Friday 25 May 2012, 05:30

Gli articoli con tag: " Giovanni Paolo II "

ONU e Vaticano: Cuba va

L’agenzia missionaria Misna, batte stamane due notizie che riguardano Cuba.
Secondo l’alto commissario per i diritti umani dell’ONU, Louise Arbour, “l’impegno positivo del governo cubano per i diritti umani è senza precedenti”.  Secondo la Arbour, che invece critica duramente la comunità internazionale per le reiterate violazioni dei diritti dei migranti, Cuba ha fatto e ha buone intenzione di fare grandi progressi non solo nei settori tradizionali come il diritto all’alimentazione ma anche in quelli dei civili, politici, economici, sociali e culturali nei quali firmerà quest’anno vari trattati internazionali.

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Benedetto XVI è antisemita?

di Giovanni Sarubbi

BENEDETTO XVI è antisemita? La domanda sorge spontanea leggendo la “nuova preghiera” per gli ebrei che Benedetto XVI ha emanato lo scorso 4 febbraio per la preghiera del venerdì santo del Messale Romano anteriore al Concilio Vaticano II, ripristinato da Benedetto XVI per i cattolici cosiddetti “tradizionalisti”.
A giudicare dalla reazione degli ebrei italiani possiamo anche togliere il punto interrogativo e trasformare la domanda in una affermazione: si Benedetto XVI è antisemita!

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Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

Il promotore del potere a divinis

di Stella Martinez – Megachip

A divinis, letteralmente significa dai ministeri divini. Veniamo al promotore: parlo di Gianni Baget Bozzo. Questo acutissimo, e non ironizzo affatto, servitore di Cristo, fu da sempre animato da forte repulsione per qualsiasi movimento che si configurasse con il Comunismo, teoria politico-economica in effetti non compatibile con il potere della Chiesa.
Quindi nel momento in cui ritenne il pericolo più vicino, favorito dall’appoggio di Bettino Craxi, si candidò al Parlamento Europeo per il Partito Socialista Italiano, ritenendo – non ingiustamente – lo stesso partito uniformarsi a valori e pratiche che avrebbero fatto da baluardo all’avvento del Comunismo. Giovanni Paolo II si vide costretto sospenderlo a divinis, perché aveva assunto una carica politica che se fosse stata istituzionale, sarebbe stato lo stesso. Rimase seduto in poltrona fino al 1994, diciamo un decennio…

Ma scadde anche il suo mandato e venne “ovviamente” riammesso all’esercizio di tutte le funzioni sacerdotali, quali quella di essere il collaboratore, co-fondatore e consulente di Silvio Berlusconi e l’opinionista di tante trasmissioni televisive private e di Stato e il collaboratore di giornali quali “Il Giornale”, La Stampa , Il Secolo XIX, Panorama… alla pari di altri illustri Don come Mazzi, in sintonia con altri schieramenti…

Oggi Gianni Baget Bozzo è assai più soddisfatto del Papa che attualmente governa, sentendosi ampiamente sintonizzato con Joseph Ratzinger.Quanto ha interessato alla sinistra, varare una riforma elettorale dove il popolo italiano potesse scegliere i suoi rappresentanti? Senza turbative a divinis? Senza gestioni a divinis? Le risposte ce le dà Gianni Baget Bozzo, sostanza divina, che non è una creatura della Gianna Nannini.

Pochi avrebbero scommesso, diciamo due decenni fà, che personaggi del genere avrebbero potuto avere la meglio, figurando sul palcoscenico italiano a braccetto con personaggi della Lega e della Destra italiana: invece eccoli lì. Pronti a ri-promuovere con tutta la violenza di cui sono capaci le masse, non solo a camminare alla presa di Porta Pia e San Giovanni, ma a votare, dando la delega a coloro che sono indicati dai promotori del Paese di Bengodi, dove si promette di tutto: non pagare le tasse come si fa in Vaticano, non pagare l’Ici, come si fa in Vaticano, mantenere una famiglia senza lavorare, come si fa in Vaticano, sfruttare i lavoratori come si fa in Vaticano, fottere e non prendersi le responsabilità del caso, come si fa in Vaticano, investire i risparmi che si riescono a risparmiare per tutti gli affari esposti poc’anzi, come si fa in Vaticano grazie allo Ior.

Ma ritorniamo al Bozzo, a marzo del 2006 scriveva: “Berlusconi ha per sé il senso comune della gente comune, Prodi è l’investito del partito intellettuale”. Non servirono i suoi strali, Prodi ce la fece con la sua risicata maggioranza e il pericolo Berlusconi sembrò finito, sembrò aprirsi l’era del cittadino e dei suoi diritti civili, che i doveri li sapeva bene da un pezzo…Ma invece grazie alla voluta inutile parentesi politica, eccoLo di nuovo, colui che in effetti non aveva abbandonato mai l’avamposto.

Il 25 gennaio del 2007 con l’acutezza di cui è armato, scrisse: “Non c’è alcun vuoto politico analogo nella storia italiana, se non quello rappresentato dalla caduta del fascismo. Un vuoto politico che fu coperto da Silvio Berlusconi e dalla nascita di Forza Italia… Bisognava creare qualcosa che non esisteva prima e che non aveva alcun fondamento precedente… Si trattava di un cattolico della Brianza che esprimeva il cattolicesimo popolare della Lombardia e di un grande imprenditore, ma nulla faceva presagire che egli avrebbe potuto aggregare gli italiani dopo la fine del partito dell’unità dei cattolici e del socialismo riformista…Non è un caso che Berlusconi sia partito dal pallone e che l’unico titolo precedente all’ingresso in politica fosse la presidenza del Milan. Ciò perché il calcio è l’unico spazio legittimo in cui, nel tempo di Yalta, era rimasto qualcosa come sentimento dell’Italia. Quando, nell’82, l’Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all’ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue”.

Il 22 gennaio di quest’anno ritorna a farsi militante: “Questo è il primo testo programmatico del nuovo presidente della Cei. Colpisce il tono molto chiaro del discorso che parte dal mancato intervento del Papa alla Sapienza e fa di esso la base del cambiamento di approccio della Conferenza Episcopale del nostro Paese…. La Chiesa è in dialogo con la modernità per principio e vuole salvarne il legato: ma sa che esso non potrà essere fatto se non in collaborazione con la Chiesa.Le questioni perciò assumono uno stile di confronto diretto che riguardano anche la sfera politica. E sono proprio i temi dell’omosessualità e dell’aborto che divengono centrali in un conflitto che non è più di politiche, ma che riguarda l’essenza della civiltà. Bagnasco non considera più i temi che la Chiesa propone nella politica italiana come questioni ecclesiastiche, ma come problemi che riguardano la sua missione nel mondo come difesa di ciò che il Cristianesimo vi ha apportato…Con Bagnasco la Chiesa cattolica italiana diviene militante in forma molto più netta di quello che era avvenuto con il cardinale Ruini. Bagnasco indica la sua adesione alla posizione del Papa sulla connessione essenziale tra Chiesa e Cristianità, tra Chiesa e civiltà cristiana. Il tema delle radici cristiane non diviene oggetto di desiderio e di supplica, ma bandiera di combattimento.Evidentemente la condizione dei cattolici in politica muta. Non sono più i tempi in cui le condizioni della collaborazione tra cattolici e laici possano essere lasciate alle scelte dei partiti anche se di cattolici. Ma le posizioni dei cattolici in politica devono essere parte dell’impegno della Chiesa per la salvezza della Cristianità, quindi del ruolo sociale e politico del Cristianesimo nella storia del mondo occidentale e orientale. Che cosa sarà dei teodem non sappiamo. I tempi dei cattolici democratici sono finiti quando è tramontato il comunismo nella storia. Oggi contro la visione laicista e scientista del mondo vi è una Chiesa italiana che fa della Cristianità non dimenticata il segno della sua battaglia e apre una prospettiva verso il futuro”.

E siccome Zapatero è sempre stato visto dalla sinistra italiana come un’odioso amministratore da non copiare (che è meglio ispirarsi ad altri campioni della convivenza civile cari alla liberalmemoria prodiana e della sinistra tutta) è buon gioco già dal 2004, all’indomani delle elezioni in cui gli spagnoli si ritrovarono in piazza con un tamtam personalissimo, dire al Bozzo ciò che segue: ” … Zapatero ha vinto le elezioni con un attacco calunnioso in tempi così stretti che il governo non aveva possibilità di difesa. Il suo contributo proprio alla vittoria elettorale del Psoe è stato un’accusa mai provata: la volontà del governo di nascondere la pista islamica. Sono democratiche le elezioni spagnole? Il governo uscente ha scelto di non contestare la legittimità del suffragio e di non sottolineare le condizioni abnormi in cui esso era avvenuto…Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi e quando diciamo diavolo non intendiamo parlare metaforicamente, ma intendiamo proprio lui, il signore della menzogna e della violenza. Zapatero ha costruito il suo potere sulla sofferenza, sul dolore e sulla morte. E un dramma per la Spagna avere un governo eletto in questa maniera. Poiché abbiamo ricordato Satana, concludiamo con la preghiera: Dio benedica la Spagna “.

E mettendo in pratica le piste indicate dal Vangelo, laddove si dice : “dov’è il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore” (Mt. 6,21), Bozzo si rifà promotore, senza ad onor del vero smesso mai, dei tesori della sua famiglia nella città del Vaticano che siede alla Destra del Padre. Sa bene qual è il tesoro di ciascuno dei potenti e come solleticare il cuore di ciascuno di loro e il voto di coloro che sono Fedeli.

Come dicono i Giovani Padani a nome di don Ugo Carandino:” Non ci resta che invocare San Pio X per perseverare nell’autentica Fede cattolica, ricordando le parole dello stesso Papa: … i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti”.

Avviandomi infine alla spiegazione di quel ” a divinis” , San Bonaventura risolve queste difficoltà di ordine teologico-concettuale introducendo la nozione di «sostanza in divinis», quella ben presente nel pensiero ratzingeriano e del bozzo pensiero, laddove si dice che il predicato «sostanza» attribuito alle creature non è la stessa cosa del predicato «sostanza» attribuito a Dio: infatti Dio esiste di per sé, senza bisogno di nessuno, le creature invece hanno bisogno di Dio per esistere e le creature soprannominate non sono volontà di Cristo? Sostanza in divinis?

I media di regime hanno ben chiaro quale messaggio deve passare dal balcone, scusate volevo dire dalla finestra. L’11 gennaio 2008 sul Riformista, Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio “legge” come parole appassionate quelle del pontefice, laddove rivolge a Veltroni speranze di risoluzione per le emergenze educative di degrado, di sicurezza, di povertà per, alla fine, le strutture sanitarie “cattoliche” che non siano penalizzate nella distribuzione delle risorse.

Ci aspetta quindi una via Crucis da percorrere: “Gesù vuole che vivi la passione”, come dice S. E. Mons. Claudio Gatti .
Se per caso tra chi legge ci fosse qualche bibliofilo, il titolo di uno dei libri di Gianni Baget Bozzo è “Il futuro del cattolicesimo”, risparmiatevelo dal comprare. Il futuro è divenuto presente.

Stanno lavorando per noi, è certo.

La notte della Repubblica

Non rischierò di apparire anticlericale o, peggio ancora, qualunquista perché colgo nelle intese extraparlamentari tra Berlusconi e Veltroni una commistione spuria che non riguarda, come intendono farci credere, le regole del gioco, ma la filosofia che le ispira e che si pone, nel suo insieme, contro i principi della Carta costituzionale. Sarebbe, d’altro canto, sin troppo facile replicare che, fino a quando l’omicidio Matteotti non diede la misura esatta dell’abisso in cui era precipitato il Paese, di “qualunquismo ante litteram” furono accusati i pochi che ebbero mente e cuore per dichiarare che, di fatto, la collaborazione di De Nicola e Croce con Balbo, Bottai, De Vecchi e Mussolini, apriva la via a un regime. Sarebbe facile, ma non serve: tutti sanno come andò a finire. I fatti compiuti, ci si può poi dividere sulla loro interpretazione, sono, per chi osserva la realtà, ciò che i “corollari” rappresentano per la matematica: una verità condivisa, una proposizione che risulta logicamente da una verità dimostrata in precedenza e che non esige, quindi, una nuova dimostrazione.
Si può discutere sull’opportunità “tattica” di criticare un papa invitato ad inaugurare l’anno accademico di una università pubblica e si può condividere l’opinione che meglio sarebbe stato attaccare a fondo il rettore che ha ritenuto d’invitarlo. Si può convenire sulla valutazione negativa d’una protesta laica che, sbagliando obiettivo, consente ai clericali un’offensiva mediatica micidiale e chiaramente vittoriosa. Tutto questo si può e si deve fare in un dibattito serio tra cittadini che discutano sul sistema di valori che è alla base della Repubblica. Meglio ancora, tuttavia, e direi anzi doveroso, sarebbe sforzarsi di inserire il fatto nel contesto che lo determina.
S’è detto: altri papi l’anno fatto e nessuno ha protestato. Non ci si chiede il perché e non si prende atto che si stanno confrontando due poteri che possono convivere pacificamente solo se l’uno riconosce e rispetta le prerogative e i diritti dell’altro.Benedetto Croce non l’ho mai amato. Chi andasse a leggere però ciò che ebbe l’animo di dire nel senato fascista al momento della discussione sui Patti del Laterano, troverebbe miserevole e miserabile il fatto che da destra come da sinistra – e scelgo non a caso due nomi: Berlusconi e Veltroni – sul discorso di Croce si sia passati con uno schiacciasassi, con più violenza e virulenza di quanto non fecero i fascisti. Berlusconi e Veltroni, che tengono a farsi passare per esponenti del pensiero liberale, che si sono eletti “salvatori della Repubblica” e si incontrano più o meno quotidianamente fuori delle sedi istituzionali per disegnare una legge che avvii ab imis la rifondazione della Repubblica, hanno cantato in coro, gridando allo scandalo per la tattica dei laici, che è stata sicuramente errata, ma hanno lasciato volutamente in ombra la questione che conduce alla guerra. Ora io non sono così ingenuo da credere che i due – e tutto quello che si muove attorno a loro – conoscano quanto ebbe a dire il socialista Jaurès in Francia in tema di rapporti tra il potere politico e quello religioso all’alba di quel maledetto Novecento che, consentitemelo, temo fortemente, i nostri figli rimpiangeranno. Non spero nemmeno che si impegnino in una discussione sulla separazione tra Stato e Chiesa intesa come reciproca garanzia di libertà. Nulla di tutto questo. Per togliermi dalla testa, però, il sospetto che l’accordo per “salvare la patria” nasconda, di fatto, la costruzione di un moderno sistema autoritario, da cui la Chiesa non potrebbe esser tenuta fuori, mi contenterei che sapessero e volessero porre il problema nel contesto politico in cui si inserisce. E sarebbe auspicabile che questo tentativo facesse anche la stampa, che tende a fare persino di Eugenio Scalfari una sorta di “mangiapreti“; che questo sforzo facessimo anche, e direi soprattutto, noi docenti di scuole e università pubbliche, per la delicatezza del nostro ruolo. A me pare che né Alcide De Gasperi, né Andreotti si sarebbero sognati di invitare alla Sapienza Ratzinger, dopo un pontificato che si è caratterizzato sinora per una scelta di totale chiusura persino entro l’area cristiana; Giovanni XXIII si sarebbe scandalizzato per il ritorno alla liturgia pre-conciliare e Giovanni Paolo II avrebbe nutrito molti dubbi sulla cambiale in bianco rilasciata ai seguaci di Levfebre e avrebbe trattenuto a stento un moto di stizza per l’attacco inconsulto mosso all’Islam da Ratisbona.
E non è tutto. Benedetto Croce, Arturo Labriola, Francesco Saverio Nitti, Calamandrei e, sul versante cattolico, Dossetti, si sarebbero levati in armi – basta leggere i resoconti delle discussioni della Costituente per rendersene conto – di fronte ad un papa che – qui le diversità delle posizioni politiche non contano – interviene quotidianamente, personalmente o per bocca dei suoi proconsoli, nelle scelte politiche dello Stato italiano. Un papa – questo è il contesto – che agita lo spauracchio dell’inferno non davanti agli omosessuali, ma ai parlamentari che fanno – o dovrebbero fare – leggi che si occupano degli omosessuali; un papa che entra fallosamente, a piedi uniti, precettando i deputati cattolici, ogni volta che è in discussione una questione che coinvolge più direttamente la coscienza e apertamente dichiara che esiste una sola etica: quella religiosa.
Questo è il contesto. Una situazione in cui, prima che tra Stato e Chiesa, il contrasto è tra la Chiesa di Giovanni XXIII e quella di Benedetto non so che numero; una situazione in cui il contrasto nasce tra lo Stato di Nenni e De Gasperi e quello che hanno in mente Berlusconi e Veltroni; tra lo Stato democratico che, prima di Luigi Berlinguer, rispettoso del dettato costituzionale, non s’era mai consentito di finanziare le scuole private, per lo più confessionali e cattoliche, e quello che, passando per Moratti, è giunto a Fioroni e non solo finanzia le scuole private, ma immette in ruolo insegnati nominati dalla curia, per affidare loro la formazione filosofica dei nostri giovani. Tutto questo accade mentre i “salvatori della patria” fanno a gara nella recita delle giaculatorie vaticane, mentre un governo paralizzato dagli scandali, dallo scontro con la Magistratura e dalla sua congenita debolezza organica sopravvive a se stesso,e ciò che più conta, mentre due signori che nessuno ha mandato in Parlamento, perché nessuno ha potuto scegliere i propri rappresentanti, pendono dalla bocca di Ruini per rifare – o disfare? – la Repubblica. Mi viene in mente quanto scriveva Gaetano Arfè con dolorosa amarezza: “beato quel paese cui non occorrono eroi, ma guai a quel popolo che non ne trova, quando ne ha un disperato bisogno“. Per quanto mi riguarda, sottoscrivo.

Un vescovo presidente? – Maurizio Chierici intervista Fernando Lugo, candidato alla presidenza del Paraguay

di Maurizio Chierici da L’Unità / Arcoiris

 

 

Fernando LugoNon era mai successo: in aprile il Paraguay vota il nuovo presidente e a sfidare la signora candidata dal partito Colorado, al potere da 60 anni, c’è un vescovo che non era ancora nato quando gli avversari di oggi hanno preso in mano Asuncion. Fernando Lugo ha 56 anni, fino al 2006 reggeva la diocesi di San Pedro de Paranà, provincia poverissima di contadini diseredati. Grande più dell’ Italia, sei milioni e mezzo di abitanti, quasi tre vivono fuori – emigranti – il Paraguay è un’ isola medioevale nell’America che cambia. Isola verde soia. In pochi anni è diventato il quarto esportatore del mondo. 4 milioni di ettari che hanno soppiantato l’agricoltura di sopravvivenza e cotone e frutta nella prospettiva del biodisel. Il 2 per cento dei grandi proprietari ha in mano il 77 per cento della produzione. Per metà stranieri, soprattutto brasiliani. Con disserbanti avvelenano i terreni di chi non vuol vendere e la gente lascia i campi scappando nelle bidonvilles improvvisate attorno alle città. Fernando Lugo ha voluto che la sede del suo movimento – Alleanza Patriottica per il Cambiamento – fosse sistemata una casa con piccolo giardino a due passi dalla stazione delle corriere di Asuncion: < Chi mi vota non ha l’automobile >. Lui ce l’ha e la guida da un comizio all’altro. Rincorre le amicizie di sempre: oratori, contadini, piccole chiese di campagna. Le tasche del suo movimento sono vuote mentre nelle tasche dei concorrenti c’è ogni ben di dio. Il generale Oviedo offre impanadas e manioca ad un’intera tribuna che allo stadio batte le mani alla nazionale paraguaya. I notabili colorados festeggiano i compleanni invitando il popolo a brindare nelle belle proprietà: e siamo solo all’inizio della campagna. Fernando Lugo distribuisce buone parole e calma la rabbia delle pance vuote. Parla con la cautela elegante di chi è cresciuto fra tante prudenze eppure le sue parole suonano ugualmente populiste: < La situazione è questa: pane, casa e un lavoro giusto. La gente lo pretende e provo a rispondere. Non so se è populismo >.

 

- Credo sia la prima volta che in America Latina un vescovo cattolico abbandoni la Chiesa per proporsi agli elettori come presidente del paese. Può essere il segno che invita all’ottimismo chi vuole un cambiamento profondo nella politica del Paraguay, oppure sintomo di disperazione delle masse contadine ed operaie incapaci di raccogliersi attorno ad un leader progressista ?

< Direi tutte e due le cose. Nel 1930 un vescovo brasiliano è diventato governatore dello stato dove viveva mantenendo la dignità pastorale. Le ragioni della mia decisione sono tante. Prima di tutto la politica che ha un funzione molto importante, come diceva Pio XII. Serve a cercare il bene delle grandi maggioranze dimenticate. Il vescovo che passa alla politica sposa una candidatura atipica. Ecco perché non mi sono proposto; ho solo risposto a migliaia e migliaia di firme raccolte in ogni angolo del paese. Gente che ormai non si fida delle solite promesse. Non ho fondato un partito, sono stato aggregato all’esistente nella speranza di una trasformazione reale. I politici del Paraguay non godono buona fama. Si servono della politica per esercitare il potere: raccomandare, influenzare, arricchire gli amici. La gente non ne può più. La Chiesa resta l’istituzione più credibile per trasparenza ed impegno in favore dei deboli in una realtà dove il partito dominante si identifica con lo stato e mantiene le cose come le sue cupole pretendono >.

 

- Visto dall’Europa il Paraguay sembra alla fine del mondo. Non esiste un vero catasto delle proprietà; da 60 anni al potere, il partito Colorado mescola la lunga dittatura del generale Stroeessner a corporazioni di grandi proprietari, multinazionali e notabili. La gente non esiste. L’espressione < riforma agraria > viene considerata blasfema. Sto osservando la sua campagna elettorale: va in giro al volante dell’ auto, poche risorse ma grande entusiasmo. Non è che inseguendo l’utopia ?

 

< Sto inseguendo la speranza di chi mi ha chiesto di stare con chi non ha ormai niente. Il Paraguay è il cuore dell’America del Sud, tra Argentina e Brasile, ma è un paese stravolto da corruzione, mafia, illegalità. Deve ritrovare la dignità che coinvolga nelle istituzioni ogni persona. E’ la sfida del prossimo governo. E’ vero: dire < riforma agraria > è come bestemmiare. La distribuzione della terra resta uno scandalo. A questo punto la riforma agraria integrale è la sfida che nessun nuovo presidente può ignorare. Il problema resta strutturale: lo scandalo delle enormi proprietà. Mio primo impegno sarà raccogliere in un catasto nazionale tutte le proprietà. So che fa sorridere i paesi civili i quali si chiedono: come fa il Paraguay a tirare avanti senza catasto ? Purtroppo noi dobbiamo ricominciare da questo baratro. Nel 1990-1992 abbiamo ricevuto 40 milioni di dollari dalla comunità internazionale proprio per mettere assieme un catasto indispensabile ad uno stato normale. Si è censito solo il 15 per cento e non le proprietà importanti. Chissà dove è finito il denaro >.

 

- Ascolto le sue promesse e la gente le ascolta contenta. Davvero pensa di riuscire a difendere l’immenso bacino di acqua dolce guaranì, frenare la deforestazione, l’avanzata delle colture transgeniche ( soia, soprattutto ) e agrochimiche che stanno avvelenando la gente ?

 

< Ne parliamo ogni giorno. Le risorse naturali sono una ricchezza fondamentale e di tutti. L’avidità ha distrutto buona parte dell’habitat. Le riserve di acqua dolce sono una benedizione di Dio: Argentina, Uruguay, Brasile e Paraguay potrebbero disporne come pochi posti al mondo. Invece sono oggetto di traffici. E’ urgente difendere queste risorse e battersi contro distruzione e sfruttamento selvaggio. La maggior parte delle persone vengono espulse dalle nuove coltivazioni, soprattutto soia transgenica. E lo sfruttamento selvaggio di allarga. Latifondi sempre più immensi ed in mano a proprietari stranieri, a volte identificati, a volte misteriosi: proprietari assenti drammatizzano la vita delle persone con nome e cognome che non sanno come andare avanti. La nostra lotta è questa: permettere a chi possiede un fazzoletto di terra di coltivarlo e poterci vivere senza arrendersi alle pressioni che diventano minacce >.

 

- Si continua a parlare di masse sempre più povere: quale tipo di povertà umilia la gente ? Mancanza di lavoro, case che non sono case ? Emigrazione che fa scappare le nuove generazioni nelle bidonvilles straniere ? Come recuperare queste folle disperate ?

< Due milioni di paraguyani vivono nelle villas miserias di Buenos Aires, 70 mila negli Stati Uniti, 6 mila in Spagna. Difficile portarli a casa tutti, ma la riforma agraria e iniziative industriali possono far tornare chi ha perduto la terra. Servono opportunità per tutti e non solo privilegi per la cerchia dei fedeli all’eterno governo. Oggi in Paraguay non siamo uguali di fronte alla legge e non abbiamo le stesse opportunità di sopravvivenza. Ecco perché i monopoli statali e privati devono essere controllati o sparire per garantire credibilità ad un’economia che bisogna aprire ai giovani, professionisti ed intellettuali, ma anche alla gente semplice, insomma alle forze che domani governeranno il paese >.

 

- Il Vaticano non è d’accordo sulla sua decisione di spogliarsi della missione di vescovo per entrare in politica. E Nicanor Duarte, presidente paraguyano, ha incontrato il Papa per rappresentare i disagio nel quale la sua scelta lo sta costringendo. La costituzione paraguayana è di tradizione massonica. Formalmente non esistono né Natale, né Pasqua, ma festa della famiglia e festa dei fiori, anche se il 93 per cento della popolazione é cattolica. I colorados vorrebbero impedire la sua partecipazione alla corsa presidenziale sostenendo che lei non ha rinunciato al suo ruolo nella Chiesa. Sospeso a divinis, vescovo dimissionario, ma non completamente slegato dalle gerarchie. Come risolverà il problema ? E perché Chiesa e Stato sembrano aver paura di un sacerdote che non fa più il sacerdote, e di un vescovo che non è più vescovo ?

 

< Se la volontà della gente sarà rispettata, dopo 60 anni il Paraguay potrà cambiare la propria storia. Vaticano e Chiesa vedranno realizzata la volontà di Dio nel miglioramento della vita dei senza niente. Capisco che il potere possa essere spaventato da speranze diverse che si ricompongono in un unico movimento. Ecco perché l’ufficialismo utilizza cavilli inesistenti per impedire la mia candidatura >.

 

-E la Chiesa ?

 

< La Chiesa latino-americana è divisa in settori. Tendenze conservatrici ma ovunque rami – laici, sacerdoti, seminaristi, missionari – che stanno cercando di mettere fine alle sofferenze di un continente saccheggiato da 500 anni: vecchie e nuove forme di colonialismo. Dal congresso di Medellin, trent’ anni fa, una certa Chiesa ha scelto riforme strutturali e culturali per influire su una realtà i cui peccati gridano vendetta al cielo. Non è mai stato un progetto determinato perché la Chiesa intende mantenere la propria neutralità critica. Anch’io voglio conservare la distanza dalla politica, così come è intesa oggi, votata solo alla logica del potere. In Paraguay molti sacerdoti sono impegnati in progetti popolari nelle campagne e nelle periferie delle città. Lavorano per ridare dignità di cittadinanza a tutti. Mi sono avvicinato alla Teologia della Liberazione tra il 1977 e il 1982. In Ecuador ho avuto l’opportunità di approfondire la teologia pastorale con teoria e pratiche che analizzavano l’intera situazione del continente. L’esperienza mi ha aiutato a guardare la gente in modo diverso. Lavorare assieme ai poveri per seguirne la strada della speranza. Testimonianze che mi ha anno aiutato ad incarnarmi nella fede perché la fede non è solo osservazione contemplativa, ma il rapporto con la realtà. Lo ha detto Giovanni Paolo II in Brasile: la teologia della liberazione è parte del patrimonio della Chiesa universale. Aiuta una nostra azione più cosciente e liberatrice >.

 

- Contro di lei il partito Colorado ha candidato Blanca Ovelar ex ministro dell’istruzione. Non cambia niente: è una controfigura politica del presidente Duarte, ma giovane, soprattutto donna come Cristina Kirchner e Michelle Bachelet. Il Paraguay diventa rosa per garantire vecchi interessi…

< E’ evidente che i colorados vogliono continuare allo stesso modo rallentando ogni proposta di cambiamento: insistono col carnevale amministrativo che immiserisce la società. Il programma della nostra Alleanza pretende di cambiare e subito. Ecco lo scontro. Ogni cavillo e nuove candidature servono solo ad andare avanti indisturbati >.

 

-Andare avanti, ma qualche volta tornando indietro. Con una certa fretta, la corte suprema ( controllata dal partito al governo ) ha mitigato la sentenza che condannava il generale Lino Oviedo a dieci anni di prigione e all’interdizione ad ogni pubblico incarico: era stato condannato per aver tentato un colpo di stato nel 1996. Lo si era anche accusato dell’assassinio di un candidato alla presidenza. Arrestato in Brasile, aveva chiesto di scontare la pena in Paraguay dove è rientrato nel 1998. La corte suprema lo ha rimesso in libertà per < buona condotta > e un tribunale militare ha cancellato l’imputazione dichiarandolo non colpevole. Assieme ad altri movimenti, il partito di Oviedo – Unione Nazionale dei Cittadini Etici – aveva insistito affinché lei scendesse in politica contro i colorado. Tre mesi fa le previsioni la davano in vantaggio su ogni candidato, ma la liberazione del generale ha sconvolto i sondaggi. Con la sua alleanza divisa e Oviedo che si candida in concorrenza, la scelta del governo di rimetterlo in gioco per dividere l’opposizione sta funzionando. Si rassegna a perdere ?

 

< E’ un’alleanza di settori popolari e progressisti in contrapposizione ai poteri collaudati di chi vuole conservare questa situazione. Rappresento contadini ed operai riuniti con obiettivi non ancora definiti sul profilo che dovrà assumere il paese. I colorado sono bravi nei giochi, hanno alle spalle i capitali per farli, ma resta la nostra speranza >.

 

. – Gli Stati Uniti hanno riarmato una base al confine di Argentina, Bolivia e Brasile. Dal Brasile arrivano le imprese che stravolgono l’economia e la vita dei paraguayani. Se diventerà presidente ridiscuterà le concessioni di questi governi ?

< E’ fondamentale il diritto alla sovranità. Il mio annuncio non cambia. Non accetteremo alcuna ingerenza economica e militare che metta in discussione la vita dei cittadini. Il Paraguay deve essere dei paraguayani >.

 

- Lei è prete da una vita. Qualche nostalgia mentre ascolta la messa mescolato ai fedeli ?

< Certo che ho nostalgia Tante volte mi vien voglia di tornare al ministero sacerdotale, ma in questo momento specifico della vita è urgente stare assieme alla gente e la gente capisce quanto mi costa la rinuncia. Credo che la fede nel messaggio della Chiesa e l’impegno politico possano convivere serenamente. Il giorno in cui Dio mi chiamerà potrò dire di aver compiuto la sua volontà indipendentemente da chi considera questa mia scelta una scelta di potere >. E ride.

Caro libri e presentismo

Il problema dell’aggiornamento dei libri scolastici ha due facce. Di una (quella degli interessi editoriali) ne parlano tutti i giornali e non è il caso di dire altro. Ma ce n’è un’altra che resta più in ombra. Mi riferisco soprattutto ai manuali di storia, ed è quella di un presentismo esasperato. Non si tratta di privilegiare (parlo di storia contemporanea) il Novecento sull’Ottocento. Si tratta di dover inglobare sempre più elementi di cronaca per poter vendere il… pacco.

Faccio un esempio. I manuali scolastici di Storia Contemporanea dell’anno 2005-2006 dedicavano a … Leggi tutto

Joseph Ratzinger il negazionista

Benedetto XVI ha riscritto in Brasile la storia della Conquista: “La religione cattolica non è mai stata imposta dai conquistatori ai popoli nativi del continente americano. Cristo era il salvatore che i loro antenati da sempre anelavano silenziosamente”.

“L’annuncio di Gesù e del Vangelo -ha continuato il papa- non è stato in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu l’imposizione di una cultura straniera”.

Altro che le scuse pronunciate da Giovanni Paolo II per alcuni crimini della chiesa del lontano passato!

Quella pronunciata da Joseph Ratzinger è … Leggi tutto

IMPORTANTE – I media italiani usano anche i nazisti per disinformarci

Come mai il segretario dell’UDC Lorenzo Cesa riceve il capo di un gruppuscolo fascista e antisemita venezuelano, coinvolto in passato perfino in un attentato contro papa Wojtyla? Ha lo 0,04% ma siccome è in Italia per parlar male di Hugo Chávez, viene portato in trionfo dai media che lo promuovono addirittura ?capo dell’opposizione moderata?. Ecco una storia che meriterebbe almeno un’interrogazione parlamentare o un’indagine dell’Ordine dei Giornalisti.

La trasmissione di Radio1 Rai, Zapping, condotta da Aldo Forbice, il direttore del quotidiano il Tempo, Gaetano Pedullà e il suo redattore, Fabrizio dell’Orefice, Radio Radicale con la firma Dimitri Buffa, hanno dato un enorme spazio al signor Alejandro Peña Esclusa. Lo hanno presentato come il ?capo dell’opposizione democratica?, oppure come il ?capo dell’opposizione moderata venezuelana?, e quello che afferma è stato pubblicato come oro colato senza alcuna verifica. Lo hanno presentato come il Mahatma Gandhi venezuelano e Il Tempo di Roma lo ha messo addirittura in Prima pagina. Ma Alejandro Peña Esclusa non è né il capo dell’opposizione venezuelana, né tanto meno un … Leggi tutto

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI visti da un umorista di Al Jaazera

Geniale cartone animato/editoriale sul sito di Al Jaazera realizzato da Shujaat. Cliccare sull’immagine e poi andare in basso a destra fino a Cartoons. Da non perdere!


Technorati
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Frei Betto su Fidel Castro: “Un uomo di sinistra”

Mentre Juventud Rebelde pubblica il messaggio e le foto in buona forma del comandante che tra l’altro chiama tutti in causa affermando; “A mis compañeros de lucha, eterna gloria por resistir y vencer al imperio, demostrando que un mundo mejor es posible. Hoy, 13 de agosto, me siento muy feliz” mi piace pubblicare questo bel ritratto che ne fa il teologo brasiliano Frei Betto, dal titolo quanto mai significativo: “un uomo di sinistra”, riprendo la traduzione di Rosanna Fiorella per Peacereporter.

Un uomo di sinistra
di Frei Betto

Dov’è la sinistra? Una parte della sinistra si sente umiliata perchè non è così etica come dice di essere; l’altra, perchè il socialismo è fallito, eccetto a Cuba. Nella Corea del Nord predomina un regime totalitario mentre in Cina, il capitalismo di Stato.
Le prefiche (donne pagate per piangere e lodare un morto ndr.) del fallimento non si chiedono quali sono state le sue cause e neppure denunciano il fracasso del capitalismo per i 2/3 dell’umanità che, secondo l’Onu, vivono al di sotto del limite della povertà. Così aderiscono al neoliberalismo senza sensi di colpa. E lo adornano con l’eufemismo di ?democrazia?, nonostante accentui la disuguaglianza mondiale e neghi valori e diritti umani coltivando l’idolatria del denaro e delle armi.
Cosa vuol dire essere di sinistra? Tutti i concetti accademici ? ideologici, partitici e dottrinari ? sono parole vuote rispetto alla definizione che essere di sinistra vuol dire difendere i diritti dei poveri, anche se apparentemente non hanno ragione. Fa quindi rabbrividire vedere qualcuno che si definisce di sinistra allearsi … Leggi tutto

I profughi di Clemente Mimun

Riprendo un frammento di un bell’articolo di Maurizio Chierici di giorni fa sulla bufala (gravissima e criminale) su Chávez antisemita, pubblicato dal blog di Lia

Fa venire in mente lo striscione apparso una domenica in piazza San Pietro sotto la finestra di Giovanni Paolo II. Il giorno dopo il Papa doveva ricevere Fidel Castro. Piove a dirotto, pochi fedeli: tre pellegrinaggi diocesani da Puglia, Piemonte e Insbruck. Spuntano da sotto gli archi quattro ragazzi tirando uno striscione. Parole di fuoco: … Leggi tutto

Strategie comunicative per un massacro

Della tragedia di Londra non ci sono immagini né di cadaveri né di sangue e, al di là dell’attribuzione ad Al Qaeda degli attentati, si veicola il rifiuto netto della connessione con la macelleria irachena. È una precisa scelta comunicativa. Vacilla invece la strategia vaticana che nega lo scontro di civiltà.

Nella serata del 7 luglio migliaia di redazioni giornalistiche nel mondo hanno cercato senza trovarla un’immagine simbolica dei massacri di Londra. Non c’era.

Quella vana ricerca è stata originata da una precisa e probabilmente ponderata e preventiva decisione congiunta dei grandi media britannici, del Ministero dell’Interno e degli organi di Polizia. Non ci sono foto di quelle dure, non ci sono dettagli dall’interno del metro, né cadaveri, né sangue, fumo, zainetti abbandonati, distruzioni. Non ci sono neanche scene di disperazione, poche di persone che piangono. La totalità della stampa mondiale, venerdì come nei giorni successivi, ha utilizzato foto di feriti leggeri, in grado di camminare, e alcune foto dell’autobus della linea 30, fatte con uno zoom da considerevole distanza. Non è detto che sia un male, ma del 7 di luglio londinese non resterà una foto simbolo come l’aereo che si schianta sulle torri o l’albatros che affonda nel petrolio o altre foto storiche come quella del ghetto di Varsavia o il guerrigliero spagnolo di Robert Capa.

Nessuno dubita della libertà di stampa britannica, ma il sistema mediatico di quel paese è fin troppo centralizzato sulla BBC, un altro paio di canali televisivi nazionali ed un pugno di grandi quotidiani, Times, Guardian, Independent, Observer. Se c’è in gioco un sentimento nazionale e la percezione di un nemico esterno, non è difficile per pochi media autorevoli fare quadrato ed orientare l’opinione pubblica verso una percezione comune che appare severa e dignitosa. Non era detto che così fosse, né che questa fosse realmente l’idiosincrasia del paese vista la duratura isteria collettiva di fronte alla morte di Diana Spencer. Siamo così di fronte ad una scelta comunicativa con tratti molto diversi e più complessi dalla statunitense del 2001 e dalla spagnola del 2004.

L’11 settembre il sistema mediatico del paese e del mondo cavalcarono la commozione collettiva fino al parossismo. Niente di tutto il sangue, il fumo, la polvere, la disperazione fu risparmiato al telespettatore. Il clamoroso attentato fu immediatamente classificato come il peggior crimine della storia dell’umanità, un colpo a sangue freddo di un nemico che simbolizzava il demonio.

Tutto preludeva alla necessità e alla giustezza di una ?giustizia infinita? amministrata dalle mani sicure del Presidente degli Stati Uniti. L’11 marzo spagnolo fu comunicativamente più sfortunato. Le menzogne di José María Aznar, che pretese di incolpare l’organizzazione basca dell’ETA, erano così grossolane e sfacciate che il suo Partito Popolare fu duramente castigato dagli elettori la domenica seguente.

Eppure la strategia del governo Aznar verteva sugli stessi elementi delle strategie comunicative dei due paesi anglosassoni. Primo: far passare il governo e non solo la cittadinanza come vittima. Secondo: tergiversare sulle motivazioni dei terroristi. Terzo: puntare sulla diabolicità di un nemico in guerra contro la nostra società aperta. Quarto: miscelare elementi diversi, cose vere, sfacciate menzogne e non detti per raggiungere l’obbiettivo di compattare l’opinione pubblica al fianco del governo. L’approvazione di Bush superò per varie settimane il 90%. Quella di Blair è cresciuta rapidamente in questi giorni, arrivando a toccare il 49%, molto per un dirigente che ha vinto le ultime elezioni solo per mancanza di una vera alternativa.

Tanto grossolano fu il gioco di Aznar come sottile risulta quello di Blair, ma per entrambi, l’importante è stato confutare l’idea che gli attentati fossero dovuti alla guerra. Nella strategia comunicativa britannica vi è un corpus complesso di elementi. La sobrietà è giustificata con la necessità di confinare il dolore nella sfera privata. La non esposizione del corpo delle vittime contribuisce da una parte ad alleggerire il trauma sociale e dall’altra ad evitare che gli autori capitalizzino i loro dubbiosi successi. La società statunitense, alimentata dai media, reagì all’11/9 con una ripugnante pletora di più di 200 assassini di persone con tratti fisici arabi. Decine di tassisti di religione sikh morirono così. Fu un pogrom ?dimenticato dai media- che non si ripeté in Spagna e non si sta ripetendo in Gran Bretagna.

Alle motivazioni psicosociali bisogna sommare un altro elemento. I britannici sono stati indotti a rivivere uno dei momenti più gloriosi della loro storia, che sentono come parte positiva del carattere nazionale. Con l’effetto Churchill, che Tony Blair ha citato ripetutamente, la società è stata chiamata alla stessa compostezza mostrata di fronte ai bombardamenti nazisti in piena seconda guerra mondiale. La zona Est della città fu allora completamente distrutta e perfino Buckingam Palace fu colpito due volte. Eppure l’immagine che il paese volle dare fu di assoluta normalità, con teatri e ristoranti pieni. Sono gli inglesi che non si fecero invadere quelli che si vogliono riprodurre oggi.

A questi elementi, in maggioranza positivi, è stato necessario offrire alcuni elementi collaterali di tergiversazione per completare l’immagine offerta all’opinione pubblica interna e internazionale.

Blair, come Bush, hanno manipolato l’interpretazione degli attentati fino a legarla all’impegno del G8 a favore dell’Africa. Una bugia così sfacciata da essere paragonabile a quella del loro ex-complice Aznar. Per nessuno è conveniente collegare i morti di Madrid e Londra a quelli di Baghdad. In questi giorni sono stati sguinzagliati migliaia di opinionisti in tutto il mondo che ripetono in maniera martellante lo stesso messaggio: l’Iraq non ha niente a che vedere. Non esiste una concatenazione etica che dia giustificazione morale agli attentati come rappresaglia alla guerra. Ma chiunque neghi il nesso causale politico e militare tra i due eventi sta fuorviando l’opinione pubblica. E’ lo stesso messaggio finto ingenuo lanciato l’11 settembre: perché ci odiano tanto?

La BBC, docilmente, durante tutto il pomeriggio del giorno 7 ha contribuito a proiettare tale immagine. È arrivata perfino a ripetere in vari servizi che il motivo degli attentati di Madrid doveva cercarsi nella volontà di Osama Bin Laden di riconquistare la penisola iberica dopo la caduta di questa nel 1492. È una testimonianza in più che contribuisce a scolorire l’immagine della BBC come organo autorevole ed indipendente. Ce ne fornisce un’altra, che per lo spettatore attento affiora sovente, di organo tendenzioso e parziale. Se Madrid è davvero stata la vendetta per la caduta del Regno di Granada di 513 anni fa, e Londra voleva impedire gli aiuti ai bambini affamati in Africa, temiamo che prima o poi l’autorevolissima BBC reinterpreterà le Torri Gemelle incolpando gli indiani Mohawks, che popolavano Manhattan fino al secolo XVII.

UN MISTERO ANTICRISTIANO Nel pomeriggio di giovedì, gli osservatori più attenti hanno percepito come un terremoto il primo comunicato uscito dal Vaticano sui fatti di Londra. Alle 13.45 le agenzie attribuivano al Papa Joseph Ratzinger, in una lettera al Cardinale di Londra Murphy O’Connor, la definizione di ?anticristiani? per gli attentati.

Sarebbe stata una svolta di 180 gradi rispetto alla politica del suo predecessore Karol Wojtyla. Questo aveva sempre rifiutato l’idea dello scontro di civiltà e religioni voluto dai neoconservatori e dai governi anglosassoni. Tanto dopo l’11 settembre 2001 e l’11 di marzo 2004, come di fronte alle aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq, Giovanni Paolo II era stato la voce più alta nel distinguere chiaramente tra i presunti responsabili degli attentati e l’Islam come religione ed opporsi alla guerra frustrando la tentazione di molti ?da entrambe le parti- di presentare le guerre come conflitti interreligiosi ed evitare che il mondo mussulmano potesse considerare tutto il mondo cristiano come aggressore.

In pochi minuti la lettera fa il giro del mondo e arriva sulla bocca di migliaia di politici e comunicatori che non aspettano altro per martellare ?con bolla pontificia- sulla guerra dichiarata da tutto l’Islam a tutta la cristianità. Pochi minuti ancora e il sito Internet del Vaticano pubblica la lettera in versione integrale. Il termine ?anticristiano?, è sostituito con ?barbarico?, totalmente neutrale. Non c’è nessuna smentita né niente da aggiungere: per il comunicato ufficiale gli attentati non furono anticristiani ma solo barbari. Se è stato un errore, è un disastro, forse il più grave in decenni per la diplomazia vaticana e ?silenziosamente- qualche testa dev’essere caduta nell’ufficio stampa pontificio. Sarebbe un gesto così superficiale da potere avere conseguenze gravissime sull’autorità del Vaticano stesso come mediatore nei conflitti che coinvolgono il Medio Oriente e il mondo musulmano. Se invece è stato un ballon d’essai saremmo alla vigilia di un cambiamento insolito, radicale e pericoloso della linea diplomatica vaticana con il nuovo pontefice. Benedetto XVI ?interpretiamo- non scarta l’ipotesi che, nel caso si facessero endemici gli attentati in Europa, possa fare una piena scelta di campo a fianco delle potenze occidentali. Non sappiamo ancora se Ratzinger abbia la vocazione del nuovo Urbano II o Innocenzo III, i papi che proclamarono la prima e la quarta crociata, nel 1095 e 1198. Sappiamo però che da un lato l’idea d’Occidente e delle radici cristiane dell’Europa sono profondamente radicate nel suo pensiero e dall’altro che tutto il discorso vaticano su Londra ?a parte la scivolata ?anticristiana?- ha seguito finora scrupolosamente il cammino conciliatorio del suo predecessore.

Alex Zanotelli scrive a Joseph Ratzinger

Attenzione progettuale all’Africa, Concilio africano, fare passi in avanti nell’inculturazione del Vangelo, convertire la “tribù bianca”: di Alex Zanotelli.


Caro Papa, vorrei chiederti subito che quell’attenzione che Giovanni Paolo II ha avuto nei confronti dell’Africa sia anche la tua attenzione. Nessun continente sta soffrendo quanto questo.


 




Nella Sollicitudo rei socialis, il miglior documento in campo sociale di Giovanni Paolo II, il tuo predecessore suggerisce che la chiesa potrebbe alienare parte dei propri beni per andare incontro ai bisogni degli ultimi. Io credo che le chiese, d’Occidente in particolare, dovrebbero mobilitarsi anche su questo versante per far partire una nuova valanga di solidarietà nei confronti delle chiese d’Africa: non parlo di elemosina, bensì di un’attenzione progettuale. Credo che come chiesa potremmo farcela.


 




Questa, per me, non è una questione solo etica. È una questione teologica che tocca la nostra stessa fede: non possiamo tenere insieme nella stessa chiesa ?uomini dei dolori? e altrettanti ?Pilato?; (come ha scritto il teologo e tuo amico Johann Baptist Metz) perché è chiaro che siamo anche noi cristiani responsabili di tanta sofferenza umana.



Se tu riuscissi ad avviare questa dinamica nella chiesa, ne trarremmo tutti un gran giovamento.


 



Un passo di questo genere ci darebbe modo anche di cambiare una mentalità, radicata nelle società e anche nelle chiese occidentali, che ci ha indotto per lunghi secoli a disprezzare sia le culture sia le religioni tradizionali africane. Eppure oggi sappiamo che l’Africa è la nostra madre. Non solo: aggiungo che l’Africa è il polmone antropologico del mondo, una ricchezza che dobbiamo cominciare a cogliere, ad apprezzare, ad ammirare, a sostenere.


 




Se tu, caro Papa, ci guiderai in questa direzione, sono convinto che la chiesa farà passi in avanti verso ciò che chiamiamo inculturazione del Vangelo, cioè quel processo per cui la Parola prende carne nelle diverse culture e non assume solo una coloritura culturale superficiale.


 




A questo riguardo, bisogna dire che in questi ultimi anni ci siamo davvero bloccati, se non abbiamo fatto passi indietro. C’è bisogno di tornare a riflettere su ciò che ci hanno detto alcune grandi voci africane: penso, ad esempio, al cardinal Joseph-Albert Malula, arcivescovo di Kinshasa, o al cardinal Hyacinthe Thiandoum, arcivescovo di Dakar.


 


Quest’ultimo, al Sinodo africano di Roma nel 1994, ha detto con grande serenità e franchezza che le chiese africane non devono elemosinare una loro liturgia perché ne hanno semplicemente diritto. Come hanno diritto a una loro teologia.


 



Per questo, visto che il tuo predecessore ha già convocato un nuovo Sinodo per l’Africa, sarebbe bello se diventasse un Concilio africano, celebrato in Africa. Per poter davvero avere una chiesa che sia autenticamente cristiana e autenticamente africana.




Mi sembrano essere queste alcune grandi traiettorie che, tra l’altro, possono rappresentare una credibile risposta all’islam. La sola, autentica risposta che possiamo dare all’islam è dimostrare che l’esperienza cristiana può profondamente incarnarsi in Africa e diventare un cristianesimo africano. Con la speranza di avere presto un Papa nero.


 




Mi piacerebbe se tu ,caro Papa, ricordassi alla chiesa d’Occidente, alla ?tribù bianca? (come ci chiamano a Korogocho) che deve essere convertita. Se la tribù bianca non si convertirà ? agli ultimi, al rispetto dell’altro ? non ci sarà futuro. Ecco allora che la missione diventa davvero globale. E che Gesù, che vuole che ci sia vita per tutti, sorregga te ? come ha fatto con Pietro ? e ti induca a prendere il largo e a gettare le reti?

Una intervista e un articolo di Leonardo Boff

“Leonardo Boff è professore di teologia, filosofia, spiritualità ed ecologia. Ha lavorato per oltre vent’anni come francescano a Petropolis (Rio de Janeiro), dividendosi tra il mondo accademico e il mondo dei poveri. Da questa combinazione è nata la Teologia della Liberazione, della quale, insieme a Frei Betto, è uno dei maggiori esponenti”


 


04.04.2005 «Wojtyla, l’inverno della Chiesa»


 da l’Unità


Da lontano Leonardo Boff vive il dolore di Roma. Comincio il colloquio col teologo francescano disarmato dagli inquisitori vaticani – ultimo censore il cardinale Ratzinger- partendo dal suo libro appena uscito in Brasile. Verrà pubblicato in Italia dalla Cittadella di Assisi: «San Giuseppe e la personificazione del padre».


 


Per vent’anni Boff ha studiato la figura di San Giuseppe affascinato dal suo silenzio e dalle poche righe che le scritture gli hanno dedicato. Solo nel 1960 Giovanni XXIII ne ha inserito il nome nei canoni della messa. Per secoli la sua spiritualità è stata resa invisibile da papi, vescovi e da quei sacerdoti che dominano la scena. Perché Giuseppe non era nessuno. Ha vissuto nell’ombra come vive la maggioranza dei cristiani che oggi prendono sul serio il vangelo. Più che patrono della chiesa universale, è il patrono della chiesa domestica, della gente umile, della gente buona e senza nome sepolta nei giorni grigi di chi si guadagna la vita faticando per onorare la famiglia nel segno dell’onestà. Giuseppe è il loro esempio naturale, loro guida spirituale. Non ha lasciato in eredità una sola parola, non si sa quando è nato e quando è morto, eppure ha indicato la regola fondamentale raccolta da milioni di fedeli dimenticati. Non discutono dio ma si affidano alla sua luce. Sempre in silenzio.


 


Si ha l’impressione di una sottolineatura della diversità dal Papa che si sta piangendo a Roma. Nella sua speranza il nuovo pontefice quale novità dovrebbe interpretare?


 


«Spero che il nuovo Papa decentralizzi la chiesa. Giovanni Paolo II aveva raccolto attorno alla sua figura ogni attenzione. Tutto convergeva a Roma o a Cracovia anche se il mondo é più complesso. La folla dei cattolici e dei cristiani contempla enormi diversità. E questo modello non è ormai in grado di interpretarle con l’urgenza necessaria. Perché le realtà non si somigliano, dall’Africa all’America Latina, e per dare un volto umano alla globalizzazione concepita come concorrenza e non cooperazione, la chiesa dovrebbe trasformarsi in una rete di comunità.Il centro non riesce ad interpretare problemi e drammi che si sviluppano lontani dai rituali dalle cattedre che sappiamo».


 


Leonardo Boff ha 58 anni. Abita poco lontano da Petropolis, specie di Versaille che l’ultimo imperatore Pedro II aveva costruito nelle montagne alle spalle di Rio. Professore di teologia, filosofia ed ecologia ha lavorato più di vent’anni tra il mondo accademico e il mondo dei poveri anche dopo l’abbandono del saio. Assieme a Frei Betto è stata la voce importante della teologia della liberazione. L’inquisitore lo accusava di dar retta alla costruzione creata dai sociologi e ideologi delle cellule marxiste, preoccupandosi di una fame e povertà che in Brasile non esistono.


 


La visione di questa rete quale nuovo Papa può affascinare?


 


«Bisogna utilizzare una certa furbizia politica. Le candidature che escono dalle capitali dell’impero, Nord America ed Europa, dove prevalgono le egemonie mondiali, rischiano di provocare diffidenze diverse: chi vive a Parigi o Berlino è influenzato dalla cultura nella quale è immerso assieme ai propri i fedeli. E i popoli dei continenti infelici potrebbero ascoltarne gli insegnamenti, diffidando. Non deve essere un vescovo di curia: troppo burocratico. La curia ha perseguitato 140 teologi i cui suggerimenti nascevano dalla condivisione dei problemi della gente. Spero che la scelta cada su cardinali pastori, e non dottori. Vivono fra i fedeli, ne conoscono speranza e sofferenza».


 


Sembra un suggerimento per piegare la scelta tra candidati africani e latini d’America…


 


«È un desiderio. L’America Latina ha due cardinali che rispondono a questo desiderio. Claudio Hummes, di San Paolo. Il suo profilo ecclesiale ricorda Giovanni Paolo II nella sicurezza della dottrina. Ma l’apertura è diversa. È disposto a confrontarsi su tutto, morale e manipolazione genetica comprese. È stato il vescovo del Lula sindacalista a San Bernardo do Campo, città operaia attorno a San Paolo. Si conoscono, si frequentano da sempre. Ha studiato a Lovanio e la sua freddezza ne offusca il carisma anche se l’esperienza pastorale lo ha mescolato e continua a legarlo alla realtà della gente qualsiasi. Più sciolto e con la stessa abitudine ad ascoltare i fedeli nei quali ama immergersi, l’altro cardinale, Oscar André Rodriguez Madriaga, ha difeso la teologia della liberazione con cautela pur ribadendo senza esitazioni che l’assenza della giustizia sociale è all’origine di inquietudini da non condannare a scatola chiusa. Quando era presidente della Conferenza Episcopale Latino America è riuscito a rimarginare le divisioni che avvelenavano i cattolici di latitudini diverse. Un diplomatico convincente. Parla cinque lingue. Suona, canta, guida l’aereo ed ha una conoscenza non banale dell’economia mondiale. La interpreta come un pastore dei poveri deve interpretare.


 


Le comunità di base non hanno avuto vita facile nel pontificato appena concluso: come lo spiega?


 


«È incomprensibile. In America Latina e in Brasile mancano i sacerdoti. Dovrebbero essere 120 mila. Ne abbiamo 17 mila. Ogni parroco copre cinque o sei parrocchie lontane. Un vuoto nelle istituzioni. Le comunità servivano a colmare questo deficit. Roma non le amava. Sono laici e corrono troppo avanti, è il timore della chiesa centralizzata


 


Un vuoto o occupato dalle sette pentecostali…


 


Non è una tragedia. Contribuiscono a tener vivo lo spiritualismo della gente. Ormai bisogna dialogare con tutte le chiese. I problemi sono drammatici: un Brasile con 40 milioni di poveri deve riunire ogni forza morale alla ricerca della giustizia possibile. Le chiese possono affrontare assieme la sfida. Proprio in questi giorni, cattolici, protestanti, sincretici stanno discutendo assieme alle sette quale strategia comune adottare per risolvere i problemi dell’acqua e della fame».


 


Di quale Papa ha nostalgia?


 


«Di Papa Giovanni, come tutti. Ma è Paolo VI che affascinava. Un intellettuale sottile. Lasciava ai teologi la libertà di cercare e sperimentare. Ma è venuto l’inverno di Giovanni Paolo II: ha normalizzato la teologia ed imposto il pensiero unico alzando un bastione per difendere la chiesa ormai trasformata in una realtà occidentale. Solo occidentale mentre il cristianesimo è generoso e si apre ad ogni dialogo».


 


Eppure è stato un Papa di incredibile successo…


 


«Perché l’umanità è orfana di leader. Bush arrogante e violento. Europei tecnocratici senza fascino. Nel panorama grigio, Giovanni Paolo II ha offerto ai giovani il suo carisma dilatato nei media per riscattare la religione con una comunicazione che diventa valore. Il valore che ha contribuito a distruggere il comunismo. Solo il comunismo, perché è difficile intaccare il liberismo costruito su basi economiche e militari».


 


Giovanni Paolo II, il Grande Restauratore di Leonardo Boff


da El Mundo, Carmillaonline 


Il pontificato di Giovanni Paolo II è risultato esteso e complesso. Gli diamo il giusto merito solamente se lo consideriamo all’interno di un vasto insieme di temi che da molto tempo impegnano la Chiesa.


 


Qual è la caratteristica fondamentale di questo Papato? La restaurazione e il ritorno alla rigida disciplina. Giovanni Paolo II non si è caratterizzato né in direzione della riforma né in quella della controriforma. Ha rappresentato il tentativo di arginare un processo di modernizzazione che ha fatto irruzione nella Chiesa all’altezza degli anni Sessanta, e che stava interessando tutto il cristianesimo. In questo modo è venuta realizzandosi una resa dei conti che la Chiesa sta affrontando in relazione a due gravi questioni, dalle quali è martirizzata da più di quattro secoli.


 


Il primo problema è legato alla nascita e allo sviluppo delle altre chiese come conseguenza della Riforma Protestante avvenuta nel XVI secolo, la quale ha fratturato l’unità dell’Episcope cattolico- romana, obbligandola a tollerare le nuove chiese, che ha interpretato come scismatiche ed eretiche.


 


La seconda questione deriva dalla modernità illuminista, con l’imporsi del primato della ragione, della tecnoscienza, delle libertà civili e della democrazia. Questa nuova cultura ha messo sotto scacco la rivelazione di cui la Chiesa si sente esclusiva custode e ha messo in discussione la forma istituzionale con cui la Chiesa stessa si è andata organizzando: cioè come una monarchia assolutista spirituale in contraddizione con la democrazia e il valore dei diritti umani.


 


In rapporto alle chiese evangeliche, la strategia del Vaticano puntava alla riconversione, al fine di restaurare l’antica unità ecclesiale sotto l’autorità del papa.


 


In rapporto alla società moderna, venivano avanzate critica e condanna del progetto emancipativo e secolarizzatore, mirando a ricreare l’unità culturale sotto l’egida dei valori morali cristiani. Entrambe le strategie si sono dimostrate fallimentari. Le altre chiese sono cresciute e si sono affermate in tutti i continenti. La società moderna, con il suo portato di libertà, di scienza e di tecnica si è convertita in paradigma per il mondo intero. La Chiesa cattolica si è vista trasformare in un bastione di conservatorismo religioso e di autoritarismo politico.


 


E’ stata opera di coraggiosa e ispirata lungimiranza di un Papa, Giovanni XXIII, la convocazione di un Concilio Ecumenico che affrontasse entrambe quelle questioni non risolte. E in effetti il Concilio Vaticano II (1962-65) assunse come motto di base: non più anatema ma comprensione, non più condanna ma dialogo.


 


Rispetto alle altre chiese venne inaugurato il dialogo interconfessionale, che presuppone l’accettazione dell’esistenza delle altre realtà ecclesiali. Rispetto al mondo moderno si impose una riconciliazione negli àmbiti del lavoro, della scienza, della tecnica, delle libertà e della tolleranza religiosa.


 


Veniva però fallita una terza resa dei conti: quella con i poveri, che sono la maggior parte dell’umanità. Fu merito della componente latinoamericana della Chiesa ricordare che non esiste soltanto un mondo moderno sviluppato, ma anche un mondo sottosviluppato, che pone una scomodissima domanda: come predicare il Dio Padre in un mondo afflitto dalla miseria? Possiamo portare la parola del Dio in quanto Padre soltanto se siamo in grado di strappare i poveri alla miseria, convertendo questa realtà, dal male che è, in bene. Questo chiesero precisamente i settori più dinamici in America Latina, animati da profeti come Helder Camara. Lo slogan era: per i poveri, contro la povertà.


 


Si trattò di una svolta che spinse molti cristiani a fare il loro ingresso in movimenti sociali di liberazione e addirittura in frazioni armate, mentre numerosi vescovi e cardinali assunsero un atteggiamento di distacco nella lotta alle dittature militari e per la difesa dei diritti umani, intesi principalmente come diritti delle masse diseredate.


 


Giovanni Paolo II fu eletto Papa quando questo processo sociale era in corso. Il suo Pontificato fin dagli esordi si pose in antagonismo rispetto a queste tendenze che erano dominanti. Furono senza dubbio determinanti, in relazione a questa posizione che assunse, la sua origine polacca e le élite della Curia romana, messe ai margini ma non estinte dal Concilio Vaticano II. A Roma il nuovo Papa strinse accordi con la burocrazia vaticana, conservatrice per sua natura, che era del suo medesimo avviso. Si stabilì un granitico blocco storico costituito dal Papa e dalla Curia, che aveva il fine di imporre la restaurazione dell’antica identità ecclesiale e della vecchia disciplina.


 


Le caratteristiche personali di Giovanni Paolo II contribuirono a realizzare nella maniera migliore un simile progetto, grazie alla sua figura carismatica, alla sua innegabile capacità di irradiazione, alla sua abilità nel drammatizzare mediaticamente. Con l’intento di realizzare il suo disegno di restaurazione egli si dotò degli strumenti adeguati.


 


Riscrisse il diritto canonico in modo da reinquadrare la totalità della vita ecclesiale, giunse a pubblicare il Catechismo Universale della Chiesa Cattolica e con esso ufficializzò il pensiero unico all’interno della Chiesa. Sottrasse potere decisionale al Sinodo dei Vescovi, sottomettendolo in toto al potere papale, così come limitò il potere delle conferenze vescovili continentali, di quelle nazionali, delle conferenze religiose a livello nazionale e internazionale, marginalizzò il potere di partecipazione decisionale dei delegati e negò piena cittadinanza ecclesiale alle donne, relegate in funzioni secondarie, sempre distanti dall’altare e dal pulpito.


 


In accordo con il suo principale ministro, il cardinale Joseph Ratzinger, il Papa professava una visione agostiniana della storia, per cui ciò che importa effettivamente è soltanto ciò che passa attraverso la mediazione della Chiesa, portatrice di salvezza sovrannaturale. In accordo con questa visione, ciò che passa per la mediazione degli uomini e della storia non raggiunge la divina profondità e risulta insufficiente agli occhi di Dio.


 


Un atteggiamento simile indusse Giovanni Paolo II a una fondamentale incomprensione della teologia latinoamericana della liberazione. Questa afferma che la liberazione è opera dei poveri tutti. La Chiesa è soltanto un’alleata che rafforza e legittima la lotta per la liberazione dei poveri. Per il cardinal Ratzinger questa liberazione è unicamente umana e carente di rilevanza soprannaturale.


 


E’ storicamente indiscutibile affermare che il Papa ebbe una visione in alto grado approssimativa di questo tipo di teologia, che egli interpretò attraverso la logica dei detrattori di quella e – oggi ne siamo venuti a conoscenza – a partire dalle informazioni che la CIA forniva, in particolare sull’influenza dei teologi della liberazione in Centroamerica. Egli interpretò questa teologia come il cavallo di Troia del marxismo che egli denunciava, in ragione dell’esperienza acquisita circa il comunismo nella sua patria d’origine, la Polonia.


 


Si convinse che in America Latina il pericolo era il marxismo, quando il verace e infausto pericolo è sempre stato il capitalismo selvaggio e colonialista, con le sue élite antipopolari e reazionarie. In Giovanni Paolo II prevalse la missione religiosa della Chiesa, non la sua missione sociale. Se egli avesse detto “appoggeremo i poveri e contamineremo la Chiesa con le riforme nel nome del Vangelo e della tradizione dei Profeti”, ben altro sarebbe stato il destino politico dell’America Latina.


 


Invece organizzò la restaurazione conservatrice in tutto il continente: rimosse i vescovi della liberazione e designò vescovi lontani dalla vita del popolo, chiuse le istituzioni teologiche e sanzionò i loro docenti.


 


C’è un’enorme contraddizione tra gli atti del Papa e i suoi insegnamenti. Fuori si presentava come paladino del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell’ecumenismo, e domandò perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato, e incontrò i leader spirituali delle altre confessioni per pregare, tutti uniti, per la pace mondiale.


 


Invece, dentro la Chiesa, mutilò il diritto di espressione, proibì il dialogo e diede vita a una teologia dai forti toni fondamentalisti. Il progetto politico-ecclesiastico a cui il Papa lavorò non ha condotto ad alcuna risoluzione in merito alle questioni dei rapporti con la Riforma, la modernità e la povertà. Piuttosto, ha aggravato quei problemi, ritardando la resa dei conti.


 


I limiti dello stile che ha adottato nel governare la Chiesa non hanno impedito che Giovanni Paolo II raggiungesse in grado eminente la santità personale. E’ stato santo, nel quadro di una religione “all’antica”, che vive di grande devozione per i santi e specialmente per la Madonna, per le reliquie e i luoghi di pellegrinaggio. E’ stato un uomo di preghiera, profondamente. Nella preghiera egli si trasfigurava e impallidiva, altre volte gemeva e arrivava alle lacrime. Una volta lo sorpresero nella sua cappella personale, disteso al suolo in forma di croce, come in estasi, simile agli illuminati spagnoli del XVI secolo.


 


A chi l’ultima parola? Alla storia e a Dio. Noi possiamo soltanto accedere alla storia, che ci dirà quale fu realmente il significato di questo papato per il cristianesimo e per il mondo, in questa fase di mutamento di paradigmi al passaggio del millennio.