IL BICCHIERE MEZZO VUOTO E MEZZO PIENO DI BALI
Il compromesso trovato in extremis e senza vincoli con la firma degli stati
Uniti, non convince gli ambientalisti
LIVORNO. Bali non sarà stata un successo assoluto come ci hanno raccontato
giornali e televisioni forse sfiancati da 15 giorni di interminabile
maratona oratoria e di indecifrabili riunioni a latere, ma almeno si è
riusciti ad evitare, con un onorevole compromesso, un insuccesso che sarebbe
probabilmente stato catastrofico.
Dal summit mondiale sul cambiamento climatico viene fuori intanto la
sconfitta dei “negazionisti”. Sull’analisi cioè sono ormai tutti d’accordo:
il cambiamento climatico è già all’opera, anche se l’allarme lanciato dagli
scienziati dell’Ipccc non sembra essere stato compreso in tutta la sua
gravità; tutto è congelato e rimandato al summit di Varsavia del 2008 e poi
a quello di Copenaghen del 2009 che dovrà dare risultati formali e tirare le
fila di un ordito che a Bali era già pronto, con tanto di numeri messi in
fila. E’ comunque un “successo” che questo avvenga prima della scadenza del
Protocollo di Kyoto nel 2012. Insomma, la spinta all’accelerazione non c’è
stata, le ambiziose richieste di molti sono sopite, ma il freno a mano non è
stato tirato, anzi gli Usa non sono riusciti a tirarlo del tutto.
Un’altra cosa appare innegabile: di fronte alla vacanza di interesse e di
potere costituita da un’amministrazione Bush assediata anche dall’interno
dai sempre più numerosi pro-Kyoto che affollano il partito repubblicano, la
responsabilità di proporre un concreto piano di lavoro per la maratona
negoziale è ora tutta sulle spalle dell’Unione europea e sui Paesi in via di
sviluppo che a Bali sono riusciti a sviluppare un nuovo ed informale dialogo
tra di loro.
I commenti degli ambientalisti. Secondo Hans Verolme, direttore del
Programma mondiale sul cambiamento climatico del Wwf International la road
map uscita da Bali è «privata di sostanza. Abbiamo chiesto all’amministrazione
americana di non mettersi di traverso sulla strada, e finalmente ha ceduto
alle pressioni. La road map di Bali lascia una sedia libera al tavolo dei
negoziati per permettere al prossimo presidente americano di apportare un
vero contributo alla lotta mondiale contro il pericoloso cambiamento
climatico». Comunque, il Wwf apprezza I progressi realizzati a Bali per
quanto riguarda «alcune barriere pratiche di messa in campo di un futuro
regime del cambiamento climatico, compresi il trasferimento di tecnologie, l’adattamento
e le iniziative finanziarie».
Molto critici anche Greenpeace, Réseau Action Climat-France e la Fondation
Nicolas Hulot che denunciano il «sabotaggio condotto dall’amministrazione
Bush e la sparizione di impegni numerici che avrebbero fatto la riuscita di
Bali: l’obiettivo di mantenere l’aumento globale delle temperature al di
sotto di 2°C entro la fine del secolo; la necessità di dimezzare le
emissioni mondiali di gas serra entro il 2050; l’impegno dei Paesi
industrializzati a ridurre dal 25 al 40 % le loro emissioni entro il 2020,
in rapporto ai livelli del 1990; il “picco”, vale a dire che le emissioni
devono giungere al loro culmine entro 10 o 15 anni».
«Il consenso scientifico è ridotto ad una nota a fondo pagina – spiega
Pascal Husting, direttore di Greenpeace France – che rinvia ad un tavolo
dove ogni Paese può optare per lo scenario che gli conviene. La road map
disegnata a Bali prende il rischio di + 3°C, del capovolgimento
irreversibile degli ecosistemi, di centinaia di milioni di rifugiati
climatici».
Secondo Morgane Créach, di Réseau Action Climat-France «Bali ha registrato
qualche avanzamento importante ma ha fallito sull’essenziale : trovare un
accordo comune comprendente obiettivi concreti. Se si é evitato il peggio,
molto lavoro resta da fare fino alla Conferenza di Copenaghen, nel 2009».
Per il neo-presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza «Grazie allo
sforzo congiunto dell`Europa e dei Paesi in via di sviluppo è stato evitato
un passo indietro nella lotta ai cambiamenti climatici. Gli Usa sono stati
isolati e costretti a ritrattare le loro posizioni: se il miope
ostruzionismo di Washington ha impedito di raggiungere un risultato
efficace, si è aperta comunque una nuova prospettiva. Il merito del
risultato di Bali va ascritto all’Europa, che si è presentata ai negoziati
con la decisione già presa di tagliare unilateralmente le emissioni del 30%,
e ai paesi emergenti, come Cina, India e Sud Africa, che hanno capito l’urgenza
e l’inderogabilità della riduzione dei gas serra e hanno saputo giocare un
ruolo fondamentale nella trattativa. L’Europa ha saputo essere compatta e
rappresenta, Germania e Gran Bretagna in testa, il fronte più avanzato nella
lotta ai cambiamenti climatici. Deve continuare su questa strada e indicare
la rotta. Ci auguriamo che all’appuntamento di Copenhagen gli Stati Uniti
siedano al tavolo dei negoziati con una nuova amministrazione che sappia
liberarsi dell’eredità negazionista dell’era Bush. Dal canto suo – ha
concluso Cogliati Dezza – l’Italia oggi è ferma al palo e deve recuperare il
distacco dal resto dell’Europa, mettendo in atto una profonda revisione
della politica energetica che punti su fonti rinnovabili, efficienza e
mobilità alternativa».
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Enrico Cardinali su http://www.gennarocarotenuto.it