Friday 25 May 2012, 05:34

Gli articoli con tag: " Guantanamo "

Página12: Obama, Cuba e i diritti umani

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Mr. President… è preoccupante il tema dei diritti umani a Cuba.

E’ vero, dovremmo chiudere del tutto Guantanamo.

Paz&Rudy, Página12, Buenos Aires

Binyam Mohamed, tortura e silenzio

0 Binyam_Mohamed Senza essere mai incriminato per nulla fu torturato orribilmente per due anni da agenti del servizio segreto di sua maestà britannica. Quindi fu deportato a Guantanamo dove fu detenuto illegalmente. Infine la sua liberazione fu condizionata al silenzio.

E’ la storia di Binyam Moahmed, ragazzo etiope stritolato dalla guerra al terrorismo.

Nonostante la notizia sia uscita su molti giornali britannici, “The Independent” e “Sunday Times”, se ne trova breve traccia solo su due quotidiani italiani, “Il Secolo XIX” e “Libero”. Binyam Moahmed, cittadino etiope e rifugiato politico in Gran Bretagna dal 1994, sarebbe stato torturato orribilmente da agenti dell’MI-5 britannico in Marocco nel 2002 prima di essere deportato a Guantanamo, territorio cubano occupato.

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Barack Obama: senza pregiudizio, né positivo né negativo

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Vedo gli obamiti italiani fare la ola e vorrei condividere un po’ di più di quell’ottimismo un po’ ingenuo di chi continua a considerare il più “bla bla” dei presidenti statunitensi, John F. Kennedy, come un cambiamento.

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Ida Dominijanni – Bilancio di una delle peggiori presidenze della storia degli U.S.A.

bush-wanted Giunto per fortuna degli Stati uniti, nostra e di tutto il mondo all’ultimo atto della sua rovinosa presidenza, George W. Bush riesce ancora una volta a non deluderci con la sua beata incoscienza, o falsa coscienza.

Lui sì che è deluso: proprio così, «deluso» dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Iraq, neanche fosse un bambino che giocava alla caccia al tesoro e non è arrivato al traguardo.

Errori? No, semplicemente qualche volta «le cose non sono andate come pianificato»; ma lui ha fatto sempre quello che gli sembrava giusto fare e tanto basta, la buona fede è quella che conta. Era in buona fede anche quando s’è inventato il campo di Guantanamo?

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Brividi

Riassumendo da un articolo del Corriere della sera (03-12-08) il ministro degli interni, Maroni, ha dichiarato in parlamento che, quando si tratta di musulmani “NON E’ MAI AGEVOLE DISTINGUERE TRA LUOGHI DI CULTO E LUOGHI IN CUI SI SVOLGONO ALTRE ATTIVITA’, COME RECLUTAMENTO E RACCOLTA DI FONDI PER FINANZIARE IL TERRORISMO E LA PREPARAZIONE DI ATTENTATI.” … Leggi tutto

Judith Butler sulle elezioni negli USA: “Ma non è una redenzione”

Pochissimi di noi sono immuni dall’euforia di questo momento. I miei amici della sinistra mi scrivono che provano qualcosa che si avvicina alla «redenzione», oppure che «il paese ci è stato restituito» o che «finalmente abbiamo uno di noi alla Casa bianca». Naturalmente, come loro, anch’io mi scopro travolta dall’incredulità e dall’eccitazione, perché il pensiero che il regime di Gorge W. Bush sia finito è un enorme sollievo. L’idea di Obama, un candidato nero riflessivo e progressista, muta il quadro storico e sposta il terreno politico. Proviamo però a ragionare attentamente su questo terreno mutato, anche se adesso non possiamo conoscerne appieno i contorni.

L’elezione di Barack Obama è storicamente significativa sotto vari aspetti ancora da valutare, ma non è – e non può essere – una redenzione: sottoscrivendo i modi enfatici di identificazione proposti da lui («siamo tutti uniti») o da noi stessi («Obama è uno di noi»), rischiamo di convincerci che questo momento politico possa superare quegli antagonismi che della vita politica sono costitutivi.
Ci sono sempre state delle buone ragioni per non abbracciare l’ideale dell’«unità nazionale», e per sospettare di un’identificazione assoluta e totale con qualsivoglia leader politico. Dopo tutto, il fascismo faceva in parte affidamento proprio su questa identificazione totale con il leader, e i Repubblicani si sforzano anch’essi di organizzare l’affetto politico quando, ad esempio, Elizabeth Dole si rivolge al suo pubblico dicendo: «io amo ciascuno di voi». Diventa ancora più importante riflettere sulla politica dell’identificazione entusiastica, se consideriamo che il sostegno tributato a Obama ha coinciso con il sostegno tributato a cause conservatrici. In un certo qual modo, ciò spiega il suo successo «trasversale». In California, Obama ha vinto con il 60% dei voti, eppure una porzione significativa di coloro che hanno votato per lui ha votato anche contro la legalizzazione del matrimonio gay (52%). Come interpretiamo questa apparente discrepanza? In primo luogo, ricordiamoci che Obama non ha sostenuto esplicitamente i diritti relativi al matrimonio gay. Inoltre, come ha osservato Wendy Brown, i Repubblicani si sono accorti che l’elettorato non è galvanizzato dalle questioni «morali» come nelle elezioni precedenti; le ragioni per cui gli elettori ha votato per Obama sembrano essere di natura prevalentemente economica, e il loro ragionamento appare più strutturato dalla razionalità neoliberista che da preoccupazioni di ordine religioso. Questo è chiaramente uno dei motivi per cui il ruolo assegnato a Palin – galvanizzare la maggioranza dell’elettorato sulle questioni morali – si è rivelato un fallimento. Ma se le questioni «morali» come il controllo delle armi, il diritto all’aborto e i diritti dei gay non sono state tanto determinanti come lo erano state in passato, forse ciò accade perché esse prosperano in un compartimento separato della mente politica. In altre parole, siamo di fronte a un nuovo configurarsi del credo politico che rende possibile avere opinioni contrastanti nello stesso tempo. Questo ha assunto una chiara rilevanza nell’emergere del contro-effetto Bradley, quando gli elettori hanno potuto ammettere – ed hanno ammesso – esplicitamente il proprio razzismo, ma hanno dichiarato che avrebbero votato ugualmente per Obama. Aneddoti raccolti sul campo comprendono affermazioni come la seguente: «So che Obama è un musulmano e un terrorista, ma lo voto ugualmente; per l’economia è meglio lui».
Questi elettori si sono tenuti il loro razzismo e hanno votato per Obama, albergando le loro convinzioni scisse senza doverle risolvere. D’altro canto, non possiamo sottovalutare, in queste elezioni, la forza della dis-identificazione: un senso di repulsione all’idea che George W. abbia «rappresentato» gli Stati Uniti davanti al resto del mondo, un senso di vergogna per le nostre pratiche di tortura e detenzione illegale, un senso di disgusto per il fatto che abbiamo scatenato la guerra con motivazioni false e abbiamo propagato idee razziste sull’Islam, un senso di allarme e di orrore perché gli eccessi della deregulation economica hanno portato a una crisi economica globale.
È nonostante la sua razza, o grazie ad essa, se Obama è infine emerso come il rappresentante preferito dalla nazione? Adempiendo a questa funzione rappresentativa, egli è allo stesso tempo nero e non nero (alcuni dicono «non abbastanza nero» e altri dicono «troppo nero»), e di conseguenza può piacere agli elettori che non solo non hanno modo di risolvere la loro ambivalenza su questa questione, ma non vogliono risolverla. La figura pubblica che consente alla popolazione di sostenere e mascherare la sua ambivalenza appare nondimeno come una figura di «unità»: questa è certamente una funzione ideologica. Tali momenti sono intensamente legati all’immaginario, ma non per questo sono privi di una loro forza politica.
Via via che le elezioni si avvicinavano, è cresciuta l’attenzione nei confronti della persona Obama: la sua sobrietà, la sua determinazione, la sua capacità di non perdere la calma, il suo modo di mantenere una certa posizione di equilibrio di fronte ad attacchi perniciosi e alla retorica politica di basso conio, la sua promessa di ricostruire una versione della nazione che vada oltre la sua attuale vergogna. Naturalmente la promessa è allettante, ma se l’abbraccio di Obama ci portasse al convincimento che possiamo superare ogni dissonanza, che l’unità è veramente possibile? Quante possibilità abbiamo di andare incontro a una certa inevitabile delusione, quando questo leader carismatico mostrerà la sua fallibilità, la sua disponibilità al compromesso e persino a tradire le minoranze? Dopo tutto, Obama è a malapena un uomo di sinistra, nonostante i richiami al «socialismo» indirizzatigli dai suoi avversari conservatori. In che misura le sue azioni saranno condizionate dalla politica di partito, dagli interessi economici, dal potere statale? In che misura sono già state oggetto di compromesso? Se cercheremo attraverso questa presidenza di superare il senso della dissonanza, allora avremo gettato a mare la politica critica in favore di un entusiasmo le cui dimensioni fantasmatiche si dimostreranno decisive. Forse non possiamo evitare questo momento fantasmatico, ma stiamo attenti a quanto esso sarà temporaneo. Se ci sono razzisti dichiarati che hanno detto: «so che è un musulmano e un terrorista, ma lo voto ugualmente», sicuramente ci sono anche persone nella sinistra che dicono: «so che ha svenduto i diritti dei gay e la Palestina, ma è comunque la nostra redenzione». So molto bene, e tuttavia: è questa la formulazione classica del disconoscimento. Attraverso quali mezzi sosteniamo e mascheriamo convincimenti contrastanti di questo genere? E a quale prezzo politico? Senza dubbio il successo di Obama avrà effetti significativi sul corso economico della nazione, e sembra ragionevole supporre che vedremo una nuova logica della regolazione economica che somiglia alle forme europee della social-democrazia; in politica estera, vedremo senza dubbio un rinnovamento delle relazioni multilaterali. E senza dubbio ci sarà anche un trend generalmente più liberal sulle questioni sociali. Ma non c’è molta ragione di sperare che formuli una politica giusta per gli Usa in Medio Oriente, anche se è certamente un sollievo il fatto che egli conosca Rashid Khalidi (il docente di storia araba della Columbia University, noto per le sue posizioni pro-Palestina, che Obama è stato accusato dai Repubblicani di frequentare, ndr). Il significato indiscutibile della sua elezione ha interamente a che fare con il superamento dei limiti implicitamente imposti ai traguardi degli afro-americani; allo stesso tempo, essa farà venire a precipitazione il cambiamento del modo in cui gli Stati Uniti si auto-definiscono. Se l’elezione di Obama segnala la volontà della maggioranza dei votanti di essere «rappresentati» da quest’uomo, allora il «chi noi siamo» si costituisce ex novo: siamo una nazione fatta di molte razze, di razze mescolate; Obama ci offre l’occasione di riconoscere chi siamo diventati e cosa dobbiamo ancora essere, e per questa via sembra essere superata una certa spaccatura tra funzione rappresentativa della presidenza e popolazione rappresentata. Questo è un momento entusiasmante, certo. Ma può durare? E deve? A quali conseguenze porterà l’aspettativa quasi messianica di cui quest’uomo è investito? Per avere successo la sua presidenza dovrà produrre qualche delusione, sopravvivere alla delusione: l’uomo diventerà umano, si dimostrerà meno potente di quanto potremmo desiderare, e la politica cesserà di essere una celebrazione senza ambivalenza e cautela; insomma, la politica si rivelerà, più che un’esperienza messianica, una sede di dibattito intenso, di critica pubblica, e di necessario antagonismo. L’elezione di Obama significa che il terreno del dibattito e della lotta è mutato, ed è un terreno migliore, senza dubbio. Ma non è la fine della lotta, e sarebbe molto sprovveduto da parte nostra vederla in quel modo, sia pure provvisoriamente. Senza dubbio saremo d’accordo o in disaccordo con le varie iniziative che prenderà o non prenderà. Ma se l’aspettativa iniziale è che Obama sia e sarà la «redenzione» stessa, allora lo puniremo senza pietà quando ci tradirà (oppure troveremo il modo di negare o sopprimere la nostra delusione per mantenere viva l’esperienza dell’unità e dell’amore non ambivalente).
Se vuole evitare una delusione drammatica, Obama deve agire rapidamente e bene. Forse l’unico modo che ha di impedire uno «schianto» – una delusione di gravi proporzioni che gli rivolterebbe contro la volontà politica – è assumere iniziative importanti entro i primi due mesi di presidenza. La prima dovrebbe essere chiudere Guantanamo e trovare il modo di trasferire i procedimenti dei detenuti in tribunali legittimi. La seconda, predisporre un piano per il ritiro delle truppe dall’Iraq e iniziare ad attuarlo. La terza, ritirare le sue dichiarazioni bellicose su una escalation della guerra in Afghanistan e cercare soluzioni diplomatiche multilaterali in quell’area. Se non compisse questi passi, il suo sostegno da parte della sinistra sarebbe destinato a deteriorarsi nettamente, e si riproporrebbe la spaccatura tra falchi liberal e sinistra contro la guerra. Se nominasse personaggi come Lawrence Summers in posti chiave del governo, o se continuasse le politiche economiche fallimentari di Clinton e Bush, allora, a un certo punto, il messia sarebbe rigettato come un falso profeta.
Piuttosto che di una promessa impossibile, abbiamo bisogno di una serie di azioni concrete che comincino a ribaltare le terribili abrogazioni della giustizia commesse dal regime di Bush; se ciò non avvenisse, la delusione sarebbe pesante e drammatica. La domanda è: quanta dis-illusione è necessaria per riacquistare una politica critica, e quale forma di delusione più drammatica ci ricaccerebbe nel grave cinismo politico degli ultimi anni? Una certa rinuncia all’illusione è necessaria per poter ricordare che la politica attiene non tanto alla persona, all’impossibile e alle belle promesse che Obama rappresenta, quanto piuttosto a quei cambiamenti concreti che potrebbero iniziare a produrre, nel corso del tempo e non senza difficoltà, condizioni dimaggiore giustizia.

(dal Manifesto del 9 novembre) Traduzione di Marina Impallomeni

Classer, dominer: un nuovo libro di Christine Delphy

Ho da qualche giorno ricevuto (merci …) l’ultimo libro di Christine Delphy Classer, dominer. Qui sont les “autres”? appena pubblicato da La Fabrique Éditions. Al taglio più “teorico” (e che teoria!…) dei due volumi de L’ennemi principal (Éditions Syllepse, Economie politique du patriarcat e Penser le genre, usciti rispettivamente nel 1998 e 2001) fanno eco qui degli interventi di taglio più “militante” (e che militante!…). Da leggere (e riflettere), assolutamente. … Leggi tutto

La gregarietà culturale del Partito democratico. Walter Veltroni: “Io credo all’insostituibilità dell’America”

obamaveltroni Su Repubblica di oggi (p. 10) Goffredo de Marchis intervista Walter Veltroni che dichiara:

“Io credo all’insostituibilità dell’America. Il mondo non può accettare l’isolamento degli USA, non può rinunciare alla sua leadership morale”.

Sarebbe bene che il segretario del Partito Democratico spiegasse se il destino di 20 anni di storia della sinistra italiana sia stato passare da una gregarietà a un’altra, dal ruolo guida dell’Unione Sovietica all’insostituibilità degli Stati Uniti, dalla patria dei lavoratori alla leadership morale degli Stati Uniti.

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Paul Krugman coscienza liberal

Stoccolma premia l’economista statunitense. Un neokeynesiano diventato celebre come editorialista del «New York Times» per le sue posizioni anti-Bush

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Berlusconi può anche far ridere

Leggo attentamente ciò che si scrive con malcelato compiacimento sull’intento del governo di giungere rapidamente ad uno “stato d’eccezione“. La “democrazia totalitaria” che da tempo vedo profilarsi nitidamente all’orizzonte mi conduce con angoscia a Karl Schmitt, giurista, filosofo della politica e nazista convinto, e mi turba il sonno con i suoi terribili grovigli. Se non sei un “democratico” convinto – e io non lo sono, perché più passa il tempo, più la democrazia mi appare solo un funesto raggiro – come spieghi a te stesso il disagio per una crisi che ha i caratteri di un’emergenza democratica? … Leggi tutto

Come posso ora scrivere poesia?

Un milardo di catene da Kandahar a Guantanamo …bastonato umiliato in catene come posso ora scrivere poesia? Dopo l’estrema umiliazione della tortura come fare poesia? Sono le parole ad emergere dal corpo torturato e farsi versi, hanno la capacità di sopravvivere. Pace dicono? Pace di che tipo? E’ così semplice uccidere? E’ questo il loro piano? Parlano discutono uccidono lottano per la pace.E la poesia cerca di svergognare le parole che uccidono in nome della pace. … Leggi tutto

Fidel Castro, scusate se riciclo anche io

b52_01 M’hanno telefonato perfino da una radio argentina per sapere che ne pensavo di Fidel. A parte l’Argentina, con tutti quelli che mi hanno chiamato dall’Italia mi sono avvalso della facoltà di non rispondere. E’ che non ho altro da aggiungere sulla Storia, e non ho la palla di vetro sul futuro. Annoto che Omero Ciai consiglia i cubani: “come prima cosa rompete con Hugo Chávez” e penso che il troiaio che gira intorno ai fuorusciti di Miami non sia una cosa seria.

Con una punta di presunzione, quello che dovevo dire su Fidel l’ho scritto già nel suo coccodrillo, che anche questa volta non servirà e che ripropongo di seguito. Noto che nell’articolo parlavo di 300 prigionieri politici. Nel frattempo, nel “gulag tropicale”, questi, secondo Amnistia Internazionale, sono diminuiti a 54. Sono sempre 54 di troppo ma sono sempre meno del 10% dei prigionieri politici detenuti a Cuba. Il 90% dei prigionieri politici a Cuba (salvo una dozzina) non sono mai stati incriminati di alcun delitto, e non hanno mai visto un avvocato. Quei 600 disgraziati stanno a Guantanamo e sono prigionieri politici del governo degli Stati Uniti d’America.

Fidel Castro; appunti per un coccodrillo che per ora non servirà – articolo del 2 agosto 2006

Si poteva scommettere che oggi Pierluigi Battista, sulle pagine del Corriere della Sera, avrebbe usato le parole “satrapo” e “satrapia” con l’aggiunta dell’aggettivo “tropicale” per definire Fidel Castro e la Rivoluzione cubana. Che noia! Che superficialità di analisi (sic!) per il principale quotidiano italiano! Ci si domanda perfino che titoli abbia Pierluigi Battista per scrivere di America Latina se non riesce ad esprimere altro che una sequela di termini come “satrapo”, “gulag tropicale”, “dittatore sanguinario”. Forse scriverli costituisce un titolo di merito in certi ambienti, ma tali termini non contribuiscano in nulla a spiegare 47 anni di Rivoluzione a Cuba. Stantie, schematiche, scontate, soprattutto colpevolmente autoreferenti, appaiono tutte le analisi sulla Rivoluzione cubana, soprattutto da quella sinistra che nel condannare sempre e comunque Cuba vede una comoda maniera di emendare il proprio peccato originale.

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La rosa bianca

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Se il grande Fabrizio De Andrè ha ragione, noi dovremmo diventare un giardino meraviglioso. Purtroppo l’Eden deve attendere il peso delle nostre responsabilità tradotto in realtà. Napoli e la sua monnezza, potrebbe essere il terreno dove coltivare il fiore più raro dei nostri tempi bui. Ricordate il nazifascismo? Eravate piccoli? Non eravate ancora nati? Una cosa è certa: non siete mai cresciuti. A chi mi rivolgo? Ho detto “nazifascismo”, quindi il popolo italiano può sentirsi in ottima compagnia anche con i paesi più “civili” del mondo. Quasi dimenticavo! E il Vaticano? Volete vedere che ho sbagliato il luogo dove far nascere il mio fiore preferito? Cambiamo odore? Non so voi, ma per me è giunto il momento di respirare il profumo di una rosa bianca. Il popolo tedesco, sempre colpevolizzato per la sua storia e il suo dittatore più famoso: Adolf Hitler, durante l’ultima fase della guerra, impegnato militarmente su tutti i fronti, partorisce al suo interno un movimento d’opposizione pacifista, che si chiamò appunto La Rosa bianca. A 74 anni di distanza dalla sua decapitazione, Marinus Van der Loppe, muratore disoccupato olandese, viene riabilitato dall’accusa di aver incendiato il Reichstag. L’accusa era formulata sulla base della legge nazista, fatta il giorno dopo l’evento, quindi con valore retroattivo. Questa storia, ricorda i metodi oggi usati per creare l’allarme terrorismo e l’oppressione quindi giustificata, per reagire alla situazione prodotta artificialmente. Vi ricorda nulla? All’università di Monaco, un gruppo di studenti guidato da un professore iniziò la sua lotta contro il potere, denunciandole vere intenzioni del Nazismo. Ovviamente i capi del movimento vennero uccisi e denigrati come traditori. Se qualcuno vuole sperimentare la stessa logica, non ha che da svergognare i nostri beniamini politici, per aver inviato militari su terreni di guerra, ultima forma colonialista e repressiva dei nostri anni d’ispirazione democratica. La Storia, si sa, la scrivono i vincitori, ma la verità non la scriverà mai nessuno. Cresciuti nell’odio contro i tedeschi, ci siamo poco interrogati sulle motivazioni di un popolo che abbraccia il Nazismo come un salvatore della Patria. Se noi abbiamo avuto il fascismo e se oggi lo riviviamo nell’assoluta o quasi, incoscienza di esserne guidati, è proprio l’aver accettato una deformazione interessata della nostra storia. Gli eventi non compresi sono destinati ad essere rivissuti sotto altra forma, quindi rieccoci nel passato tradotto in forma fenomenica diversa, ma sostanzialmente eguale. Se cerco le motivazioni dei tedeschi nel sostenere Hitler, scopro che non sono molto diverse da quelle degli americani nel sostenere Roosevelt . La depressione del 29 in america, collima con la depressione economica tedesca che il trattato di Versaille rese più dura. Se la rivoluzione d’Ottobre in Russia creò lo spauracchio comunista in America, lo creò molto più forte in Germania. Se oggi l’11 Settembre segna una data storica a giustificazione delle guerre medio orientali, l’incendio del parlamento tedesco creò la paura del terrorismo e l’inizio della fine di ogni libertà per opporsi a tale minaccia. Se gli Stati Uniti, hanno avuto le stesse preoccupazioni tedesche, ciò è avvenuto in tempi diversi e separati, mentre il Popolo tedesco ha dovuto metabolizzarle in rapida successione. L’Uomo forte, la politica di guerra, il razzismo, le barbarie e l’Olocausto provocate dal Nazismo, non sono molto diverse da ciò che oggi accade provocato dall’America e il suo presidente Bush. L’Italia imboccò la strada che gli alleati non avrebbero disdegnato, se l’Urss, non avesse fermato le truppe tedesche. Questo non significa giustificare il nazismo, nè assolvere le sue barbarie, ma spiega come sia facile manovrare le menti in determinate condizioni. Qualcuno penserà all’Olocausto e al trattamento nei confronti degli ebrei. Il cittadino o il militare tedesco durante la guerra non aveva quasi nessuna possibilità di saper certe cose, ma soprattutto non voleva saperle. Provate ad immaginare qualcuno giunto ai cancelli di un lager nazista, chiedere con disinvoltura: “Scusate mi hanno detto che qui si compiono torture e cose gravissime. Posso controllare?”. Ora mettetevi nei panni di un cittadino americano dei nostri giorni: potrebbe fare la stessa cosa in un luogo come Guantanamo? Se gli Stati Uniti, si trovassero impegnati su tutti i fronti, pensare che l’americano medio possa sapere o voler sapere cosa sta accadendo nei luoghi di reclusione o tortura, sarebbe una cosa scontata? Noi italiani, “Brava gente”, ci siamo forse domandati perché aderire alle invasioni dell’Iraq, del Libano, dell’Afghanistan? Non abbiamo votato tutti in massa per il finanziamento alle missioni militari? Non abbiamo appoggiato per filo e per segno ogni posizione Anglo americana? Una cosa certamente non coincide con il periodo nazista: La visione economica nazional-socialista non era certo fondata su una visione capitalistica basata sulla privatizzazione e il darwinismo sociale, anzi era esattamente il contrario. Lo Stato infatti, sia in America sia in Germania, creò la previdenza sociale e la scuola pubblica, mentre le aziende vennero finanziate dallo stato per creare le grandi opere, tipo il sistema autostradale tedesco e quello americano. Per capirci meglio, è importante sapere che nel 39, quando Hitler decise di far emigrare gli ebrei., l’America chiuse i cancelli e addirittura non lasciò sbarcare una nave carica di semiti (la sstLouis) nel porto di Miami e la rinviò in Germania verso il destino che tutti conosciamo. Per amore della storia, devo ricordare che un secondo olocausto, mai raccontato né ricordato, avvenne a fine guerra, ovvero circa dai 9 ai 13 milioni di tedeschi, furono lasciati morire praticamente di fame, freddo, malattie. Questo sino al 1948, quando iniziò il piano Marshall. Fu a questo punto che l’olocausto ebraico trovò la sua collocazione come genocidio più grande e disastroso della storia. Quale fu il ruolo della Chiesa Cattolica e delle Chiese protestanti? Come sempre le religioni sfuggono ad analisi semplici e unilaterali, quindi si può dire che vi furono collusioni sia con il fascismo, sia con il nazismo, ma vi fu all’interno di esse chi si schierò a favore della resistenza e della dignità umana. Le alte gerarchie certamente approfittarono dell’oppressione, per garantirsi privilegi e finanziamenti, di cui ancor oggi godono. Questo aspetto del problema, deve essere rivisitato alla luce della nuova strategia della Chiesa, ovvero il ritorno ad una fase pre-conciliare, con tutte le conseguenze che ne derivano. Ha un senso e una validità politico sociale questo mio rapido sguardo alla nostra Storia? Cosa voglio raggiungere come obiettivo? Quando vi accuso di non essere cresciuti, sto riferendomi appunto alla cultura dominante, ovvero la non cultura e l’egoismo che ha reso l’uomo e la donna privi di una identità storica e nazionale, quindi senza più senso critico ed emotività controllabile. La globalizzazione ha di fatto tranciato ogni legame culturale e politico, ma ha anche inserito nuovi soggetti religiosi e nuove culture: naufraghi del post capitalismo giungono nei nostri paesi come forza lavoro a basso costo, perciò i nostri lavoratori si trovano a competere con questi immigrati provenienti da nazioni ancora in fase di pre-sviluppo industriale. La guerra della Germania contro la Polonia, venne vista dai cittadini tedeschi come una difesa del proprio territorio. La motivazione ancora una volta sembra ricordare i nostri tempi. L’esercito tedesco venne attaccato da truppe Polacche, che oggi sappiamo essere state formate da tedeschi che indossavano la divisa di quel paese. Questo processo di difesa si ampliò per tutta la guerra e quindi la giustificazione del popolo tedesco, è come la giustificazione degli americani e nostra, se accettiamo per buono l’attacco dell’11 settembre e le armi di distruzione di massa. L’Italia fascista ebbe infine un sussulto di dignità, quindi apparvero sulla scena le prime formazioni partigiane, che combatterono un nemico sia interno, il fascismo, sia esterno, ovvero i tedeschi e il nazismo. Questo creò le condizioni per dare all’Italia una possibilità di trattativa con gli alleati anglo americani e sovietici. Nacque così la divisione in due blocchi, quello occidentale, con America e Inghilterra e Francia, e quello orientale costituito dall’URSS con i suoi paesi satelliti. Un agente americano di allora è stato recentemente intervistato dal TG3, ha affermato che le elezioni italiane del 48 sono state truccate e la vittoria della Democrazia Cristiana è stato un broglio. Candidamente ci ha chiesto se avremmo forse preferito la vittoria dei comunisti. Quindi, da subito, la nostra Democrazia è stata un bluff e un accordo trasversale tra i vari partiti e la mafia, che aveva avuto un grande ruolo nell’agevolare l’invasione americana. La crescita economico industriale del nostro paese divampò e la vita raggiunse un grado di benessere e tecnologia mai raggiunta prima, nè prevista. La guerra fredda tra Stati Uniti e URSS si tradusse presto in strategia della tensione e gli estremismi sia di destra che di sinistra, trovarono ad un certo punto un accordo mai siglato, ma di fatto vigente e pericoloso. Iniziarono anche i primi passi verso una Europa unita e senza confini, che dette il via ad una nuova realtà politica ancora oggi acerba, ma influenzata ampiamente dalla Nato e una volontà comune di emarginare il comunismo e l’URSS. Il crollo dell’impero sovietico, con la caduta del muro di Berlino, ha lasciato come unico impero attivo e voglioso di espansione, quello anglo americano, appoggiato dal Giappone e da Israele. Quella che era definita la geopolitica, molto in voga nel periodo nazifascista, ritrova il suo ruolo e divide ancora il mondo in due possibili fronti opposti, ma ancora incerti e combattuti con le formule militari ed economiche dominate dalle leggi del mercato bancario e finanziario, unico vero governo mondiale a cui tutti cedono il passo e vendono l’anima. La decrescita controllata, potrebbe riequilibrare la politica mondiale, frenare i consumi, salvaguardare le ricchezze energetiche, ridare fiato alla natura ormai al collasso e salvare milioni di persone da una morte sicura e tragica. Ecco che l’esperienza dovrebbe dirci che il momento è giunto per iniziare una analisi politica vera della nostra società, ormai al limite della frantumazione e lotta porta a porta, da cui i poteri forti non possono che trarre le motivazioni già citate. Sto parlando di operazioni militari contro un nemico creato all’abbisogna, una crisi economica di grandi proporzioni, una paura verso il diverso e il terrorista, sempre in agguato, l’instaurazione di barriere protettive in cui confinarci e limitare le nostre più semplici e fondamentali libertà.

Come in Germania era impossibile denigrare il potere, soprattutto in tempo di guerra, (alto tradimento) chi si assumerà il peso di creare una vera informazione e inizierà una lotta, sia pur pacifica, sarà additato come il traditore che non sostiene i nostri militari, colui che forse ha contatti con l’al Qaeda di turno, oppure il pazzo che non ha né Dio né tolleranza e Amore per la Democrazia che lo governa senza possibili alternative migliori. In queste condizioni, anzi peggiori, la Rosa Bianca, diventò il movimento che a rischio della propria vita, cercò di dare una dignità al popolo tedesco e fermare la strage inevitabile delle truppe in guerra. Se siete davvero cresciuti e avete compreso la storia del secolo scorso, allora non resta che unirci in un unico corpo e creare una Rosa Bianca, come allora fecero alcuni tedeschi, e in Italia fecero i partigiani, per ridare una dignità al nostro Popolo, anzi al mondo, la proposta non solo può, ma deve ampliarsi in ogni dove e sconfiggere la belva umana che ci guida alla catastrofe.

Traete voi le conclusioni e cercate una risposta. Io continuo a coltivare nel mio terreno personale, molte rose bianche per donarle a chi ha compreso il loro valore simbolico.

“…Né cardi ne ortiche coltivo… coltivo una Rosa Bianca.”

Renzo Coletti.

In arrivo valanghe di regali inutili

spumante Mio fratello Alessandro Vigilante, dall’alto della sua scelta di vita via dalla pazza folla euroccidentale, si può permettere di essere lucido e farmi notare che:

secondo un sondaggio commissionato alla Doxa da Ebay, nel 2006 gli italiani hanno ricevuto 29 milioni di regali di Natale sbagliati. Nel 54% dei casi i doni sono stati giudicati inadatti, nel 22% totalmente inutili.

Di conseguenza tre regali su … Leggi tutto

ONG francesi denunciano Donald Rumsfeld per crimini contro l’umanità

donaldrumsfeldheadingtowall Quattro organizzazioni per i diritti umani americane ed europee hanno presentato una denuncia per crimini contro l’umanità contro l’ex-ministro della difesa statunitense Donald Rumsfeld, che si trova al momento in Francia. La documentazione presentata al tribunale francese, che la esaminerà entro la prossima settimana, concerne le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib e nel campo di concentramento di Guantanamo a Cuba.Le quattro ONG, le francesi ‘Lega francese per i diritti umani’ (LDH) e ‘Federazione internazionale delle leghe per i diritti umani’ (FIDH), la statunitense ‘Centro per i diritti costituzionali’ (CCR) e la tedesca ‘Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (ECCHR) sostengono che per i casi di lesa umanità vige una giurisdizione universale che obbliga i tribunali francesi ad agire anche contro i cittadini stranieri, secondo quanto previsto dalla Convenzione contro la tortura del 1984.

“Rumsfeld -ha dichiarato il portavoce delle quattro ONG- deve sapere che è un nemico dell’umanità e che per un torturatore non c’è un posto dove nascondersi nel mondo per sfuggire alla giustizia”.