giovedì 20 giugno 2013, 00:24

Gli articoli con tag: " giorno della memoria "

Memoria e storia. Dedicato a Gelmini

Prima o dopo, che conta? Siamo in anticipo, lo so, ma il ministro con la sua circolare sul trenta per cento merita una risposta meditata, che venga da noi, professori e studenti. Dovrebbe saperlo: la scuola che governa e non conosce segue un filo suo rosso che non sempre mette insieme l’ordine logico e quello cronologico. La scuola, voi lo sapete bene, è un po’ “fuoriregistro“. L’avvocato dovrà impararlo.
Non s’è ancora messo in moto il baraccone, ma siamo prigionieri di noi stessi e non potremo farne a meno. Per quanta rabbia potremo mostrare, quale che sia l’insofferenza che sapremo opporre, in qualche modo ci scoveranno, potete giurarci. In qualche modo ci faranno partecipare e dovremo ascoltarli. Qualcuno premerà un pulsante e, come per incanto, in ogni angolo e piazza, in ogni strada e in ogni casa, da qualunque pulpito e da ogni cattedra, tutti ricorderemo: le televisioni ci mostreranno senza interruzione l’orrore dei lager, la tragedia dei camini, la feroce menzogna delle docce, l’invisibile agonia dei gas. Rivedremo angosciati cataste di cadaveri ammonticchiati nel bianco e nero cupo dei filmati d’epoca, i liberatori inorriditi, i carnefici grigi come la terra asciutta, i lampi di vita ostinata negli occhi dio sa come aperti su volti scheletriti, su mucchi d’ossa infagottati in un pigiama lacero di stoffa a righe. Un pulsante premuto e sarà “memoria” telecomandata.
Un giorno intero, anzi no, qualcosa in più d’un giorno, il tempo che occorre a suscitare il pathos con una pletora spocchiosa di esperti, con fiumi di parole sempre uguali, sempre smorte e banali. Parole senza vita vera. Ci sono cose che un professore non può tacere ai suoi studenti: se l’idiozia di questo tempo nostro feroce è stupefacente, disgustosa è l’ipocrisia che ci governa. Per tutto un anno, un popolo di smemorati vive di sensazioni forti e allucinate, vive senza farsi domande una vita virtuale e si lascia convincere che il rumeno stupra, il rom è ladro, l’albanese mafioso e il musulmano terrorista. Per un anno intero ascolta con fede incrollabile la nostra Gestapo che processa nell’immensa “piazza Vespa” gli ebrei del nostro tempo e passa con noncuranza davanti ai campi di concentramento. Indifferente vive la sua vita come comandano moda e pubblicità, tra ombre sfuggite alla morte silenziosa nel Mediterraneo, tra un dolore che non ha fine, ma non apre brecce nei cuori inebetiti dalle droghe del consumismo. Così è per un anno, ma il 27 c’è il rito della memoria e occorre d’improvviso ricordare. Tutto è stato costruito ad arte: si vuole che voi abbiate memoria di tutto il male ch’è stato, ma non riusciate a vedere l’infinito male che vi circonda. E’ infatti scientificamente provato che una micidiale overdose di antico razzismo ha la forza d’un vaccino: fa di un popolo di senzastoria una massa di consumatori di dolore virtuale immuni dall’orrore autentico. Un orrore ben più vivo di quello storico, più diffuso, più ostentato, più sottilmente teorizzato, più modernamente organizzato.

Chi è interessato alla conclusione dell’articolo può cliccare su uno dei seguenti link: Il blog di Giuseppe Aragno; “Fuoriregistro

El pueblo hermano de Palestina

El pueblo hermano de Palestina
di Davide Matrone

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Antisemiti, in Italia sono il 12 per cento. Il 56% è estraneo ai pregiudizi contro gli ebrei

Il simbolo che gli ebrei erano costretti a indossare nei lager nazisti (Afp) Il 56% è estraneo, ma il 44% no, l’estrema sinistra non è immune.

Il 27 gennaio si celebra il giorno della Memoria. Ma quanto è diffuso oggi l’antisemitismo in Italia? La risposta dipende da ciò che si intende per ostilità antiebraica.
Essa può mostrarsi come il classico odio xenofobo verso una minoranza diversa sotto il profilo religioso, etnico o culturale.
Oppure può prendere le sembianze, tipicamente moderne, di fobia verso un gruppo ritenuto potente e dai legami di fedeltà ambigui. Infine, il pregiudizio può legarsi alle nuove componenti dell’identità ebraica: Israele e la memoria della Shoah. Si tratta di tre tipologie storiche, ciascuna sviluppatasi in un preciso periodo. Oggi queste tre forme convivono, mescolandosi tra loro.

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Il giorno dei vivi

Stanotte mi hanno chiamato le parole di Giacomo Ulivi citato da un saggio di Claudio Pavone che mi ha accompagnato fino a tarda ora. Giacomo è uno studente in legge di 19 anni, partigiano, arrestato, torturato, fuggito, riarrestato, ritorturato, infine fucilato dai fascisti a Modena:

Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi per iniziare una laboriosa e quieta vita dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo […] Ma nel desiderio invincibile di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. E’ il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale che è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è lavoro di “specialisti” […]. No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!

 

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Contro il 25 aprile identitario

Il 25 aprile è la ricorrenza civile più importante dell’anno per la nostra Repubblica. Ma chi ne fa una ricorrenza identitaria sta sostenendo che il 25 aprile, come giorno della nascita della democrazia di tutti, ha già perso.

Il 25 aprile è la festa della sconfitta del nazifascismo, è la fine di un regime ultraventennale già esploso con la guerra e con l’8 settembre, eppure in grado con l’aiuto di Hitler di assestare dolorosissimi colpi di coda. Il 25 aprile partigiano è la festa di un popolo che ha il coraggio di riprendere in mano il proprio destino. Il 25 aprile rappresenta le fondamenta della nostra democrazia, poi confermata il 2 giugno 1946 con la scelta repubblicana, l’unica possibile, e riconfermata dal popolo italiano ogni volta che questa è stata a rischio. Il 25 aprile è la festa della democrazia.

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Giorno della memoria

Amos Luzzatto Le ombre della storia: la Shoah ; Tullia Zevi Ingiustizia e riparazione ; Tullia Zevi Perchè Auschwitz? ; Domenico Losurdo Il revisionismo storico ; Gulag ; Claudio Pavone A che serve la memoria storica? ; Remo Bodei Ricordare e dimenticare ; Alessandro Dal Lago Che cos’è il razzismo?

SE QUESTO E’ UN UOMO

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Non credo alle mie orecchie: al GR3 il neocon Daniel Pipes paragona Salvador Allende ad Adolf Hitler

Il noto esponente neoconservatore statunitense Daniel Pipes ha appena dichiarato al GR3 Rai delle 8.45: “La vittoria di Hamas in Palestina è identica alla vittoria di Hitler in Germania nel 1933 ed a quella di Allende in Cile nel 1970″. Il redattore del GR3 non ha neanche provato a contraddire una bestialità così repellente. Non so se il GR3, presa coscienza dell’insulto, voglia fare qualcosa di riparatorio, spiegare che quell’accostamento è folle, illegittimo, falso ed infamante, ma dalle vittime del genocidio cileno, per la stessa memoria di don Salvador Allende, un gesto riparatorio, di ripristino della verità storica sarebbe doveroso da parte di una testata Rai conosciuta per il rigore.

La voglia di rifugiarsi nel no comment, il presumere che una dichiarazione così folle dica tutto è forte. Ma no, questo continuo inquinamento dei pozzi ai quali si informa l’opinione pubblica è intollerabile.

E’ doveroso ricordare e spiegare … Leggi tutto

Giorno della memoria

Amos Luzzatto Le ombre della storia: la Shoah ; Tullia Zevi Ingiustizia e riparazione ; Tullia Zevi Perchè Auschwitz? ; Domenico Losurdo Il revisionismo storico ; Gulag ; Claudio Pavone A che serve la memoria storica? ; Remo Bodei Ricordare e dimenticare ; Alessandro Dal Lago Che cos’è il razzismo?

SE QUESTO E’ UN UOMO

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Esami di Storia Contemporanea in una qualsiasi Università italiana

Una ragazza fino a quel momento preparata, diciamo da 26-27, non aveva la più pallida idea di cosa fosse l’antisemitismo.


La scorsa sessione l’ho domandato ad altre due studentesse e nessuna delle due ne aveva idea. Ma quelle erano due ventenni zotiche ed incapaci di esprimersi in italiano corrente. Quella di oggi era una signora, classe 1973, non era né impaurita né nervosa, l’esame stava andando bene, parlava correntemente l’italiano -cosa che nelle università di questo paese non sempre succede- e dimostrava una discreta cultura generale. Semplicemente non lo sapeva. Ha vissuto 32 anni in questo pianeta, lavora, è prossima alla laurea e non associa il termine “antisemitismo” alla religione ebraica.


Cerco vanamente di scuotere, nelle poche occasioni che sono date, queste coscienze dal pozzo nero nel quale si sono infilate e sono state infilate dall’impoverimento culturale di questo paese. Cerco di spiegare che non c’è bisogno di studiare cosa sia l’antisemitismo; si dovrebbe sapere e basta. Mi guardano perduti e francamente disinteressati. Cerco di dire che è un dovere civile saperlo e che uno può vivere benissimo senza sapere chi è Crispi o Giolitti o perfino Togliatti ma una persona civile non può essere nata nel ’900 e non sapere cosa significhi antisemitismo.


Cerco di incoraggiare. Siete giovani e con forza di volontà potete recuperare, leggete, leggete, leggete. Ma sento le mie parole stantie e temo che non penetrino.


Penso che il nostro affanno per il Giorno della Memoria, il nostro crederlo importante sia illusorio e autoreferente in questa società dove il muscolo più usato è il pollice perché serve per mandare SMS. Mi sento vecchio a dirlo e perfino stanco e sono appena all’inizio della mia vita professionale. Penso a quali rischi corre una società dove le parole più importanti della nostra storia stanno perdendo di senso.


Penso all’uso strumentale fatto a volte dallo stato d’Israele dell’accusa di antisemitismo per chi ne critica la politica e penso che un dibattito del genere risulterebbe del tutto incomprensibile a molti studenti. Penso di vivere in una società che ritengo molto complessa e per comprendere la quale mi affanno tutto il giorno e penso sia il mio dovere di intellettuale. Ma penso che forse quello sbagliato sono io e questa è una società fin troppo semplice. Una società dove si può vivere benissimo anche se le parole di Bertold Brecht hanno perso ogni senso:


“Prima sono venuti a prendere gli ebrei, 
ed io non ho alzato la voce 
perché non ero ebreo. 
Poi sono venuti a prendere i comunisti, 
ed io non ho alzato la voce 
perché non ero comunista,  
Poi sono venuti a prendere i sindacalisti, 
ed io non ho alzato la voce
perché non ero sindacalista. 
Poi sono venuti a prendere me, 
ma non era rimasto nessuno 
per alzare la voce in mia difesa.