Thursday 09 February 2012, 10:25

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14,5 milioni di italiani poveri sono senza un rappresentante politico

14,5 milioni di italiani poveri sono senza un rappresentante politico che curi i loro interessi e sembrano non saperlo.
Tutti gli altri rappresentanti politici sono interessati solo a mantenere il potere d’acquisto dei salari dei “pochi” indispensabili al funzionamento della macchina dello Stato e ditte o studi necessari al suo mantenimento.

Riassumo cose che già si sanno:

Il problema è che i poveri non possono avere un rappresentante politico perché le elezioni hanno un costo enorme ed i poveri non possono pagare la propaganda per un loro rappresentante come loro.

Il trucco della democrazia moderna: la campagna elettorale costa troppo ed i poveri non possono finanziare un loro rappresentante che dia garanzie di occuparsi dei loro interessi.

A me, fuori dalla mia famiglia ristretta, nessuno ha mai regalato nulla. I ricchi danno i soldi ma chiedono sempre qualcosa in cambio fosse anche solo il silenzio dell’eletto e il trascurare i diritti costituzionali dei poveri (per non dividere nulla). Altrimenti, magari, fanno scoppiare uno scandalo (molti hanno qualcosa da nascondere) e la volta dopo non danno un centesimo passandosi la notizia che se qualcuno gli dà i soldi glieli ritorce contro e lo rovina. Quindi nessun ricco glieli dia. Ed il politico non viene mai più rieletto.

In caso di mancata rielezione per aver voluto sostenere i diritti dei poveri, in casa del “trombato” direbbero:
la moglie: “Sei un cretino incapace! Ti sei fatto licenziare per il POPOLO che non ti mantiene se ne frega di te e non ti dirà nemmeno grazie! Hai rovinato la tua famiglia! I tuoi figli non avranno più quel futuro luminoso che potevano avere se tu avessi obbedito! Dovranno sposare una ragazza/ragazzo qualsiasi! In fondo si trattava solo di tacere su alcune cose! Sei un MOSTRO! Un ingrato! Odi la tua famiglia che ti ha tanto amato! Odi i tuoi figli! MOSTRO!” e chiede il divorzio per crudeltà mentale. ; )

Ed i figli: “Papà! Volevamo andare ad Oxford! E poi adesso non potremo più fare colazione a Parigi e pranzo a New York con i nostri amici! Li perderemo tutti! Ci prenderanno in giro e ci lasceranno indietro! Ci sostituiranno nella nostra rock band! Non potremo più diventare famosi! Dovremo sposare una ragazza/ragazzo qualsiasi! Ci hai rovinati! Hai preferito il Popolo Bue a noi! Ci ODI!”. ; ))

I ricchi e potenti hanno dimostrato in 64 anni di burattinare l’intero parlamento ma il fatto è che oggi, con la fine dell’espansione dei mercati e la globalizzazione, il ricco italiano o capitano di industria non è più necessario. Va tutto in automatico e, con la convenienza all’importazione secca data dall’euro, non c’e neanche più bisogno di produrre sul territorio nazionale. C’ è da considerare che la globalizzazione ed i ricchissimi esistevano anche all’epoca dell’antico Impero Romano quando non esistevano teorie economiche, studi particolari o la Bocconi.

La soluzione starebbe, se volessero, in una campagna elettorale svolta prevalentemente (meglio fosse del tutto) in Internet ed il modo c’era già da quattro anni fa almeno.

I passi principali potrebbero essere circa 5:

1) Obbligare per legge le compagnie fornitrici di banda larga ad offrire anche una connessione flat a 256k per € 1,48 al mese; avrebbero comunque un guadagno enorme. Tutti potrebbero permetterselo. Riguardo il computer esistono molti computer “cascati dal camion e trovati” venduti a prezzi veramente bassi. Per i programmi la pirateria a prezzi stracciati (se non gratuita) esiste da un pezzo. E poi c’è anche Linux e programmi relativi che sono gratis.
2) Obbligare per legge chiunque abbia un collegamento internet a fornire al Comune un indirizzo e-mail sempre valido (non cambiabile) a cui inviare la propaganda elettorale dei candidati in competizione.
3) Obbligare per legge i Comuni ad avere un database di dette e-mai da fornire ai cittadini che vogliono candidarsi per le elezioni (naturalmente il candidato dovrebbe avere dei prerequisiti minimi).
4) Obbligo di posta certificata per il candidato per attestare l’identità di chi risponde alle e-mail.
5) Avere un sito internet anche semplicissimo per fornire le informazioni di base su di se.

Avendo i prerequisiti minimi chiunque potrebbe provare a candidarsi. Finalmente la politica e la partitica potrebbero essere indipendenti dal potere economico e dai “Maestri” che non ti fanno passare se non sei come loro.

Spostando totalmente in internet la propaganda elettorale (che tanto è “al vuoto, al vuoto”) si toglierebbero le rendite clientelari, parassitarie ed ormai inutili a tipografie, pubblicitari etc. che si arricchiscono senza utilità reale ad ogni campagna elettorale. Perché non disoccupare un po’ anche i ricchi come Berlusconi &C.?

Naturalmente il candidato dovrebbe lavorare moltissimo, qualora avesse successo, a rispondere a telefonate ed e-mail ma, in teoria, potrebbe fare anche tutto da se (a costo di orari di lavoro mostruosi ma possibili per un breve periodo).

Naturalmente sono bei sogni (il sogno è ciò che ha una base per la realizzazione mentre l’illusione è ciò che è impossibile). Figuriamoci se la classe dominante ed i suoi servi permetteranno a qualcuno di sfuggire al loro controllo!

Il problema è che troppa gente povera ormai non crede più di poter ottenere i propri diritti scritti costituzionali.
Quanta gente dice: “Tanto noi non ci possiamo fare niente” e si rassegna. È che non hanno ancora fame. È che credono che i dominanti siano buoni.
Il problema è che la classe dominante non ha pietà e la mia storia lo dimostra. Non capiscono che la crisi vera è appena all’inizio e che la classe dominante gli toglierà tutto. Anche la dignità:

1) Dove prima lavoravano dieci operai ora c’è un robot che viene rifornito dei pezzi scaricati in una tramoggia solo ogni tanto, quindi l’unico operaio non è neanche impegnato continuamente ma ogni tanto.
2) Dove prima lavoravano nove figure professionali diverse (impiegati) ora basta un laureato con un computer.
3) la produttività aumenta molto con il computer ed un impiegato produce anche per due.
4) Come se non bastasse dagli inizi degli anni ’80 è iniziata la delocalizzazione (chiusura delle industrie in Italia ed apertura all’estero dove costa molto di meno).
5) Poi, ora, con l’euro fortissimo, non conviene neanche più produrre ma solo importare già fatto, anche dagli USA.
Già la “menano” da tempo con il petrolio che si va esaurendo anche per l’enorme aumento dei consumi dei paesi in via di sviluppo che abbrevieranno i tempi di esaurimento. Tra cinque o massimo dieci anni, anche per merito della speculazione, il costo del petrolio raggiungerà livelli proibitivi con ricadute disastrose sui prezzi al consumo.
6) Le energie rinnovabili mancano dell’esuberanza del petrolio e sono sempre sul filo del rasoio della convenienza.
7) Per la fusione fredda pare che non diano neanche una lira per sapere se, con la cifra rivalutata ad oggi impiegata per fabbricare la prima pila di Fermi, si ha una resa paragonabile o inferiore e di quanto alla pila di Fermi stessa o alle energie rinnovabili.

Con la mia esperienza posso dire che intendono sfruttare la speculazione futura sulla carenza di petrolio per “spennare”, mangiarsi e ridurre in miseria chi è sotto un certo livello economico.

Dai dati ISTAT del 2001In pratica su 56 547 710 milioni di italiani, 18 157 706 non sono in età lavorativa (da 0 a 19 e dai 70 in poi). Restano 38 390 004 in età lavorativa. Siccome basta un impiegato per coprire nove posti di lavoro (come risulta da un offerta di lavoro in cui assumevano un ingegnere per 1500 euro al mese e gli facevano fare col computer nove lavori) basteranno (o ci sarà lavoro) solo per 4 265 556 Milioni di italiani:

56 547 710 – (milioni di italiani riferiti al 2001)
18 157 706 = (età da 0 a 19 + da 70 in su riferiti al 2001)
—————-
38 390 004 (Milioni di italiani in età lavorativa riferiti al 2001)

38 390 004 : (Milioni di italiani in età lavorativa)
9 = (un impiegato fa per 9 impiegati con figure professionali diverse)
—————–
4 265 556 (“lavoratori” necessari a tutti i livelli in Italia per mandare avanti TUTTA l’Italia)

Non pensiamo al fatto che con l’informatica un impiegato può produrre per due.

Se poi pensiamo alla perdita di posti di lavoro della delocalizzazione ed importazione secca di merci capiamo il disastro del prossimo futuro.

Considerato che le macchine tagliano posti di lavoro da 1 su 9 a 1 su 10 dicendo 38 390 004 in età lavorativa diviso 9 si hanno 4 265 556 di indispensabili su 56 547 710.

Con 5 000 000 mandano avanti l’Italia con le macchine, gli altri 51 547 710 sono in più. Possono morire (tanto poi ci sono gli stranieri del 3° mondo che sono così tanti).
A quando un neo-malthusianesimo o campi di concentramento?

Eventuali rivolte popolari verranno controllate con le “armi” antisommossa contemporanee.
Tutto si risolverà in una rivolta come quella di Los Angeles del 1992. All’ultimo minuto, troppo tardi per poter rimediare qualcosa legalmente, cassonetti dati alle fiamme, vetrine sfondate, automobili rovesciate e poi tutti zuppi, intossicati e bastonati, in galera, da cui usciranno schedati e sottomessi alla miseria (o la borsa o la vita).

Loro sono già pronti. Noi no.

La vera crisi sta arrivando come un leone.
E lo dicono da un pezzo anche se a “mezza bocca”.

Un generale della NATO in pensione, se ha voluto salvare la sua vita e quella di sua moglie minacciati da un cancro, ha dovuto spendere per interventi e cure d’urgenza in cliniche private ben un miliardo di vecchie lire gli ultimi tempi della lira in soli quattro anni. Qualcosa come, oggi, 800 000 euro circa. Altrimenti erano morti.

Sveglia! Belle addormentate benestanti ma ancora per poco!

“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Manuel Castells: "Il futuro è Internet e Tv"

«Internet e la tv sono due costellazioni della comunicazione che sono destinate a convivere l’una accanto all’altra, anche se in uno scenario che sarà progressivamente diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Per certi versi Internet assorbirà al suo interno la tv. Ma il mondo di Internet, che è il mondo della ‘autocomunicazione di massa’ non sostituirà quello della tv, che è il mondo della comunicazione unidirezionale, da uno, il broadcaster, verso tutti. E poi la galassia della tv è specializzata e concentrata su due sole tipologie di contenuto: l’entertainment e l’infotainment, mentre Internet è molto più ampia». E’ così che Manuel Castells, tra i maggiori studiosi a livello mondiale della società dell’informazione, che da vent’anni si interessa di Internet e del suo impatto sulla società contemporanea, vede l’azione reciproca dei due media più potenti.

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Divieto d’ infanzia. Muore sul lavoro in Italia 11enne cinese‏


http://media.panorama.it/media/foto/2007/12/10/482f0227d1410_normal.jpg

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Scie di Grandi Firme e Clima di Stelle al Club Bilderberg

http://fc05.deviantart.com/fs39/i/2008/326/8/e/Marat_by_David_Revisited_by_djailledie.jpg

Jean-Daniel Beley foto

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Bossi e Maroni sono passati per Ellis Island

ub2(*) Ellis Island è una piccola isola che sta nel Porto di New York, vicina alla Liberty Island e di fronte  a Manhattan: dal 1892 al 1954 ha rappresentato la frontiera di ingresso negli Stati Uniti per milioni di immigranti italiani e del resto del mondo. A Ellis Island veniva condotto il controllo dei documenti di viaggio e delle condizioni di salute di chi cercava di entrare negli USA, e vi si doveva superare la quarantena. Milioni sono stati gli italiani, prevalentemente del Meridione, che la miseria ha costretto a passare attraverso questa sorta di centro di permanenza temporaneo.

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Napoli: licenziati salgono su Maschio Angioino

L’ultimo episodio si è verificato oggi (venerdì 28 agosto) a Napoli. Quattro lavoratori sono saliti sulla torre centrale del Maschio Angioino, minacciando di darsi fuoco e lanciarsi di sotto.

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Rocco Capano

Il paese, a poco più di trecento metri sul mare, su uno spuntone di roccia tra Salerno e Policastro, si raccoglie indolente, e non rincorre certo la globalizzazione. Sul depliant della pro loco tracce di cavalieri e di Angioini, con un Guido d’Albert che vi giunse al seguito di Carlo I, e di passaggi da un padrone all’altro: i Sanseverino, la badia di Cava, i d’Alemagna che l’acquistarono – non è chiaro se per fatto d’armi – ma lo vendettero in breve ai principi Capano, che lo tennero a lungo, sino a quando si estinsero alla fine del secolo dei lumi, del quale la pro loco non dice, perché non pare sia passato mai per questi monti.

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Sciopero in Sud Africa diventa violento

Tradotto dal sito dell’Al-Jazeera

La polizia Sud-Africana si è scontrata con dei lavoratori che scioperavano per chiedere un’aumento del salario ed un miglioramento delle condizioni di vita in vari comuni (orig. townships) del paese.

Nel Comune di Balfoour, nella provincia di Mpumalanga, la polizia ha lanciato lacrimogeni e sparato proiettili di gomma su di una folla inferocita, che lunedì scorso bloccava le strade dando fuoco a pneumatici e lanciava bottiglie e pietre.

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“Il giornale”, la bellezza ed Arundhati Roy

Quando non c’è limite alla vergogna.
Il 21 maggio “il giornale” ci ricorda, con un titolo fortemente cinematografico, che nel mondo esistono donne che combattono per la propria libertà ma anche per quella degli altri.
E combattono per la giustizia senza curarsi delle conseguenze. … Leggi tutto

Fiat e Crysler

La Fiat ha chiuso l’accordo con la Crysler. Solo alcuni giornali , quelli con commentatori economici di più alto respiro, hanno dato la notizia soffermandosi un pò di più sugli aspetti più generali, gli altri hanno cantato le doti italiche di aggredire i mercati mondiali. Inutile commentare le euforiche note di tutti i politici, di destra e di "sinistra". Su Repubblica si cantava, tra l’altro, le doti ed il grande senso di responsabilità dei lavoratori americani. Ma alcune considerazioni vanno fatte. Come ho avuto modo di dire in altre occassioni, il mercato americano delle industrie è allo stremo, sono con l’acqua alla gola e accetterebbero chiunque pur di uscire dall’impasse in cui si sono ficcati con gli investimenti "creativi" degli anni passati. Oggi le industrie europee, francesi e tedesche in primis, fanno a gara a comprare i resti delle fabbriche americane. … Leggi tutto

Incontro con Tariq Ramadan

Tariq Ramadan e Alex Glarey (Aosta, espace populaire)
Ieri sera, all’espace populaire di Aosta, si è svolto un incontro con Tariq Said Ramadan, intellettuale e professore universitario, sul tema La globalizzazione neoliberista, strategie di resistenza e l’islam. Ramadan, svizzero di origine egiziana, è cresciuto e si è formato in Europa, per poi studiare scienze islamiche al Cairo.

Accettando di correre il rischio di utilizzare toni un po’ retorici, lo si potrebbe definire un anello di congiunzione tra due culture diverse, che oggi troppo spesso sono contrapposte in maniera strumentale dalla politica e dai media. Il discorso di Ramadan e la chiacchierata che ne è seguita hanno preso le mosse dal sistema economico mondiale e dalle possibilità di resistere a un liberismo che uccide, ma poi, inevitabilmente, abbiamo finito per mettere a confronto due universi, occidente e islam, che oggi s’incrociano continuamente, senza per questo conoscersi davvero.

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Tony Chiacchieroni

Per una conferenza di mezz’ora nelle Filippine l’ex premier britannico Tony Blair ha guadagnato 200.000 euro. L’invidia è pari solo alla curiosità. Cos’avrà detto di così memorabile, l’oratore dal profilo di faina, per meritarsi un compenso che Kakà raggiunge in ben dieci giornate di duro lavoro? Il titolo della relazione non migliora la comprensione del mistero: «Il leader come costruttore di nazioni durante la globalizzazione». Accipicchia. Una tisana all’eucalipto sarebbe stata altrettanto sedativa, ma molto meno cara.

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Rinascimento di un popolo: i Muisca in Colombia

In Colombia una popolazione indigena che si riteneva estinta, annichilata dalla storia, è riemersa. Si tratta dei Muisca dell’altopiano cundiboyacense dove sorge Bogotà, che hanno ottenuto il riconoscimento della loro identità indigena. Questo processo va sotto il nome di re-etnizzazione, concetto non esente da equivoci. Ne parliamo con François Correa, docente d’antropologia all’Universidad Nacional di Bogotà e direttore dell’equipe che si è occupata di questo processo.

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Gente di fognatura: i confini sconsacrati nella Terra dei Grilli

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Sono gente di fognatura cantava un po’ di tempo fa il rapper Lucariello in Cappotto di legno.
La Campania ci ha regalato vari spettacoli popolari negli ultimi tempi: disoccupazione degrado camorra rifiuti stupri roghi violenza rom…E immaginando un dialogo virtuale  con Grillo, gli chiederei  quanto gli italiani sono stati capaci di assorbire come spugne le pratiche e le teorie xenofobe cattoliche e  fasciste in ” un paese che si contorce senza fine nella paura“.

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