Thursday 09 February 2012, 07:15

Gli articoli con tag: " idrocarburi "

Venezuela: il fronte sempre caldo della disinformazione

Mi è stato segnalato questo articolo della Bbc del 10.7.2009, Venezuela imposes new media curbs. Curbs: imbrigliamento. Nell’articolo viene denunciato un attacco di Chavez alla libertà di stampa. L’articolo, che riporta unicamente i commenti delle opposizioni a Chavez, scrive che i canali Tv satellitari e via cavo considerati nazionali dovranno trasmettere i discorsi del presidente Chavez. Infine, ricordando quanto avvenuto a Rctv, scrive che questa legge sarà applicata a dozzine di enti televisivi internazionali.

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Petrolio e Persone

http://www.corriere.it/Media/Foto/2003/04_Aprile/29/bimbo.jpg

Stava finendo la giornata del 29 giugno 2009, come oggi il mese, quando è deragliato un treno che trasportava gpl, miscela di idrocarburi, gas di petrolio liquefatto. E’ esploso nella stazione di Viareggio, alle 23.50, provocando al momento 13 morti 35 feriti gravi 1.000  persone evacuate.

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Fidel non ci lasciare adesso… il sogno continua!

L’agenzia di informazione russa Ria Novosti afferma che un consorzio petrolifero nazionale russo è stato creato per la gestione di progetti petroliferi in Venezuela coopererà anche con la statale cubana Cubapetroleo. Le due aziende hanno firmato un memorandum lo scorso 23 gennaio. L’accordo è stato firmato alla presenza del vice primo ministro russo Igor Sechin e del vice presidente del consiglio dei ministri cubano, Ricardo Cabrisas. Il consorzio comprende le russe Gazprom, Rosneft, TNK-BP, Surgutneftegaz e LUKoil, ed è gestito dalla Gazprom; l’alleanza con il Venezuela è diretta dalla statale venezuelana Petroleos de Venezuela (PDVSA). Il petrolio prodotto sarà esportato negli USA, in Cina e in Europa.

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I segreti del fallimento Lehman Brothers: alleanze e inimicizie spurie tra finanza, petrolio e ambiente sulla presunta apocalisse del capitalismo

lb Facciamo due conti in tasca al fallimento della Lehman Brothers. La grande finanza ha preso una scoppola pesantissima un anno fa quando è scoppiata la bolla dei mutui facili, roba da decine di miliardi di dollari. Roba da muoia Sansone con tutti i filistei. Ma la grande finanza è un gigante. Con i piedi d’argilla?

Lehman Brothers o Merrill Lynch o altre banche d’affari, verso le quali gli adoratori del dio liberismo come Oscar Giannino o Luigi Zingales (per citare solo gli italiani) pregavano cinque volte al giorno come fossero la Mecca, pensavano di poterla fare franca in tre modi:

1) fabbricando e spacciando biglietti falsi (i derivati sono soldi falsi) e levando anche le mutande ai piccoli risparmiatori e ovviamente riprendendo le case di chi non aveva potuto pagare, buttandoli letteralmente in mezzo alla strada; 2) con l’aiuto di George Bush e della Federal Reserve socializzando le perdite alla faccia del liberismo; 3) saltando su un altro affare, ovvero speculando sul prezzo altissimo del petrolio e che pensavano destinato a crescere per sempre.

Non gli è riuscito e qui proviamo a spiegare perché, ma prima leviamoci un sassolino dalla scarpa:

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Jaime Avilés, con il neoliberismo oggi è tornato il Messico coloniale

A Felipe Calderón è sfuggito il paese di mano. Ci sono 16 milioni di disoccupati, l’inflazione è la più alta degli ultimi 12 anni e le bande dei narcos oggi controllano importanti città e intere regioni, da Chihuahua allo Yucatán, lasciando una scia di cadaveri, stragi alla luce del giorno, attacchi a installazioni militari, corpi decapitati, sequestri e vendita di protezione a innumerevoli negozi, da innocenti taquerías a rumorosi antri di table dance. … Leggi tutto

Bolivia: cosa è in gioco col referendum revocatorio di domenica

amoevo Domenica 10 agosto si realizzerà in Bolivia il referendum revocatorio. Le dieci cariche più importanti del paese, presidente, vicepresidente e otto dei nove prefetti (governatori) saranno sottoposte ad un referendum popolare che confermerà o meno il loro incarico.

Si vota in un contesto caotico e con il pericolo reale di un colpo di stato organizzato dai prefetti dell’opposizione.

Questa ha tentato fino all’ultimo di evitare un referendum che può essere la chiave di volta del processo diretto da Evo Morales.

Da lunedì il cambiamento in Bolivia si fermerà definitivamente o accelererà.

Ricordate Salvador Allende? Il golpe in Cile non si doveva realizzare l’11 settembre ma il giorno dopo, il 12 settembre 1973. Ma quando il traditore Augusto Pinochet seppe che il giorno 11 Allende avrebbe annunciato al paese che si sarebbe tenuto un referendum popolare sul suo mandato, e se avesse perso si sarebbe dimesso in pace e in democrazia, decise di anticipare il colpo di stato. Era evidente ad ogni persona informata dei fatti, che il popolo era con Don Salvador e che questo sarebbe uscito infinitamente rafforzato dal referendum, rispetto all’opposizione e rispetto alla sua litigiosa maggioranza.

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Bolivia, a 24 ore dal referendum: o contro gli autonomisti o con il feudalesimo!

da CamminareDomandando

Mancano solo 24 ore all’incostituzionale referendum pro-autonomia indetto dall’oligarchia di Santa Cruz, quel Comitè Civico espressione delle 40 famiglie che si rimpallano da circa un secolo e mezzo il potere nella città orientale, avita roccaforte della destra razzista e golpista del paese. Il mondo intanto fa finta di non accorgersi: tergiversa, ignora e glissa su quella che si avvia ad essa la polveriera del Sudamerica, la balcanizzazione del cuore del continente, quel piccolo paese incastonato tra le cordigliere andine divenuto negli ultimi anni sempre più strategico, crinale tra ancien regime neo-liberista e neo-coloniale e nuovo mondo possibile (almeno in America Latina). … Leggi tutto

Bolivia, verso la secessione?

da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’ incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz. … Leggi tutto

La tragedia è che Napoli si sta rassegnando all’avvelenamento

Michele Saviano

J’accuse dell’autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all’avvelenamento
Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste


Gli ultimi dati dell’Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni.
Roberto Saviano è l’autore di Gomorra, il best-seller che racconta un viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra

È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi.
E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.
Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa – l’Ecocampania – che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.
Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico – è il sistema dei consorzi.
Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.
Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese – secondo le accuse – è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.
Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.
La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.
Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari.
Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.
Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.
E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.
Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.
Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.
L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.
Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.
Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi.
Abituarsi a non avere più nulla.

Sopravvivere al petrolio si può

Il 2008 ci ha accolto con due notizie indipendenti ma strettamente legate tra loro. La prima è che a Milano è partito l’ecopass, cioè la possibilità di entrare gratuitamente nel centro cittadino solo per le auto ecologiche; l’altra è che il petrolio ha toccato la quotazione di 100 dollari al barile. In mezzo a queste due notizie sta una serie di problemi drammatici che nessun governo, locale o centrale, di destra o di sinistra, ha mai affrontato seriamente: l’inquinamento, il traffico, l’approvvigionamento energetico, la salute pubblica, solo per citare i principali.

Partiamo da Milano. Quella di limitare l’accesso al centro ai soli veicoli ecologici non è certo una novità assoluta; in molte città si fa già da tempo: l’esempio più comune, proposto dai sostenitori dell’iniziativa, è Londra, dove effettivamente si sono avuti risultati positivi (ma loro sono inglesi e, anche se questo non è misurabile, fa una bella differenza). Solo che non si tiene conto del fatto che la rete di trasporto pubblico presente a Milano non è neanche paragonabile a quella londinese: tra metropolitana, bus e taxi, per muoversi a Londra non c’è bisogno di avere la patente. Provateci a Milano.
E tanto per non sparare a casaccio, proviamo a dare anche qualche numero. Milano ha 75 km di metropolitana, Londra oltre 400; nell’area a traffico controllato Milano ha 18 stazioni della metropolitana, Londra 50; a Milano un suv Euro4 circola liberamente, a Londra pagano tutti. Per non parlare della frequenza con cui passano i bus o della facilità con cui si trova un taxi.
Tralasciando poi ogni commento sul concetto di veicolo ecologico (se l’automobile è un veicolo ecologico, la bicicletta cos’è?) e sulla guerra che è cominciata relativamente a deroghe ed eccezioni, rimane un fatto innegabile: l’unica vera discriminante di tutta questa storia è il denaro. Chi ha il portafoglio pieno, se ne frega allegramente dell’inquinamento: paga e passa senza tanti problemi. Chi invece non ha grandi disponibilità dovrà riorganizzare la propria vita; soprattutto coloro che l’auto Euro4 o Euro5 non ce l’hanno semplicemente perché non si possono permettere di cambiarla.
Il risultato di questa iniziativa è che le fasce più povere della popolazione (e quindi, guarda caso, anche gran parte degli stranieri) tenderanno a non entrare con la propria auto nel centro di Milano; tra qualche mese il sindaco presenterà le cifre dei primi rilevamenti e, piena di orgoglio, si farà bella di una diminuzione del traffico di qualche punto percentuale. Che non risolve il problema del traffico né quello dell’inquinamento, ma fa bella figura nel suo curriculum.

Cambiamo argomento, anzi no. Il petrolio ha raggiunto la fatidica soglia dei 100 dollari al barile; che non significa niente, come tutte le soglie psicologiche, ma sembra sia un evento sconvolgente. Io ricordo che qualche anno fa Beppe Grillo si tirava addosso un sacco di polemiche dicendo più o meno: “spero che il petrolio raggiunga i 100 dollari, così smetteremo di usare l’automobile o almeno smetteremo di usare la benzina per farla camminare“. Beh, spiace dirlo ma la profezia del buon Grillo non si è avverata; anzi, è prevedibile che il prezzo continuerà a salire e che le automobili continueranno ad essere alimentate con i suoi derivati.
Il petrolio è una risorsa in via di esaurimento, il suo prezzo cresce senza sosta, crea un sacco di problemi, eppure noi ne utilizziamo sempre di più. Di questo passo saremo noi ad estinguerci, ben prima del petrolio.

Cosa fare? Tra chi finge che il problema sia così complesso da non avere soluzioni, e chi si rifugia in palliativi sostanzialmente inutili, è evidente che non c’è alcuna intenzione di affrontare seriamente la questione, come dimostra il sindaco di Milano (il fatto che la sua sia una famiglia di petrolieri è solo un caso…).
Eppure…
Chiudere completamente il centro cittadino al traffico privato; potenziare il trasporto pubblico; organizzare punti di raccolta e smistamento per le merci; vincolare gli incentivi solo ai veicoli che non usano idrocarburi. Queste sono solo alcune delle proposte da molto tempo a disposizione, con tanto di piani di applicazione particolareggiati, dei nostri politici.

Cosa ci vuole perché la politica si svegli e si decida a fare qualcosa di veramente efficace per la salute dei cittadini? Perché è della nostra salute che stiamo parlando, anche se non l’abbiamo nominata.
Tanto per cominciare si dovrebbe impedire di fare politica a chi ha interessi in conflitto (dove ho già sentito questa espressione?) con la salute dei cittadini: petrolieri e produttori di automobili prima di tutto, e non vado oltre perché altrimenti il discorso non finisce più. Chi svolge certe attività non deve fare politica, neanche indirettamente, non può neppure esprimere un’opinione sulla politica, gli dovrebbe essere perfino impedito qualsiasi contatto con i politici.
Certo, lo so che non sarebbe democratico, ma se la democrazia ci ha portato a questo, forse dovremmo interrogarci sul concetto di democrazia.

Pubblicato su pleonastico.it

Le due facce della Bolivia

di Diletta Varlese su Andinamedia

16/12/07 Santa Cruz de la Sierra: Ieri la Bolivia si è svegliata con due facce. A La Paz, la capitale, si festeggiava la nuova costituzione e la conclusione dei lavori dell’Assemblea Costituente: in pompa magna, in Plaza Murillo, sede del palazzo di governo.
Il presidente Evo Morales, tutti i suoi ministri, le autorità dello stato, e le forze armate al completo, presenziavano in prima linea alla sfilata delle 32 nazioni indigene del paese che accolgono il nuovo testo costituzionale. La piazza, gremita, era vestita di colori e suoni tradizionali, provenienti sia dalle regioni andine che dalle aree tropicali e amazzoniche.
Sembrava la Bolivia di sempre, dei giorni di festa. Ma nelle ricche e prospere terre d’oriente, a Santa Cruz de la Sierra, era un giorno molto diverso. Ieri il dipartimento e la regione di Santa Cruz dichiaravano ufficialmente il proprio statuto di autonomia regionale: perché, secondo le autorità locali, la costituzione non tiene conto delle istanze della cosiddetta Media Luna, composta dalle sei regioni, i cui governatori si oppongono al governo di Morales.
Le sei regioni richiedono la quasi totale gestione della propria economia, delle risorse naturali, degli idrocarburi, della giurisdizione e delle istituzioni politiche. E la dichiarazione di ieri suonava come una presa di posizione nei confronti della nuova carta costituzionale.
Ma sia la costituzione celebrata a La Paz, che lo statuto di autonomia dichiarato a Santa Cruz dovranno essere approvati da due referendum popolari, che si terranno entro 90 giorni.
Nella piazza 24 di Settembre, nel centro di Santa Cruz, si ritrovavano gruppetti di persone, vestite di bianco e di verde, i colori dello scudo della città. Ovunque venivano issate bandiere che reclamavano «Autonomia! Ya Somos Autonomos!», siamo già autonomi.Nella sede dell’assemblea per l’autonomia si leggevano i 157 articoli dello statuto uno ad uno. Quelli presenti all’assemblea erano visi molto diversi da quelli dei rappresentanti del governo Morales.
La classe politica cruzeña è composta da gente blanca, con la pelle chiara, di classe media. La presenza indigena, ieri, era nettamente minore: solo tre donne portavano un cartello con la scritta «anche noi appoggiamo l’autonomia», avevano un’aria sperduta e poco convinta, ma facevano «presenza», perché non si potesse dire che Santa Cruz, «l’autonoma», fosse razzista ed escludesse gli indigeni.
Sui muri della città, numerose scritte minacciavano di morte il presidente Morales. Nella piazza principale, intanto, si stavano smantellando le installazioni che avevano ospitato per due settimane lo sciopero della fame degli abitanti in appoggio all’autonomia. A scioperare, sono stati soprattutto giovani studenti delle migliori università della città, l’ordine degli avvocati, degli ingegneri, comitati civici, casalinghe e i pensionati: tutti orgogliosamente Camba, come si definiscono le popolazioni dell’oriente boliviano, a differenza dei Kolla andini, considerati un po’ alla stregua dei nostri «terroni». I rimandi con i movimenti secessionisti italiani sono anche molti altri. La croce celtica, di colore verde, è il simbolo della bandiera e della città. Rolando Schruppe, discendente di migranti tedeschi, la porta fiero sulla giubba militare. Saluta con un «camerata» i suoi amici della Brigata per l’autonomia. «Volevamo l’indipendenza – dice – ma abbiamo ottenuto solo l’autonomia. Anche se nel cuore di ogni Camba c’è il sogno della Repubblica Federale di Santa Cruz».
Nella sede dell’Assemblea per l’autonomia prosegue intanto la lettura degli articoli del nuovo statuto. L’argomento terra e gestione delle risorse rinnovabili e non rinnovabili è il punto fondamentale. Produzione, vendita e profitto delle suddette deve restare nelle mani della regione, per migliorare la qualità di vita dei suoi abitanti. Santa Cruz è la regione più ricca di gas di tutta la Bolivia, a cui fornisce il combustibile. Qui si trovano le sedi delle più importanti compagnie multinazionali come la brasiliana Petrobas e la spagnola Repsol. Inoltre, le tenute dei pochi proprietariterrieri della regione sono veri latifondi, carichi di denunce di schiavismo nei confronti delle popolazioni originarie che vi lavorano.
Ieri, tutto pareva tranquillo, a parte un presunto attentato al sesto piano del palazzo di giustizia, che non ha provocato danni. I politici locali hanno ripetuto che non intendono occupare le istituzioni del governo centrale, le caserme di polizia. Dicono di voler restare nel percorso democratico che porta all’approvazione referendaria dello statuto, anche se le falangi piu estremiste fremono e l’appoggio popolare è forte: «Siamo pronti», diceva Schruppe: «Se non ci daranno l’autonomia ce la prenderemo con la forza».
Nessuno vuole la guerra di secessione. La ricca Santa Cruz vuole restare tale, e una guerra brucerebbe tutta la sua ricchezza. Meglio un percorso lento, graduale e pacifico, dicevano. Ma Santa Cruz rappresenta anche l’80% delle entrate del paese, e il governo ha dichiarato incostituzionale lo statuto dell’autonomia.

il discorso con cui Evo Morales ha proposto il referendum revocatorio

La Paz, 5 dicembre 2007 Boliviane e boliviani. Durante il tempo del mio governo ci sono gruppi conservatori che si sono opposti permanentemente a questo processo di cambiamento; tuttavia dopo aver visitato regioni, settori; dopo aver sostenuto tante riunioni, ho visto e ho sentito che il popolo boliviano vuole unità, più democrazia, il popolo boliviano scommette sulla pace, e soprattutto su profondi cambiamenti.Ci sarà pace sociale quando ci sia una giustizia sociale, e qui stiamo mettendo in moto una rivoluzione sociale che cerca l’uguaglianza tra i boliviani. Ci sarà democrazia quando i popoli decidano il destino del paese. Ci saranno cambiamenti profondi quando recupereremo le nostre risorse naturali.E dal governo nazionale scommettiamo su questi profondi cambiamenti; il popolo sa come si sente questo cambiamento nel paese.Ma vogliamo anche chiarire quella lotta storica dei popoli durante il periodo coloniale, durante la Repubblica, specialmente all’epoca del modello economico neoliberista, della corruzione che ha fatto tanto danno al paese.Come quel modello economico ha fatto tanto danno al paese, ed i popoli hanno resistito, i popoli hanno lottato per cambiare, e questo cambiamento arriva con la nazionalizzazione degli idrocarburi, la ridistribuzione delle nostre risorse naturali, delle risorse economiche grazie a queste politiche di cambiamento, e quindi non si può capire come ci siano gruppi che non comprendono questo processo di cambiamento. Forze conservatrici che vogliono evitare questo processo di cambiamento.Per esempio ci parlano di unità quando mobilitano un settore del popolo sotto la bandiera dell’indipendenza, e non può esserci unità con l’indipendenza; parlano di democrazia quando promuovono il colpo di stato, parlano di democrazia ed appoggiano la disobbedienza; non può esserci democrazia né con i colpi di stato né con la disobbedienza civile.L’anno scorso e quest’anno il Governo nazionale è stato ripetutamente accusato di non rispettare la proprietà privata. Ora stiamo vedendo chi non rispetta la proprietà privata. Queste forze conservatrici non rispettano la proprietà privata, bruciano le proprietà, bruciano le proprietà pubbliche, assaltano, saccheggiano le proprietà pubbliche.Allora queste autorità che morale hanno per accusarci di non rispettare la proprietà privata, e in questi giorni, dopo quasi due anni di governo, e più di un anno dall’Assemblea Costituente, cercano pretesti per agitare il paese, usano giovani, pagandoli, per le mobilitazioni, ed i giovani che si mobilitano sanno esattamente che le mobilitazioni non sono gratis ora, a volte servono per aggredire i fratelli contadini indigeni.Il razzismo si approfondisce qui contro questi movimenti sociali che lottano per una nuova Bolivia, per l’unità rispettando la diversità, e infatti siamo tanto diversi non solo razzialmente, fisionomicamente, ma anche economicamente.E cercano pretesti, per esempio parlano di autonomia, quando abbiamo detto che l’autonomia è rispettata nella nuova Costituzione Politica dello Stato boliviano appena approvata: si garantisce autonomia ai dipartimenti, alle regioni, ma anche alle comunita’ indigene, e le autonomie indigene sono esistite nella pratica durante le colonie e durante la repubblica, solo queste autonomie sono state come legalizzate, inserite nella costituzione.Si garantiscono autonomie universitarie così come autonomie municipali, e quando col tema dell’autonomia non riescono a mobilitare il paese viene il tema dei due terzi; noi abbiamo detto: non solamente vogliamo approvare la nuova Costituzione con la maggioranza dei due terzi (della Costituente), ma, soprattutto, approvarla con la partecipazione del popolo, col referendum; se non c’è la maggioranza di due terzi perché non si fa in modo che sia il popolo a decidere? che paura del popolo!E quando non hanno argomenti sui due terzi o sulla democrazia, o quando hanno paura del referendum tirano fuori un altro tema, il tema della capitale.Felicemente i costituenti lasciarono l’Assemblea Costituente, perché era sequestrata l’Assemblea Costituente; sono quasi sicuro che non ci saranno ora Marincovik né Dabdoub che se ne vanno a Sucre per sobillare e per far fallire l’Assemblea Costituente, perche’ questo hanno cercato permanentemente.Ma oltre a questo, queste forze conservatrici, che tentano di frenare, fermare questo processo di cambiamento per proteggere i loro privilegi, ora non stanno piu’ solo col tema dell’autonomia come pretesto, col cavillo dei due terzi o quello della capitale, ma chiedono la revoca del mandato di Evo Morales.Io voglio spiegare e proporre ai prefetti conservatori e non conservatori, ai nove prefetti del paese, di sottoporci insieme ad un referendum revocatorio: che il popolo dica se vuole il cambiamento o non vuole il cambiamento, che il popolo dica se e’ per il modello neoliberista delle privatizzazioni, della svendita delle nostre risorse naturali, delle nostre imprese oppure no; non c’è motivo di aver paura del popolo.Ci accusano a livello internazionale di essere autoritari. Non si tratta di andare a lamentarsi a livello internazionale, qui si tratta di sottoporci al popolo, sottoporci democraticamente al pensiero, al sentimento, alla coscienza del popolo.E la comunità internazionale, che veda chi sono gli antidemocratici, chi sono i violenti, chi sono quelli che cercano i morti per farne una bandiera politica, quando noi scommettiamo sulla vita ed altri distruggono la vita per fare di questo una bandiera politica.Speriamo, se siamo democratici, speriamo, se sono sicuri di scommettere sulla democrazia, che insieme presidente e prefetti dei nove dipartimenti, ci sottoponiamo al popolo boliviano mediante referendum revocatorio.Domani invierò un disegno di legge al Congresso Nazionale affinché rapidamente convochi questo referendum revocatorio, per impedire a questi gruppi avversari politici, avversari ideologici, avversari programmatici di usare il popolo per cercare morti, di pagare alcuni giovani per fare lo sciopero della fame, di usare e ingannare qualche settore, gruppi che in fondo cercano di far finire il mandato del presidente.Se il paese dice va via Evo, non ho nessun problema, sono il più democratico, il paese dirà chi se ne va e chi rimane a garantire questo processo di cambiamento.Sfido democraticamente senza stare a cercare morti, senza stare a usare con l’inganno qualche settore del popolo. Siamo responsabili, che ci sia dibattito programmatico, dico questo soprattutto perche’ in democrazia i problemi sociali si risolvono cosi’, e soprattutto per risolvere democraticamente queste provocazioni che vengono da alcuni settori.Dico al popolo boliviano e alle boliviane, Evo Morales non ha mai pensato di perpetuarsi nel governo; capisco perfettamente il sentimento del popolo boliviano, voi giornalisti siete testimoni di alcune grandi concentrazioni dove i movimenti sociali gridano: Evo presidente per 20 anni, per 50 anni; questa non è un’invenzione.Ma qua noi tentiamo solo di cercare giustizia, che questo Palazzo sia di giustizia sociale, e pertanto vogliamo una politica di rivoluzione sociale, di rivoluzione agraria, tutto per l’uguaglianza; ci sara’ pace sociale solo quando ci sara’ anche giustizia sociale, e se non c’è uguaglianza non ci sarà mai pace con giustizia sociale, e la nostra responsabilità come autorità legalmente elette e’ quella di cercare di ridurre quelle profonde differenze tra famiglia e famiglia, tra persona e persona, tra regione e regione, e se andiamo molto oltre, tra continente e continente.Noi che siamo democratici non abbiamo paura del popolo boliviano, noi siamo sicuri e da qui scommettiamo sull’uguaglianza, non abbiamo nessuna paura che il popolo si esprima in maniera sovrana sulle sue autorità, e non è la prima volta che proponiamo il referendum, anche l’anno scorso abbiamo proposto il referendum revocatorio.Felicemente sta nella nuova costituzione, ma di fronte al problema che alcuni gruppi vogliono far finire il mandato di Evo Morales usando ingiustamente e con l’inganno altri gruppi, allora andiamo tutti e che non si usi qualche settore del popolo contro Evo Morales; sottoponiamoci tutti democraticamente a questo referendum revocatorio affinché il popolo dica la sua verità.Speriamo che questa proposta risolva nel modo più democratico, nel modo più cosciente i problemi del paese, che il paese dica si’ o no a questo processo di cambiamento. Molte grazie.fonte:http://www.webmov.org/italiano/evo_morales.htm (trad. Massimo Solinas)

Gennaro Carotenuto intervista Evo Morales: “il movimento indigeno è la riserva morale dell’umanità”

Il primo governo indigeno nella storia della Bolivia, ha vissuto pericolosamente il suo primo anno e mezzo di vita. Tra difficoltà ed errori, soprattutto sul fronte di un’Assemblea Costituente oramai in fase di stallo, e successi come quello della nazionalizzazione del gas, incontriamo Evo Morales, primo presidente indigeno del paese.

Gennaro Carotenuto intervista Evo Morales

Evo, come tutti lo chiamano, non è stato cambiato per nulla dal potere e continua ad essere lontano dallo stereotipo del capo di stato. Nonostante il decoroso giubbino che sostituisce la tenuta presidenziale all’occidentale dei suoi predecessori, continua ad essere il sindacalista che per una vita ha difeso quegli indigeni che da 5.000 anni in Bolivia coltivano la pianta di coca, la base identitaria della cultura andina.

La sua cultura continua ad essere altra, antitetica a quella Occidentale. Ascolta attentamente, parla piano, senza iattanza, con modestia. Il suo parlare è semplice, diretto, privo di retorica o artifici. Tanto la cultura aymara, alla quale appartiene, come la tradizione sindacale, fanno del dialogo, della trattativa, delle decisioni condivise che maturano lentamente, la base di ogni processo democratico. … Leggi tutto

D’Alema, “populismo” e sinistra sudamericana

Ricevo, volentieri pubblico e consiglio questa intervista rilasciata da Tito Pulsinelli a Patria Grande. Si tratta di un lungo e senz’altro opportuno commento al viaggio di D’Alema in America Latina e all’intervista da questo rilasciata a Liberazione. Non posso non notare -ho fatto letteralmente un balzo sulla sedia- che l’ineffabile Angela Nocioni riesce a farsi bacchettare da sinistra perfino da D’Alema perché arriva a definire la redistribuzione -testuale- come elemosina (sic!).

Non è l’unica perla. Meritano essere citate almeno altre due nocionate. D’Alema definisce Alán García come una costola della sinistra, più o meno come definiva la Lega Nord quando gli faceva comodo: Angiolì, perché non gli domandi come mai ‘sta costola della sinistra sta reintroducendo la pena di morte?

Infine la Nocioni fa almeno dieci domande su Chávez, alle quali d’Alema dà altrettante risposte di chiusura più o meno marcata. La regina delle inviate di Liberazione però non riesce a fare -ma capisco che non si può pretendere troppo dalla vita- l’unica domanda giornalisticamente interessante: allora perché diavolo -unico paese dell’UE- non gli avete votato contro per il CdS?

Intervista a Tito Pulsinelli

Il ministro degli Esteri D’Alema è stato in visita ufficiale in Brasile, Cile e Perù, ricominciando a tessere la trama di una politica estera inchiodata all’unidirezionalità con Washington e Bruxelles, ridotta a pura promozione delle esportazioni. L’Italia era praticamente scomparsa dalla scena latinoamericana, a tutto vantaggio della banca spagnola che è diventata la … Leggi tutto

Commercio Sud-Sud: il gas all’Argentina è il carburante della nuova Bolivia di Evo Morales

Un gigantesco accordo commerciale è stato firmato ieri a Santa Cruz de la Sierra dal presidente boliviano Evo Morales e dal suo omologo argentino Nestor Kirchner. Nei prossimi venti anni l’Argentina acquisterà 17 miliardi di dollari di gas boliviano, il quintuplo di quanto ne acquistava finora e pagandolo a un prezzo equo e solidale del 43% in più. E’ un altro esempio di integrazione regionale latinoamericana e di come il commercio Sud-Sud cambia il mondo e sconfigge il colonialismo.

Per Evo Morales è un accordo strategico che lo leva dall’angolo nel quale si era trovato dopo gli scontri tra minatori statali e cooperativisti, ne rilancia immagine, azione politica e credibilità e allontana il golpismo strisciante dell’opposizione e delle multinazionali. Per Nestor Kirchner è un’alternativa di lungo periodo nella politica energetica del paese ed una scelta di campo nello schierarsi chiaramente a fianco di un governo amico in difficoltà e riconfermare la centralità delle imprese pubbliche latinoamericane in campo energetico.

Nei prossimi vent’anni la Bolivia arriverà a fornire 27,7 milioni di metri cubi di gas al giorno all’Argentina. Lo farà attraverso un accordo tra le imprese pubbliche dei due paesi, la YPFB boliviana e l’Enarsa argentina. Sono esattamente 20 milioni di metri cubi in più -oltre il quintuplo- rispetto a quanto l’Argentina acquistava … Leggi tutto