Wednesday 08 February 2012, 19:19

Gli articoli con tag: " Exxon "

Nigeria, sabotati oleodotti Shell e Agip. L’ENI: "persa la produzione di 24 mila barili al giorno"

Militanti del MendIl Movimento per l’emancipazione del delta del Niger ha rivendicato due attacchi a oleodotti della Royal Dutch Shell e dell’Agip (Eni) nel delta del Niger. Mentre il presidente nigeriano Yar’Adua arriva in Italia per il G20 il cane a sei zampe torna nel mirino dei militanti.
”La piaga del sabotaggio – scrive il portavoce del Mend Jomo Gbomo – e’ scesa pesantemente sulle principali condotte di greggio della Shell e dell’Agip nello stato di Bayelsa”. "L’impianto Agip, che collega il terminale di esportazione di Brass della società, è esploso presso Nembe Creek, mentre l’oleodotto della Shell è stata attaccato vicino al villaggio di Asawo".

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Il sistema implode. Ecco le dieci peggiori multinazionali del 2008

multinazionali_1 Lavorano e fanno danni dall’America latina all’Africa e in tutti i continenti. Hanno commesso crimini contro l’umanità come quello di Bophal (la Union Carbide) o contro l’ambiente (la Exxon Valdez) o fatto da cassaforte a dittatori sanguinari come Augusto Pinochet (la Riggs) o usano i paramilitari per ammazzare i sindacalisti (Chiquita e Coca-Cola in Colombia). Quasi tutte trattano i lavoratori come cleenex e in queste ore la General Motors ne sta licenziando a migliaia in Brasile.

Sono le multinazionali che, nonostante la crisi del neoliberismo, continuano ad avere più potere degli Stati dove operano. La “Multinational monitor” (MM) ha scelto le dieci peggiori corporazioni del 2008. Sono otto statunitensi, una svizzera e una cinese. Una finanziaria, tre alimentari, quattro energetiche, una del tabacco e una farmaceutica. Adesso che con la crisi del neoliberismo il sistema implode e le multinazionali diventano ancora più cattive. Secondo l’agenzia nel 2008 le corporazioni hanno dominato e fatto danni nel mondo come mai avevano fatto in vent’anni.

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Cosa significa l’elezione di Obama per lo sviluppo del solare

L’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti D’America, secondo molti analisti, significherà una ulteriore spinta da parte dell’amministrazione americana verso le fonti di energia rinnovabili e non inquinanti: alcuni si spingono fino ad ipotizzare un immediato forte aumento della tassazione per le compagnie petrolifere, in modo da favorire gli investimenti verso il solare ed in generale l’energia ‘pulita’.

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Rafael Correa (e Evo Morales) “La Repubblica delle banane non esiste più”

Correa Rafael Correa (nella foto) espelle dall’Ecuador la multinazionale petrolifera spagnola REPSOL e invita a gettare nella spazzatura della storia l’FMI.

Evo Morales intanto espelle dalla Bolivia la potentissima DEA, la polizia antidroga statunitense finora libera di operare in Bolivia.

Intanto Hugo Chávez lancia segnali di pace “al negro Barak Obama”: “qui siamo indigeni, negri, latinoamericani, dobbiamo e possiamo sederci e costruire relazioni più giuste”.

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Carlos Montemayor: i movimenti armati, risposte possibili a pressioni sociali ingiuste

Carlos MontemayorE’ il Carlos Montemayor analista politico e sociale, più che lo scrittore di romanzi e novelle che incontriamo in Messico. “In realtà i malati di mente che vogliono controllare il mondo fanno parte dei governi come quello di George Bush”, spiega in questa intervista esclusiva concessa ad Annalisa Melandri.

Nella sua casa di Città del Messico, nel corso di una conversazione piacevole e interessante, circondati da montagne di libri in quasi tutte le lingue del mondo (Carlos Montemayor parla perfettamente cinque lingue oltre al Greco classico e moderno e al Latino) affronta temi importanti e difficili come il terrorismo e la lotta armata, oltre alla grave situazione colombiana, spiegandoci perchè secondo lui “la Colombia è l’esempio di quello che non deve continuare ad essere l’America latina”. … Leggi tutto

Silvio Berlusconi: Petrolio? Ok il prezzo è giusto!

pompa Siamo alla fine dell’era del petrolio e forse l’agonia sarà più breve del previsto. Vi ricordate quel vecchio film nel quale di fronte all’aumento del prezzo della benzina il protagonista rispondeva: “e che mi importa, tanto io sempre tremila lire metto”? Ebbene, oramai la benzina costa più di tremila lire al litro e forse anche il protagonista del film (chi era?) comincerebbe a preoccuparsi. Fino a quando ci potremmo materialmente permettere di prendere la macchina per andare al supermercato? Fino a quattromila lire? Fino a cinquemila? Diecimila?

Meno male che a noi pensa il gigante buono del Mulino Bianco che solo i malevoli comunisti chiamano nano. Guardate qua: «I Paesi consumatori si incontrino al più presto, magari a Londra, per mettersi d’accordo su un prezzo massimo e ragionevole che non possa essere superato», ipse dixit Silvio Berlusconi a Parigi yesterday.

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Da Alan García a Hugo Chávez, quanto è cambiato l’atteggiamento della “socialdemocrazia” europea verso il Sudamerica!

da Camminare Domandando

 

 

 

Quando più di vent’anni fa nel 1985 Alan García andò al potere in Perù, era l’ “idolo” della socialdemocrazia europea, da Craxi a Felipe Gonzales. Era giovane (a 36 anni il più giovane presidente della repubblica sudamericana), aveva studiato all’estero, la sua retorica incantava i peruviani durante i celebri balconazos. Soprattutto era fautore di una politica eterodossa nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e credeva, a ragione, che se il Perù non avesse rallentato i pagamenti al grande organismo monetario e non si fosse allontanato dal piano di aggiustamento strutturale che invece il suo predecessore Balaunde aveva seguito pedissequamente, il Perù non si sarebbe mai rialzato dalla recessione. … Leggi tutto

Il benaltrismo dell’Avvenire sul Venezuela

Ecco, l’editoriale pubblicato ieri – mercoledì 13 febbraio 2008 – su AVVENIRE, quotidiano dei vescovi italiani. Non deve stupire il tono usato contro il presidente (plurieletto, ma questo è un dettaglio) Hugo Chavez (variamente etichettato nell’analisi – si fa per dire – del signor Ferrari). Come si permette questo satrapo (definizione dell’articolista) di alzare la voce contro la benemerita Exxon, contro la Nestlé e la Parmalat? Non sa forse che ciò che importa sono gli interessi delle multinazionali, comunque perseguiti?

D’altra parte, anche noi dobbiamo avere un po’ di comprensione: parlare male di Chavez è normale su un organo di stampa come Avvenire, considerato che il presidente non è in buoni rapporti con la gerarchia ecclesiastica cattolica del Venezuela. Quella stessa gerarchia che partecipò al golpe contro di lui nell’aprile 2002. Satrapo, dicevamo, no?

Paolo Moiola

SOTTO TIRO ORA EXXON, NESTLÉ E PARMALAT
Chavez alza la voce Ma il problema è altrove

GIORGIO FERRARI / AVVENIRE, 13 febbraio 2008

In altri tempi davanti alla rada di Maracaibo sarebbero già comparse le cannoniere. Ma fortunatamente la guerra che si combatte oggi è ‘solo’ a colpi di barili di petrolio, di nazionalizzazioni, di espropri e dispetti commerciali. Si può dire tuttavia che nel turbolento regno del venezuelano Hugo Chavez sono pochi i contenziosi non ancora accesi. È di ieri la notizia che Caracas minaccia di sospendere le forniture di petrolio agli Stati Uniti se perdurerà il congelamento di crediti per 12 miliardi di dollari della società petrolifera di Stato Pdvsa su istanza del gigante petrolifero Exxon, che nel maggio dello scorso anno si è visto nazionalizzare da Chavez alcuni campi nella Faja del Orinoco destinati all’estrazione del greggio. Non bastasse, il rude presidente venezuelano sta ingaggiando battaglia anche con due giganti del settore alimentare, la svizzera Nestlé e l’italiana Parmalat: l’accusa, sottrarrebbero latte prodotto in loco ai venezuelani per rivenderlo ai Paesi vicini.

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Se Hugo Chávez persegue la pace in Colombia allora è un terrorista

pintada_bush_terrorista Venticinque autorevoli parlamentari statunitensi, in maggioranza del Partito repubblicano di quel paese, ma anche del Partito democratico, hanno chiesto l’inserimento del Venezuela nella lista degli stati terroristi. Ogni coincidenza con il contenzioso con la Exxon-Mobil, del quale abbiamo dato conto qui, non è casuale. Ma c’è anche altro.

Dall’11 settembre 2001 in avanti, una delle pratiche sinistre della “guerra al terrorismo” è stata quella della lista nera delle organizzazioni e paesi considerati terroristi dal governo Bush. La lista, lungi dal raggiungere successi contro alcuno dei soggetti inclusi, ma producendo guasti come la spaccatura in due e la ghettizzazione della Autorità nazionale palestinese, si è rivelata essere un del tutto arbitrario elenco dei nemici personali di George Bush, dell’ideologia neoconservatrice e delle lobby che la supportano. Lo testimonia l’inserimento nella lista nera dei terroristi dei movimenti indigeni latinoamericani che da solo squalifica l’intera pretesa di classificare il mondo tra buoni e cattivi.

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La Exxon-Mobil contro il Venezuela. La prossima guerra del petrolio

exxonven La multinazionale petrolifera statunitense Exxon-Mobil ha ottenuto da un tribunale di Nuova York il congelamento di beni per 12 miliardi di dollari di proprietà della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA. E’ una guerra che ha come posta in palio la sovranità del Venezuela.

A partire dal 2001, il governo bolivariano iniziò a recuperare le risorse naturali del paese, proponendo alle multinazionali la costituzione di imprese miste. La risposta fu il golpe e la serrata golpista nel 2002, che ebbe come oggetto proprio il controllo della PDVSA. Oggi la multinazionale statunitense (la più grande finanziatrice di George Bush) Exxon alza ancora il livello dello scontro. E i media mainstream danno la colpa a Chávez.

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Un nuovo mondo possibile nasce al Sud

Era tempo che il movimento operaio mondiale non festeggiava un primo maggio di conquiste e non di mera resistenza. Le notizie positive vengono dall’America, dall’Ecuador, dalla Bolivia ma soprattutto dal Venezuela dove il riformismo redistributivo del governo bolivariano si fa sempre più progressivo.

Stante anche l’arrivo di Nicolas Sarkozy all’Eliseo, in Europa le 35 ore di lavoro sono passate dalla sfera delle speranze a quella dei sogni. Nel resto del mondo, nelle maquilladoras che producono beni di consumo, da Ciudad Juárez a Guangzhou a Timisoara, l’orario di lavoro a cottimo continua ad allungarsi e … Leggi tutto

Hugo Chávez, el reformista

Articulo publicado por La Jornada de México el 3 de febrero de 2007
La "ley habilitante" que, según la oposición, daría al presidente venezolano Hugo Chávez “poderes absolutos", simplifica y acelera la realización del programa socialista para el cual fue votado por el 63% de los electores el pasado 3 de diciembre. Dos meses después, una moderada nacionalización del petróleo y de la energía eléctrica, se realiza en paz, en democracia y sin tirones ni expropiaciones.

Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez a menudo es definido por la prensa internacional de manera polémica y objetivamente no … Leggi tutto

Hugo Chávez, il riformista

La “legge abilitante” che, secondo l’opposizione, darebbe al presidente venezuelano Hugo Chávez ?poteri assoluti”, semplifica e accelera la realizzazione del programma socialista per il quale è stato votato dal 63% degli elettori lo scorso 3 dicembre. Due mesi dopo, una moderata nazionalizzazione del petrolio e dell’energia elettrica, si realizza in pace, democrazia e senza strappi né espropri.

Hugo Chávez è spesso definito dalla stampa internazionale in maniera polemica ed oggettivamente non corretta: ?autoritario?, perfino “dittatore”. E’ difficile rompere il corto circuito delle vulgate, delle semplificazioni e della propaganda, ma è vero l’esatto contrario.

In un continente caratterizzato da repubbliche presidenziali, dove il potere del presidente è … Leggi tutto

Brecha – Energía – Paz relámpago en la primera guerra de 2006

Rusia y Ucrania llegaron a un acuerdo en la guerra del gas que arriesgó con apagar las cocinas de media Europa. A pesar del apoyo de todo el Occidente, Kiev tuvo que aceptar pagar el precio de mercado y no el precio político heredado de la Urss. Es otra señal de la inestabilidad energética del planeta y de nuevas alianzas en las cuales Occidente pierde centralidad. Gennaro Carotenuto Desde Roma … Leggi tutto

Brecha – Question – Gennaro Carotenuto entrevista Giulietto Chiesa

Parte de la izquierda crítica europea piensa que el ensanchamiento del Océano Atlántico sea irreductible y que cuanto más Europa se distancie de Estados Unidos mejor será para la humanidad. Lo conversamos con el diputado en el Parlamento Europeo, Giulietto Chiesa.


Giulietto Chiesa nació en Piamonte en 1940. Periodista, desde 1980 hasta 2000 fue corresponsal en Moscú, antes para L’Unitá y luego para La Stampa, experiencia que lo convierte en uno de los máximos sovietólogos del mundo. Escribió para un sinfín de medios, desde Rusia hasta Estados Unidos y Suiza, desde Alemania hasta Radio Vaticana. En su trabajo de ensayista, fundamental para entender el crepúsculo de la URSS, ha estudiado la globalización, el sistema mediático mundial y las guerras.


En sus libros “La guerra infinita” y “Superclan” expone su teoría sobre la superación de la democracia liberal, liquidada por una nueva súper elite mundial. En junio fue elegido diputado europeo por el grupo Alianza de los Liberales y Demócratas para Europa (ALDE).


- Estamos al inicio de la segunda administración Bush. En la primera quizás el símbolo de cuatro años de relaciones entre Estados Unidos y la Unión Europea fue el discurso de Donald Rumsfeld sobre “la vieja Europa”. El Atlántico se iba agrandando.


- Y no hay ninguna señal de que deje de agrandarse. Rumsfeld explicitó de manera muy cruda esta realidad. Robert Kagan escribió que “el Occidente ya fue” y yo estoy de acuerdo. Los neocons representan la toma de distancia de Estados Unidos con respecto al resto del oeste y la manifestación de su autonomía. Quizás ellos se consideran aún Occidente, pero habría que encontrar una nueva definición: Estados Unidos ya no es Occidente.


- Sin embargo, más allá de diferencias puntuales -la energía, el acero, Kyoto, la competencia euro-dólar- sigue habiendo intereses convergentes entre lo que llamamos Primer Mundo y el resto del planeta.


- En los grandes pasajes históricos no todo está inmediatamente claro, pero las ideas-fuerza afloran. Hoy hay un sistema económico único del cual Europa es parte integrante y del cual Europa compartió las bases, por ejemplo con la economía de mercado. Sin embargo hay diferencias. Aunque la “Europa de las multinacionales” es parecida a los “Estados Unidos de las multinacionales”, estos dos tipos de economías de mercado siguen siendo diferentes.


- ¿Y en qué sentido el Tercer Mundo tendría que percibir estas diferencias?


- La estructura mental del mercado europeo no coincide con la estructura mental del mercado estadounidense. En Estados Unidos los principios ordenadores de la tradición capitalista han sido sobrepasados por una transformación estructural: ya no hay propiedad. En la gran empresa estadounidense las grandes familias desaparecieron, y la propiedad ha sido sustituida por el dominio de los managers. Es una nueva clase, que yo llamo “superclan”, que en Europa no existe.


- ¿Por qué Europa no podría estar sencillamente quince o veinte años atrás en la aplicación de este modelo? ¿Por qué por ejemplo un latinoamericano que vio la política de rapiña de la española Repsol tendría que diferenciarla de la política de rapiña de la Shell?


- Es cierto. Pero la situación internacional está en rápido movimiento y no hay tiempo para que Europa vaya en la misma dirección. Estamos en una crisis inédita de la relación entre el ser humano y la naturaleza. Sin esta crisis probablemente todo el planeta sería absorbido por la visión estadounidense que implica el fin de la democracia occidental, el fin de las contradicciones sociales y la llegada de un mundo mucho peor que el orwelliano. Sin embargo, las multinacionales europeas no están, por ahora, en condición de seguir a las estadounidenses.







Elbio Ramírez, Natividad criolla
La sociedad civil europea es aún mil veces más poderosa que la estadounidense, que ya ha sido completamente destruida. Allá las multinacionales y el superclán pudieron actuar sin obstáculos. Acá no. Y más se ensanchan las diferencias, más crece acá la reacción popular y nacional. Y el proyecto de transferencia del modelo estadounidense en Europa resulta literalmente imposible. Nos enfrentamos al fin de los recursos y al fin de la ilusión de que éstos fueran infinitos. Esto desvela la mayor contradicción sobre la cual vive el sistema: la infinitud de los deseos.


La gran fábrica de los sueños, una economía basada en la estimulación de deseos infinitos, consumos inducidos e inútiles, choca hoy con que los recursos no son infinitos. Esta contradicción explotará en los próximos veinte años, mucho antes de una posible adaptación europea al modelo.


- Si los neocons tienen un mérito es ofrecer un claro modelo de desarrollo y de dominio. Pero, si es cuestión de tiempo, la Europa de la sociedad civil estructurada, de las representaciones políticas complejas, del ecologismo, del pacifismo, ¿tendrá tiempo para salvar al planeta desde el desastre del modelo neoconservador?


- No tenemos ninguna seguridad de que logremos pararlos. Oponerse quiere decir empezar a hacer cosas concretas para pararlos y condicionarlos, y no está dicho que las ideas mejores ganarán. Pero yo confío en que si esta crisis provoca tanta tensión entre Estados Unidos y Europa, se puede imaginar lo que produzca con relación a otras civilizaciones y culturas distintas y hostiles: China, India, el mundo musulmán, Rusia -que no está muerta-. Son realidades que chocan con la pretensión totalizante del pensamiento único y con la ecuación entre interés nacional estadounidense y gestión del poder mundial.


El interés nacional de Estados Unidos hoy entra simultáneamente en colisión con el interés nacional de todas las otras realidades históricas. Si hoy se puede hablar de choque de civilizaciones, éste no es entre Occidente e islam sino entre Estados Unidos y el resto del mundo. Yo esto lo veo con absoluta claridad.


- Y un buen ejemplo es América Latina. En la pretensión de que lo que es bueno para Estados Unidos es bueno para todos, en la proclamación declarada de un proyecto hegemónico, el “nuevo siglo americano”, ¿qué aceleración representó el cuatrienio de Bush?


- Es una aceleración porque las actuales clases dirigentes estadounidenses, tanto en su costado técnico-científico como en su costado religioso, piensan en el apocalipsis. Y lo digo sin ironía. Los neocons religiosos piensan realmente en un apocalipsis, ya lo escribieron Gore Vidal y otros. En su visión del mundo están convencidos de que hay que enfrentarse a una gran tragedia: o convertir o extirpar. Está claro que piensan en una palingenesia terrorífica.


Pero también desde el perfil científico sabemos que los dirigentes más informados tienen, desde mucho antes del 11 de setiembre, datos para pensar que un 11 de setiembre habría sido muy útil. Hay una afirmación decisiva en el “Proyecto para un nuevo siglo americano”: las transformaciones que nosotros debemos introducir en la política mundial necesitarían, en condiciones normales, harto tiempo. Y sin embargo tenemos que razonar como si debiera producirse artificialmente una drástica mutación de ruta para acortar esta transición.


Ellos saben, y nosotros sabemos, que los recursos caerán rápidamente, y así necesitan imponer una drástica mutación a través del uso de la fuerza. La cita termina con: a menos que no se cree algo parecido a una nueva Pearl Harbor.


“Like a new Pearl Harbor*”, dicen textualmente, no lo invento yo. Saben que el mundo va hacia una rápida rendición de cuentas. El agotamiento de los recursos será el elemento visible, cercano e inevitable, y Estados Unidos debe abocarse inmediatamente al problema del dominio sobre todo el planeta y sobre los recursos de todo el planeta. Esto no se construye en dos minutos, hay que prepararlo con antelación en espera del gran choque que llegará y que será contra China. Al gran comilón de recursos que está llegando y que necesita competir con Estados Unidos, ¡hay que pararlo antes!


- Y en este escenario, desde un punto de vista geopolítico y en perspectiva antichina, en el orden natural de las cosas estaría una alianza estratégica con Rusia. Sin embargo asistimos a una convergencia política en el tema terrorismo, acompañada por una divergencia geoestratégica, empezando por el Cáucaso y Asia central. Esto es seguramente parte de la idiosincrasia estadounidense, que pretende la aniquilación total del enemigo. Pero sólo junto a una Rusia potencia Estados Unidos puede establecer un cordón sanitario alrededor de China.


- Esto supondría una inteligencia de las elites políticas estadounidenses superior a la que los hechos demuestran que poseen. Ellos piensan en la utilización de la fuerza en todas las direcciones. Hoy Estados Unidos no quiere aliados ni alianzas, quiere siervos y subordinados. La política imperial los está cegando completamente. Ellos han creído apresuradamente haber ya colonizado a Rusia con Ieltsin. Pensaron que era suficiente.


Liquidado Ieltsin, han consentido a Putin la llegada al poder y pensaron que seguiría la línea de su predecesor. Desafortunadamente no es así. Putin es un hombre inclinado a todos los más terribles juegos de poder. Pero Putin es un ruso. Y este es un detalle que revela la espantosa ingenuidad de los neocons. No han leído a Fernand Braudel, no saben nada de las fuerzas profundas de la historia y han creído que colonizaron a Rusia definitivamente.


Y no lo logran. Y ahora mismo estamos asistiendo a la ruptura entre Rusia y Estados Unidos. Los herederos de Ieltsin, los que demolieron la Unión Soviética, durante un tiempo han especulado con ser parte de un juego que, al contrario, los amenaza. Vladimir Putin percibe agudamente que Estados Unidos está dispuesto a golpearlos. La guerra chechena ha sido construida por los estadounidenses. Turquía tuvo un papel importante, los servicios han colaborado. Han dejado actuar a los que financiaban el terrorismo checheno, los wahabitas saudíes, el isi paquistaní, los servicios turcos.


Y no es en vano que, en plena guerra chechena y esperando la caída de Boris Ieltsin, el presidente Clinton viajara a Ankara para firmar el acuerdo para la construcción del oleoducto que pasará a través de Georgia y Turquía eludiendo a Rusia. La guerra en Chechenia ha sido usada espléndidamente para acuchillar por la espalda a Ieltsin mientras lo trataban como a un Quisling.


¿Podemos pensar que Putin no lo entendió? Putin entendió que su papel en el juego es sólo subalterno. Pero él es hábil y piensa que Rusia debe ser grande. Hizo lo posible para que Rusia no fuera un blanco para Estados Unidos. No lo logró. Apenas salimos del espejismo de la lucha contra el terrorismo internacional el juego se hace claro: el ataque a Putin empezó con la entrada en política del millonario Mikhail Khodorkovskij, que estaba vendiendo la Yukos a la Exxon-Mobil por 25 mil millones de dólares. Putin lo entendió, arrestó a Khodorkovskij y empezó a jugar su partido. Estas cosas no se dicen, se hacen.


El The New York Times, después de muchos años de silencio, imprevistamente, en un largo editorial no firmado, llama la atención sobre el peligro de las armas atómicas rusas. No se había hablado más de eso porque Ieltsin había dado los códigos de las armas atómicas rusas a Estados Unidos. Putin ahora, silenciosamente, ha renovado los códigos sin devolverlos a los estadounidenses. Y así de pronto las armas atómicas rusas vuelven a ser noticia y el Times pide que se ayude a Rusia a desmantelarlas. Pero Putin ya no las quiere desmantelar, y los Estados Unidos de hoy no son capaces de hacer ningún discurso de cogestión, sólo hablan en términos imperiales.


- Volviendo a la relación con Europa, si algunos países, independientemente del color de los gobiernos, toman distancia de Estados Unidos, hay otros tantos gobiernos importantes que están muy lejos de distanciarse de la subordinación al unilateralismo de Washington.


- Es cierto, aunque yo tengo una interpretación heterodoxa. No es casual que Alemania y Francia, prescindiendo de las respectivas mayorías políticas, reaccionen de la misma manera frente a Estados Unidos. Es una reacción fisiológica de gran importancia político-cultural. Las dos entidades estatales más poderosas de Europa expresan los últimos vestigios de la representación democrática del Estado occidental. No es un capricho de Gerhard Schröder o Jacques Chirac: la “Europa de las naciones” es el único baluarte contra la “Europa de las multinacionales” y contra el fin de la democracia. En Europa conviven dos almas: la Europa de las naciones y de los pueblos y la Europa de las multinacionales. Y hay un abismo entre las dos.


La paradoja es que es la Europa de las naciones, la Europa más avanzada intelectualmente, la que ha construido la Europa de la supranacionalidad. Es la que ha entendido que muchas decisiones no pueden ser tomadas por los estados nacionales. Y ahí hay todavía un pedazo de democracia, un pedazo de representación de la sociedad civil.


Las instituciones representativas de la democracia burguesa y liberal se defienden así de una idea en la cual el propio concepto de democracia liberal es demolido por el superclán, que es lo contrario de la democracia liberal. Este es un proceso que está en desarrollo. Yo no sé quién ganará, si las multinacionales que razonan en términos de Wall Street o los estados nacionales. Pero tengo una gran confianza en que los estados nacionales unidos de Europa sean capaces de lanzar una contraofensiva contra el fin de la democracia señalado por el superclán.


- Sin embargo, la inserción de los diez nuevos países, así como la perspectiva de la entrada de Turquía, son puntos marcados por Estados Unidos y Gran Bretaña que pretenden la dilución y el debilitamiento de la construcción europea.


- Es exactamente lo que veo con mis ojos acá en Bruselas. La llegada de los diez debilita a Europa. Europa no supo mirar a su este. La Alemania de Helmut Kohl sólo miró a su otro pedazo de Alemania. Y de hecho se delegó en Estados Unidos la tarea de reconstruir Rusia y el este de Europa. Estados Unidos la ha asumido, en el sentido estrecho de la colonización, logrando el fantástico e inmediato éxito de tener a todos estos países bajo su dominio. Y lo ha hecho utilizando a la OTAN. Así la UE ha unificado a Europa luego y sólo después de que Estados Unidos ya lo había hecho mediante la OTAN.


¿Esta solución es permanente? No creo. Las opiniones públicas del Este han sido más receptivas a la idea de Europa de lo que lo han sido sus clases dirigentes. La guerra -a la cual la mayoría de los gobiernos del Este adhirieron entusiastamente- espanta a los pueblos del Este tanto como al Oeste. Así que no sabemos cuánto durará la hegemonía estadounidense. En cambio se delinea una Europa con Alemania, Francia, España, Grecia, que es fuertemente antiestadounidense a pesar del gobierno de centro-derecha, Italia si cayera Silvio Berlusconi… Así podría retomar rápidamente velocidad un proceso de homogeneización nacional y supranacional. Gramsci hubiese hablado de hegemonía. Y la hegemonía estadounidense se está erosionando día tras día en Irak. Una Europa con estadistas de altura podría realizar una fuerte contraofensiva hegemónica. Lo puede hacer hablando con Rusia, con China, con Oriente Medio.


- Podría dirigirse también al bloque latinoamericano, si no lo hace de la manera rapiñera y golpista como lo hizo, por ejemplo, José María Aznar.


- Naturalmente puede hacerlo. Y tiene que cambiar todas las reglas del comercio internacional. Las estrías ya se ven y algunas puertas ya se abren. Hay que hacer un rápido discurso de acercamiento a Rusia: una política abierta de visas, cultura, cooperación económica y militar; una gran operación de reconquista. Pero hay que saber que será una larga y dramática batalla y los próximos años serán decisivos.


- El fracaso del golpe en Venezuela es el elemento que ha acelerado la guerra en Irak. El cuadro ahora está en evolución a pesar del extremismo obstinado con el cual ha sido conducida la guerra iraquí; hay señales diplomáticas opuestas como la luna de miel entre Egipto y China o, a pesar del desastre bélico, los roces con aliados históricos en Oriente Medio, Arabia Saudí, el mismo Egipto.


- El diseño de los neocons es demoler el orden de los países árabes moderados para transformarlos en colonias estadounidenses. Ya no sirven los países moderados, tienen que ser nada más que vasallos. Así, si Bush -como temo- es reelegido, estos regímenes, hablo de Egipto y de Arabia Saudí en primer lugar, serán derribados. De distintas formas. El primer asalto será hacia Irán, donde se juega el partido más importante y probablemente la próxima guerra.


Y cuando Irán haya sido liquidado e Israel pueda ocupar toda la orilla occidental del Jordán y liquidar definitivamente el Estado palestino, entonces se podrá eliminar también la dinastía hashemita en Jordania, quitarse de encima los soberanos saudíes y a Hosni Moubarak en Egipto. No estoy haciendo profecías: es lo que quieren personajes como Michael Leeden o Paul Wolfowitz. Y ya desencadenaron la guerra iraquí como parte de este diseño.


Firmaron el “Project for the New American Century” Richard Perle, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, su vice, Lewis Libby, jefe de gabinete de Cheney, William J Bennett, ex ministro de Reagan, y Zalmay Khalilzad, embajador de Bush en Afganistán.









Gennaro Carotenuto
Periodista Italiano. Analista Internacional

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