giovedì 02 settembre 2010, 19:16

Gli articoli con tag: " giornalismo partecipativo "

Premio Pulitzer al giornalismo partecipativo

Per la prima volta nella storia un sito Internet no profit ha ottenuto il Premio Pulitzer. Si tratta di Pro Publica ed è stato premiato nella categoria riservata al giornalismo investigativo. Si tratta di un’inchiesta realizzata in un ospedale di New Orleans nei giorni dell’uragano Katrina e che può essere letta qui.

Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet

Locandina_Storia-critica

La presentazione di Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, di Gennaro Carotenuto, si terrà oggi, giovedì 25 alle 17 presso l’aula magna dell’Università, piaggia della torre n. 2. Ne discuteranno Giovanni Gozzini, storico dell’Università di Siena e Anna Carola Freschi, sociologa dell’Università di Bergamo, introduce Paola Magnarelli.

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (seconda parte)

Juarez3 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

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(REPORTAGE) Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

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Bruno Carletti, aumentata la pena in appello

ansa_8460990_51530 index Bruno Carletti, l’ex direttore artistico del Teatro Lauro Rossi di Macerata, che il 4 luglio 2006 aveva picchiato e tentato di strangolare l’ex moglie Francesca Baleani, per poi abbandonarla per morta in un cassonetto dei rifiuti dal quale si era solo casualmente salvata dopo settimane di coma, è stato condannato oggi in appello a nove e quattro mesi, pena aumentata rispetto alla scandalosa sentenza di primo grado.

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Da Ciudad Juárez a Radio3Mondo, intervista a Gennaro Carotenuto

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo.

Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l’una o per l’altra parte.

Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale che negli ultimi 40 anni aveva nella città la propria massima espressione con centinaia di maquiladoras, in appena due anni, sono già 4.600 e i rifugiati 100.000.

Così oggi Juárez è la città più violenta al mondo nel silenzio dei grandi media che preferiscono guardare colpevolmente altrove mentre la guerra produce anche decine di "omicidi politici" di sindacalisti, difensori dei diritti umani, militanti dei movimenti sociali.

A Radio3Mondo Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Ciudad Juárez.

Ascolta da questo link di Radio Rai l’audio (dal minuto 10 circa) e commenta su Giornalismo partecipativo.

Presto online il reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio.

Il lento declino di Internet Explorer (e di Microsoft)

StatCounterGlobal Dopo la notizia che la Cina ha superato gli Stati Uniti per la produzione di automobili, il simbolo dell’industria materiale del secolo XX e della società dei consumi un’altra notizia, sia pur meno cogente, testimonia il definitivo passaggio di secolo. Internet Explorer, il browser di Microsoft preinstallato nella maggior parte dei computer al mondo, in appena un lustro è passato dall’essere usato dal 90% ad appena il 55% degli utenti Internet.

E’ un segnale che il mondo del software proprietario di Microsoft sia alla fine. L’impresa che ha in buona sostanza creato il Personal Computer sta lentamente cedendo il proprio controllo e Bill Gates può godersi la propria dorata pensione. L’avvento di Internet fu l’inizio della fine per il monopolio assoluto di Microsoft, non a caso indicata come il nemico per eccellenza da tutti i fautori della condivisione della conoscenza.

La multinazionale di Seattle all’inizio dimostrò di non credere nell’importanza della Rete, quindi fu costretta a rincorrere. La rincorsa riuscì e nel 2004 proprio beneficiando di una posizione largamente dominante nel mercato dei sistemi operativi, Microsoft era riuscita ad imporre il suo browser, Internet Explorer, in oltre il 90% dei computer al mondo.

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La rivoluzione epocale del Giornalismo Partecipativo

cubo-Giornalismo-partecipativo La comunicazione di massa è spacciata. È smascherata, il re è nudo. Questo sostiene il filosofo Mario Perniola nella sua appassionata requisitoria Contro la comunicazione. Il sistema comunicativo dei media non è più in grado di tener fede alla sua missione originaria: comunicare, informare, accrescere la conoscenza comune.

Asserviti come sono alle élites del potere economico e politico, i media perseguono molteplici obiettivi, escluso quello della verità. Essi rappresentano il canale privilegiato con cui il mercato impone le sue tendenze; si sono trasformati una volta per tutte nella permanente messa in scena con cui le lobbies dominanti colonizzano l’immaginario e il consenso dei cittadini. Il linguaggio massmediatico rifugge le parole chiare, evita le prese di posizione nette, dal momento che ha bisogno di affermare qualcosa oggi per poi magari rimangiarsela domani. Ne risulta una comunicazione depurata dalle idee poiché, per sussistere, essa ha bisogno di vaporizzare ogni contenuto, di svuotare della sostanza concettuale qualunque fatto veicoli. Anzi, è nelle pieghe del non detto e del troppo detto, del rappresentato, dell’insistito e dell’opinabile, che il fatto stesso alla fine scompare. … Leggi tutto

Nel Sud del mondo rinasce l’infodiversità

Foto di: Sanja GjeneroIntervista di Bernardo Parrella a Gennaro Carotenuto per Apogeonline

Il citizen journalism intacca il latifondo mediatico nelle democrazie occidentali e fa emergere la vivacità dei paesi all’ombra dei mainstream media. Intervista a Gennaro Carotenuto

Il giornalismo partecipativo nelle sue varie incarnazioni è una delle pratiche simbolo del nuovo modo di fare informazione nell’era delle tecnologie mobili e digitali. Un trend che acquisterà sempre più centralità nel futuro di redazioni e cittadini, in modo particolarmente marcato nel mondo non occidentale. Nella nebulosa informativa odierna, i grandi gruppi editoriali restano tali pur se scricchiolanti, ma la speranza corre via internet, dove milioni di liberi cittadini rilanciano e commentano fatti (o almeno provano a farlo) e dove libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa. Di questo abbiamo parlato con Gennaro Carotenuto, autore del recente volume Giornalismo partecipativo: Storia critica dell’informazione al tempo di Internet (Nuovi Mondi) e docente di Storia del giornalismo e dei nuovi media all’Università di Macerata.

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Giornalismo partecipativo: Grazie a voi!

E’ con grande piacere che presento oggi questo lavoro, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, omonimo di tante cose, di questo sito, del Master Universitario che hanno riempito la mia vita professionale e i miei interessi scientifici negli ultimi anni. D’accordo con l’editore pubblichiamo l’intera introduzione e un paragrafo per ognuno dei tre capitoli come maniera di aprire il dibattito e rendere un giusto tributo a chi è stato fondamentale e che voglio riassumere pubblicando due frammenti dalla pagina di ringraziamenti del libro.

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“Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet”, il libro

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Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il conformismo, la sciatteria, la sudditanza culturale, il servilismo e il carrierismo sono i primi motori di omologazione dei media tradizionali. Una speranza viene da Internet.

Nella nebulosa informativa, i “media personali di comunicazione di massa”, dove milioni di liberi cittadini possono dire la propria, libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa e giornalismo come bene comune.

Secoli prima che la nostra Costituzione garantisse il “diritto di stampa”, nella Venezia di fine Quattrocento era già stato codificato il “privilegio di stampa”. Ancora oggi l’imprinting del giornalismo ufficiale, che si fa scudo con la grande storia del Quarto potere, è la corrività con l’establishment politico ed economico.

La concentrazione editoriale spacciata per libertà d’espressione sta cancellando, senza bisogno di censure, le voci di interi spezzoni della società mentre gli sponsor si pongono come unici interlocutori del giornalismo.

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Intervista su “Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet

Alessio Ruta e Giampaolo Paticchio intervistano Gennaro Carotenuto per Arcoiris Tv

“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 2 – ultimo paragrafo – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Nel gennaio 2009 l’allora direttore del TG1 Gianni Riotta, oggi al Sole 24 Ore, per attaccare dalle colonne de Il Corriere della Sera il giornalismo partecipativo citò addirittura il Vangelo di San Giovanni116: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (Giovanni 3,19). Riecheggiando più che altro l’Apocalisse dello stesso San Giovanni, Riotta arrivò a sostenere che chi sceglie di informarsi attraverso i blog espone a un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per uno dei maîtres à penser del giornalismo mainstream l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata e orientata dai mass media, dai sacerdoti del grande giornalismo, ovvero da una cerchia ristretta, di cui lui stesso fa parte, in grado di garantire gli interessi degli sponsor e della politica partitica. Non esisterebbero dunque altre forme di sviluppo di un’opinione pubblica senza la concentrazione su poche voci deputate a pensare per tutti. Per Riotta gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo l’obiettivo?) a cancellare i mass media, cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia stessa.

Riotta, che continua a credere alla veridicità della provetta all’antrace esibita da Colin Powell all’assemblea dell’ONU nel 2003 per giustificare la guerra in Iraq, nonostante già a maggio del 2004 il New York Times abbia fatto ammenda per non aver verificato quella e altre menzogne117, sostiene che “nel caleidoscopio dei siti Internet [la verità] è deformata dallo specchio astuto degli specialisti della propaganda”. Se Riotta ha sicuramente ragione sul fatto che anche in Internet siano attivi professionisti della disinformazione e della propaganda, chi come lui ha governato l’informazione politica del servizio pubblico con la citata impudica logica del panino induce a citare un altro Vangelo, quello di Luca (6,41): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”.

Secondo la logica tridentina di Gianni Riotta, uguale e contraria a quella di Hewitt che come vedremo di qui a poco non a caso parla del giornalismo partecipativo come di una “Riforma protestante”, solo attraverso i media mainstream e non attraverso i media partecipativi è possibile il dibattito critico, il confronto razionale, l’opinione pubblica, la democrazia. Concorda con lui a distanza Lucia Annunziata, ex-collega di Riotta a Il Manifesto e al Corriere della Sera ed ex-presidente della RAI, che il 15 gennaio 2009 nel corso di una polemica puntata di Anno Zero118, programma televisivo condotto da Michele Santoro su RAI2, affermò che “compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”. Orientare, non informare.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dunque proprio Internet rappresenta per i papaveri del giornalismo mainstream il pericolo di una rottura del controllo da parte di un’élite selezionata dell’informazione stessa. La posizione estremista di Riotta è molto diffusa, soprattutto tra i giornalisti più compromessi col potere, ma non è del tutto egemone. Più equilibrata è quella del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, pur continuando a vedere la centralità del mainstream, non demonizza il giornalismo partecipativo al quale attribuisce anzi un ruolo sinergico destinato a crescere nel prossimo futuro119. In questo contesto il giornalista tradizionale può avere molteplici approcci. Il più regressivo consiste nella negazione o demonizzazione del fenomeno. Sentendosi criticato contrattacca. De Bortoli dà prova di un atteggiamento più positivo, conversazionale, intavolando un dialogo con i lettori/autori, ai quali fin dal 1995 Alberto Berretti e Vittorio Zambardino addossavano “un’inquietante identità ibrida”120. È un dialogo che comporta una propria personale crescita professionale e una rigenerazione partecipativa dei codici del giornalismo tradizionale121. In questo contesto vari paradigmi si modificano: se la verifica delle fonti resta una pietra miliare ineludibile, l’onestà intellettuale e la capacità di mettersi in gioco sembrano caratteristiche esaltate dell’incontro/scontro tra giornalisti tradizionali e lettori/autori che riescono a stabilire relazioni collaborative.

La posizione di de Bortoli, Berretti o Zambardino è più isolata rispetto a quella di Riotta. Lo confermò, tra gli altri, il massmediologo del Corriere della Sera Aldo Grasso quando, dalle pagine de Il Foglio122, disse pubblicamente quello che nei grandi giornali molti pensano. Ovvero che Internet è un incubo (tra l’altro) perché democratizza l’informazione annullando la verticalità e le gerarchie precostituite nelle Vie Solferino. Internet è un incubo perché permette un confronto (teoricamente) alla pari tra idee. Grasso afferma:

“Per millenni la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia. La Rete fa saltare le gerarchie: il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

Quello che a molti appare un processo positivo, e che si basa su meccanismi trasparenti di riconoscimento di autorità, per Aldo Grasso, che ritiene il suo punto di vista talmente autorevole da compararlo alla Bibbia, è considerato alla stregua di una catastrofe. Come se fosse un funzionario addetto alla censura della dittatura comunista cinese o un Lord vittoriano contrario al suffragio universale, nella stessa invettiva Grasso arriva a esigere da Google la cancellazione di tutti i blog dai motori di ricerca: “I blog ormai intasano la Rete, è più il tempo che perdi a buttar via le cose inutili prodotte dai blog che il resto. È puro inquinamento”.

Grasso vuole esser certo di poter trovare anche in Rete solo l’informazione prodotta da quelli che considera suoi pari perché, in quanto alfiere della superiorità del giornalismo mainstream e del rifiuto di quest’ultimo a confrontarsi con forme che considera inferiori, pretende di far sparire dalla propria vista tutta l’informazione non omologata e non paludata. È tutta quell’informazione che non discende dall’alto verso il volgo e che non è immediatamente controllabile facendo il solito giro di telefonate.

Quello di Aldo Grasso è solo l’intervento più noto in merito in Italia ma è allo stesso tempo rappresentativo di forme di autoritarismo mediatico largamente diffuse, che potrebbero presto trovare una consacrazione legislativa. Ma Grasso conosce il medium e sa perfettamente valutarne l’importanza. In altri casi il nervosismo dei giornalisti mainstream affonda nell’ignoranza del contesto. All’inizio del 2009 l’editorialista de Il Giornale Geminello Alvi123 lanciò una sorta di anatema contro i blog facendo proprie generalizzazioni, inesattezze e luoghi comuni speculari a quelli che dice di voler condannare:

“Quegli orrori che si chiamano blog sono un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. [...] A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione. Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. [...] Insomma il blog non è da persone serie”.

Se il blog non è da persone serie sarebbe interessante interrogare Alvi, Grasso, Riotta e magari Lucia Annunziata sul perché, come abbiamo visto nel paragrafo “Un lettore nomade per una stampa in crisi”, la credibilità dei media mainstream sia caduta così in basso. È difficile sapere se Alvi o Riotta abbiano letto dell’impulso nichilista a bloggare del quale parla Geert Lovink nel suo Zero Comments124, ma è comprensibile che il giornalista vestale del proprio ruolo di mediatore unico tra notizia e pubblico veda criticamente tale allargamento della libertà d’espressione e del diritto di critica così come garantito dall’Articolo 21 della Costituzione italiana.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Massimo Mantellini, uno dei più attenti osservatori del giornalismo online nel paese, elenca molteplici casi di nervosi riduzionismi, diffidenze aperte, analisi antipatizzanti125. La realtà è che vent’anni fa il corrispondente del Corriere della Sera dal Brasile poteva scrivere qualunque cosa senza alcun controllo da parte dei lettori. Questi, se stavano in Brasile, non potevano sapere quello che scriveva il corrispondente del Corriere della Sera in Italia. Se invece si trovavano in Italia molto probabilmente non avevano altre fonti per verificare se affermasse o meno il falso. E quand’anche avessero reperito queste fonti, avrebbero potuto condividere le loro informazioni solo con una ristretta cerchia di conoscenti o tentare l’incerto cammino della “lettera al direttore”. Oggi uno, dieci, cento controllori, lettori informati, esperti, appassionati, possono fare le pulci al corrispondente dal Brasile del Corriere e svelarne ignavie, asservimenti, amnesie e manifeste manipolazioni. Se il corrispondente del Corriere dal Brasile afferma il falso o nega informazioni il suo Quarto potere trova oggi un Quinto che lo controlla.

Rispetto al fiorire di un giornalismo alternativo nel quale non esiste alcun sistema di cooptazione possibile, nessuna redazione che ti sceglie o rifiuta i pezzi, nessun ordine professionale né esame di stato e spesso nemmeno la necessità di far quadrare i conti, la reazione naturale del giornalismo ufficiale è trincerarsi. Anna Masera de La Stampa, citata da Mantellini, bolla: “Proliferano i diari online, sono uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. I diari adolescenziali online sono un calcio d’angolo nel quale si rifugia chi tenta di cancellare la realtà di centinaia di siti che fanno giornalismo in un contesto di differen- te interpretazione basato su un sistema orizzontale di valutazione dell’autorevolezza che coprono palesi buchi del giornalismo e sono letti nell’insieme da milioni di lettori.

Lo dimostrò il fatto che il blog del cooperante Vittorio Arrigoni126, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza durante l’attacco israeliano del dicembre 2008-gennaio 2009, passò, secondo le rilevazioni di Blogbabel, da oltre il centesimo al primo posto tra quelli più letti in Italia superando anche vacche sacre del mezzo come Beppe Grillo. Ai media tradizionali, che non vollero o poterono “vedere per raccontare” Gaza, il pubblico degli inclusi rispetto al divario digitale dimostrò di essere perfettamente capace di orientarsi e rintracciare in rete informazione alternativa a quella negata o travisata dai media tradizionali. A un mainstream omologato o disattento il caso Arrigoni testimoniò che la mancanza di equilibrio dell’informazione tradizionale porta una quota consistente di pubblico a cercare un immediato riequilibrio nel giornalismo partecipativo. Quest’ultimo in quel momento prese il nome del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ma prima e dopo ha preso e prenderà quello di un altro pulviscolo della nebulosa informativa in un sistema di attribuzione di autorevolezza continuamente in costruzione.

Nel giornalismo ufficiale un redattore del Corriere della Sera è più importante di uno del Corriere Adriatico. Tale gerarchia è sostanzialmente immutabile indipendentemente da chi dei due giornalisti sia più rigoroso, scriva cose più interessanti o sia professionalmente più capace. Nel mondo del giornalismo personale chiunque può scrivere e pubblicare, senza cooptazioni. Se qualcuno capita su un sito e lo ritiene interessante comincerà a linkarlo. Quante più persone linkeranno quel sito tante più occasioni di avere lettori si svilupperanno. È difficile affermare in buona fede che blog con varie migliaia di lettori al giorno per anni possano essere solo “un inutile e noioso trionfo dell’io”. Nella peggiore delle ipotesi tale “inutile e noioso trionfo dell’io” può applicarsi alla vanità di alcuni editorialisti dei grandi giornali, spesso imposti a vita ai lettori da sponsor politici ed economici. Ai lettori di blog invece nessuno impone nulla. Se smetterai di scrivere cose utili, interessanti, credibili, le persone smetteranno di leggerti e di linkarti rapidamente. Sic transit gloria blogging.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Forse è naturale che il giornalismo tradizionale veda come fumo negli occhi il giornalismo che fiorisce in Internet e che in questa sede definiamo “giornalismo partecipativo”. Forse è naturale che sia così visto che là fuori, nell’oceano mare di Internet, vi sono milioni di intelligenze, piene di quella curiosità per il mondo che ci circonda che dovrebbe essere alla base del mestiere giornalistico. Coscienze, soprattutto, libere di pensare con la propria testa. Sono intelligenze che spesso sperimentano per il gusto di sperimentare, che fanno ricerca pura laddove le testate commerciali non possono che fare ricerca applicata. E, come nella vita accademica, chi fa ricerca applicata spesso la svolge con risorse funzionali volte al raggiungimento di un beneficio economico a breve termine.

Sembra addirittura che la Rete, che quasi in ogni altro ambiente viene comunemente rappresentata come un mare di opportunità e di futuri sviluppi127, solo in parte già palesati nel trentennio appena trascorso, faccia porre agli editori una e una sola domanda: come può farmi risparmiare soldi? Risparmiare piuttosto che guadagnare. Risparmiare per esempio precarizzando e pagando sempre meno giornalisti sempre più flessibili e ricattabili, piuttosto che saper pensare un modello nuovo che nasca online ma che restituisca al giornalismo almeno parte della credibilità perduta. Perché questo è il punto: se la fiducia del pubblico nei media è crollata e sta crollando da ben prima di Internet, come testimoniano i dati analizzati in questo capitolo, non è colpa della maledizione tecnologica dell’invenzione della Rete ma anche del fatto che l’informazione si è piegata al modello non solo come garante di interessi economici ma anche come organizzazione del lavoro.

Con la pistola puntata dei bilanci ha ristrutturato tagliando dipendenti e facendo lavorare peggio i sopravvissuti. Ciò ha avuto contraccolpi gravi sulla qualità del prodotto giornalistico già di per sé omologato tra sempre meno fonti e sempre meno pilastro della vita democratica. Ciò ha innestato una spirale che abbiamo cercato di mostrare in tutto questo capitolo per la quale il giornalismo di minor qualità non conquista nuovo pubblico a minore scolarizzazione ma ne perde in tutte le fasce, comprese quelle che hanno sempre letto i giornali. Così, come sostengono tra gli altri Beha, Bergamini, Furio Colombo, il giornalismo rischia di divenire prescindibile. Alzi la mano chi tra i lettori forti non sta spostando sempre più le proprie abitudini di lettura dal cartaceo all’online e non viva sempre più stancamente il rituale del passare dal giornalaio la mattina.

Al momento il mondo dell’editoria e dei media tradizionali, con eccezioni nel campo dei servizi, si pensi al print on demand, nonostante sia sbarcato in Rete ormai da tre lustri (un tempo lungo o brevissimo?), è in grande misura ancora pensato per la comunicazione del XX secolo. Soprattutto per l’innovazione rappresentata da Internet spesso percepisce ancora di avere innanzitutto da perdere posizioni oligopolistiche prima di poterne guadagnare di nuove. La forza trainante dell’informazione del XX secolo allora, quella che spinge l’innovazione e il cambiamento, entrambi sia sul piano tecnologico che dei contenuti, è la diffusione di media nati e pensati in Rete e per la Rete, commerciali e non. La trasformazione di Internet stessa in una piattaforma, il cosiddetto Web 2.0, che però come vedremo nel prossimo capitolo è un’evoluzione di un imprinting già chiaro nella comunicazione digitale, le reti sociali (con la loro conversazione continua da Facebook a Twitter a Friendfeed) e il fenomeno, venuto per restare, dei media personali, spesso noti come blog ma che non sono riassumibili solo con questo termine. Liberi cittadini che hanno qualcosa da dire, che finalmente possono farlo in conflitto, competizione, sinergia con i media tradizionali. Che questi ultimi lo vogliano o no.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

La “fine del giornalismo”?

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapuściński12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapuściński o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

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Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.