Friday 25 May 2012, 05:31

Gli articoli con tag: " Globalizzazione "

La corazzata difensiva di Strauss-Kahn stritola la cameriera africana?

Attenzione alla notizia del giorno. La corazzata difensiva di un potente della terra, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, sembra aver trovato qualcosa, qualunque cosa, contro la cameriera africana che lo accusa di stupro. Aveva amicizie equivoche? Aveva confessato a qualcuno che da questa brutta storia sperava di avere un tornaconto?

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Dominique Strauss-Kahn come Al Capone

Accusare il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, di aver stuprato una cameriera in un albergo di Nuova York, corrisponde all’Al Capone arrestato per evasione fiscale o è come se Hitler fosse stato condannato dopo l’olocausto solo per aver dato uno schiaffo al bambino della foto del Ghetto di Varsavia.

Francamente me ne infischio se Strauss-Kahn sia colpevole o innocente dello stupro per il quale è stato arrestato. Quello che so è che è a capo di un’organizzazione criminale, il Fondo Monetario Internazionale, che nell’ultimo mezzo secolo ha sodomizzato la vita di centinaia di milioni di persone nel sud del mondo, depredato intere nazioni ed  è responsabile della carestia indotta che ha portato alla morte per fame di centinaia di migliaia di bambini in America latina, Africa, Asia.

Che il capo di una tale associazione mafiosa si sentisse in diritto di stuprare anche fisicamente le sue vittime non può sorprenderci.

I Vopos di Erich Honecker, i Vopos di Ben Alì, i Vopos di Roberto Maroni

Silvio Berlusconi appena ieri aveva promesso di tirare l’osso di cento milioni di Euro al nuovo governo tunisino in cambio del riprendere a reprimere, bastonare, incarcerare, torturare, se d’uopo ammazzare i migranti. Basta che non si vedano al TG.

In fondo era quel che aveva sempre fatto il Vopos Ben Alì in nome e per conto dell’Europa: violare i diritti umani, innanzitutto quello a migrare, per interposta persona.

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Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale e il punto di vista latinoamericano

L’America latina è lontana dal Medio oriente e non provatevi a capire cosa accade in Libia e in Medio oriente leggendo la stampa latinoamericana. Vi disorientereste e in qualche caso restereste molto delusi nel trovare notizie improbabili su manifestazioni in favore di Gheddafi, sull’ordine che regna a Tripoli o al massimo un passacarte di agenzie terziste a denti stretti. Se è corretto denunciare un possibile intervento straniero, i pericoli di frammentazione del paese, o perfino la disinformazione all’opera, il silenzio delle organizzazioni multilaterali, a partire da Unasur e Mercosur, è oramai assordante. Non meglio va con i governi, con l’eccezione del Perù e dell’Uruguay. Dal Brasile all’Argentina, da Cuba al Nicaragua al Venezuela, relazioni e alleanze storiche, preoccupazioni geopolitiche, timori e sottovalutazioni, fanno sì che l’America latina dei movimenti sociali, l’America latina altermondista e terzomondista delle relazioni Sud-Sud, sembri non comprendere e voltare le spalle alla primavera dei popoli mediorientale e non faccia una bella figura (né i suoi interessi né il suo dovere).

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Quello che ci insegnano i giovani mediorientali in piazza

In epoca post-coloniale, e in maniera generalizzata dopo la fine della guerra fredda, i governi e i media dei grandi paesi occidentali hanno costruito una narrazione tendente a perpetuare la rappresentazione della sponda sud del Mediterraneo come nostra nemica e redimibile solo con regimi autoritari nostri alleati. Marginalizzato ogni discorso terzomondista in voga fino agli anni ’70, hanno eretto il nostro mare come un muro di Berlino tra mondi inconciliabili. Improvvisamente però le piazze mediorientali sembrano parlare la nostra stessa lingua e ci parlano di una realtà meno distante dalla nostra di quanto preferiamo credere. … Leggi tutto

La politica estera al tempo di Silvio Berlusconi: la potenza regionale del bunga bunga

Dopo il dittatore amico, il tunisino Ben Alì, trema anche lo psicopatico amico, l’albanese Sali Berisha. Anche il trafficante d’organi amico, il kosovaro Hashim Thaci, non è messo tanto bene. Un po’ meglio sta solo il governo del contrabbandiere amico, il montenegrino Milo Djukanovic, sul quale la DIA e la Procura della Repubblica di Bari hanno un fascicolo alto così. … Leggi tutto

Anche da Tunisi il cadavere eccellente della disinformazione globale

Dal 12 dicembre 2010, ben 40 giorni fa, campeggia nella prima pagina internazionale di El País un articolo di Moisés Naím intitolato raffinatamente “Cinque cadaveri politici per il 2011”. Quaranta giorni sono un tempo infinito anche per il più piccolo dei blog ma, evidentemente, uno dei 3-4 più importanti quotidiani di centro-sinistra d’Europa considera così intoccabile il pezzo di Naím da non aver paura della puzza di muffa tanto da aver interesse a lasciarlo in bella mostra per un tempo così insolitamente lungo.

L’articolo dell’autonominato “osservatore globale” in buona sostanza si augura la morte del presidente egiziano Moubarak, dei Re di Arabia Saudita e Thailandia (e perché non di Elisabetta II?), del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e, è il vero motivo dell’articolo come sempre fintamente bipartisan (tre morituri su cinque sono amici dei datori di lavoro di Naím), di Fidel Castro. A quaranta giorni dall’articolo di Naím è curioso poter tentare un primo bilancio. Dei cinque morituri (scelti perché con l’eccezione del settantenne coreano sono tutti ultraottantenni) il solo Moubarak ha avuto qualche grattacapo con la nipotina Ruby, protagonista del jet-set italiano. Gli altri quattro continuano nelle loro diverse occupazioni o nel probabilmente operoso pensionamento come è nel caso di Fidel Castro.

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Carlos Andrés Pérez, ricordo di un carnefice (socialista)

Negli utimi giorni ho ricevuto molteplici richieste in merito e quindi pubblico con piacere un frammento sulla morte di Carlos Andrés Pérez (nella foto con George Bush padre) da un più ampio articolo scritto per il cartaceo di “Latinoamerica” in uscita in questi giorni (gc).

Carlos Andrés Pérez (1922-2010, in carica nei periodi 1974-1979 e 1989-1993 detto El Gocho, o CAP), militante socialdemocratico fin dagli anni ’30, amico intimo e poi nemico acerrimo di Fidel Castro, terzomondista nel primo mandato e filostatunitense nel secondo, fece una rapida carriera come segretario e poi come Ministro degli Interni di Rómulo Betancourt, del quale fu l’erede politico. “Disparen primero, averigüen después”, “prima sparate, poi controllate” era la regola dichiarata della polizia alle dipendenze di Pérez, una logica criminale che causò centinaia di morti e che tuttora è difficile da sradicare. Divenuto presidente passa alla storia per la pseudo-nazionalizzazione del petrolio negli anni ’70. Questa aprì le porte alla cosiddetta “Venezuela saudita” che significava il saccheggio dell’erario da parte di profittatori privati ma soprattutto del controllo da parte delle multinazionali straniere sul petrolio pubblico del paese. … Leggi tutto

Personaggio dell’anno a Mark Zuckerberg: l’ipocrisia ripetuta del Time

Il prestigioso settimanale statunitense “Time”, nell’assegnare il suo tradizionale riconoscimento come persona dell’anno al padrone di Facebook Mark Zuckerberg, ribaltando il risultato del sondaggio tra i propri lettori su chi fosse stato il personaggio più cospicuo del 2010, ovvero Julian Assange di Wikileaks, ha ripetuto lo stesso gioco truffaldino già fatto nel 2006.

Quell’anno infatti Il “Time” nominò “persona dell’anno” il “popolo di Internet” che, con il Web 2.0, «controlla l’era dell’informazione». L’ipocrita paradosso da parte di “Time” della nomina di “you”, te stesso, come personaggio dell’anno in quanto utente di Internet, stava nel fatto che in realtà il “giudizio popolare” evocato attraverso la Rete ed espresso da quello stesso popolo, aveva eletto di larga misura il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Questo, nonostante l’anatema lanciato all’unisono del mainstream, era all’apice della propria credibilità internazionale. Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, paese dove vige la prima Costituzione partecipativa al mondo, poche settimane prima, alle Nazioni Unite, aveva infatti espresso le proprie documentate critiche sul sistema neoliberale, i segni della crisi del quale erano già allora evidenti. Se, come detto, su Chávez era caduto l’anatema dei media, non vi aveva abboccato quel “popolo della Rete” che lo aveva riconosciuto personaggio dell’anno nel sondaggio aperto dal settimanale statunitense.

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Wikileaks: filo diretto dalla Bunga-bunga diplomacy

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Don Ramón Serrano Súñer, ministro degli Esteri di Francisco Franco, passò l’ultimo mezzo secolo della sua vita, morì quasi centenario, a far sparire documenti diplomatici seccanti per un filonazista come lui.

Perciò è importante e rivoluzionario non solo e non tanto quello che Wikileaks rivela ma il fatto che la Rete si confermi uno strumento potentissimo per abbattere i monopoli, i santuari delle classi dirigenti, la menzogna, il segreto, lo spionaggio e democratizzare l’informazione e il pianeta.

Il giorno di Dilma

18412_1Se il candidato è una donna è solo perché un uomo ce l’ha messa. Questo sussurra più o meno a chiare lettere la stampa di tutto il mondo. Un po’ di più si trattengono se la donna in questione è di destra e del nord del mondo. Succede per esempio per Margaret Thatcher o Angela Merkel. Altrimenti è una sequenza ininterrotta di insinuazioni, come quelle sul candidato alla presidenza brasiliana, Dilma Rousseff e quelle per le quali il presidente argentino Cristina Fernández sarebbe stata solo una donna dello schermo per suo marito Néstor e che, morto lui, lei sarebbe solo una nuova Isabelita nelle mani di apprendisti stregoni alla López Rega*.

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I mercati e la stampa neoliberale plaudono alla morte di Néstor Kirchner e sognano José Serra in Brasile

tapagn2Alla notizia della morte di Néstor Kirchner i mercati schizzano verso l’alto. Per il “Wall Street Journal” la morte è positiva perché apre la prospettiva ad un governo “market friendly”, che vuol dire “people unfriendly”.

Testuale: “la morte di Kirchner è un’opportunità”. Per il momento dovranno farsi una ragione del fatto che alla Casa Rosada c’è Cristina Fernández de Kirchner, alla quale in queste ore sta arrivando la solidarietà di tutti i democratici d’America (nell’immagine la bella copertina di Página12 di oggi, disegnata da Daniel Paz).

A questo link leggi anche l’editoriale di Gennaro Carotenuto su Néstor Kirchner.

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L’eredità di Néstor Kirchner sull’America latina del XXI secolo

20060125_chavez_kirchner_lula_640Chi poteva immaginare Nestor Kirchner, il ragazzo della Gioventù Peronista divenuto presidente della Nazione in uno dei momenti più difficili della storia mai facile dell’Argentina, come un cardiopatico morto a sessant’anni appena compiuti? Chi poteva immaginare, ricordando l’immensa vitalità con la quale saltava da un capo all’altro della Patria grande latinoamericana, che in questo inizio di XXI secolo aveva contribuito a disegnare nella sua ineludibile integrazione, che il suo cuore potesse non reggere più?

Anche quando nelle ultime settimane erano giunte notizie allarmanti su ricoveri e interventi chirurgici, si collocava Don Néstor ancora nella sfera dei giovani cavalli di razza della politica continentale. E lo si vedeva alla vigilia di lanciarsi in una nuova e più appassionante sfida politica, quella di succedere a sua moglie Cristina e tornare alla Casa Rosada per dare continuità al progetto kirchnerista di Argentina. È quel progetto che aveva plasmato la speranza dell’Argentina nei giorni bui dell’uscita dalla notte neoliberale che aveva portato il paese al crollo di fine 2001.

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Il crollo dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti: dal 24° al 49° posto al mondo in dieci anni

md_horiz Sia secondo studi della Columbia University, che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, gli Stati Uniti sono passati in appena dieci anni dal 24° al 49° posto al mondo per aspettativa di vita, circa 4.5 anni meno dei longevi giapponesi e 2.2 anni meno degli italiani, ventesimi.

Nel 1960 i cittadini statunitensi erano al quinto posto, solo dietro i paesi scandinavi, l’Olanda, l’Australia. Ci hanno messo 40 anni per perdere 19 posizioni e appena 10 per crollare di altre 25. Tra le cause di questo vero collasso nell’aspettativa di vita degli statunitensi vi sono l’obesità, il fumo, l’alcool, la cattiva alimentazione, le malattie mal curate, la violenza e altri problemi tipici di paesi ritenuti con indici di sviluppo umano ben peggiori.

E oramai non è più un tabù, perfino nei grandi giornali come il “New York Times” o il “Wall Street Journal”, parlare apertamente di “declino” nel paese di Barack Obama che comincia il nono anno di guerra in Afghanistan, fino a spingersi in alcuni casi a descrivere niente meno che “il collasso dell’impero statunitense”.

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In difesa dei nostri capini alla moda

Un poliziotto di Dhaka, nel Bangladesh, si appresta a colpire un “giovane” operaio tessile reo di aver scioperato contro gli infimi salari e le pessime condizioni di lavoro che si pagano nelle fabbriche che lavorano conto terzi per le grandi marche occidentali. Nel sudest asiatico sarebbero 218 milioni i minori che lavorano in condizioni di semi-schiavitù.

Grazie ad Alessandro Vigilante.