Friday 25 May 2012, 05:36

Gli articoli con tag: " guerra fredda "

Star Wars L’impero sbaglia ancora

Prosegue la protesta in tutta Europa contro le “guerre stellari” americane.

Le condizioni di salute di Jan Bednar, che insieme a Jan Tamas, è al 13° giorno di sciopero della fame, si stanno aggravando giorno dopo giorno. E’ soprattutto un’insufficienza al fegato a destare preoccupazione nei medici che lo seguono, che gli hanno consigliato, insieme ad amici e parenti, di interrompere lo sciopero della fame. Jan Bednar, tuttavia, ha deciso di andare avanti perché, “Il governo ceco non ha dato alcun segnale di voler aprire il dialogo e il Parlamento europeo tace.” … Leggi tutto

Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo

CopertinaTibetridottinaA cura di Emanuele Giordana, esce il 7 maggio allegato al quotidiano il Riformista, Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo. Ecco un frammento dell’introduzione.

Nell’autunno del 1977 avevamo preso, com’era abitudine in anni in cui si disdegnavano gli aeroporti ed era molto più semplice viaggiare via terra, il Direct Orient Parigi-Istanbul che faceva tappa alla stazione Centrale di Milano. La meta – lontana – era il paesino himalayano di McLeod Ganj, una cittadella dell’Himachal Pradesh indiano dove, ed era tutto quel che sapevano, risiedeva il Dalai Lama. Che cosa ci avesse esattamente spinto ad andare là anziché, come altre a volte, a Kathmandu o a Bombay, non sapremmo dire. Durante il viaggio incontrammo molte persone che andavano in quel remoto villaggetto indiano tra cui un giovane amico milanese, incontrato a Lahore, che già vestiva i panni amaranto dei monaci tibetani e che fece un pezzo di strada con noi.

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Hamas e FARC: Massimo d’Alema come Hugo Chávez

dalema_06052006_1 Sul Medio Oriente Massimo d’Alema, ministro degli esteri italiano uscente, ha ribadito ieri cose semplici e che afferma da sempre: “Hamas controlla un pezzo importantissimo del territorio palestinese e se si vuole la pace bisogna coinvolgere chi rappresenta una parte importante del popolo palestinese. E poi, non dimentichiamoci mai che Hamas vinse le elezioni…”. Del resto –ha aggiunto d’Alema- “con chi si negozia la pace? Con i nemici. Con gli amici non c’è bisogno di negoziare”.

Su d’Alema, ringraziato pubblicamente dall’ex primo ministro palestinese Ismail Haniyeh, si sono abbattute delle vere e proprie invettive da parte dell’ambasciatore israeliano a Roma. Spostandoci 10.000 km a sudovest, ritroviamo le stesse identiche posizioni per un altro conflitto, quello colombiano, che dura da oltre mezzo secolo esattamente come quello palestinese. Tra selva colombiana e aridità mediorentali le differenze si equivalgono alle similitudini.

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Álvaro Uribe e George Bush vogliono Ingrid Betancourt morta

_44469444_ecu1Il fatto saliente della crisi andina non sono i carrarmati. Il fatto politico saliente è che la Colombia (con la qualificata eccezione degli Stati Uniti) è completamente isolata nel continente. Ed è completamente isolata perché l’ha fatta grossa. Dal Cile al Brasile tutti temono la volontà di escalation militare e il tentativo di incendio della regione voluto da Bogotà ed esprimono tale preoccupazione alla OEA. L’altro fatto politicamente saliente è che, come avevamo anticipato già una settimana fa, il presidente colombiano Álvaro Uribe e quello statunitense George Bush stanno mettendo in atto una strategia che impedisce deliberatamente la liberazione dei sequestrati delle FARC, a partire da Ingrid Betancourt, e anzi ne auspica la morte.

Adesso è tutto chiaro. Secondo quanto ha denunciato il presidente ecuadoriano Rafael Correa le trattative con le FARC per portare alla liberazione di Ingrid Betancourt erano ad un passo dal raggiungere l’obbiettivo. Ha rincarato la dose il portavoce del Ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner: “Álvaro Uribe era a conoscenza del fatto che Raúl Reyes [che appena poche ore prima aveva parlato con il ministro stesso], era il mediatore (come già lo fu per anni nell’epoca di Pastrana)”, ed è per questo che si è preso il rischio di una crisi internazionale uccidendolo.

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Aldo Moro, l’Europa che svanisce e la Kosova immaginaria

kosovo10G Nel suo studio a Palazzo Chigi, l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, chiese al suo segretario particolare: “Quanti abitanti ha Malta?”

Era l’epoca nella quale gli incrociatori sovietici ormeggiavano nel porto della Cottonera e i marinai russi sorseggiavano birra Cisk e si ustionavano al sole tra le fortificazioni dei cavalieri.

Dom Mintoff, che tutti chiamavano Il-Perit e oggi ha 92 anni, giocava d’azzardo sul tavolo della guerra fredda, flirtando con l’Unione Sovietica, come poi avrebbe fatto con Gheddafi, per ottenere migliori condizioni dagli occidentali. Il segretario di Moro non sapeva quanti abitanti avesse l’arcipelago. Ma la risposta che buttò lì non era lontana dalla realtà: “più o meno come Bari, Presidente”.

Moro rifletté un attimo e poi disse: “allora possiamo pagare”.

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Terrorismo mediatico contro Cuba. Secondo la stampa anticubana è in galera, ma lui è tranquillamente ospite alla TV

Quello che potete vedere nel video, intervistato da Rosa Miriam Elizalde, è Eliécer Ávila, lo studente cubano reso famoso per aver dibattuto con il Presidente del parlamento cubano, Ricardo Alarcón, in un’assemblea della sua università, la UCI (informatica), e presentato nel mondo come l’esplodere della rivolta contro la dittatura castrista a Cuba.

Attiva Javascript e Flash per poter vedere questo Flash video.

Eliécer è vivo ed evidentemente in buona salute e, almeno apparentemente, non solo non vive ostracismo alcuno ma parla in TV, e ribadisce i suoi argomenti, nel paese che dovrebbe essere il più censurato del mondo.

Questo a Cuba, ma invece per i media anticubani Eliécer sarebbe addirittura in galera.

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La rosa bianca

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Se il grande Fabrizio De Andrè ha ragione, noi dovremmo diventare un giardino meraviglioso. Purtroppo l’Eden deve attendere il peso delle nostre responsabilità tradotto in realtà. Napoli e la sua monnezza, potrebbe essere il terreno dove coltivare il fiore più raro dei nostri tempi bui. Ricordate il nazifascismo? Eravate piccoli? Non eravate ancora nati? Una cosa è certa: non siete mai cresciuti. A chi mi rivolgo? Ho detto “nazifascismo”, quindi il popolo italiano può sentirsi in ottima compagnia anche con i paesi più “civili” del mondo. Quasi dimenticavo! E il Vaticano? Volete vedere che ho sbagliato il luogo dove far nascere il mio fiore preferito? Cambiamo odore? Non so voi, ma per me è giunto il momento di respirare il profumo di una rosa bianca. Il popolo tedesco, sempre colpevolizzato per la sua storia e il suo dittatore più famoso: Adolf Hitler, durante l’ultima fase della guerra, impegnato militarmente su tutti i fronti, partorisce al suo interno un movimento d’opposizione pacifista, che si chiamò appunto La Rosa bianca. A 74 anni di distanza dalla sua decapitazione, Marinus Van der Loppe, muratore disoccupato olandese, viene riabilitato dall’accusa di aver incendiato il Reichstag. L’accusa era formulata sulla base della legge nazista, fatta il giorno dopo l’evento, quindi con valore retroattivo. Questa storia, ricorda i metodi oggi usati per creare l’allarme terrorismo e l’oppressione quindi giustificata, per reagire alla situazione prodotta artificialmente. Vi ricorda nulla? All’università di Monaco, un gruppo di studenti guidato da un professore iniziò la sua lotta contro il potere, denunciandole vere intenzioni del Nazismo. Ovviamente i capi del movimento vennero uccisi e denigrati come traditori. Se qualcuno vuole sperimentare la stessa logica, non ha che da svergognare i nostri beniamini politici, per aver inviato militari su terreni di guerra, ultima forma colonialista e repressiva dei nostri anni d’ispirazione democratica. La Storia, si sa, la scrivono i vincitori, ma la verità non la scriverà mai nessuno. Cresciuti nell’odio contro i tedeschi, ci siamo poco interrogati sulle motivazioni di un popolo che abbraccia il Nazismo come un salvatore della Patria. Se noi abbiamo avuto il fascismo e se oggi lo riviviamo nell’assoluta o quasi, incoscienza di esserne guidati, è proprio l’aver accettato una deformazione interessata della nostra storia. Gli eventi non compresi sono destinati ad essere rivissuti sotto altra forma, quindi rieccoci nel passato tradotto in forma fenomenica diversa, ma sostanzialmente eguale. Se cerco le motivazioni dei tedeschi nel sostenere Hitler, scopro che non sono molto diverse da quelle degli americani nel sostenere Roosevelt . La depressione del 29 in america, collima con la depressione economica tedesca che il trattato di Versaille rese più dura. Se la rivoluzione d’Ottobre in Russia creò lo spauracchio comunista in America, lo creò molto più forte in Germania. Se oggi l’11 Settembre segna una data storica a giustificazione delle guerre medio orientali, l’incendio del parlamento tedesco creò la paura del terrorismo e l’inizio della fine di ogni libertà per opporsi a tale minaccia. Se gli Stati Uniti, hanno avuto le stesse preoccupazioni tedesche, ciò è avvenuto in tempi diversi e separati, mentre il Popolo tedesco ha dovuto metabolizzarle in rapida successione. L’Uomo forte, la politica di guerra, il razzismo, le barbarie e l’Olocausto provocate dal Nazismo, non sono molto diverse da ciò che oggi accade provocato dall’America e il suo presidente Bush. L’Italia imboccò la strada che gli alleati non avrebbero disdegnato, se l’Urss, non avesse fermato le truppe tedesche. Questo non significa giustificare il nazismo, nè assolvere le sue barbarie, ma spiega come sia facile manovrare le menti in determinate condizioni. Qualcuno penserà all’Olocausto e al trattamento nei confronti degli ebrei. Il cittadino o il militare tedesco durante la guerra non aveva quasi nessuna possibilità di saper certe cose, ma soprattutto non voleva saperle. Provate ad immaginare qualcuno giunto ai cancelli di un lager nazista, chiedere con disinvoltura: “Scusate mi hanno detto che qui si compiono torture e cose gravissime. Posso controllare?”. Ora mettetevi nei panni di un cittadino americano dei nostri giorni: potrebbe fare la stessa cosa in un luogo come Guantanamo? Se gli Stati Uniti, si trovassero impegnati su tutti i fronti, pensare che l’americano medio possa sapere o voler sapere cosa sta accadendo nei luoghi di reclusione o tortura, sarebbe una cosa scontata? Noi italiani, “Brava gente”, ci siamo forse domandati perché aderire alle invasioni dell’Iraq, del Libano, dell’Afghanistan? Non abbiamo votato tutti in massa per il finanziamento alle missioni militari? Non abbiamo appoggiato per filo e per segno ogni posizione Anglo americana? Una cosa certamente non coincide con il periodo nazista: La visione economica nazional-socialista non era certo fondata su una visione capitalistica basata sulla privatizzazione e il darwinismo sociale, anzi era esattamente il contrario. Lo Stato infatti, sia in America sia in Germania, creò la previdenza sociale e la scuola pubblica, mentre le aziende vennero finanziate dallo stato per creare le grandi opere, tipo il sistema autostradale tedesco e quello americano. Per capirci meglio, è importante sapere che nel 39, quando Hitler decise di far emigrare gli ebrei., l’America chiuse i cancelli e addirittura non lasciò sbarcare una nave carica di semiti (la sstLouis) nel porto di Miami e la rinviò in Germania verso il destino che tutti conosciamo. Per amore della storia, devo ricordare che un secondo olocausto, mai raccontato né ricordato, avvenne a fine guerra, ovvero circa dai 9 ai 13 milioni di tedeschi, furono lasciati morire praticamente di fame, freddo, malattie. Questo sino al 1948, quando iniziò il piano Marshall. Fu a questo punto che l’olocausto ebraico trovò la sua collocazione come genocidio più grande e disastroso della storia. Quale fu il ruolo della Chiesa Cattolica e delle Chiese protestanti? Come sempre le religioni sfuggono ad analisi semplici e unilaterali, quindi si può dire che vi furono collusioni sia con il fascismo, sia con il nazismo, ma vi fu all’interno di esse chi si schierò a favore della resistenza e della dignità umana. Le alte gerarchie certamente approfittarono dell’oppressione, per garantirsi privilegi e finanziamenti, di cui ancor oggi godono. Questo aspetto del problema, deve essere rivisitato alla luce della nuova strategia della Chiesa, ovvero il ritorno ad una fase pre-conciliare, con tutte le conseguenze che ne derivano. Ha un senso e una validità politico sociale questo mio rapido sguardo alla nostra Storia? Cosa voglio raggiungere come obiettivo? Quando vi accuso di non essere cresciuti, sto riferendomi appunto alla cultura dominante, ovvero la non cultura e l’egoismo che ha reso l’uomo e la donna privi di una identità storica e nazionale, quindi senza più senso critico ed emotività controllabile. La globalizzazione ha di fatto tranciato ogni legame culturale e politico, ma ha anche inserito nuovi soggetti religiosi e nuove culture: naufraghi del post capitalismo giungono nei nostri paesi come forza lavoro a basso costo, perciò i nostri lavoratori si trovano a competere con questi immigrati provenienti da nazioni ancora in fase di pre-sviluppo industriale. La guerra della Germania contro la Polonia, venne vista dai cittadini tedeschi come una difesa del proprio territorio. La motivazione ancora una volta sembra ricordare i nostri tempi. L’esercito tedesco venne attaccato da truppe Polacche, che oggi sappiamo essere state formate da tedeschi che indossavano la divisa di quel paese. Questo processo di difesa si ampliò per tutta la guerra e quindi la giustificazione del popolo tedesco, è come la giustificazione degli americani e nostra, se accettiamo per buono l’attacco dell’11 settembre e le armi di distruzione di massa. L’Italia fascista ebbe infine un sussulto di dignità, quindi apparvero sulla scena le prime formazioni partigiane, che combatterono un nemico sia interno, il fascismo, sia esterno, ovvero i tedeschi e il nazismo. Questo creò le condizioni per dare all’Italia una possibilità di trattativa con gli alleati anglo americani e sovietici. Nacque così la divisione in due blocchi, quello occidentale, con America e Inghilterra e Francia, e quello orientale costituito dall’URSS con i suoi paesi satelliti. Un agente americano di allora è stato recentemente intervistato dal TG3, ha affermato che le elezioni italiane del 48 sono state truccate e la vittoria della Democrazia Cristiana è stato un broglio. Candidamente ci ha chiesto se avremmo forse preferito la vittoria dei comunisti. Quindi, da subito, la nostra Democrazia è stata un bluff e un accordo trasversale tra i vari partiti e la mafia, che aveva avuto un grande ruolo nell’agevolare l’invasione americana. La crescita economico industriale del nostro paese divampò e la vita raggiunse un grado di benessere e tecnologia mai raggiunta prima, nè prevista. La guerra fredda tra Stati Uniti e URSS si tradusse presto in strategia della tensione e gli estremismi sia di destra che di sinistra, trovarono ad un certo punto un accordo mai siglato, ma di fatto vigente e pericoloso. Iniziarono anche i primi passi verso una Europa unita e senza confini, che dette il via ad una nuova realtà politica ancora oggi acerba, ma influenzata ampiamente dalla Nato e una volontà comune di emarginare il comunismo e l’URSS. Il crollo dell’impero sovietico, con la caduta del muro di Berlino, ha lasciato come unico impero attivo e voglioso di espansione, quello anglo americano, appoggiato dal Giappone e da Israele. Quella che era definita la geopolitica, molto in voga nel periodo nazifascista, ritrova il suo ruolo e divide ancora il mondo in due possibili fronti opposti, ma ancora incerti e combattuti con le formule militari ed economiche dominate dalle leggi del mercato bancario e finanziario, unico vero governo mondiale a cui tutti cedono il passo e vendono l’anima. La decrescita controllata, potrebbe riequilibrare la politica mondiale, frenare i consumi, salvaguardare le ricchezze energetiche, ridare fiato alla natura ormai al collasso e salvare milioni di persone da una morte sicura e tragica. Ecco che l’esperienza dovrebbe dirci che il momento è giunto per iniziare una analisi politica vera della nostra società, ormai al limite della frantumazione e lotta porta a porta, da cui i poteri forti non possono che trarre le motivazioni già citate. Sto parlando di operazioni militari contro un nemico creato all’abbisogna, una crisi economica di grandi proporzioni, una paura verso il diverso e il terrorista, sempre in agguato, l’instaurazione di barriere protettive in cui confinarci e limitare le nostre più semplici e fondamentali libertà.

Come in Germania era impossibile denigrare il potere, soprattutto in tempo di guerra, (alto tradimento) chi si assumerà il peso di creare una vera informazione e inizierà una lotta, sia pur pacifica, sarà additato come il traditore che non sostiene i nostri militari, colui che forse ha contatti con l’al Qaeda di turno, oppure il pazzo che non ha né Dio né tolleranza e Amore per la Democrazia che lo governa senza possibili alternative migliori. In queste condizioni, anzi peggiori, la Rosa Bianca, diventò il movimento che a rischio della propria vita, cercò di dare una dignità al popolo tedesco e fermare la strage inevitabile delle truppe in guerra. Se siete davvero cresciuti e avete compreso la storia del secolo scorso, allora non resta che unirci in un unico corpo e creare una Rosa Bianca, come allora fecero alcuni tedeschi, e in Italia fecero i partigiani, per ridare una dignità al nostro Popolo, anzi al mondo, la proposta non solo può, ma deve ampliarsi in ogni dove e sconfiggere la belva umana che ci guida alla catastrofe.

Traete voi le conclusioni e cercate una risposta. Io continuo a coltivare nel mio terreno personale, molte rose bianche per donarle a chi ha compreso il loro valore simbolico.

“…Né cardi ne ortiche coltivo… coltivo una Rosa Bianca.”

Renzo Coletti.

Un torturatore in Italia – vita e opere di Jorge Troccoli

ojos4Articolo pubblicato su Il Manifesto

Jorge Troccoli, il torturatore uruguayano arrestato il 24 dicembre a Salerno, non è un boia qualsiasi. Scrisse un libro, “L’ira del Leviatano”, nel quale rivendicava i suoi crimini e pretendeva di frequentare l’Università come uno studente qualsiasi. La sua storia è paradigmatica della mentalità del repressore latinoamericano che non ha mai abiurato. Ma adesso che un passaporto italiano potrebbe evitargli l’estradizione, non si vergogna a proclamarsi innocente.

Ufficiale della Marina Orientale, fondata 170 anni fa da Giuseppe Garibaldi, Jorge Troccoli dopo la dittatura (1973-1985) fu tra i pochi a sentire il bisogno di articolare una difesa del suo operato che andasse oltre le parole d’ordine da guerra fredda. Ne nacque un libro, “L’ira del Leviatano”. Senza uscire da una logica

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L’ONU boccia ancora il blocco

Nuova condanna dell’ONU al bloqueo statunitense. L’Assemblea delle Nazioni Unite ha raccolto 184 paesi favorevoli alla condanna della massima sanzione commerciale inflitta dagli Usa a Cuba. Si tratta della 16esima volta consecutiva che l’Assemblea condanna “la brutal guerra económica”, come l’ha definita Felipe Pérez Roque, ministro degli esteri cubano, parlando ai delegati dei 192 paesi che compongono l’organismo ONU. La maggioranza (quasi unanime) ha – ancora una volta – ripetuto e riaffermato l’illegalità del blocco, imposto quasi mezzo secolo fa. I votanti si sono epsressi in questo modo:

Favorevoli….184

Contrari….4 (Usa, Israele, Is. Marshall, Palau)

Astenuti….1 (Micronesia)

Per fare chiarezza sull’importanza della decisione – per altro senza vincoli impositivi – occorre anche fare qualche passo indietro. Ripercorriamo queste ultime settimane, che hanno visto una “recrudescenza” verbale tra La Habana e Washington. E’ necessario capire quanto la decisione dell’Assemblea ONU sia importante anche alla luce del delicato momento che Cuba vive nel rapporto con la grandezza “imperiale” degli ultimi mesi, targati Bush.

21 settembre: Hugo Chávez, durante un’intervista si lascia scappare una frase sul líder cubano. La frase incriminata è la seguente: “Fidel casi se muere. Claro, no termina de recuperarse. Tiene un problemita ahí, pero él puede vivir así 100 años más”. Da Washington queste parole risuonano come campane a festa. “Quale colpo migliore per entrare nella storia come il presidente che ha visto la fine di Castro”, pensa Bush. Solo che i giorni che seguono lo smentiranno in pieno.

22 settembre: Fidel appare in tv al programma “La Mesa Redonda”. Pur affaticato parla di temi di attualità. La festa del presidente Bush sembre sfumata, ma lui – e la stampa di Miami – si aggrappano al fatto che il programma non era in diretta. Quindi – con sagacia – si aggrappano anche al respiro affannoso del comandante en jefe. Quindi il moscato è ancora in fresco nelle dispense della Casa Bianca in attesa di una sorpesa. Purtroppo Castro gela tutti con “Bueno, aquí estoy. Que si estaba moribundo, que si se murió, si se muere pasado mañana…; bueno, nadie sabe qué día se va a morir”.

23 settembre: il periodico cubano “Juventud Rebelde” pubblica le foto di Castro durante la visita ufficiale a Cuba del presidente angolano. Da Washington si trincerano nuovamente dietro l’ipotesi di un falso, fortificati dalla possibilità che siano immagini di repertorio.

14 ottobre: Castro appare in viva-voce nella trasmissione tv venezuelana “Alò Presidente”, occasionalemente trasmessa da Cuba per celebrare i 40 anni dalla morte di Ernesto Guevara. A Washington si gelano le bottiglie del “vino buono”. E’ la prova che Fidel è vivo e in salute (nel limite fisico di un anziano di 81 anni).

15 ottobre: sfumata la festa alla Casa Bianca, gli uomini del presidente si danno da fare per smaltire la doccia fredda…Tom Casey, portavoce del Dipartimento di stato Usa, sfida apertamente Castro. I giornali di mezzo continente riportano la sua ira: “Estoy encantado de que Fidel Castro haya tenido la oportunidad de hablar de cosas con su buen amigo, el presidente Chávez, pero es una pena que en casi medio siglo de mal gobierno, nunca haya tenido el mismo tipo de conversación con su propia gente”. Non a caso, Casey fa parte del governo americano con la media più bassa nelle materie storiche. Inutile dire che la revolución cubana fu soprattutto un movimento popolare. Sicuramente i superstiti del Granma non avrebbero potuto – da soli – conquistare un’isola. Ma Tom Casey ha studiato storia da con le proiezioni della serie completa di “Rambo” o “Missing in Action”.

24 ottobre: a pochi giorni dall’avvio delle elezioni di quartiere a Cuba, interviene lo stesso Bush jr. – il professore di storia – a mettere i puntini sulle “i” alla questione cubana. In una conferenza stampa (trattata qualche post fa, più sotto) si è cimentato nel grande “libertador” di Cuba, designando già i futuri governanti del paese, tutti regolarmente “spasimanti” della politica di esportazione democratica degli Usa. Poi si è lasciato andare con la frase “Cuba Libre!”, tanto per ricordare che i primi oppressori del popolo cubano – nel XX secolo – sono stati gli Stati Uniti. E lo sono ancora, visto i quasi 50 anni di blocco. Un blocco che – nonostante le proteste – suscita ancora l’amore paterno della politica estera americana che – illo tempore – lo generò. Uno strumento prezioso nella mani di Bush. Ed eventualmente dei suoi successori, anche se Obama sembra aver fatto dietro front su Cuba.

 

Dunque, viste le premesse di un mantenimento trionfale del blocco, la condanna (putroppo solo “morale”) all’aggressione economica che Cuba sta patendo da troppi anni suona come una nuova sconfitta del texano che vive alla Casa Bianca e che assomiglia sempre di più al dirigente scolastico dei Simpson (tale S. Skinner). Anche perché alcuni paesi-chiave a livello regionale ed internazionale hanno preso la parola – in seno all’Assemblea dell’ONU – per dare appoggio alla posizione cubana: Messico (sì: incredibile!!), Sudafrica, Venezuela, ma soprattutto la Cina. Le sanzioni economiche americane, che riportano al lontano 1962 (presidenza Kennedy), sono state giudicate dall’Assemblea come “una violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale che, tra le altre cose, affermano con forza la libertà di navigazione e commercio”. Viene così ri-smascherata e condannata il mantenimento dell’ennesima sanzione della Guerra Fredda in un periodo in cui essa è decisamente finita. Tanto che, per “scadere” nel grottesco, anche Ted Kennedy era ostile al blocco contro Cuba. Tristemente era il 1975, ben 32 anni fa. T. Kennedy pensava che – già una trentina di anni fa – la sanzione americana inflitta a Cuba fosse più che proporzionale rispetto ai danni effettivamente subiti per mano di Castro e della Rivoluzione. Per non parlare poi della “guerra sucia” che la CIA mise in scena – via Posada Carriles – contro obiettivi civili cubani.

Oggi, molti politologi americani vedono la questione cubana come una delle chiavi di volta della campagna presidenziale, ormai alle porte. Anche perché c’é in ballo un buon 6% dell’elettorato, che rappresenta la minoranza cubano-americana che sarà chimata alle urne per l’elezione del presidente.

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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