Di fronte al selvaggio assalto da parte di paramilitari ad una carovana di movimenti sociali a San Juan Copala, ripubblico il reportage di fine gennaio da me realizzato a Oaxaca, completamente dimenticata dai media nonostante la repressione non si sia mai fermata. Oggi se ne parla solo perché sarebbe stato sequestrato (notizia poi smentita) un militante italiano e assassinato un finlandese. Fino a quando farà notizia solo il Venezuela e mai il Messico o la Colombia?
OAXACA – Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore il prossimo 5 luglio. Ruiz, dopo anni di appropriazioni indebite dalle casse dello Stato, appare ancora più forte tanto a livello locale come nazionale, dove è uno dei simboli del revanscismo priista che punta a tornare a governare il Messico (dopo averlo fatto per 70 anni fino al 2000) approfittando della crisi del PAN di Felipe Calderón. Invece i movimenti social e tutta la sinistra, che continuano a subire una brutale e silenziosa repressione, hanno perso forza e sono divisi tra un’ala dura e un’altra dialogante accusata dalla prima di essersi fatta cooptare e a volte comprare dallo stesso governo. Quello che si vede visitando Oaxaca oggi è una sorta di “meno male che Ulises c’è”.
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di Gennaro Carotenuto, sabato 27 marzo 2010, 10:57
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Castellano
El sueño de la industrialización neoliberal se transformó en pesadilla. Ciudad Juárez, la de las maquiladoras y los feminicidios, frontera entre el norte y el sur del mundo, es hoy la ciudad más violenta del planeta. En los últimos dos años la guerra entre narcos, en la que está involucrado el ejército, ya causó 4.600 muertos y 100 mil refugiados.
Por Gennaro Carotenuto y Chiara Calzolaio desde Ciudad Juárez para Brecha
LLEGANDO A CIUDAD JUÁREZ desde el sur, la última hora de avión muestra con creciente angustia uno de los desiertos más áridos del mundo. No era así antes, cuentan los pocos lugareños autóctonos. Juárez tenía 30 mil habitantes en 1930, 300 mil en 1970, 1,5 millones en 2000, y perdió varias batallas por el control del agua del Río Bravo con El Paso, que desde 1848 pertenece a Texas.
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Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.
Terza e ultima parte, la prima parte può essere letta qui, la seconda qui.
Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez
STATO D’ASSEDIO Da quando è stato eletto, il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra al narcotraffico. La sua strategia non consiste nell’investire nella società civile e nella legalità ma nella militarizzazione del territorio attraverso il controverso esercito messicano. Questo è costruito per occuparsi dell’ordine interno e in molteplici contesti si è dimostrato essere pienamente coinvolto nel narcotraffico che dovrebbe combattere. Lo dimostra il fatto che il 16 dicembre 2009, a Cuernavaca (centinaia di km dal mare nello stato di Morelos), la DEA statunitense sia ricorsa alla Marina, nell’operazione per detenere e uccidere Arturo Beltrán Leyva, alias “il capo dei capi”. Questo, quella sera stessa, aspettava a cena il generale Leopoldo Díaz Pérez, responsabile militare dell’intera regione.
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Ho passato quasi un paio degli ultimi quattro mesi in Messico e varie volte mi sono trovato con black-out elettrici, per fortuna mai lunghissimi. Da quando sono ritornato in Italia la situazione è ulteriormente e di molto peggiorata. Negli ultimi tre giorni ampie zone del centro della Città del Messico sono state per ore senza luce. A Coyoacán, uno dei quartieri bene del sud della città, venerdì e sabato ci sono state almeno una ventina di interruzioni di servizio per un totale di varie ore, con i semafori saltati e vari servizi essenziali nel caos. E’ una cosa grave, con risvolti politici che brevemente vale la pena verificare, ma che si dimostra soprattutto l’ennesimo caso di disinformazione.
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Inaugurata nello Zócalo di Città del Messico dal presidente Felipe Calderón la grande mostra fotografica “México en tus sentidos” che dà il via alle grandi iniziative previste per il bicentenario del paese e realizzata da Willi Souza in una struttura metallica costruita dall’architetto Sordo Madaleno. “Poesia visuale con tecnologia” viene definita. È la prima occasione per capire come il paese ufficiale (e Televisa che sponsorizza) vuole presentare sé stesso a cento milioni di messicani ed al mondo intero. È meravigliosa, ma per celebrare il bicentenario offre un Messico ad una dimensione: il passato, il folklore, la tradizione, perfino la colonia. Si cancella il XX secolo in un paese che guarda al futuro con angoscia.
CITTÀ DEL MESSICO Lo spazio espositivo è di prim’ordine. Occupa uno spazio di circa un quarto dell’enorme piazza dello Zócalo, il cuore del paese, e appare come una sorta di gigantesca piramide arancio e nera in due navate preispaniche nella forma ma modernissime nella concezione. Dopo una congrua coda, quando la mostra si chiuderà l’avranno vista in milioni, si accede nella sequenza di sale che compongono la grande esposizione.
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CIUDAD JUÁREZ – Per la prima volta il massacro di 15 studenti il 31 gennaio ha costretto il governo messicano a mettere (almeno formalmente) la faccia a Ciudad Juárez. Felipe Calderón è andato due volte in pochi giorni nella città, ha promesso pochi e tardivi interventi ma soprattutto più militarizzazione.
Con 4.600 morti ammazzati in 25 mesi, la città alla frontiera nord tra Chihuahua e Texas è il posto più violento al mondo, più di Baghdad o Kabul. Alla guerra tra narcos si sovrappongono altre guerre nelle quali esercito e polizie che occupano militarmente la città sono parte in causa e non forza di interposizione e dove un milione e mezzo di persone sono incerte tra resistere e fuggire da un modello economico fallito e che non offre più alcuna opportunità.
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Nei prossimi giorni corrispondenze e reportage da Ciudad Juárez.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 6 gennaio 2010, 17:14
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America latina, Clima, energia, scienza, Consumi, Diritti civili, Migranti e integrazione, Neoliberismo, Precarietà, Primo piano, Sottosviluppo
CITTÀ DEL MESSICO – L’anno per i messicani, quelli delle classi medie e popolari s’intende, è cominciata con una rabbia ancora sorda e con una preoccupazione diffusa. In un continente dove le tasse dirette sulla ricchezza sono semplicemente risibili, l’aumento dell’IVA al 16% dal primo gennaio suona come una beffa e una nuova ingiustizia. Così il governo di Felipe Calderón, che ha sulla coscienza già 16.000 morti in tre anni nella guerra del narcotraffico nella quale lo stato, la politica, l’esercito sono parte in causa, ha scelto su quali spalle far pesare l’assoluta incapacità del suo governo e del modello neoliberale di risollevare il paese: quegli 80 milioni di messicani che già hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Che però reagiscono: alla chiusura di questo articolo, l’alba di martedì in Messico, decine di blocchi stradali sono segnalati nelle principali strade del paese.
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Assalti ai media partecipativi e alle associazioni sospettate di favorire il boicottaggio proclamato dalla Resistenza delle elezioni farsa benedette dal Dipartimento di Stato. Mentre in Uruguay, contemporaneamente, le elezioni sono davvero una festa della democrazia in un altro punto della “Patria grande latinoamericana”, l’Honduras, le elezioni sono la fine della democrazia.
Tegucigalpa si sveglia oggi in un’alba tragica nella quale ancora una volta, nella piena logica alla George Bush di esportazione della democrazia, ed esattamente come è avvenuto in Afghanistan, si svolgono “elezioni pur che siano”. Con brogli, senza opposizione, senza osservatori internazionali, mentre si violano i diritti umani. Non importa.
Se qualcuno va a votare, vedremo quanti saranno, allora il simulacro di democrazia è mantenuto anche se ad imporlo sono gli squadroni della morte. Era la filosofia di Donald Rumsfeld e lo rimane per Hillary Clinton.
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di Fabrizio Lorusso Mex, mercoledì 18 novembre 2009, 00:26
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Senza categoria
La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto
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Per il fiume di popolo che questa settimana è tornato a scendere in piazza a Città del Messico e in 35 altre città del paese ci sono in ballo ben più dei 44.000 posti di lavoro della compagnia elettrica “Luz y Fuerza del Centro” (LyFC), liquidata come un ferro vecchio dal presidente Felipe Calderón lo scorso 10 ottobre e che da allora sono in resistenza.
Mentre i lavoratori dell’elettricità, senza stipendio da un mese, resistono all’idea di trasformarsi in padroncini di una giungla di microimprese deregolamentate, così come vuole il governo, il grande popolo di quelli che stanno pagando un prezzo troppo duro nel Messico neoliberale, dove il presidente Calderón è solo a metà del mandato, è sceso in piazza.
E’ un passo indispensabile verso uno sciopero generale da molti evocato ma difficilissimo da realizzare soprattutto per le debolezze, divisioni ed opportunismi della classe politica.
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di Gennaro Carotenuto, domenica 30 agosto 2009, 19:00
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America latina, Neoliberismo, Primo piano
Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.
Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.
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di Alessandro Vigilante, mercoledì 19 agosto 2009, 00:08
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Dialoghi
Il Presidente del Messico Felipe Calderón, in visita ufficiale in Brasile, ha rilasciato oggi (18/08/09) un´intervista alla Folha de São Paulo, maggior quotidiano brasiliano, in cui ha indicato come principale causa della crisi – che porterá il suo paese a marcare una perdita del PIL dell´ordine del 7 o 8% – l´eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti; rivendicando quindi la necessitá di una maggiore “diversificazione” politica, commerciale e diplomatica del Messico rivolta verso l´America del Sud.
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Il presidente messicano Felipe Calderón per la seconda volta ospita Barack Obama (insieme al primo ministro canadese Stephen Harper) nel vertice dei paesi nordamericani e per la seconda volta incassa una sconfitta sul tema che più duole alle classi popolari del paese: la condizione dei migranti da El Paso in su.
L’emigrazione messicana è restata infatti sullo sfondo del vertice di Guadalajara. Obama non vuole e non può parlare di regolarizzazione dei clandestini e irregolari prima del 2010 e chissà quanto altro ancora ci vorrà per alleviare la condizione di quella dozzina di milioni di messicani che, soprattutto dopo il distruttivo trattato di libero commercio del nordamerica del 1994, sono stati obbligati a lasciare il paese tentando la sorte con o senza documenti nel vicino del Nord.
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di Alessandro Vigilante, sabato 8 agosto 2009, 21:12
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Dialoghi
FERNANDO EXMAN, Reuters, Brasília, 05/08/2009 – 08h54
Il governo brasiliano, ieri 04/08/09, ha richiesto maggiore fermezza degli USA negli sforzi per restituire il potere al presidente deposto dell´Honduras, Manuel Zelaya, ha affermato l´assessore della Presidenza della Repubblica del Brasile per gli assunti internazionali, Marco Aurélio Garcia.
Garcia ha detto che l´argomento ha fatto parte della conversazione che ha avuto con il consigliere alla Sicurezza Nazionale degli USA, Generale James Jones.
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di Annalisa Melandri, martedì 21 luglio 2009, 08:23
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Diritti umani, Guerre infinite
L’Interpol, su richiesta del governo colombiano, ha emesso nei giorni scorsi una così detta ficha roja, un mandato di cattura internazionale contro Lucía Morett, la giovane messicana sopravvissuta ma rimasta gravemente ferita, nel bombardamento effettuato dall’Esercito colombiano contro un accampamento delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, avvenuto il 1 marzo 2008 a Sucumbíos, in territorio ecuadoriano, dove oltre al numero due delle FARC, Raúl Reyes e altri 25 guerriglieri, hanno perso la vita quattro suoi connazionali, gli studenti Verónica Velázquez Ramírez, Juan Gonzáles del Castillo, Fernando Franco Delgado e Soren Ulise Avilés Angeles.
Alla Procura Generale della Repubblica del Messico tuttavia ad oggi non è stata notificata nessuna richiesta ufficiale di arresto contro la giovane, volta ad una sua eventuale estradizione in Colombia.
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