Thursday 09 February 2012, 08:47

Gli articoli con tag: " Frente Amplio "

Continuità anche nella Bolivia di Evo Morales, l’America latina integrazionista vince ancora

Evo

A sette giorni dal nuovo trionfo del Frente Amplio in Uruguay, Evo Morales ha stravinto, come nelle previsioni, le elezioni presidenziali in Bolivia superando agevolmente il 60% dei voti in un paese che appare meno diviso del passato e dove il MAS (Movimento al Socialismo, sinistra, al governo dal 2005) cresce anche in molte regioni tradizionalmente ostili. L’opposizione parafascista e razzista di Manfred Reyes Villa si ferma al 23-25% dei voti e quella liberal-moderata dell’industriale cementiere Samuel Doria Medina resta lontano anche dal 10% auspicato. Nella nuova Assemblea Legislativa Plurinazionale, che sostituisce il Parlamento la maggioranza sarà comoda (oltre 70 parlamentari su 130) e molto probabilmente il MAS ha ottenuto anche la maggioranza qualificata di due terzi nel Senato con 24 o 25 senatori su 36.

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Uruguay, America latina: Pepe Mujica presidente, “il mondo alla rovescia”

pepe Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura fondomonetarista, per nove anni rinchiuso in un pozzo e torturato continuamente, è il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay. Ha ottenuto il 51,9% dei voti, superando il 50.4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa. Il suo rivale, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42.9% dei voti.

E’ uno scarto di nove punti, superiore a tutte le aspettative e, con un’affluenza alle urne superiore al 90% in uno dei paesi dal più alto senso civico al mondo, conferma che quella del presunto rifiuto per la figura popolana e popolare e dal passato guerrigliero di Mujica era una menzogna cucinata e venduta a basso costo dal complesso disinformativo-industriale di massa.

Il trionfo di Mujica (nella foto incredibilmente in giacca, ma senza cravatta) è espressione di quello che negli anni del Concilio Vaticano II si sarebbe definito “segno dei tempi”. Come ha detto lo stesso dirigente politico tupamaro, emozionatissimo nel suo primo discorso sotto la pioggia battente a decine di migliaia di orientali che hanno festeggiato con i colori del Frente Amplio, quello che lo porta alla presidenza è proprio “un mondo alla rovescia”.

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Un guerrigliero come presidente. Pepe Mujica trionfa in Uruguay

Mujica

 

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Uruguay, la sinistra perde, la sinistra vince

Mujica Con appena 30.000 voti considerati “da revisionare” il quadro delle elezioni parlamentari è praticamente definitivo e dà al Frente Amplio (la coalizione di centro sinistra fondata il 5 febbraio 1971 da Líber Seregni) la maggioranza parlamentare per la seconda volta nella storia del paese.

Se da una parte per la sinistra uruguayana c’è il campanello d’allarme della mancata vittoria al primo turno di Pepe Mujica (47.4%) e la bocciatura del referendum sull’impunità, tali segnali sono controbilanciati dal mantenimento della maggioranza assoluta in parlamento.

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Pepe Mujica

Pepe

Circondato dalle bandiere del Frente Amplio Pepe Mujica, ex guerrigliero tupamaro, sarà il candidato presidenziale della sinistra alle elezioni di fine ottobre.

Honduras, Uruguay, Argentina, domenica di democrazia in America latina

Pepe Mujica Oggi è una fredda domenica d’inizio inverno in sudamerica, ma è soprattutto una giornata di democrazia nel Río de la Plata e in Honduras dove si terrà il referendum per decidere se in novembre verrà eletta un’Assemblea Costituente che dovrà scrivere una Carta che metta fine a una lunga storia di disuguaglianza e ingiustizia sociale e fermare lo sfruttamento senza limiti del paese da parte delle multinazionali imposto dal Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.

Tenere il referendum è la miglior risposta al tentativo di golpe messo in atto dall’esercito e dai poteri forti del paese centroamericano condannato dall’ONU, dall’Organizzazione degli Stati Americani (quindi Stati Uniti compresi), dall’Alba, ma non (stranezze della politica) dall’Internazionale Socialista o dall’Unione Europea. Quello honduregno sarebbe (ma la tensione è ancora alta) il secondo colpo di stato che fallisce nel XXI secolo in America latina per la reazione di massa della popolazione in difesa del governo democraticamente eletto dopo quello venezuelano dell’11 aprile 2002 ed è tanto più significativo che una reazione popolare così importante si registri nella regione più fragile, il centroamerica, della Patria grande che più lentamente del resto del Continente sta iniziando a cambiare.

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Un tupamaro presidente? Cresce il vantaggio del Pepe Mujica per le elezioni uruguayane

pepe Pepe Mujica (nella foto) è in grande vantaggio per le primarie del 28 giugno prossimo e per le elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Mujica, 75 anni, ex dirigente della guerriglia dei Tupamaros, attiva in Uruguay tra la fine degli anni ‘60 e la metà degli anni ‘70, e quindi per 13 anni ostaggio della dittatura militare fondomonetarista (1973-1985) 75 anni, è stato Ministro dell’Agricoltura e dell’Allevamento dal 2005 al 2008.

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A ciascuno la sua Binetti

In Uruguay si avvicina l’approvazione della “legge sulla salute sessuale e riproduttiva”, che depenalizza l’aborto. Sarebbe il primo paese, oltre a Cuba, a rendere legale l’interruzione della gravidanza in un continente dove 200 milioni di donne non possono abortire legalmente e rischiano il carcere. Passata al Senato, ci sono i numeri anche alla Camera. Ma proprio il presidente Tabaré Vázquez (nella foto elevato a paladino della vita dall’agenzia di stampa cattolica ACI) minaccia il veto.
Nel 2007, in Nicaragua, è stata approvata forse la più rigida legge contro l’aborto al mondo, frutto di un accordo tra Chiesa cattolica e sandinismo, che ha riportato Daniel Ortega al governo dopo 16 anni. Anche in Uruguay, dall’inizio del XX secolo il paese più laico del continente e forse del mondo, con una rigidissima separazione tra stato e chiesa, spirano venti incerti sulla legge che lo depenalizzerebbe.
L’anno nuovo dovrebbe portare all’approvazione a Montevideo della legge che depenalizza l’aborto, oppure ad uno stallo e ad un conflitto gravissimo tra potere legislativo ed esecutivo, ovvero tra il governo di sinistra del Frente Amplio e il parlamento espressione della stessa maggioranza.

Scritto in esclusiva per Latinoamerica.

Don Mario y yo

Esta entrevista a Don Mario me parece fantástica y se la aconsejo por varios motivos. Lo primero es que después de la muerte de Luz, su mujer de toda la vida, como 70 años juntos, a pesar del golpe que representó la muerte de ella, Don Mario vuelve a hablar, y hablar para él es como elegir de seguir viviendo. Además que para mi Don Mario es Don Mario. Yo, después de la muerte de Luz, no me atreví a contactarlo, a llamarlo ni a escribirle. ¿Quién soy yo para violar su duelo?

Y sin embargo quiero quererle decir por este medio que yo como millones lo sentimos y lo animamos, para lo que se puede. Tuve el honor de ser huésped de Don Mario en su casa, ahí en Zelmar Michelini, casi 18 de julio, dos, no, tres veces. Y nunca vi a Luz, a la señora Luz Alegre de Benedetti, ese nombre que … Leggi tutto

Non ti ho votato per questo

Caro Tabaré, questa foto duole molto. Ma non duole per la foto in se stessa, nessuno pretende che l’Uruguay non abbia relazioni con gli Stati Uniti, o che non ti convenga una photo opportunity con il macellaio in questione, ma per il maneggio con il quale vi si arriva. Mi riferisco al tango che stai ballando con il TLC con gli Stati Uniti e alla milonga con la quale stai giocando con il Mercosur. Da mesi dichiari che vuoi il TLC, forse sì, forse no, a seconda dell’uditorio. Da mesi tuoni contro il Mercosur. Smetti di giocare Tabaré Vázquez, nessun orientale ti ha eletto per questo.

Chi ti scrive, è molto laico, un po’ come te, e pensa che sia utile e indispensabile aumentare l’interscambio con la prima economia del mondo. Ma ti domanda, credi davvero che un TLC con gli Stati Uniti che sia equo e sostenibile possa essere firmato … Leggi tutto

Uruguay – Llamamiento contra la ley de impunidad

Adhiero al llamamiento de toda la redacción de Brecha para terminar de una vez con la impunidad en el Uruguay

?Írritos, nulos, disueltos y sin ningún valor para siempre…?

Vamos a decirlo desde la primera línea: nos disponemos a defender la anulación de la ley de impunidad.

Puesto que no somos juristas, no empleamos el término anulación como propuesta de acción jurídica, pero sí en un sentido de acción política que abandone el enmarañado camino del menudeo que intenta, desde hace demasiados años, rescatar unas gotas de verdad y justicia. … Leggi tutto

BRECHA 20 Años – Se murió un pato en Estocolmo

Esta notita se merece una línea de explicación. Está escrita para celebrar los 20 años de Brecha y de paso un año del triunfo del Frente Amplio del año pasado.

Un día de octubre de 1985, Sergej Mihajlovic tenía una agenda muy apretada. Desde que en el marzo del mismo año había sido elegido Secretario General del Comité Central del Partido, había decidido cambiar el rumbo del país que había heredado de Lenin, Stalin, Krushev y Breznev. … Leggi tutto

TVSUR – La tele al servicio de la identidad

Para los amigos que llegan acá buscando Tvsur, que en realidad es Telesur les facilitamos articulos más recientes sobre la Television continental latinoamericana:

Telesur: jaque mate en dos movimientos al pensamiento único

gracias y los dejamos con la entrevista al director, Aram Aharonian acá abajo:

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El Portal, entrevistó al director general de TeleSur, el nuevo canal Latinoamericano del que Uruguay es parte y trabajará junto a Tveo.

Montevideo (Uruguay) – 7 de marzo de 2005

Aram Aharonian

Aram Aharonian, de 59 años, es el director general de TeleSur, un nuevo proyecto de tv latinoamericano, financiado, básicamente por el gobierno de Venezuela. Uruguay tendrá un 20% de participación en la cadena que saldrá a las pantallas internacionales, probablemente en mayo. El Portal entrevistó, a este uruguayo, periodista de larga data, sobre el ambicioso proyecto.

- ¿Qué es TeleSur?
- Es un viejo sueño por el que muchos de nuestros compañeros dieron la vida. Y nosotros tenemos la enorme felicidad -y responsabilidad, claro- de hacerlo realidad. (Se escucha de fondo “soy feliz, soy un hombre feliz y quiero que en este día me perdonen los muertos de mi felicidad”). Es un proyecto político, estratégico que nace de la necesidad de dar voz a los latinoamericanos en medio de la ofensiva de pensamiento e imagen únicos, que es lo que transmiten los medios de comunicación comerciales, nacionales y trasnacionales. Eduardo Galeano decía que llevamos 513 años entrenados para vernos con ojos ajenos. Y es de la urgencia de vernos con nuestros propios ojos y dar soluciones propias a nuestros problemas, que nace el proyecto. Somos un mundo diverso y plural.

Ellos nos ven en blanco y negro, pero nosotros existimos en tecnicolor. Debemos asumir que los medios de comunicación comerciales son el ariete de le globalización neoliberal: por allí, en el mismo envase nos dan información, publicidad y cultura de masas (entretenimiento) con el mismo mensaje simplista, reductivo, transculturalizador. Si no empezamos por ahí, por asumir nuestra realidad con nuestros propios ojos, el sueño de la integración latinoamericana no va a ser más que un saludo a la bandera. Basta ya de que europeos y gringos nos digan quiénes somos, cómo somos, qué hacemos y qué debemos hacer.

- ¿Cómo nació el proyecto?
- Te decía que es un viejo sueño, que fue tomando cuerpo después de un congreso de la Federación Latinoamericana de Periodistas, hace cuatro años. Parte de haber tomado conciencia de que durante las últimas décadas los que hacíamos periodismo alternativo estábamos perdiendo por goleada, atrincherados en pequeños nichos, encontrando pequeños financiamientos -de ONG europeas, norteamericanas- que les asegurara a los patrocinantes de que no saliéramos de esos nichos. Que no se nos ocurriera pensar o soñar en grande. Nos habían convencido que lo nuestro era lo alternativo, lo comunitario y que las grandes ligas -la comunicación masiva- era solo para los dueños del gran capital. Durante décadas pensamos como enanos. Hoy estamos creciendo, sin duda.

- ¿Qué beneficios traerá a la comunidad americana, en materia de calidad en sus contenidos?
- Primero, tener una información contextualizada, balanceada de lo que pasa en nuestros países. Segundo, rescatar nuestra propia memoria, nuestra propia historia, nuestras alegrías, nuestras frustraciones, pero, sobre todo, nuestras esperanzas. Cada vez aparecemos menos en los informativos trasnacionales: sabemos mucho de lo que pasa en Chechenia, pero demasiado poco sobre lo que pasa en la esquina de nuestra casa. Cuando hablamos de calidad, hablamos de competencia., TeleSur tendrá calidad broadcasting. Y cuando hablo de calidad hablo de calidad de contenido y de formas, tanto en lo informativo, como en los documentales, en lo periodístico, en el rescate de nuestra cinematografía, de nuestros pueblos, sus tradiciones, sus luchas, su vivencias. Los latinoamericanos tenemos la inteligencia, la experiencia, la calidad. ¿Qué esperamos, entonces?

- ¿Qué importancia tendrá la cadena, en América, en el mundo?
- No se trata de una cadena, no se trata de intercambios. Se trata de un canal americano -porque en él estarán los 45 millones de compatriotas latinoamericanos y caribeños que viven en Norteamérica-, hecho por profesionales, con una política editorial bien definida: apoyar la integración de nuestros pueblos, en la lucha contra el pensamiento único y la hegemonía. Un canal plural, que se enorgullece de la diversidad cultural y étnica de nuestros pueblos. Un canal que muestre nuestra realidades desde el punto de vista latinoamericano y caribeño para nuestros pueblos, pero también al resto del mundo.

- ¿Los principales competidores serán CNN y Univisión?
- TeleSur es un canal proactivo y no reactivo. Lo de la competencia se puede entender de diversas formas. Pero si vos querés seguir viéndote con ojos europeos o gringos, podés seguir viendo CNN, Univisión o la TV Española… Vos tenés el control…

- ¿Cómo ves el acople uruguayo a TeleSur? ¿Qué te parece pueda aportar Uruguay a TeleSur?
- ¿Sin alusiones personales? Uruguay, como cualquier otro país, tiene mucho que aportar: contenidos, programas, profesionales, películas, una cinemateca sin igual, docentes…

- ¿Salen al aire en mayo?
- Creemos que sí. Estamos en plena construcción: obras civiles, equipamiento tecnológico, salida satelital. Mientras, estamos trabajando en la parte de producción, programación, etc.

- ¿Te parece que los grandes medios desean unificar los discursos, los formatos televisivos?
-No lo desean, lo hacen.

- ¿Qué tan grande te parece el desafío de hacer TeleSur?
- Más que enorme el desafío, es enorme la responsabilidad. Por eso confiamos en el equipo multinacional que estamos formando. Y hay que tener en cuenta que TeleSur se hace posible porque el pueblo de Venezuela recuperó su estatal petrolera y ahora los dineros que antes desaparecían en cuentas en el exterior, permean a los sectores de menores recursos. E incluso, un excedente ha servido para aportar el capital semilla de este proyecto de integración comunicacional.

Aharonian, es uruguayo, nacido en el Prado montevideano, exiliado político en la dictadura, peregrinó por diversos medios, casi todos clausurados durante “el pachecato”, explicó. Escribió en Sur, el primer medio del Frente Amplio.

En Buenos Aires trabajó como corresponsal del Corriere della Sera, IPS, Excelsior y Prensa Latina. En la capital argentina fue jefe del diario La Voz, que denunció las violaciones a los derechos humanos, en plena dictadura, cometidos en la Escuela de Mecánica de la Armada argentina, (Esma), recientemente reinaugurada como museo.

En 1986 comenzó a trabajar como corresponsal en Caracas, la capital venezolana. Hasta 1992 fue el director del pool de agencias noticiosas latinoamericanas, Asin.

En estos días, además de estar al frente de TeleSur, dirige el mensaurio Question para Argentina y Venezuela, el semanario Quantum, la Agencia Latinoamericana de Información y Análisis Dos (Alia2), a la que se puede acceder en (www.alia2.net).

Montevideo COMM / Portal

Guillermo Garat
Periodista de Montevideo COMM / Portal

Uruguay, lo que el Sur le enseña al Norte

Así Tabaré Vázquez es desde hoy el Presidente de los Orientales. El Uruguay tiene un gobierno de izquierdas y se termina para siempre una alternancia entre los partidos tradicionales que ha durado 170 años. Tabaré está así en el cargo al término de un día que es la apoteosis del consenso popular al gobierno frenteamplista ?que desde hace 15 años administra y bien la capital Montevideo- y está llamado como pocos gobernantes en la historia a un cambio tan radical.


Y Tabaré en un discurso políticamente alto como pocas veces ha pasado de escuchar, confirma las aspiraciones de todo un pueblo. La llave de todo está una vez más en la construcción de la Patria Grande, de aquel contexto regional al cual constantemente llama Hugo Chávez y al cual con cada vez más conciencia más países latinoamericanos se reconducen.


En esto va la primera enseñanza que el Sur hoy es capaz de darle al Norte. La construcción europea fría, hecha por leyes económicas neoliberales escritas en Maastricht y sancionadas por el abortito del tratado constitucional, ni apasiona ni defiende Europa desde los desafíos del siglo XXI. Esta ha construido un gran mercado interno y ahora se niega en beneficiar de las ventajas que desde el mercado interno pueden realizarse. La nueva América Latina, con sus caminos difíciles debidos a la dominación imperial estadounidense, lee claramente que el futuro será común o no será. En esto hay quien corre más, Chávez, y quien menos, Lula, que busca aún el espejismo de una construcción del solo ?continente Brasil?, y sin embargo no se sustrae al destino manifiesto de la Patria Grande.


Sin embargo no es todo. Con respecto a 1999, cuando Tabaré llegó a un paso de la elección, el contexto regional es infinitamente más favorable. Las recetas neoliberales fracasan y retroceden en todo el continente. Fracasan económicamente y retroceden políticamente. El imperio está todavía dispuesto a utilizar violencia y terrorismo pero está herido. El desarrollo desigual descrito por Theotonio Dos Santos está en pié, y sin embargo la energía venezolana ?política antes que petrolera- es un motor incansable que lleva el entusiasmo de una radicalidad necesaria que quiere decir antes que nada salud, educación, soberanía, descolonización.


El amor con el cual cientos de miles de orientales se han asomado en las calles antes que nada para abrazar Chávez, Kirchner y Lula indica una vez más a Tabaré el camino regional. La ilusión batllista de la pequeña patria ?una ilusión que está aún presente incluso en la izquierda- de la Suiza de América, está a las espaldas de un país que todavía no absorbió el choque de las muertes por hambre en el país donde más carne roja se come en el mundo. El futuro es latinoamericanista como afirma el director de TvSur, la CNN del Sur, Aram Aharonian. Y el nacimiento de TvSur es un pasaje decisivo en las descolonización de las conciencias, el primer proyecto contrahegemónico en materia de comunicación en la historia del continente rebelde.


El primero de marzo montevideano quiere decir muchas cosas. El hielo de la política europea queda en la sombra frente a una política que calienta los corazones y convence las mentes y mira y siembra futuro. El objetivo final es aquello de la segunda independencia, de la descolonización, del fin del imperialismo. La misma ceremonia, en su sencillez de gran fiesta popular, ha dicho muchas cosas. El gran anfitrión ha sido un hombre que en su vida ha celebrado muy pocas ceremonias. Pepe Mujica, guerrillero tupamaro, durante nueve años torturado en un pozo por la dictadura fondomonetarista, jefe hoy del primer partido político del país, Presidente del Senado y desde mañana Ministro ha visto Tabaré jurar en sus manos. La relación que el Pepe Mujica tiene con su pueblo es la gran victoria del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, que desde las cámaras de tortura llegó hoy a ser gobierno.reivindicando y no abjurando su pasado. No son los ?terroristas? tupamaros los derrotados, los que tienen que avergonzarse por su pasado. Son los gobiernos fondomonetaristas, el FMI mismo, que han llevado hambre, muerte y destrucción en la exSuiza de América los que hoy dejan el escenario cubiertos de deshonor.


La dignidad insurrecta de los tupamaros triunfa, el Frente Amplio triunfa y hoy es mayoría en el país, la avidez neoliberal es derrotada y recula, siempre peligrosa, pero como nunca desacreditada.


La seriedad expeditiva de los uruguayos ha simplificado el ritual, y también en las formas hay el sentido de la democracia que lentamente está triunfando. Todos los huéspedes, ministros, jefes de estado, han sido levantados por 4-5 ómnibus en los pasajes entre el Palacio Legislativo y la Casa de Gobierno, a través de los cientos de miles de personas que han llenado la Avenida Libertador. Todos, desde Lula al Príncipe Felipe de Borbón a Nestor Kirchner, se han acomodado amistosamente en los pullman de la empresa EGA, los mismos que van y vienen cotidianamente entre Montevideo y Porto Alegre en la búsqueda de otro Sur posible. Todas las delegaciones menos una han salido en los ómnibus, la estadounidense, que ha ostentado su Zigulí blindada como la de Al Capone para no mezclarse con las otras delegaciones y que ya empezado en mostrarse antipatizante hacia el gobierno popular, en un país donde era ?la embajada?, la que daba órdenes a los cortagargantas del Plan Condor. Pero ya no es tiempo. Treinta años después del genocidio impuesto por el Fondo Monetario Internacional, América Latina tiene una nueva ocasión histórica en el camino de una descolonización necesaria, indispensable, ineludible, inevitable.


Una vez más: ?Festejen, uruguayos, festejen?.

Venezuela: cosa significa la morte del giudice Anderson

L’assassinio a Caracas del giudice Danilo Anderson, segna un prima e un dopo. E non è un caso che sia contemporaneo ad un altro “prima e dopo”: quello della svolta a destra (sic!) della seconda amministrazione Bush.


Danilo Anderson, 38 anni, era il principale giudice che lavorava sui crimini commessi durante il colpo di stato dell’11 aprile 2002, fallito per la spinta delle manifestazioni popolari il 13 aprile che aveva riportato a Miraflores il governo legittimo. I golpisti, mentre lasciavano una scia di sangue di quasi cento morti, fecero in tempo ad essere riconosciuti dal Fondo Monetario Internazionale, dal governo spagnolo di José María Aznar e da quello statunitense di George W Bush. E anche su queste connessioni faceva luce il lavoro di Danilo.


Due anni dopo il governo di Hugo Chávez è infinitamente più forte nel paese, passando di vittoria in vittoria elettorale, dal referendum revocativo alle elezioni amministrative. Ma è infinitamente più forte nella regione. In due anni tutta l’America atlantica ha portato alla vittoria governi critici verso l’impero e amici del Venezuela bolivariano. Dopo quello giustizialista in Argentina e quello petista in Brasile, si somma adesso l’Uruguay del Frente Amplio. Questo giunge al governo con un mandato popolare forte accompagnato da un indirizzo preciso sancito dal referendum popolare contro la privatizzazione dell’acqua.


Il confronto adesso si trasforma in scontro. Negli Stati Uniti vincono infatti quelli che definiscono i governi progressisti latinoamericani come “Nuovo asse del male” e minacciano l’apocalisse. A Santiago del Cile domenica 22, George W Bush ha incoronato (doppio sic!) Ricardo Lagos leader naturale della regione, in barba alla storia, alla geopolitica e all’economia. Ma Ricardo Lagos, insieme al colombiano Uribe, che ammazza o fa ammazzare l’85% dei sindacalisti che cadono nel mondo, è l’unico uomo del sud che continua ad essere sacerdote ortodosso della religione del neoliberismo.


Il mese scorso il terrorista e organizzatore di squadroni della morte in Salvador e Nicaragua, Posada Carriles è stato amnistiato a Panamá e adesso sverna felice a Miami, giocando a golf con Otto Reich, l’uomo che ha gestito il colpo di stato in Venezuela. Contemporaneamente Bush riceve amichevolmente l’ex presidente Carlos Andrés Pérez -una fortuna alle Barbados- che da due anni spinge all’uso della forza contro il governo democratico di Hugo Chávez.


E’ naturale che sia venuto adesso il momento del terrorismo come penultima arma contro il Venezuela bolivariano delle scuole rurali e degli ambulatori nei ranchitos. Danilo Anderson era una specie di Giovanni Falcone venezuelano. E’ morto in circostanze altrettanto drammatiche, assassinato da quelle forze golpiste legittimate allora come oggi da Bush, Aznar e dall’FMI. Tra trent’anni la grande democrazia statunitense confermerà le nostre illazioni di oggi aprendo gli archivi agli studiosi. Ogni anno succede. Nel 2003 gli archivi di Washington rivelarono che tutto quello che per trent’anni s’era scritto sull’11 settembre era vero.


Tra trent’anni leggeremo di Danilo Anderson. Avrebbe avuto 68 anni Danilo nel 2034, quando la grande democrazia statunitense probabilmente ammetterà di avere armato i suoi assassini. Oggi, il suo assassinio, così puntuale, è molto probabilmente il primo atto politico della seconda amministrazione Bush verso l’America Latina.