giovedì 02 settembre 2010, 17:41

Gli articoli con tag: " Fondo Monetario Internazionale "

A otto anni dal golpe militare in Venezuela

L’11 aprile 2002, la confindustria locale, i vertici della chiesa cattolica, le televisioni, l’esercito venezuelano con l’appoggio materiale e l’indirizzo politico del governo degli Stati Uniti di George Bush, della Spagna di José María Aznar e del Fondo Monetario Internazionale realizzavano un sanguinoso colpo di stato a Caracas ponendo a capo della dittatura il capo della Confindustria Pedro Carmona Estanga e mettendo, secondo loro, fine all’esperienza bolivariana. Il golpe doveva restaurare il dominio del fondomonetarismo in America latina e mantenere col sangue il cosiddetto “Consenso di Washington” neoliberale.

Non avevano fatto i conti con il popolo venezuelano. Questo si mobilitò a milioni, passandosi la parola di bocca in bocca e di casa in casa, scese in piazza, affrontò le pallottole dei sicari e degli squadroni della morte, pagando spesso con il sangue il proprio diritto a vivere in pace finché il 13 aprile riportò a Miraflores il presidente legittimo Hugo Chávez Frías.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

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Il giorno dell’insurrezione pacifica in Honduras?

090921224816_sp_apoyo_zelaya_afp_226x283 In questo momento in Honduras è notte ma i nostri contatti in Honduras sostengono che oggi sarebbe il gran giorno del ritorno al governo di Mel Zelaya riportato al palazzo presidenziale da centinaia di migliaia di persone che stanno confluendo verso la capitale da ogni angolo del paese.

Finora non ci sarebbero stati colloqui né dialogo con i golpisti ma un solo messaggio: “resa incondizionata entro 24 ore”.

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Riflessioni su Ground Zero: fotografare il buco

Scrivo di getto, senza rileggere. La notizia è di quelle che, ripetute, scuotono. E non so tacere. Lo annunciano, ad ogni anniversario, settimanali on line e carta stampata, gente di destra e gente di sinistra, stampa di cui fidarsi, e fa piacere: il nuovo anno zero è nato a New York, tra ciò che resta del tragico Ground zero. Dopo le olimpiadi classiche e Roma fondata, dopo il prodigio di Betlemme e la fuga di Medina, da qualche anno c’è il mistero di New York. Siamo all’anno otto e San Silvestro cade ora l’undici settembre. I tempi sono quelli che sono e incontrare un punto fermo non è cosa da poco. D’accordo, l’evo nuovo parte da un buco, un vuoto, un lutto difficile da elaborare, ma è pur sempre qualcosa. D’altro canto, cosa chiedere a un anno zero partorito dall’orrido accoppiamento di cumuli di detriti con resti umani – migliaia di non identificati ci hanno detto con macabra pignoleria – in un vuoto circondato da bandiere e bancarelle, dove turisti scattano foto morbose e comprano salsicce?

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Nel Messico ridotto alla carestia esploderà nel 2010 una nuova Rivoluzione?

hidalgo Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.

Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.

E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.

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Il giallo dei due giapponesi con bond americani da 134,5 miliardi di dollari

E’ passato in sordina un inquietante scandalo internazionale scoperto alla dogana di Chiasso. Come mai? Cosa nasconde?

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Riforma Gelmini dell’Università in anteprima: rinnovamento a costo zero o macelleria sociale?

gelmini Il testo del disegno di legge delega che riforma profondamente l’Università italiana sarà portato dal Ministro Mariastella Gelmini nell’imminente prossimo consiglio dei ministri per andare quindi in Parlamento. Non se ne parla affatto perché sta bene un po’ a tutti, governo, opposizione e perfino alla conferenza dei Rettori.

Ma è bene che se ne discuta nel paese perché concerne il principale strumento che ha l’Italia per restare nella pattuglia dei paesi più avanzati. Affossato (o affossatosi o era semplicemente un miraggio) il movimento dell’Onda, il dibattito nelle università e nel paese è stato in questi mesi azzerato per trasferirsi in ristrettissime commissioni vicine al ministro.

Ma il progetto Gelmini rappresenta un cambio paradigmatico della nostra università. Questa diviene una sorta di mostro unico al mondo, né privata né pubblica, ovvero resta pubblica ma il controllo viene assegnato ai privati. Inoltre, come già successo per la scuola, minaccia di bruciare un’intera generazione di giovani ricercatori. Giornalismo partecipativo ha letto in anteprima il testo del disegno di legge e lo analizza punto per punto.

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Emilio Eduardo Massera, un altro demente

demente

Come Augusto Pinochet, anche l’ex-dittatore argentino Emilio Eduardo Massera (nella foto con Jorge Rafael Videla) è stato dichiarato “demente” (ora?) dalla giustizia di Buenos Aires per evitare che paghi le proprie colpe.

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Le democrazie latinoamericane esigono a Barack Obama, la fine delle ingerenze, il rispetto del diritto internazionale e la fine dell’embargo contro Cuba

ObamaGaleano Cristina Fernández de Kirchner, presidente argentina, ha sintetizzato al suo omologo statunitense Barack Obama quello che tutto un continente pensa: “la fine dell’embargo contro Cuba non può essere un punto di arrivo di un percorso ma una precondizione” per iniziare a costruire relazioni di mutuo rispetto nel Continente.

Non sarà solo l’affabilità e perfino l’umiltà che sta dimostrando Barack Obama in queste ore a Trinidad e Tobago, per il Vertice delle Americhe, a sanare le ferite storiche di 170 anni di dottrina Monroe. Non sarà con una richiesta di voltare pagina e di “un nuovo inizio”, pur necessari, che si potranno lasciare alle spalle decenni di destabilizzazioni, colpi di Stato, complotti, assassinii, invasioni, crimini contro l’umanità, spoliazioni, imposizioni di patti leonini contro il Continente attraverso quell’aberrazione che è stata il “Consenso di Washington”, quel meccanismo perverso per il quale politiche e politici di paesi democratici o dittature potevano essere sommerse o salvate solo con l’imprimatur di una potenza straniera.

Non sarà con il ristabilimento di relazioni diplomatiche, con il Venezuela oggi (ed è un grande successo del Vertice di Trinidad), con Cuba forse domani, che recupererà credibilità il paese che per 60 anni ha imposto e tuttora sponsorizza all’America latina e al mondo il Fondo Monetario Internazionale come strumento di dominio neocoloniale.

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Incontro con Tariq Ramadan

Tariq Ramadan e Alex Glarey (Aosta, espace populaire)
Ieri sera, all’espace populaire di Aosta, si è svolto un incontro con Tariq Said Ramadan, intellettuale e professore universitario, sul tema La globalizzazione neoliberista, strategie di resistenza e l’islam. Ramadan, svizzero di origine egiziana, è cresciuto e si è formato in Europa, per poi studiare scienze islamiche al Cairo.

Accettando di correre il rischio di utilizzare toni un po’ retorici, lo si potrebbe definire un anello di congiunzione tra due culture diverse, che oggi troppo spesso sono contrapposte in maniera strumentale dalla politica e dai media. Il discorso di Ramadan e la chiacchierata che ne è seguita hanno preso le mosse dal sistema economico mondiale e dalle possibilità di resistere a un liberismo che uccide, ma poi, inevitabilmente, abbiamo finito per mettere a confronto due universi, occidente e islam, che oggi s’incrociano continuamente, senza per questo conoscersi davvero.

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Obiezione

brunetta E’ tutto lì, sul minacciato web. Può sembrare vita virtuale, ma è dolore, ferocia, barbarie: Genova, il sangue sul selciato, la furia cilena di Bolzaneto e, in un crescendo, la guerra contrabbandata per pace e la Costituzione violata, il cittadino espropriato del diritto di eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento, l’ecatombe d’immigrati nel "mare nostrum", il diritto d’asilo negato, la scuola, l’università e la ricerca ridotte alla fame, i poliziotti alla testa di bande fasciste a Piazza Navona. Tutto lì, come l’Europa di Altiero Spinelli trasformata in braccio armato del capitale, pronta a dar segno di sé solo quando una qualche sanguisuga s’inventa direttive alla Bolkestein per alterare il rapporto tra capitale e lavoro, i grandi commissari del Fondo Monetario Internazionale decidono della fame e della sete, i cervelloni di Lisbona mercificano il sapere e i tecnocrati che governano la finanza europea fanno da cerniera tra crisi, profitto e sfruttamento. Tutto lì sul minacciato web: i sacrifici imposti per alimentare la rapina delle banche, l’ingiunzione a lavorare di più e a rinunziare a diritti, salari, sicurezza e futuro.

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Dieci anni di Hugo Chávez in Venezuela, tempo di bilanci

hugo_chavez-01 Ha dimezzato la povertà e la disoccupazione in uno dei paesi più ricchi e ingiusti del mondo. Una straordinaria sollevazione popolare lo ha fatto sopravvivere ad un colpo di Stato organizzato da George Bush, da José María Aznar e dal Fondo Monetario Internazionale. Ha costruito un sistema mediatico equilibrato laddove aveva voce solo il “pensiero unico”, è stato il primo capo di stato a dire che il neoliberismo era un crimine e aveva fallito ed è stato uno dei padri dell’integrazione latinoamericana. Adesso, finita la bonanza degli alti prezzi del petrolio riuscirà a mantenere la promessa di un Socialismo del XXI secolo?

abn-04-11-2006-puerto05 C’è un dato che non può essere eluso quando si parla di bilanci per i dieci anni di governo di Hugo Chávez. Secondo il CEPAL, l’istituto di studi economici delle Nazioni Unite, l’azione del suo governo ha portato al crollo degli indici di povertà dal 50 al 30% e quelli di indigenza dal 21.7 al 9.9%. Che piaccia o no a chi parla di regime, di caudillo e trama da anni per rovesciarlo con ogni mezzo antidemocratico, oggi milioni di venezuelani ridotti alla disperazione dal sistema neoliberale della IV Repubblica, hanno ritrovato speranza e dignità.

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Fidel, Cristina e Barack, che il pugno degli Stati Uniti diventi una mano tesa verso l’America latina

na01fo01 Che il presidente della Repubblica argentina, Cristina Fernández de Kirchner, scelga di andarsene a Cuba il giorno dell’insediamento del Presidente degli Stati Uniti e incontri l’influente pensionato Fidel Castro, che da settimane la solita grande stampa dava in coma o già morto, e lo trovi in ottime condizioni, è di per sé una notizia.

Ma il rilievo politico non sta tutto nell’incontro, nel peso politico della visita ufficiale del primo presidente argentino dopo Raúl Alfonsín 23 anni fa, sta nel segnale lanciato da Argentina e Cuba all’uomo appena insediatosi alla Casa Bianca. Per Fidel è “un uomo sincero” e “con buone idee”.

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Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione

santoroGiovedì sera è andata in scena ad “Anno Zero”, in una trasmissione dedicata ai giovani e Gaza, una rappresentazione chiara del bivio di fronte al quale si trova il più di massa dei media, la televisione. Non è in questa sede importante riprendere le polemiche e giudicare il plotone di esecuzione schierato in queste ore contro Michele Santoro e gli arcangeli e i serafini in fila a santificare Lucia Annunziata. Ma è importante fare un altro tipo di riflessione che concerne il medium.

Chi va in televisione può fare tre tipi diversi di cose. Può performare, ovvero dimostrare cosa sa fare o cosa conosce, ballare, cantare, far ridere, rispondere a quiz come a “Lascia o Raddoppia”. Può narrare, raccontando fatti reali o inventati, in un reportage o in una telenovela. O infine può conversare, dei massimi sistemi, in maniera aulica o del più e del meno, giù giù fino a “Porta a porta”.

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