di Gennaro Carotenuto, domenica 19 luglio 2009, 23:05
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Italia, Primo piano
A guardare i TG (in questi giorni ogni tanto mi tocca perfino Minzolini) sembra di vivere nell’Italia umbertina con Pinocchio portato via in catene dai gendarmi con i mustacchi e il pennacchio.
Sublime l’intercettazione (ma non dovevano essere proibite?) della telefonata tra i due camorristi che testualmente si dicono: “prima ne entrava uno e ne uscivano dieci. Adesso ne entrano dieci e non ne esce nessuno”.
Neanche nei Sopranos… Manca solo che si alzino gli effetti di “meno male che Silvio c’è”.
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di Gennaro Carotenuto, martedì 7 luglio 2009, 10:20
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America latina, Primo piano
Se una sconfitta del genere fosse toccata ad un paese governato dalla sinistra o dal centro-sinistra (come in Argentina appena sette giorni fa) ci sarebbero i titoloni sui giornali mainstream anche in Italia. Ma la sconfitta dura ed inequivocabile del partito di destra del PAN del presidente Felipe Calderón nelle elezioni parlamentari e amministrative in Messico, viene completamente ignorato dai media. E invece è una sconfitta pesante per uno dei pochi governi importanti ancora ortodossamente neoliberali e allineati a Washington in America latina.
Nonostante ciò è una sconfitta che lascia ben poco da celebrare: va malissimo il Partito Rivoluzionario Democratico e vince l’eterno PRI, il Partito Rivoluzionario Istituzionale (che festeggia in foto), che con difficoltà potremmo definire centrista, ma che oggi si proclama socialdemocratico e rinnovato. L’astensione intanto sfiora il 60% e il voto nullo si organizza e raddoppia.
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di Gennaro Carotenuto, sabato 27 giugno 2009, 10:52
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Senza categoria
Puntos de vista distintos siempre los ha habido y los habrá… Tal vez para algunos en Honduras es el ejército el que está salvando a la patria del comunismo (¿no he oído esto en otro sitio antes?), pero es indispensable estudiar cómo explica lo que está aconteciendo ahora en Tegucigalpa el periódico madrileño El País, única fuente en la que se suele basar el parecer de muchos comentaristas europeos de América Latina.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 26 giugno 2009, 12:44
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America latina, Pianeta Terra
Per carità, punti di vista… magari per qualcuno in Honduras è davvero l’esercito che sta salvando la patria dal comunismo (dove ho già sentito questa storia?) ma è indispensabile studiare come il quotidiano madrileno “El País”, l’unica fonte sulla quale in genere si forma l’opinione di molti “opinion makers” italiani sull’America latina, spiega quanto sta accadendo in queste ore a Tegucigalpa.
Come analizziamo nel dettaglio “El País” esce rapidamente dalla legittimità della diversità dei punti di vista, per entrare nel territorio del falso e del tendenzioso che ci mette di fronte a una vera imperdibile lezione di disinformazione offerta dal quotidiano spagnolo:
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In Messico quella che noi chiamiamo “mascherina” si chiama anche “tappabocca”. E i messicani, che in 5.000 anni di rigogliosa storia ne hanno viste di carestie, guerre ed epidemie indotte, fin da quella dei conquistadores, non hanno perso né la capacità di riflettere né la lingua tagliente e non si fanno tappare la bocca neanche dalla presunta nuova pandemia. A Città del Messico, poco dopo la scossa di terremoto dell’altro giorno girava (ovviamente di bocca in bocca) una battuta fulminante: “Cos’ha detto il Messico all’influenza? Uuuhhh, guarda come tremo”.
Oramai sembra evidente che i numeri delle prime ore, complice l’effetto valanga del sistema mediatico mainstream locale (Azteca e Televisa, un duopolio privato che il nostro a confronto è zucchero) e internazionale, erano stati gonfiati e i morti, che per un breve momento erano saliti per bocca dello stesso presidente Felipe Calderón a 159, sono stranamente precipitati ad appena una ventina.
Una ventina concentrati un una megalopoli di venti milioni di abitanti, dove una dozzina di decessi vengono dai quartieri più poveri e in un contesto dove qualunque influenza che si rispetti fa un numero di vittime ben maggiore. Dopo l’antrace e l’aviaria anche la suina, ribattezzata influenza A o H1N1 per neutralizzarne il nome (si dice su ordine della multinazionale della carne suina Smithfield Food Inc.), sta retrocedendo dalla categoria di “pandemia” a quella di psicosi indotta dai media e dal governo.
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Cristina Fernández de Kirchner, presidente argentina, ha sintetizzato al suo omologo statunitense Barack Obama quello che tutto un continente pensa: “la fine dell’embargo contro Cuba non può essere un punto di arrivo di un percorso ma una precondizione” per iniziare a costruire relazioni di mutuo rispetto nel Continente.
Non sarà solo l’affabilità e perfino l’umiltà che sta dimostrando Barack Obama in queste ore a Trinidad e Tobago, per il Vertice delle Americhe, a sanare le ferite storiche di 170 anni di dottrina Monroe. Non sarà con una richiesta di voltare pagina e di “un nuovo inizio”, pur necessari, che si potranno lasciare alle spalle decenni di destabilizzazioni, colpi di Stato, complotti, assassinii, invasioni, crimini contro l’umanità, spoliazioni, imposizioni di patti leonini contro il Continente attraverso quell’aberrazione che è stata il “Consenso di Washington”, quel meccanismo perverso per il quale politiche e politici di paesi democratici o dittature potevano essere sommerse o salvate solo con l’imprimatur di una potenza straniera.
Non sarà con il ristabilimento di relazioni diplomatiche, con il Venezuela oggi (ed è un grande successo del Vertice di Trinidad), con Cuba forse domani, che recupererà credibilità il paese che per 60 anni ha imposto e tuttora sponsorizza all’America latina e al mondo il Fondo Monetario Internazionale come strumento di dominio neocoloniale.
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A 48 anni d’età il presidente degli Stati Uniti Barack Obama (nella foto ieri con Felipe Calderón) viaggia per la prima volta alla scoperta di un’America latina che lo guarda tra la simpatia e lo scetticismo. Dal Messico viaggia oggi a Trinidad e Tobago dove parteciperà fino a domenica, tra altri 33 capi di stato suoi pari, al Vertice di un continente americano non più dipendente dal “consenso di Washington”. Il ritiro di alcune delle misure più crudeli contro Cuba e l’ammissione di responsabilità di Hillary Clinton ("per il 90%" ha detto) per la guerra civile del narcotraffico in Messico sono appena un piccolo passo per riequilibrare un secolo di relazioni diseguali che il presidente non ha probabilmente la forza di modificare.
Nell’eterno ciclo del bastone e la carota della maniera di gestire le relazioni con l’America latina, per gli Stati Uniti, un paese al punto più basso di credibilità in decenni, qualcuno si illude che stia per tornare il ciclo della carota. Carota come all’epoca del “buon vicinato” rooseveltiano e in quella, solo millantata, dell’ “Alleanza per il progresso” kennediana. Forse ne sapremo qualcosa di più nei prossimi tre giorni a Trinidad ma tutto lascia prevedere che nella migliore delle ipotesi quella di Obama sarà una carota particolarmente insipida con gli Stati Uniti travolti dalla crisi strutturale del neoliberismo che tuttavia non smettono di promuovere nel loro ex giardino di casa.
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di Redazione, giovedì 26 marzo 2009, 09:51
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America latina, Media
Alle 11.30 a Radio3 Mondo, Radio3Rai, Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto sull’incontro tra Hillary Clinton e Felipe Calderón e sul narcotraffico tra Messico e Stati Uniti. Ascolta la trasmissione qui.
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di Gennaro Carotenuto, lunedì 23 febbraio 2009, 06:01
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America latina, Media
Oggi alle 11.40, Radio3Mondo, Radio3Rai l’antropologa Chiara Calzolaio, probabilmente la studiosa italiana che più si è dedicata a Ciudad Juárez, parlerà di Messico, femminicidi, narcotraffico e violenza. E’ segno che qualcosa si muove nell’informazione italiana. A questo LINK (minuto 13) la testimonianza di Chiara Calzolaio ad Anna Maria Giordano sulla vita a Juárez e la sua analisi sulla situazione messicana.
Un segno come quello di sabato alle 19 quando il TG3 ha finalmente parlato di “guerra civile in Messico”. Che mi risulti è la prima volta che un media mainstream italiano utilizzi questo termine, “guerra civile”, che Giornalismo partecipativo spende da anni di fronte alla tragedia messicana che solo nel 2008 ha causato 5.600 morti, un terzo dei quali a Ciudad Juárez.
Purtroppo però c’è anche il pessimo giornalismo. Come quello de “l’Espresso” che nel n. 7 a p 42 pubblica un servizio di primo piano dal titolo: “Miss alla cocaina”. Sottotitolo: “Belle, vistose, fatali. Si trovano sempre più donne ai vertici dei cartelli della droga in centro e sudamerica. Vogliono la ricchezza facile…”. Sul dilagare del narcotraffico in paesi amici dell’Occidente, il Messico e la Colombia, sulle infiltrazione nella politica, sugli enormi guadagni che garantiscono anche nel Nord del mondo c’è la censura assoluta (salvo dar tutta la colpa alle FARC o a Hugo Chávez). E allora se ne può parlare collateralmente solo ammiccando a un po’ di pruriggine e voyerismo.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 18 febbraio 2009, 09:33
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America latina, Pianeta Terra
Ucciso il capo della polizia a Ciudad Juárez, l’epicentro della catastrofe messicana.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 28 gennaio 2009, 09:04
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America latina, Pianeta Terra, Primo piano
Il Foro Sociale Mondiale era considerato dai grandi media il contro vertice rispetto al Foro Economico Mondiale di Davos in Svizzera. Era il momento di quando ancora si credeva che tutto fosse cominciato a Seattle.
Poi quando fu chiaro che tutto (il movimento critico al neoliberismo allora imperante) era cominciato tra il Chiapas, il Caracazo, Porto Alegre e il V Centenario della conquista dell’America, tra i movimenti sociali europei, presto in franco riflusso, i più se ne disinteressarono.
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di Annalisa Melandri, domenica 21 dicembre 2008, 21:46
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Dialoghi
di Annalisa Melandri
“Ieri eravamo una colonia ma domani possiamo essere una grande comunitá di paesi strettamente uniti. La natura ci ha dato ricchezze incalcolabili e la storia ci ha dato radici, lingua, cultura e vincoli comuni, come in nessun’altra regione della Terra”
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La storia dei “falsi positivi” in Colombia, della quale diamo conto oggi per Latinoamerica (e non è la prima volta), è una di quelle che dovrebbe provocare una sollevazione morale nella stampa e nell’opinione pubblica. Anche italiana, visto che ha saputo commuoversi per la storia a lieto fine di Ingrid Betancourt.
Il presidente colombiano Álvaro Uribe, il politico latinoamericano più amato dalla stampa internazionale, ha causato la morte di almeno 1.157 persone innocenti, completamente estranee alla guerriglia, perché la logica della “guerra al terrorismo” post 11 settembre pagava un tanto per ogni cadavere.
Così centinaia di cittadini inermi sono stati sequestrati dall’esercito, assassinati, quindi rivestiti con una tuta mimetica con il simbolo della guerriglia delle FARC per permettere agli assassini di passare all’incasso. Omicidi pagati dallo Stato colombiano e, al di sopra di questo, dal governo degli Stati Uniti.
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di Annalisa Melandri, martedì 18 novembre 2008, 07:57
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America latina
La recente visita in Messico del presidente colombiano Álvaro Uribe è stata “altro” da quello che hanno raccontato in questi giorni i quotidiani messicani e latinoamericani.
Formalmente Uribe sembrerebbe essersi recato in Messico per chiedere al suo omologo Felipe Calderón un aiuto per sollecitare agli Stati Uniti lo sblocco del TLC la cui firma è congelata ormai da mesi.
“Tutto quello che potrà dire Calderón alle orecchie delle autorità, dei mezzi di comunicazione e del popolo nordamericano, potrà essere di grande aiuto per la Colombia. Ho chiesto questo aiuto al presidente Calderón” ha spiegato Álvaro Uribe lunedì 10 novembre, nel corso della sua terza e ultima giornata di visita in Messico.
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Oramai il Messico è il più grande narcostato del mondo, peggio della Colombia. Se in tutto il 2007 i morti della guerra tra cartelli sono stati 2.700, ieri è stato reso noto che nei primi otto mesi del 2008 si è già arrivati a 3.000 morti. Esecuzioni di gruppo, teste mozzate, vere battaglie con armamento da guerra, fiumi di denaro che inquinano la vita pubblica, sono la cifra di una guerra totalmente ignorata dalla stampa italiana.
Il Messico così è ormai un inferno dove la popolazione è stretta tra i narcos, la crisi economica e pezzi dello Stato apertamente complici dei cartelli della droga. E intanto il 40% della popolazione (corrispondente agli abitanti della Spagna) pensa seriamente d’andarsene già che il paese, governato dalla destra neoliberale e filo statunitense di Felipe Calderón, da una parte usa senza successo il pugno di ferro e dall’altra è infiltrato profondamente dai narcodollari.
Un messicano su cinque dichiara di conoscere personalmente un narcotrafficante; per quattro su cinque il narcotraffico è già parte della cultura nazionale. Gruppi musicali come “los tigres del norte” o temi come “Contrabando y traición” sono da decenni capostipiti di un genere musicale di successo, il narcocorrido. I narcos hanno perfino un santo protettore, san Jesús Malverde (nell’immagine), originario di Sinaloa. Ma la cultura narco non è solo un genere di intrattenimento paragonabile a quello dei nostri neomelodici. Un messicano su dieci dichiara di essere stato vittima di episodi di violenza attribuibili al narcotraffico e uno su tre conosce qualcuno che ne è stato vittima.
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