduta del sistema monetario di parità col dollaro, e nessuno aveva idea di cosa sarebbe venuto dopo, né di come si sarebbe risolto».

Insomma, dopo lo shock del 2001 gli argentini hanno terrore di affrontare l’instabilità.

«Oggi lo shock è alle spalle ma continua a pesare molto nella coscienza dell’elettore. Pesa più l’eterna opzione che offrono i governanti: “o io o il caos”, tratto messianico classico della dirigenza argentina, piuttosto che la crescente concentrazione della ricchezza, l’aumento della forbice fra i più ricchi e i più poveri, l’accentuarsi della gestione straniera dell’economia, la corruzione e gli indici d’inflazione, per gravi che siano».

L’Argentina ha riavviato il processo di industrializzazione che un tempo la caratterizzava?

«Non c’è alcuna produzione nazionale oggi, eccetto l’agroalimentare, conseguenza della spoliazione concepita da Martínez de Hoz (José Alfredo Martínez de Hoz, detto Joe, ministro dell’economia durante la dittatura, ndr) e continuata in seguito. L’Argentina è tornata al modello di esportazione agraria anteriore al 1945, mentre il mondo va verso la rivoluzione biotecnologica. Non c’è una “retroalimentazione” del pil, ad esempio nel 1999 si vendette la compagnia statale partecipata YPF (Yacimentos Petrolíficos Fiscales) alla Repsol, compagnia petrolifera spagnola, raro caso in cui una compagnia più piccola ne acquista una più grande. La compagnia Barrick Gold (multinazionale di cui George Bush padre fu chief lobbyst, importante azionista e consulente onorario [2]) sfrutta i filoni di Veladero e Pascua Lama nella provincia di San Juan. Altre miniere importanti vengono sfruttate da imprese straniere. Il vero motore economico dell’America latina è il Brasile: non c’è confronto con l’Argentina, dove a crescere sono le imprese straniere e non quelle locali. E manca pure un dibattito popolare su ciò. L’Argentina cresce, sì, ma su che fronte cresce?».

Quali sono i tratti distintivi del kirchnerismo in politica estera?

«Un’analisi a freddo può mostrare che sebbene questo governo mantenga forti vincoli con le corporazioni europee e statunitensi, allo stesso tempo dimostra politiche di avvicinamento indipendente con Venezuela e Brasile, mentre l’opposizione voleva fondamentalmente allontanarsi da Hugo Chávez e avvicinarsi di più agli Usa, anche se non lo dicevano espressamente. Durante il decennio di Carlos Menem, e in seguito con Fernando De la Rúa, l’Argentina tenne una assurda politica di allineamento automatico con Washington, secondo il migliore stile del vostro Silvio Berlusconi. L’Argentina ha una forte dipendenza energetica che il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, aiuta a risolvere. Quindi inimicarsi il governo di Chávez comporterebbe una crisi energetica: questo timore di Néstor Kirchner sembra rivelare la complicità del suo governo nel depauperamento petrolifero argentino».

Cristina Kirchner è stata una delle principali sostenitrici del progetto di Menem di privatizzare il petrolio e il gas. Quest’anno il governo di Kirchner ha esteso per altri due decenni la concessione del Golfo de San Jorge alla Pan American Energy. Il contratto fu firmato quando il prezzo del barile era a 20 dollari, e poco importa che ora sia a quasi 100 dollari».

«Al vertice latinoamericano di Santiago dello scorso novembre è emersa chiaramente l’ambiguità di Néstor e Cristina Kirchner in politica estera, giacché nonostante questa presunta alleanza indissolvibile con il Venezuela, quando il re Juan Carlos di Spagna ha ingiunto a Chávez di stare zitto, il governo argentino non ha fatto nessuna obiezione al monarca spagnolo che ha ripreso un presidente eletto. Se lo avesse fatto Zapatero, sarebbe rimasto nell’ambito di una discussione fra mandatari, invece a farlo è stato un monarca di una casa reale europea dalla quale tutta l’America Latina si è resa indipendente nel secolo XIX. Anziché esprimere biasimo, la coppia Kirchner ha invitato il re di Spagna alla residenza presidenziale. Il re Juan Carlos è proprietario di parte della Repsol e possiede pure azioni in tutte le principali compagnie spagnole che operano in Argentina. Ma queste ambiguità e contraddizioni vengono sempre lasciate da parte quando si può evitare l’incertezza, soprattutto quando in ambito macroeconomico gli indici sono positivi».

Quali sono le altre eredità significative del kirchnerismo?

«Néstor Kirchner ha migliorato molto la situazione del paese dopo la crisi del 2001, ma soprattutto durante la sua presidenza sono state cancellate le leggi infami che mettevano al di sopra della giustizia i membri della giunta militare colpevoli di genocidio [3].


Chi è

Gabriel Martin, storico, giornalista e fotografo, è nato a Buenos Aires nell’aprile del 1974. Figlio di una famiglia di militanti montoneros, nel 1977 sopravvisse al commando di patotas [4] che irruppe in casa sua e dopo averlo colpito in faccia con il calcio della mitragliatrice lo abbandonò, credendolo morto, prima di sequestrare i suoi genitori. Coi genitori il piccolo Gabriel si ricongiunse dopo una rocambolesca serie di passaggi fra vicine di casa e militanti montoneros che lo presero in cura.

Nel 1999 fondò la Agencia de Noticias Cadena Latinoamericana (ANCLA), attiva fino al 2005, che mise insieme giornalisti indipendenti di 13 paesi nelle Americhe, in Francia, Italia, Spagna, Germania, Olanda e Gran Bretagna. Dal 2002 è corrispondente da Buenos Aires per diversi organi di informazione in Svezia e nello stesso anno lancia l’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh (intitolata al grande scrittore militante vittima della dittatura militare) che un anno più tardi darà luogo al portale www.rodolfowalsh.org, e che pubblica materiale su diversi media argentini e su quotidiani e riviste in Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Cile, Bolivia e Uruguay, oltre ad articoli tradotti in inglese in Canada e Stati Uniti, e riprodotti in Francia, Svezia e Germania.

È tra i fondatori di “Prólogo”, rivista di recupero della memoria politica e culturale del pensiero rivoluzionario delle figure della militanza argentina ed è autore dei primi due numeri su John William Cooke e Rodolfo Walsh.


Note

  1. Vedi: Diego Schurman, “Gúia práctica para entender la nebulosa del kirchnerismo” sul quotidiano Página/12 del 12 febbraio 2006.
  2. cfr: Anton Chaitkin “Inside story: the Bush gang and Barrick Gold Corporation”; Gail G. Billington: “Bush’s letter abets Barrick’s golddigging”; Mark Sonnenblick: “George Bush’s $10 billion giveaway to Barrick Gold”, originariamente pubblicati su Executive Intelligence Review nel gennaio 1997.
  3. Le leggi del “Punto Final” e della “Obediencia debida” furono promulgate dal presidente Raúl Alfonsín nel 1986 e nel 1987. La prima, promulgata il 23 dicembre 1986, fissava un termine di 30 giorni per depositare le accuse contro i militari per violazioni dei diritti umani. Prima che scadessero i termini fissati dalla legge del Punto Final, la Giustizia federale aveva rinviato a giudizio circa 500 militari. Crebbe così il malcontento fra i militari che sfociò nella rivolta “carapintada” durante la Settimana Santa del 1987. A seguito delle pressioni esercitate dai militari e della minaccia di un nuovo golpe, il governo di Raúl Alfonsín il 4 giugno 1987 promulgò la legge della “Obediencia debida” che sollevava i ranghi militari intermedi e inferiori, scagionando così la maggioranza di ufficiali e sottufficiali coinvolti nella repressione in quanto subordinati all’autorità superiore. Le due leggi furono finalmente dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel giugno del 2005.
  4. Le “patotas” erano i gruppi operativi, costituiti da membri dei vari corpi dell’esercito, che durante la dittatura militare erano addetti al sequestro. Mascherati ed armati, irrompevano nelle case urlando, sparando e malmenando i familiari.

(pubblicato su www.altravoce.net)