Friday 25 May 2012, 05:14

Gli articoli con tag: " ESMA "

Las Naciones Unidas en Haiti: misión de paz u ocupación militar?

El Secretario general de la ONU, Ban Ki Moon, se declaró el primero de agosto, a favor de la prorroga para 12 meses suplementares de la Misión de Estabilización de las Naciones Unidas en Haití (MINUSTAH). Luiz Carlos da Costa, el representante especial adjunto para la Misión, sostuvo que esta necesitará por lo meno 4 años más para lograr sus objetivos.

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Brecha – La deriva de la izquierda italiana – Legislatura de tiro corto

_41871632_cup4 El miércoles 6 el presidente de la república italiana, Giorgio Napolitano, un ex comunista, disolvió las cámaras y llamó a nuevas elecciones a realizarse en abril. Para la izquierda italiana se perfila un largo miércoles de ceniza sin ni siquiera la resurrección de la Pascua.

Gennaro Carotenuto desde Roma

La que terminó el miércoles fue la más corta, apenas 20 meses, de las 15 legislaturas de los 60 años de república en Italia, todo un símbolo de la crisis que atraviesa la democracia parlamentaria en ese país.

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Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

Argentina, reportage di Pagina/12 fa scoppiare uno scandalo sulla Marina

da Camminare Domandando

 

L’edizione domenicale del sempre ottimo Pagina/12 è tornata a “colpire”, esattamente come negli anni ’90, quando i suoi reportages smascheravano le trame e il malaffare degli ambienti menemisti. Il quotidiano argentino lo scorso 27 gennaio ha infatti rivelato che il contrammiraglio Roberto Pertusio, agli arresti domiciliari dal 2006 per sequestri, torture e omicidi durante gli anni della dittatura, figura ancora come consigliere del Centro Estudios Estratégicos de la Armada (uno degli organismi che ai tempi di Videla operava nel famigerato edificio dell’ESMA, ora Museo della Memoria). Il sito web dello stesso Centro lo indicherebbe tuttora come membro permanente.

E non finisce qui: secondo il quotidiano argentino il prefetto Hèctor Febres, già condannato per violazioni dei diritti umani e morto lo scorso dicembre in circostanze ancora non chiare – per avvelenamento – nella lussuosa prigione del Destacamento Delta, avrebbe goduto di uno strano privilegio per un carcerato: quello di poter trascorrere, per tre anni di seguito, le vacanze assieme alla famiglia, nella base navale di Azul. Tale privilegio avrebbe avuto con tutta evidenza l’obbiettivo di convincerlo a non parlare: lo stesso Febres infatti aveva più volte mostrato l’intenzione di fare i nomi degli altri ufficiali coinvolti nelle violazioni dei diritti umani ai tempi della dittatura, in modo da non dover essere l’”agnello sacrificale” che garantisse l’impunità a tutti gli altri militari colpevoli di crimini contro l’umanità. Un’intenzione che probabilmente gli è costata la vita.

La ministra della Difesa Nilda Garrè – riconfermata di recente dal nuovo governo di Cristina Fernandez – ha immediatamente ordinato all’ammiraglio Jorge Godoy di destituire e cacciare dalla Marina il contrammiraglio Roberto Pertusio, e di preparare inoltre un informe sulle altre denunce di Pagina/12. Godoy ha immediatamente rimosso Pertusio ma ha tuttavia negato ogni responsabilità nei trattamenti di favore concessi a Febres.

In questo clima s’inserisce anche un episodio dell’ultim’ora: a seguito di una chiamata anonima è stato completamente evacuato per un allarme bomba il Ministero della Difesa a Buenos Aires. Gli artificieri, a quanto si apprende, stanno ancora perlustrando l’edificio alla ricerca di eventuali esplosivi. Si spera che l’episodio non sia in alcun modo collegato con le vicende che hanno interessato la Marina negli ultimi giorni – va segnalato che un allarme simile, fortunatamente senza fondamento, si era registrato anche lo scorso settembre.

Insomma malgrado i molti passi avanti ed il corposo lavoro di diverse procure argentine – a quasi un anno e mezzo di distanza dalla desaparición di Julio Lopez – le crescenti difficoltà ed insidie che la lotta per la fine dell’impunità e la piena giustizia rispetto agli orrori della dittatura sembra incontrare sul suo cammino non possono che destare grande preoccupazione.

Brecha – Cae Prodi, crisis en Italia

ansa_12093749_58480 A las 20.43 (hora local) de ayer jueves cayó el gobierno italiano de centroizquierda presidido por Romano Prodi. Le quitaron la confianza dos micropartidos de centro, y el resultado final de la votación en el Senado fue de 161 votos en contra y 156 en favor.

El parlamento italiano dio una prueba siniestra de la crisis ética y también cultural a la cual ha llegado la casta política italiana después de 15 años de cultura berlusconiana que ha contaminado en el profundo también buena parte de la izquierda. Cuando uno de los senadores del UDEUR decidió mantener su voto a favor de Prodi, otro senador de la misma agrupación lo agredió físicamente en pleno Senado gritándole insultos como “hijo de puta, maricón, cornudo”. El Senador agredido se desmayó y necesitó ayuda médica mientras el agresor era expulsado del aula. Al momento de la proclamación del voto, senadores de la oposición gritando desfrenadamente destaparon champagne y comieron pedazos de mortadela (así es apodado Romano Prodi) como se puede ver en la foto.

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Tentiamo di evitare la forca a Parwiz?

Con la preghiera di inoltrare, far circolare…
Doriana Goracci

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Il giornalista democratico afgano Parwiz Kambakhsh é stato arrestato e rischia l’impiccagione. RAWA (ma non solo) ha chiesto una mobilitazione per questo caso.
Più sotto trovate:
- la traduzione in italiano dell’appello di RAWA
- un testo in inglese da inviare per chiedere la liberazione
del giornalista
- gli indirizzi e-mail delle istituzioni a cui inviare il
testo in inglese

1) APPELLO DI RAWA TRADOTTO IN ITALIANO

Appello di Rawa – 17 gennaio 2008

Aderisci alla campagna per l’immediata liberazione del giovane giornalista afghano Parwiz Kambakhsh

I Galileo sono ancora sotto interrogatorio alla corte dell’ignoranza
I giovani Galileo piangono.
E voi che amate le tenebre, ascoltate:
non abbiamo paura delle ustioni e del fuoco
noi siamo le fiamme perenni della storia.
Sirus Tabristani
poeta iraniano

Nell’ottobre del 2007 i criminali al potere in Afghanistan hanno incarcerato, nella provincia di Balkh (nel nord dell’Afghanistan), il giovane giornalista Parwiz Kambakhsh. È minacciato di impiccagione dai giudici oscurantisti e ignoranti dei tribunali afghani. Le accuse sono così ridicole e sconsiderate da spingere qualsiasi amante della libertà a pensare che la misura è colma. Parwiz Kambakhsh è accusato di aver stampato e diffuso un articolo ripreso da un sito Internet, che mette in evidenza alcuni versi del Corano controversi riguardo ai diritti
delle donne. Per provare la sua colpevolezza di fronte alla corte è stato usato il fatto che a casa sua è stato trovato il libro di Will Durant Religione nella storia della civilizzazione.

In un paese dove negli ultimi sei anni si è fatto un gran parlare di democrazia, diritti umani e libertà di stampa i fascisti religiosi mantengono il controllo della giustizia e provano in tutti i modi a ridurre al silenzio chiunque si permetta di criticare i criminali dell’Alleanza del Nord.

Parwiz Kambakhsh è in prigione non solo per i suoi illuminati articoli che scriveva per un giornale locale (“Jahan-e-Now” – The New World), ma anche per punire suo fratello Yaqub Ibrahimi, un reporter molto conosciuto, coraggioso e onesto che ha denunciato molti criminali della mafia jehadista afghana ai suoi lettori.

I criminali jehadi, che non hanno potuto mettere il bavaglio a Ibrahimi, vogliono vendicarsi imprigionando illegalmente suo fratello per colpire lui.

Il consiglio dei religiosi di Balkh, che non ha mai condannato gli atti criminali dei signori della guerra fondamentalisti nel nord dell’Afghanistan ora emette una sentenza di condanna a morte per Parwiz Kambakhsh.

L’assurda detenzione di Parwiz Kambakhsh è un’enorme disfatta per il presidente Karzai e i suoi protettori occidentali che hanno vestito dei noti criminali con giacca e cravatta e li hanno portati al potere definendoli democratici. Ora Karzai deve ammettere di non avere
abbastanza potere per controllarli.

L’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane (RAWA) fa appello a tutti coloro, singole persone e organizzazioni, che credono nei diritti umani e nella democrazia perché esprimano il loro dissenso nei confronti dell’ingiusta incarcerazione di Parwiz Kambakhsh e chiedano
la sua immediata liberazione. Solo il vostro deciso appoggio a istanze di giustizia e libertà possono fermare le azioni oscurantiste del governo afghano e dei suoi alleati; azioni che richiamano quelle operate dal brutale regime iraniano.

2) TESTO IN INGLESE DA INVIARE PER LA RICHIESTA DI LIBERAZIONE

Release Parwiz Kambakhsh

Parwiz Kambakhsh, a young afghan journalist, is imprisoned since
October 2007 in Balkh province – Northern Afghanistan. He is threatened
to be sentenced to death. The accusations are ridiculous and
injudicious. Mr. Kambakhsh is accused of printing/distributing an
article from the Internet, which points out controversial verses of the
Quran regarding women’s rights. The book “Religion in the History of
Civilization” (by Will Durant) taken from his living room has been kept
as an evidence against him in the court!
In a country where for the last six years there are many claims
regarding “democracy”, “human rights”, and “freedom of press”,
fundamentalists control the justice system and try every possible way
to mute anyone who criticizes or comments about the Northern Alliance
criminals.
Imprisonment of Parwiz Kambakhsh is not only for his enlightening
articles in a local newspaper, “Jahan-e-Now” (The New World), but also
because of his brother Yaqub Ibrahimi, who is a well-known, brave and
realistic reporter and exposed many criminal faces from Jehadi mafia in
Northern Afghanistan to the world public. We think that because
Ibrahimi could not be silenced, the judges want to pursue their agenda
by unlawfully imprisoning his brother in order to hush him.
The Religious Scholars Council of Balkh province who have never
condemned the criminal acts of the fundamentalist warlords in the
north, now issued a verdict for the execution of Parwiz Kambakhsh.
The detention of Mr. Kambakhsh is a demonstration that the Karzai
government and his Western patrons have decorated the notorious
criminals in pants and ties and brought them in power under the guise
of “democrats”.
For those reasons we ask the immediate release of Parwiz Kambakhsh.

3) ELENCO DEGLI INDIRIZZI E-MAIL A CUI INVIARE IL TESTO IN INGLESE

Inviare le lettere di protesta ai seguenti indirizzi:

Presidential Office: president@afghanistangov.org

United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA):
spokesman-unama@un.org

The Supreme Court of Afghanistan: aquddus@supremecourt.gov.af

Ambasciata d’Italia in Afghanistan: ambasciata.kabul@esteri.it

Condor, la vita italiana clandestina di un torturatore

Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: arrestato a Marina di Camerota. Partecipò all’operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani. Da Repubblica.it di Carlo Bonini

ROMA – Raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, l’uomo, chino su una sedia della stazione dei carabinieri di Marina di Camerota, dopo aver capito, abbia stretto le sue palpebre di vecchio. Come a voler scacciare uno sciame di fantasmi e le loro urla innocenti, improvvisamente tornate vicine. Pronte, questa volta, ad afferrarlo per sempre. Raccontano ancora che, qualche ora dopo, entrando nell’ufficio matricola del carcere di Regina Coeli, abbia fissato il lugubre corridoio su cui si apre la cella di isolamento in cui da allora è rinchiuso ripetendo una professione di innocenza come fosse una nenia: “Non li ho fatti sparire io. Io non sapevo. Non potevo sapere…”.

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Brecha – Partido Democrático en Italia – El partido de masas después de las masas

Con dos congresos simultáneos, pos- democristianos y pos- comunistas italianos empezaron a recorrer el sábado pasado la recta final hacia un partido unificado. Lo llamarán Partido Democrático. Un experimento que antes de nacer ya pierde fragmentos por su izquierda.

Gennaro Carotenuto desde Roma

Los democráticos de izquierda (DS), que son la parte mayoritaria de los ex comunistas, celebraron el 21 de abril su congreso en Florencia. Simultáneamente la Margarita, originada en la antigua Democracia Cristiana, se encontró en … Leggi tutto

Su Zapatero, Ségolène Royal, l’ergastolo ai militari argentini, la riforma elettorale

Con Maura Giorgi, Angelo Nathan, Piero De Luca. Le osservazioni di Maura sono di straordinario interesse, in Italia è oggetto di un cordone sanitario di svillaneggiamenti la candidata francese alla presidenza della repubbica Ségolène Royal e il nome del capo del governo spagnolo (che -mi piace ricordarlo- rivela origini di classe già che vuol dire "calzolaio") diventa addirittura un insulto. Piero, che dirti, almeno informativamente non possiamo lamentarci. Il processo è stato coperto con costanza ed attenzione dalla più preparata giornalista RAI in assoluto, Cecilia Rinaldini.

Maura Giorgio: Ho letto oggi l’articolo sulla candidata francese all’Eliseo e ne approfitto per inviare una mia considerazione. Siccome sono anzianotta continuo a pensare che … Leggi tutto

Brecha – Israel: ¿Una mayoría para la paz?

Ariel Sharon deja el Likud, el partido derechista que fundó hace más de treinta años. Forma un nuevo partido al que define como centrista y llama a nuevas elecciones el 28 de marzo de 2006. Sin embargo, la verdadera novedad está en la izquierda, con los laboristas del nuevo líder sefardí Amir Peretz. … Leggi tutto

Brecha – La derecha realiza el programa de la izquierda

entrevista con Meir Margalit por Gennaro Carotenuto

Meir Margalit es uno de los intelectuales israelíes más importantes para entender la realidad de Oriente Medio desde el punto de vista pacifista. Responde a BRECHA, ocupadísimo pero disponible como siempre, desde su oficina de Jerusalén.
?No cabe duda de que el retiro de la Franja de Gaza es un acto sumamente importante en la historia de Israel. ¿Qué va a suceder después de la evacuación?
?No puedo prever cuál será el camino que adopte el gobierno de Israel. Si Ariel Sharon continúa el proceso de retiro podríamos acabar con más de cien años de conflicto. Si decide congelar el proceso de retirada, e incluso reforzar los asentamientos en Cisjordania, entonces estallará una tercera Intifada que será más sangrienta que las anteriores. … Leggi tutto

Argentina: Kirchner destituisce il Cappellano Militare che inneggia ai “voli della morte”

La crisi tra il governo argentino e il Vaticano è arrivata al punto di rottura.
Il presidente argentino Nestor Kirchner ha destituito il vescovo Antonio Baseotto, cappellano militare che aveva invitato a tirare a mare il Ministro della Sanità, Ginés González García, per essersi pronunciato in favore della depenalizzazione dell’interruzione della gravidanza.
Nel paese dei voli della morte, quando durante l’ultima cattolicissima dittatura militare migliaia di persone furono tirate a mare con la benedizione e la collaborazione di decine di preti con i militari genocidi, una provocazione del genere non poteva essere tollerata.
Immediatamente il governo aveva chiesto al Vaticano il ritiro di Baseotto. Il Vaticano non aveva neanche risposto al governo per venti giorni e poi, per due volte, ha confermato l’appoggio a Baseotto con lo stesso nunzio apostolico Adriano Bernardini. Questi ha appoggiato Baseotto senza neanche accettare consultazioni con la Conferenza Episcopale Argentina. Infine ieri 18 marzo, il presidente ha proceduto alla rimozione: ?Sua eccellenza reverendissima ha utilizzato delle allegorie intollerabili nella Repubblica Argentina, ricordando i ‘voli della morte’, inneggiando ai metodi della dittatura militare, appoggiando gli esecutori materiali di tali crimini e non apportando nulla alla pace, all’armonia e alla cura spirituale delle Forze Armate?.

La proposta del Cappellano militare, che ha rango di Vescovo, nell’ambito degli accordi tra Stato e Chiesa è di pertinenza del Vaticano, e il governo effettua la nomina. Da ieri Baseotto perde innanzitutto lo scandaloso appannaggio di 5.000 pesos (circa 1700 Euro) al mese e la gestione personale di altri 20.000 (circa 6.700), pagati dal governo in un paese dove la metà della popolazione vive con meno di due euro al giorno. La sinistra storia del vescovo Baseotto non comincia certo con la rivendicazione dei voli della morte per chi pensa diversamente da lui. La sua è una storia di rivendicazione dei crimini della dittatura, di inneggiamenti alla violenza e all’antisemitismo. Nel 1986, in una radio di Santiago del Estéro dichiarò: ?se per un ebreo la pornografia è un affare si dedicherà alla pornografia. Se lo è la droga si dedicherà alla droga e se lo è il ricatto si dedicherà al ricatto, e comunque l’ebreo farà sempre di tutto per affondare i propri concorrenti?. Utilizzando il tema dell’aborto, il vescovo Baseotto ha più volte dichiarato che tanto le vittime del nazismo come quelle della dittatura fossero sopravvalutate rispetto al crimine dell’aborto. L’aborto clandestino in Argentina è la prima causa di morte per le madri.Le organizzazioni umanitarie argentine disconoscono ogni autorità morale al vescovo Baseotto e segnalano che il segretario particolare di Baseotto sia il famigerato Don Alberto Zanchetta, Cappellano Militare dell’ESMA, uno dei maggiori centri di tortura e desaparizione di persone dell’ultima dittatura militare. ?Per noi ?dichiarano le organizzazioni umanitarie- bisognava prendere provvedimenti verso chi stava incitando all’omicidio. Inoltre per noi le espressioni usate da Baseotto sono altamente tragiche, visto che i nostri familiari sono stati effettivamente tirati in mare?.

TVSUR – La tele al servicio de la identidad

Para los amigos que llegan acá buscando Tvsur, que en realidad es Telesur les facilitamos articulos más recientes sobre la Television continental latinoamericana:

Telesur: jaque mate en dos movimientos al pensamiento único

gracias y los dejamos con la entrevista al director, Aram Aharonian acá abajo:

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El Portal, entrevistó al director general de TeleSur, el nuevo canal Latinoamericano del que Uruguay es parte y trabajará junto a Tveo.

Montevideo (Uruguay) – 7 de marzo de 2005

Aram Aharonian

Aram Aharonian, de 59 años, es el director general de TeleSur, un nuevo proyecto de tv latinoamericano, financiado, básicamente por el gobierno de Venezuela. Uruguay tendrá un 20% de participación en la cadena que saldrá a las pantallas internacionales, probablemente en mayo. El Portal entrevistó, a este uruguayo, periodista de larga data, sobre el ambicioso proyecto.

- ¿Qué es TeleSur?
- Es un viejo sueño por el que muchos de nuestros compañeros dieron la vida. Y nosotros tenemos la enorme felicidad -y responsabilidad, claro- de hacerlo realidad. (Se escucha de fondo “soy feliz, soy un hombre feliz y quiero que en este día me perdonen los muertos de mi felicidad”). Es un proyecto político, estratégico que nace de la necesidad de dar voz a los latinoamericanos en medio de la ofensiva de pensamiento e imagen únicos, que es lo que transmiten los medios de comunicación comerciales, nacionales y trasnacionales. Eduardo Galeano decía que llevamos 513 años entrenados para vernos con ojos ajenos. Y es de la urgencia de vernos con nuestros propios ojos y dar soluciones propias a nuestros problemas, que nace el proyecto. Somos un mundo diverso y plural.

Ellos nos ven en blanco y negro, pero nosotros existimos en tecnicolor. Debemos asumir que los medios de comunicación comerciales son el ariete de le globalización neoliberal: por allí, en el mismo envase nos dan información, publicidad y cultura de masas (entretenimiento) con el mismo mensaje simplista, reductivo, transculturalizador. Si no empezamos por ahí, por asumir nuestra realidad con nuestros propios ojos, el sueño de la integración latinoamericana no va a ser más que un saludo a la bandera. Basta ya de que europeos y gringos nos digan quiénes somos, cómo somos, qué hacemos y qué debemos hacer.

- ¿Cómo nació el proyecto?
- Te decía que es un viejo sueño, que fue tomando cuerpo después de un congreso de la Federación Latinoamericana de Periodistas, hace cuatro años. Parte de haber tomado conciencia de que durante las últimas décadas los que hacíamos periodismo alternativo estábamos perdiendo por goleada, atrincherados en pequeños nichos, encontrando pequeños financiamientos -de ONG europeas, norteamericanas- que les asegurara a los patrocinantes de que no saliéramos de esos nichos. Que no se nos ocurriera pensar o soñar en grande. Nos habían convencido que lo nuestro era lo alternativo, lo comunitario y que las grandes ligas -la comunicación masiva- era solo para los dueños del gran capital. Durante décadas pensamos como enanos. Hoy estamos creciendo, sin duda.

- ¿Qué beneficios traerá a la comunidad americana, en materia de calidad en sus contenidos?
- Primero, tener una información contextualizada, balanceada de lo que pasa en nuestros países. Segundo, rescatar nuestra propia memoria, nuestra propia historia, nuestras alegrías, nuestras frustraciones, pero, sobre todo, nuestras esperanzas. Cada vez aparecemos menos en los informativos trasnacionales: sabemos mucho de lo que pasa en Chechenia, pero demasiado poco sobre lo que pasa en la esquina de nuestra casa. Cuando hablamos de calidad, hablamos de competencia., TeleSur tendrá calidad broadcasting. Y cuando hablo de calidad hablo de calidad de contenido y de formas, tanto en lo informativo, como en los documentales, en lo periodístico, en el rescate de nuestra cinematografía, de nuestros pueblos, sus tradiciones, sus luchas, su vivencias. Los latinoamericanos tenemos la inteligencia, la experiencia, la calidad. ¿Qué esperamos, entonces?

- ¿Qué importancia tendrá la cadena, en América, en el mundo?
- No se trata de una cadena, no se trata de intercambios. Se trata de un canal americano -porque en él estarán los 45 millones de compatriotas latinoamericanos y caribeños que viven en Norteamérica-, hecho por profesionales, con una política editorial bien definida: apoyar la integración de nuestros pueblos, en la lucha contra el pensamiento único y la hegemonía. Un canal plural, que se enorgullece de la diversidad cultural y étnica de nuestros pueblos. Un canal que muestre nuestra realidades desde el punto de vista latinoamericano y caribeño para nuestros pueblos, pero también al resto del mundo.

- ¿Los principales competidores serán CNN y Univisión?
- TeleSur es un canal proactivo y no reactivo. Lo de la competencia se puede entender de diversas formas. Pero si vos querés seguir viéndote con ojos europeos o gringos, podés seguir viendo CNN, Univisión o la TV Española… Vos tenés el control…

- ¿Cómo ves el acople uruguayo a TeleSur? ¿Qué te parece pueda aportar Uruguay a TeleSur?
- ¿Sin alusiones personales? Uruguay, como cualquier otro país, tiene mucho que aportar: contenidos, programas, profesionales, películas, una cinemateca sin igual, docentes…

- ¿Salen al aire en mayo?
- Creemos que sí. Estamos en plena construcción: obras civiles, equipamiento tecnológico, salida satelital. Mientras, estamos trabajando en la parte de producción, programación, etc.

- ¿Te parece que los grandes medios desean unificar los discursos, los formatos televisivos?
-No lo desean, lo hacen.

- ¿Qué tan grande te parece el desafío de hacer TeleSur?
- Más que enorme el desafío, es enorme la responsabilidad. Por eso confiamos en el equipo multinacional que estamos formando. Y hay que tener en cuenta que TeleSur se hace posible porque el pueblo de Venezuela recuperó su estatal petrolera y ahora los dineros que antes desaparecían en cuentas en el exterior, permean a los sectores de menores recursos. E incluso, un excedente ha servido para aportar el capital semilla de este proyecto de integración comunicacional.

Aharonian, es uruguayo, nacido en el Prado montevideano, exiliado político en la dictadura, peregrinó por diversos medios, casi todos clausurados durante “el pachecato”, explicó. Escribió en Sur, el primer medio del Frente Amplio.

En Buenos Aires trabajó como corresponsal del Corriere della Sera, IPS, Excelsior y Prensa Latina. En la capital argentina fue jefe del diario La Voz, que denunció las violaciones a los derechos humanos, en plena dictadura, cometidos en la Escuela de Mecánica de la Armada argentina, (Esma), recientemente reinaugurada como museo.

En 1986 comenzó a trabajar como corresponsal en Caracas, la capital venezolana. Hasta 1992 fue el director del pool de agencias noticiosas latinoamericanas, Asin.

En estos días, además de estar al frente de TeleSur, dirige el mensaurio Question para Argentina y Venezuela, el semanario Quantum, la Agencia Latinoamericana de Información y Análisis Dos (Alia2), a la que se puede acceder en (www.alia2.net).

Montevideo COMM / Portal

Guillermo Garat
Periodista de Montevideo COMM / Portal

Come previsto, la colpa è di Calipari

Gli italiani non hanno pianificato la sicurezza dell’uscita dell’ostaggio.

Così titola stamane il Washington Times, il quotidiano più vicino al governo statunitense, praticamente la PRAVDA dei neocons.

Come previsto, è colpa di Nicola Calipari. Come i macchinisti degli Eurostar che quando muoiono è sempre colpa loro, anche Calipari è un colpevole perfetto. Inoltre partoriscono l’assoluta cazzata degli 8 colpi e non 400 (una sola sventagliata di una sola arma automatica corrisponde a varie decine e lì ha sparato più d’uno per molti secondi). E il cellulare resta sequestrato.

http://www.washtimes.com/national/20050308-121240-1847r.htm

Italy didn’t plan safe escape for hostage

By Rowan Scarborough
THE WASHINGTON TIMES

Italian security forces failed to make arrangements for safe passage out of Iraq for a freed Italian reporter, whose car was fired on by U.S. troops, killing intelligence agent Nicola Calipari who brokered the reporter’s release, according to an internal Pentagon memo.
The memo says checkpoint soldiers are trained to deal with erratic speeding vehicles whose drivers ignored warnings — a profile that matches the Army’s version of events in Friday night’s shooting.
The memo says more than 500 American troops have been killed on the streets and at checkpoints in Iraq. Mistaken shootings of civilians resulted in “few deadly incidents” since the U.S. started checkpoints in March 2003, according to the memo.
Meanwhile, the White House dismissed as “absurd” the stated suspicion of the reporter, Giuliana Sgrena, who said the United States tried to kill her because it opposes negotiations with terrorists to free hostages. Miss Sgrena, a reporter for the Italian communist newspaper Il Manifesto, provided no evidence.
“It’s absurd to make any such suggestion that our men and women in uniform would deliberately target innocent civilians,” said White House spokesman Scott McClellan adding: “We regret this incident. We are going to fully investigate what exactly occurred.”
Maj. Gen. William G. Webster Jr., who heads the Army’s 3rd Infantry Division, yesterday completed the “commander’s preliminary inquiry.” He has decided to conduct a more extensive inquiry, called a 15-6 for the regulation that authorizes it. Gen. Webster will name one officer to head the probe.
A U.S. official said that of all the cars that passed through the checkpoint that night, the reporter’s vehicle was the only one fired upon.
“Something that car did caused the soldiers to fire,” said the official, who asked not to be named.
The shooting occurred at night at a checkpoint on a notoriously dangerous road that links Baghdad to the international airport.
The incident has put a spotlight on “friendly fire” episodes that occur with some regularity in Iraq when motorists fail to heed warnings to stop at roadside checkpoints and are fired on by American troops who fear that the vehicle might be a weapon. Cars and trucks are a common weapon in suicide bombings and drive-by shootings.
The soldiers did not know that Miss Sgrena and Italian agents were headed in their direction on the way to the airport for a flight back to Italy.
An internal Pentagon information memo states, “This is war. About 500 American service members have been killed by hostile fire while operating on Iraqi streets and highways. The journalist was driving in pitch-dark and at a high speed and failed, according to the first reports, to respond to numerous warnings. Besides, there is no indication that the Italian security forces made prior arrangements to facilitate the transition to the airport.”
The left-leaning Italian newspaper La Repubblica reported yesterday that Mr. Calipari decided not to use available escort protection from the elite commandos who protect Italy’s Baghdad embassy.
Instead, he rented an inconspicuous pickup trick to recover Miss Sgrena, wrote La Repubblica’s top investigative reporter, Giuseppe D’Avanzo.
“In Iraq, the United States makes the rules and the Italian ally also must respect them. If it wants to break them, it must do so with a double game and some crafty tricks,” Mr. D’Avanzo wrote.
Italian magistrates have opened an inquiry into the killing and are arranging for the truck to be flown to Italy for examination by ballistic experts, judicial sources said. The magistrates also have obtained from the U.S. military the cellular phone that Mr. Calipari was carrying when he was shot.
Analysis of calls logged on the cellular phone might allow investigators to determine the speed at which the vehicle was traveling when U.S. troops opened fire on it, the sources say.
Mel Sembler, U.S. ambassador to Italy, reiterated Washington’s position in a 45-minute meeting with Prime Minister Silvio Berlusconi last night, diplomatic sources said.
Robert Maginnis, a retired Army officer and military analyst, said Rome should have done a better job coordinating Miss Sgrena’s exit once the Italians negotiated her release.
“It seems to me that the Italian secret service considers this a James Bond movie in Baghdad,” Mr. Maginnis said. “They’re driving around at night picking up a journalist who has been kidnapped and pretending they can get through a phalanx of checkpoints along the deadliest road in all of Iraq without being detected, much less shot up.”
The Army’s 3rd Infantry Division, which last week resumed command of Baghdad operations after participating in the 2003 invasion, said the soldiers had warned the approaching car repeatedly before opening fire.
According to the division, the patrol attempted to warn the driver to stop by hand and arm signals, flashing white lights, and firing warning shots in front of the car.”
?John Phillips contributed to this report in Rome.

Brecha – Question – Gennaro Carotenuto entrevista Giulietto Chiesa

Parte de la izquierda crítica europea piensa que el ensanchamiento del Océano Atlántico sea irreductible y que cuanto más Europa se distancie de Estados Unidos mejor será para la humanidad. Lo conversamos con el diputado en el Parlamento Europeo, Giulietto Chiesa.


Giulietto Chiesa nació en Piamonte en 1940. Periodista, desde 1980 hasta 2000 fue corresponsal en Moscú, antes para L’Unitá y luego para La Stampa, experiencia que lo convierte en uno de los máximos sovietólogos del mundo. Escribió para un sinfín de medios, desde Rusia hasta Estados Unidos y Suiza, desde Alemania hasta Radio Vaticana. En su trabajo de ensayista, fundamental para entender el crepúsculo de la URSS, ha estudiado la globalización, el sistema mediático mundial y las guerras.


En sus libros “La guerra infinita” y “Superclan” expone su teoría sobre la superación de la democracia liberal, liquidada por una nueva súper elite mundial. En junio fue elegido diputado europeo por el grupo Alianza de los Liberales y Demócratas para Europa (ALDE).


- Estamos al inicio de la segunda administración Bush. En la primera quizás el símbolo de cuatro años de relaciones entre Estados Unidos y la Unión Europea fue el discurso de Donald Rumsfeld sobre “la vieja Europa”. El Atlántico se iba agrandando.


- Y no hay ninguna señal de que deje de agrandarse. Rumsfeld explicitó de manera muy cruda esta realidad. Robert Kagan escribió que “el Occidente ya fue” y yo estoy de acuerdo. Los neocons representan la toma de distancia de Estados Unidos con respecto al resto del oeste y la manifestación de su autonomía. Quizás ellos se consideran aún Occidente, pero habría que encontrar una nueva definición: Estados Unidos ya no es Occidente.


- Sin embargo, más allá de diferencias puntuales -la energía, el acero, Kyoto, la competencia euro-dólar- sigue habiendo intereses convergentes entre lo que llamamos Primer Mundo y el resto del planeta.


- En los grandes pasajes históricos no todo está inmediatamente claro, pero las ideas-fuerza afloran. Hoy hay un sistema económico único del cual Europa es parte integrante y del cual Europa compartió las bases, por ejemplo con la economía de mercado. Sin embargo hay diferencias. Aunque la “Europa de las multinacionales” es parecida a los “Estados Unidos de las multinacionales”, estos dos tipos de economías de mercado siguen siendo diferentes.


- ¿Y en qué sentido el Tercer Mundo tendría que percibir estas diferencias?


- La estructura mental del mercado europeo no coincide con la estructura mental del mercado estadounidense. En Estados Unidos los principios ordenadores de la tradición capitalista han sido sobrepasados por una transformación estructural: ya no hay propiedad. En la gran empresa estadounidense las grandes familias desaparecieron, y la propiedad ha sido sustituida por el dominio de los managers. Es una nueva clase, que yo llamo “superclan”, que en Europa no existe.


- ¿Por qué Europa no podría estar sencillamente quince o veinte años atrás en la aplicación de este modelo? ¿Por qué por ejemplo un latinoamericano que vio la política de rapiña de la española Repsol tendría que diferenciarla de la política de rapiña de la Shell?


- Es cierto. Pero la situación internacional está en rápido movimiento y no hay tiempo para que Europa vaya en la misma dirección. Estamos en una crisis inédita de la relación entre el ser humano y la naturaleza. Sin esta crisis probablemente todo el planeta sería absorbido por la visión estadounidense que implica el fin de la democracia occidental, el fin de las contradicciones sociales y la llegada de un mundo mucho peor que el orwelliano. Sin embargo, las multinacionales europeas no están, por ahora, en condición de seguir a las estadounidenses.







Elbio Ramírez, Natividad criolla
La sociedad civil europea es aún mil veces más poderosa que la estadounidense, que ya ha sido completamente destruida. Allá las multinacionales y el superclán pudieron actuar sin obstáculos. Acá no. Y más se ensanchan las diferencias, más crece acá la reacción popular y nacional. Y el proyecto de transferencia del modelo estadounidense en Europa resulta literalmente imposible. Nos enfrentamos al fin de los recursos y al fin de la ilusión de que éstos fueran infinitos. Esto desvela la mayor contradicción sobre la cual vive el sistema: la infinitud de los deseos.


La gran fábrica de los sueños, una economía basada en la estimulación de deseos infinitos, consumos inducidos e inútiles, choca hoy con que los recursos no son infinitos. Esta contradicción explotará en los próximos veinte años, mucho antes de una posible adaptación europea al modelo.


- Si los neocons tienen un mérito es ofrecer un claro modelo de desarrollo y de dominio. Pero, si es cuestión de tiempo, la Europa de la sociedad civil estructurada, de las representaciones políticas complejas, del ecologismo, del pacifismo, ¿tendrá tiempo para salvar al planeta desde el desastre del modelo neoconservador?


- No tenemos ninguna seguridad de que logremos pararlos. Oponerse quiere decir empezar a hacer cosas concretas para pararlos y condicionarlos, y no está dicho que las ideas mejores ganarán. Pero yo confío en que si esta crisis provoca tanta tensión entre Estados Unidos y Europa, se puede imaginar lo que produzca con relación a otras civilizaciones y culturas distintas y hostiles: China, India, el mundo musulmán, Rusia -que no está muerta-. Son realidades que chocan con la pretensión totalizante del pensamiento único y con la ecuación entre interés nacional estadounidense y gestión del poder mundial.


El interés nacional de Estados Unidos hoy entra simultáneamente en colisión con el interés nacional de todas las otras realidades históricas. Si hoy se puede hablar de choque de civilizaciones, éste no es entre Occidente e islam sino entre Estados Unidos y el resto del mundo. Yo esto lo veo con absoluta claridad.


- Y un buen ejemplo es América Latina. En la pretensión de que lo que es bueno para Estados Unidos es bueno para todos, en la proclamación declarada de un proyecto hegemónico, el “nuevo siglo americano”, ¿qué aceleración representó el cuatrienio de Bush?


- Es una aceleración porque las actuales clases dirigentes estadounidenses, tanto en su costado técnico-científico como en su costado religioso, piensan en el apocalipsis. Y lo digo sin ironía. Los neocons religiosos piensan realmente en un apocalipsis, ya lo escribieron Gore Vidal y otros. En su visión del mundo están convencidos de que hay que enfrentarse a una gran tragedia: o convertir o extirpar. Está claro que piensan en una palingenesia terrorífica.


Pero también desde el perfil científico sabemos que los dirigentes más informados tienen, desde mucho antes del 11 de setiembre, datos para pensar que un 11 de setiembre habría sido muy útil. Hay una afirmación decisiva en el “Proyecto para un nuevo siglo americano”: las transformaciones que nosotros debemos introducir en la política mundial necesitarían, en condiciones normales, harto tiempo. Y sin embargo tenemos que razonar como si debiera producirse artificialmente una drástica mutación de ruta para acortar esta transición.


Ellos saben, y nosotros sabemos, que los recursos caerán rápidamente, y así necesitan imponer una drástica mutación a través del uso de la fuerza. La cita termina con: a menos que no se cree algo parecido a una nueva Pearl Harbor.


“Like a new Pearl Harbor*”, dicen textualmente, no lo invento yo. Saben que el mundo va hacia una rápida rendición de cuentas. El agotamiento de los recursos será el elemento visible, cercano e inevitable, y Estados Unidos debe abocarse inmediatamente al problema del dominio sobre todo el planeta y sobre los recursos de todo el planeta. Esto no se construye en dos minutos, hay que prepararlo con antelación en espera del gran choque que llegará y que será contra China. Al gran comilón de recursos que está llegando y que necesita competir con Estados Unidos, ¡hay que pararlo antes!


- Y en este escenario, desde un punto de vista geopolítico y en perspectiva antichina, en el orden natural de las cosas estaría una alianza estratégica con Rusia. Sin embargo asistimos a una convergencia política en el tema terrorismo, acompañada por una divergencia geoestratégica, empezando por el Cáucaso y Asia central. Esto es seguramente parte de la idiosincrasia estadounidense, que pretende la aniquilación total del enemigo. Pero sólo junto a una Rusia potencia Estados Unidos puede establecer un cordón sanitario alrededor de China.


- Esto supondría una inteligencia de las elites políticas estadounidenses superior a la que los hechos demuestran que poseen. Ellos piensan en la utilización de la fuerza en todas las direcciones. Hoy Estados Unidos no quiere aliados ni alianzas, quiere siervos y subordinados. La política imperial los está cegando completamente. Ellos han creído apresuradamente haber ya colonizado a Rusia con Ieltsin. Pensaron que era suficiente.


Liquidado Ieltsin, han consentido a Putin la llegada al poder y pensaron que seguiría la línea de su predecesor. Desafortunadamente no es así. Putin es un hombre inclinado a todos los más terribles juegos de poder. Pero Putin es un ruso. Y este es un detalle que revela la espantosa ingenuidad de los neocons. No han leído a Fernand Braudel, no saben nada de las fuerzas profundas de la historia y han creído que colonizaron a Rusia definitivamente.


Y no lo logran. Y ahora mismo estamos asistiendo a la ruptura entre Rusia y Estados Unidos. Los herederos de Ieltsin, los que demolieron la Unión Soviética, durante un tiempo han especulado con ser parte de un juego que, al contrario, los amenaza. Vladimir Putin percibe agudamente que Estados Unidos está dispuesto a golpearlos. La guerra chechena ha sido construida por los estadounidenses. Turquía tuvo un papel importante, los servicios han colaborado. Han dejado actuar a los que financiaban el terrorismo checheno, los wahabitas saudíes, el isi paquistaní, los servicios turcos.


Y no es en vano que, en plena guerra chechena y esperando la caída de Boris Ieltsin, el presidente Clinton viajara a Ankara para firmar el acuerdo para la construcción del oleoducto que pasará a través de Georgia y Turquía eludiendo a Rusia. La guerra en Chechenia ha sido usada espléndidamente para acuchillar por la espalda a Ieltsin mientras lo trataban como a un Quisling.


¿Podemos pensar que Putin no lo entendió? Putin entendió que su papel en el juego es sólo subalterno. Pero él es hábil y piensa que Rusia debe ser grande. Hizo lo posible para que Rusia no fuera un blanco para Estados Unidos. No lo logró. Apenas salimos del espejismo de la lucha contra el terrorismo internacional el juego se hace claro: el ataque a Putin empezó con la entrada en política del millonario Mikhail Khodorkovskij, que estaba vendiendo la Yukos a la Exxon-Mobil por 25 mil millones de dólares. Putin lo entendió, arrestó a Khodorkovskij y empezó a jugar su partido. Estas cosas no se dicen, se hacen.


El The New York Times, después de muchos años de silencio, imprevistamente, en un largo editorial no firmado, llama la atención sobre el peligro de las armas atómicas rusas. No se había hablado más de eso porque Ieltsin había dado los códigos de las armas atómicas rusas a Estados Unidos. Putin ahora, silenciosamente, ha renovado los códigos sin devolverlos a los estadounidenses. Y así de pronto las armas atómicas rusas vuelven a ser noticia y el Times pide que se ayude a Rusia a desmantelarlas. Pero Putin ya no las quiere desmantelar, y los Estados Unidos de hoy no son capaces de hacer ningún discurso de cogestión, sólo hablan en términos imperiales.


- Volviendo a la relación con Europa, si algunos países, independientemente del color de los gobiernos, toman distancia de Estados Unidos, hay otros tantos gobiernos importantes que están muy lejos de distanciarse de la subordinación al unilateralismo de Washington.


- Es cierto, aunque yo tengo una interpretación heterodoxa. No es casual que Alemania y Francia, prescindiendo de las respectivas mayorías políticas, reaccionen de la misma manera frente a Estados Unidos. Es una reacción fisiológica de gran importancia político-cultural. Las dos entidades estatales más poderosas de Europa expresan los últimos vestigios de la representación democrática del Estado occidental. No es un capricho de Gerhard Schröder o Jacques Chirac: la “Europa de las naciones” es el único baluarte contra la “Europa de las multinacionales” y contra el fin de la democracia. En Europa conviven dos almas: la Europa de las naciones y de los pueblos y la Europa de las multinacionales. Y hay un abismo entre las dos.


La paradoja es que es la Europa de las naciones, la Europa más avanzada intelectualmente, la que ha construido la Europa de la supranacionalidad. Es la que ha entendido que muchas decisiones no pueden ser tomadas por los estados nacionales. Y ahí hay todavía un pedazo de democracia, un pedazo de representación de la sociedad civil.


Las instituciones representativas de la democracia burguesa y liberal se defienden así de una idea en la cual el propio concepto de democracia liberal es demolido por el superclán, que es lo contrario de la democracia liberal. Este es un proceso que está en desarrollo. Yo no sé quién ganará, si las multinacionales que razonan en términos de Wall Street o los estados nacionales. Pero tengo una gran confianza en que los estados nacionales unidos de Europa sean capaces de lanzar una contraofensiva contra el fin de la democracia señalado por el superclán.


- Sin embargo, la inserción de los diez nuevos países, así como la perspectiva de la entrada de Turquía, son puntos marcados por Estados Unidos y Gran Bretaña que pretenden la dilución y el debilitamiento de la construcción europea.


- Es exactamente lo que veo con mis ojos acá en Bruselas. La llegada de los diez debilita a Europa. Europa no supo mirar a su este. La Alemania de Helmut Kohl sólo miró a su otro pedazo de Alemania. Y de hecho se delegó en Estados Unidos la tarea de reconstruir Rusia y el este de Europa. Estados Unidos la ha asumido, en el sentido estrecho de la colonización, logrando el fantástico e inmediato éxito de tener a todos estos países bajo su dominio. Y lo ha hecho utilizando a la OTAN. Así la UE ha unificado a Europa luego y sólo después de que Estados Unidos ya lo había hecho mediante la OTAN.


¿Esta solución es permanente? No creo. Las opiniones públicas del Este han sido más receptivas a la idea de Europa de lo que lo han sido sus clases dirigentes. La guerra -a la cual la mayoría de los gobiernos del Este adhirieron entusiastamente- espanta a los pueblos del Este tanto como al Oeste. Así que no sabemos cuánto durará la hegemonía estadounidense. En cambio se delinea una Europa con Alemania, Francia, España, Grecia, que es fuertemente antiestadounidense a pesar del gobierno de centro-derecha, Italia si cayera Silvio Berlusconi… Así podría retomar rápidamente velocidad un proceso de homogeneización nacional y supranacional. Gramsci hubiese hablado de hegemonía. Y la hegemonía estadounidense se está erosionando día tras día en Irak. Una Europa con estadistas de altura podría realizar una fuerte contraofensiva hegemónica. Lo puede hacer hablando con Rusia, con China, con Oriente Medio.


- Podría dirigirse también al bloque latinoamericano, si no lo hace de la manera rapiñera y golpista como lo hizo, por ejemplo, José María Aznar.


- Naturalmente puede hacerlo. Y tiene que cambiar todas las reglas del comercio internacional. Las estrías ya se ven y algunas puertas ya se abren. Hay que hacer un rápido discurso de acercamiento a Rusia: una política abierta de visas, cultura, cooperación económica y militar; una gran operación de reconquista. Pero hay que saber que será una larga y dramática batalla y los próximos años serán decisivos.


- El fracaso del golpe en Venezuela es el elemento que ha acelerado la guerra en Irak. El cuadro ahora está en evolución a pesar del extremismo obstinado con el cual ha sido conducida la guerra iraquí; hay señales diplomáticas opuestas como la luna de miel entre Egipto y China o, a pesar del desastre bélico, los roces con aliados históricos en Oriente Medio, Arabia Saudí, el mismo Egipto.


- El diseño de los neocons es demoler el orden de los países árabes moderados para transformarlos en colonias estadounidenses. Ya no sirven los países moderados, tienen que ser nada más que vasallos. Así, si Bush -como temo- es reelegido, estos regímenes, hablo de Egipto y de Arabia Saudí en primer lugar, serán derribados. De distintas formas. El primer asalto será hacia Irán, donde se juega el partido más importante y probablemente la próxima guerra.


Y cuando Irán haya sido liquidado e Israel pueda ocupar toda la orilla occidental del Jordán y liquidar definitivamente el Estado palestino, entonces se podrá eliminar también la dinastía hashemita en Jordania, quitarse de encima los soberanos saudíes y a Hosni Moubarak en Egipto. No estoy haciendo profecías: es lo que quieren personajes como Michael Leeden o Paul Wolfowitz. Y ya desencadenaron la guerra iraquí como parte de este diseño.


Firmaron el “Project for the New American Century” Richard Perle, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, su vice, Lewis Libby, jefe de gabinete de Cheney, William J Bennett, ex ministro de Reagan, y Zalmay Khalilzad, embajador de Bush en Afganistán.









Gennaro Carotenuto
Periodista Italiano. Analista Internacional

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