giovedì 02 settembre 2010, 19:16

Gli articoli con tag: " ESMA "

(REPORTAGE) – Ciudad Juárez: Viaje al fin del neoliberalismo

Juarez3El sueño de la industrialización neoliberal se transformó en pesadilla. Ciudad Juárez, la de las maquiladoras y los feminicidios, frontera entre el norte y el sur del mundo, es hoy la ciudad más violenta del planeta. En los últimos dos años la guerra entre narcos, en la que está involucrado el ejército, ya causó 4.600 muertos y 100 mil refugiados.

Por Gennaro Carotenuto y Chiara Calzolaio desde Ciudad Juárez para Brecha

LLEGANDO A CIUDAD JUÁREZ desde el sur, la última hora de avión muestra con creciente angustia uno de los desiertos más áridos del mundo. No era así antes, cuentan los pocos lugareños autóctonos. Juárez tenía 30 mil habitantes en 1930, 300 mil en 1970, 1,5 millones en 2000, y perdió varias batallas por el control del agua del Río Bravo con El Paso, que desde 1848 pertenece a Texas.

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¡Alerta, alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina! Nasce il Movimento Continentale Bolivariano.

Da vaccamagra.blogspot.com

.Caracas.

Abbiamo partecipato, documentandola, alla nascita del Movimiento Continental Bolivariano. La dinamicitá e l’energia sentita ha ,a tratti, commosso e dato speranze. … Leggi tutto

Cristina Fernández minacciata

Nella giornata di ieri, Aníbal Fernández, capo di gabinetto del Consiglio dei ministri della Repubblica Argentina, ha informato la stampa di alcune minacce alla sicurezza personale della Presidentessa  Cristina Fernández de Kirchner, udibili come interferenza sulle frequenze radio, durante un volo in elicottero tra la residenza e la Casa Rosada. Nella registrazione degli otto minuti di contatto tra il velivolo presidenziale e la torre di controllo, si odono in tre riprese le minacce intervallate dalla musica una marcia militare comunemente associata alla memoria dell’ultima dittatura militare.

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Agresión a Berlusconi: si la política no deja otra alternativa que la violencia

ansa_17445933_59500 Por Gennaro Carotenuto. Introducción y traducción para Rebelión por Gorka Larrabeiti

El 31 de octubre de 1926 Benito Mussolini acudió a Bolonia para inaugurar el estadio. Anteo Zamboni, un joven de quince años, disparó contra Mussolini, pero no dio en el blanco. Los escuadristas del jerarca Leandro Arpinati lo lincharon en el acto. Como consecuencia del atentado fallido, apenas un mes después, se aprobaron las "Leyes para la defensa del Estado": anulación de pasaportes, supresión de periódicos antifascistas, disolución de partidos, institución de una policía secreta. El 9 de noviembre se declaró la decadencia del mandato parlamentario de 120 diputados.
En este texto, Gennaro Carotenuto sustituye los nombres de la crónica de la agresión de ayer por los del atentado de Zamboni a Mussolini.

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La Barba di Fidel. Poesia bilingue dal NordAmericaLatina.

La barba di Fidel

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El País intervista Andrea Camilleri

leggevo questa intervista a Camilleri e mi sembrava carina da segnalare. Almeno una delle risposte piacerà moltissimo a Raffaele della Rosa.

"No será la Iglesia la que acabe con Berlusconi"

Con sus inseparables pitillos, y su joven ayudante Annalisa dándole café con mucha azúcar, el escritor siciliano Andrea Camilleri mantiene a los 84 años una rapidez mental y una memoria envidiables. Ahí está la rabia, su vieja rabia comunista, que él sigue reivindicando como antídoto moral para su país, esta Italia que pese a todo vota y admira a Silvio Berlusconi, y que, afirma, "ama al bufón delirante porque refleja lo peor de cada uno y suscita esa envidia que todo italiano siente hacia las motocicletas que no cumplen ni una regla del código". En esta entrevista, realizada ayer en su casa, el maestro de la novela negra dibuja la oscuridad del panorama político italiano.

"Il Cavaliere está enamorado del fascismo, y es peor que los fascistas"

"Espero que resucite la moralidad porque ahora rige la moral del vespino"

Pregunta. Toda Europa habla de Berlusconi, los italianos callan.

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Vignette dell’altro mondo

Non è facile scrivere ad interpretare bene i fatti in questi giorni. La forza della natura lascia attoniti. La stoltezza dell’uomo fa rabbia. E il terremoto che ci ha trovato così fragili destabilizza le coscienze. Ho dato il mio piccolo contributo di cittadino recandomi con un "convoglio umanitario" nei pressi de L’Aquila. Non ho incontrato nessuno cui regalare un sorriso. Non mi sento a posto con la coscienza. Per nulla. Ma la storia di Vauro è incomprensibile al di là di una bieca logica di censura da parte del governo e del clima di unità nazionale nato dalle macerie del terremoto.

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Siamo uno Stato oggi rappresentato da Berlusconi… (testimonianza)

Ricevo da Anna Maria De Luca, oltre alla sua adesione alla richiesta di scuse formali da parte del governo italiano e della firma della ratifica da parte dell’Italia al trattato internazionale contro la sparizione forzata, anche questa sua testimonianza.

La ringrazio per avermi autorizzato a pubblicarla. (A.M.)

Mia zia, Angela Maria Aieta, dopo essere stata sequestrata a Buenos Aires e rinchiusa nell’Esma, ha perso la vita in un volo della morte perchè madre del capo dell’opposizione al regime.

Mio cugino è stato dodici anni in carcere senza mai un processo. La moglie sequestrata e violentata. Il fratello sequestrato e ucciso dopo torture inenarrabili; l’altro fratello sequestrato.

Io faccio la gionalista. Mi occupo di diritti umani. Solo l’anno scorso siamo riusciti ad ottenere cinque ergastoli per i gerarchi argentini responsabili all’Esma, nel primo processo aperto a Roma nella storia italiana. Il primo, dopo trent’anni. Il primo dopo migliaia di morti.

Ieri, la battuta del nostro presidente del Consiglio è stata un’offesa alla memoria dei miei parenti e dei loro compagni. Un’offesa all’idea che li ha portati a non risparmiarsi.

Hanno lottato e perso la vita per combattere per la libertà della nazione che li ospitava. Potevano starsene tranquilli a casa, senza reagire, come facciamo noi italiani rimasti qui, invece hanno scelto di agire.

Siamo lo Stato che ha voltato le spalle ai suoi figli in Argentina per tutto il tempo della dittatura. Siamo lo Stato che lo scorso anno ha dato 5 ergastoli agli assassini di mia zia. Siamo uno Stato oggi rappresentato da Berlusconi.

di Annalisa Melandri

leggi e firma qui l’appello perchè Berlusconi chieda scusa ai familiari delle vittime della dittatura argentina e perchè l’Italia ratifichi il trattato internazionale contro la sparizione forzata

Voli della morte e desaparecidos – A Roma ergastolo per l’angelo della morte

_39325201_astiz203 Sembra proprio una risposta dei giudici alla frivolezza di Silvio Berlusconi che pochi giorni fa aveva scherzato sui voli della morte durante la dittatura in Argentina.

Ieri giovedì la Cassazione di Roma ha confermato la condanna definitiva alla pena dell’ergastolo per Alfredo Astiz (nella foto), assassino di tre cittadini italiani, Angela Maria Ajeta, Giovanni e Susanna Pecoraro, torturati ed assassinati dallo stesso Astiz.

Questo, all’epoca era tenente di marina, conosciuto come l’angelo della morte, nell’ESMA, la Scuola meccanica della marina militare argentina convertita in campo di concentramento e sterminio ed oggi Museo della Memoria.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

Morto a 86 anni il cardinale Pio Laghi. Il nunzio che giocava a tennis col genocida Jorge Videla

pio

Il coccodrillo dell’AGI ne parla come di un uomo saggio e pio, come il suo nome promette. Arriva a scrivere: “dal ‘76 all’ ‘80 nunzio in Argentina (dove i suoi tentativi di mitigare la durezza della dittatura militare furono criticati fino all’accusa di connivenza con i sanguinari generali)” …

Chi conosce la storia dell’ultima dittatura argentina, chi ha letto i libri di chi ha conservato la memoria di quell’orrenda stagione (parecchi dei quali usciti pure in italiano) sa che il comunicato dell’AGI restituisce una storia fallace, inaccettabile. Il 27 aprile 1995 il cardinale Laghi dichiarava: “come potevo supporre che stavo trattando con dei mostri, capaci di buttare persone dagli aerei e altre atrocità simili? Mi si accusa di delitti spaventosi per omissione di aiuto e di denuncia, quando il mio unico peccato era l’ignoranza di ciò che veramente capitava …”.

Segnalo l’ottima intervista di Maurizio Torrealta al Perro Verbitsky (l’autore de Il volo) nella quale si sostiene che Laghi fosse iscritto alla P2 e che Paolo VI sia stato indotto al silenzio proprio dalla Chiesa argentina, probabilmente la più reazionaria al mondo (gc).

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Argentina: Victoria Donda Pérez

“BOTTINO DI GUERRA”

Buenos Aires, 10 dicembre 2008. La bambina nasce nella “Scuola di meccanica della marina” (luogo conosciuto con l’acronimo di Esma), probabilmente negli ultimi mesi del 1977. In Argentina, sono gli anni della dittatura militare (che – ricordiamolo – durerà quasi 8 anni, dal 24 marzo 1976 al 10 dicembre 1983) e la Esma è un luogo di detenzione e di tortura. … Leggi tutto

Intervista a Simone Bruno: “gli indigeni fanno paura…”

Foto di Simone Bruno
Simone Bruno è un fotoreporter italiano e da cinque anni vive a Bogotá. E’ corrispondente dalla Colombia per Peace Reporter, quotidiano online legato all’agenzia giornalistica MISNA  (Missionary Service News Agency) e all’ organizzazione umanitaria Emergency.
In queste settimane ha seguito la marcia della Minga, la grande mobilitazione indigena e contadina che è giunta fino a Bogotá chiedendo rispetto per i popoli originari e diritto alla terra e alla vita e prospettando un progetto di partecipazione politica allo sviluppo del paese.
Simone Bruno ha testimoniato nei suoi articoli di quei giorni, soprattutto i violenti scontri avvenuti nella localià La María – Piendamó (Cauca) dove si sono registrati due morti e più di 70 feriti e dove è stato dimostrato che lo Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) ha utilizzato armi non convenzionali contro gli indigeni. Le fotografie di Simone sono state pubblicate in tutti i più importanti quotidiani italiani e nei maggiori spazi informativi di Internet.
Per questo egli  ha ricevuto alcuni giorni fa nella sua pagina Facebook minacce di morte con il seguente messaggio: “comunistello di merda ti stai impicciando con forze che ti schiacceranno molto coraggioso lanciando pietre ed aggredendo agenti dello stato a la maria se vuoi fare il martire sará un piacere realizzare il tuo desiderio prega stronzo“) da un utente sconosciuto di nome Sol Dussant. In questa intervista ci spiega ciò che rappresenta il movimento indigeno in Colombia e le sue potenzialità rispetto a un cambiamento del paese.
 
A.M. – Simone, tu vivi ormai da cinque anni in Colombia. Hai avuto prima di questo momento minacce a causa del tuo lavoro?
S.B. – No, mai, questa è la prima volta in assoluto.
 
A.M. – Hai denunciato le minacce alle autorità? Che appoggio hai ricevuto?
S.B. – Ho sporto denuncia tramite il Consolato italiano dove ho trovato persone molto gentili e che mi hanno aiutato molto. Ho ricevuto appoggio anche da parte dell’ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che in un comunicato stampa  ha respinto le minacce che ho ricevuto.
 
A.M. – Nel testo della minaccia si fa riferimento alla località della María. Tu sei stato lì raccontando lo svolgimento della Minga. Ci sono stati morti e feriti. Come era la situazione?
S.B. – Molto pesante . la repressione dell’ESMAD (polizia antisommossa) è stata brutale con armi,  machete e granate artigianali piene di polvere da sparo, vetri, schegge  e  chiodi. Ho visto molti feriti ed ho constatato il tipo di arma che ha provocato quelle ferite. C’erano feriti da arma da fuoco ed altri con schegge nel corpo. C’è stato anche un morto, Ramos Valencia che veniva da Tacueyó, morto per un proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte.
 
A.M. – Un video della CNN ha dimostrato inequivocabilmente  che membri della ESMAD hanno sparato contro i contadini della MINGA e lo stesso  Álvaro Uribe lo ha dovuto ammettere pubblicamente. I partecipanti alla Minga si sono difesi soltanto con i tradizionali “bastoni di comando” e con le pietre. Tu hai denunciato quanto avvenuto nei tuoi articoli. Credi che le minacce possano essere venute da persone vicine alla ESMAD?   

S.B. – Questo è difficile da dire. Sicuramente  le minacce sono venute per la mia presenza alla María, il messaggio lo dice molto chiaramente.  Chi si è infastidito per  il lavoro dei giornalisti è chi non voleva che si sapesse la verità dei fatti e delle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia. E’ anche chi non sa rispettare un movimento come quello  indigeno Colombiano che propone una maniera diversa di pensare e di vivere e una resistenza pacifica.
 
A.M. – La Minga è arrivata a Bogotá e nei prossimi giorni ci saranno iniziative in alcune città europee in solidarietà ad essa. Cosa pensi di questa mobilitazione indigena e contadina? Può rappresentare realmente come sembra, un momento di rottura tra la società colombiana e il governo?

S.B. – Credo che sia la concomitanza di due processi. Da un lato mi sembra che la società inizi a svegliarsi da un lungo sonno. Lo testimoniano le mobilitazioni praticamente di tutti i settori sociali: tagliatori di canna, studenti, professori, trasportatori, giudici, tra gli altri.
Dall’altro lato la Minga  rappresenta l’espressione di un lungo processo interno al movimento Indigeno Colombiano, di cui gli indigeni Nasa del Cauca sono senza dubbio il settore più forte e organizzato. La coincidenza di questi due aspetti ha fatto sì che la Minga diventasse il catalizzatore e acceleratore di tutte queste proteste che in qualche  modo confluiscono tra loro. Questo non è causale. I Nasa vanno tessendo, come essi stessi affermano, relazioni con altri settori e movimenti sociali da diversi anni. Nella storia Nasa si osservano quattro fasi di resistenza, l’ultima si chiama di alternativa e inizia più o meno con la Costituzione del 1991, cioè con l’arrivo dell’onda neoliberale in Colombia. I Nasa si sono resi conto che il nemico non è più rappresentato dal  latifondista, ma dal potere multinazionale che non si vede.  Per combatterlo capiscono che si devono aprire agli altri settori sociali e continuare a lottare uniti. E’,  se vogliamo, la fine della fase puramente  indigenista del progetto Nasa.
 
A.M. – Che prospettiva  a lungo termine immagini possa avere la Minga in Colombia?
S.B. – E’ un processo lungo. In questo mese la Minga ha avuto  molta visibilità. Nei prossimi mesi forse non sarà più così,  ma il processo continuerà sicuramente a livello interno e si andrà rafforzando. Nella prossima manifestazione pubblica sarà ancora più forte e avrà ancora più sostegno da parte  degli altri attori sociali. Questo è stato così anche in passato se pensiamo a quella che fu chiamata Minga per la vita del 2004 e a tutte le mobilitazioni precedenti. Con queste espressioni gli indigeni prendono tempo e si relazionano con nuovi  attori. Si ritirano, elaborano e riappaiono nuovamente.  
A.M. – Come si sviluppano  attualmente in Colombia la protesta sociale e il conflitto sociale armato nell’ambito di questa criminalizzazione violenta della protesta e nell’ ambito dell’attuale situazione di repressione e persecuzione dell’opposizione?
S.B. – La criminalizzazione della protesta è un esercizio molto praticato in Colombia dove le FARC si trasformano nella scusa per annientare i movimenti sociali.
I movimenti democratici sono schiacciati tra l’attore statale e paramilitare da un lato e dalla guerriglia dall’altro. Tutti i movimenti più rispettabili in Colombia assumono una posizione di neutralità o si dichiarano comunità di pace, sono sopraffatti da ambedue le parti e da ambedue  gli attori. La colpa che  hanno non è tanto quella di non partecipare, ma di mettere  in discussione lo stesso conflitto che è quello che permette di sopravvivere sia alle FARC che al governo. Rimane veramente poco spazio per sviluppare la protesta sociale, tanto fisicamente quanto nell’immaginario dei Colombiani che preferiscono spesso  non sapere niente di quello che accade, non discutere e non essere coinvolti.
A.M. – Non credi che le minacce a un giornalista siano la dimostrazione che sta facendo bene il suo lavoro?
S.B. – O che gli indigeni fanno paura…
A.M. – Come giornalista minacciato come immagini che si possa continuare a lavorare per la libertà di espressione e per la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato in Colombia?
S.B. – Io ho la fortuna di essere Italiano e di vivere a Bogotá. L’appoggio della stampa italiana è stato molto importante, penso per esempio a Maso Notarianni di Peacereporter e a Alessandra Coppola del Corriere della Sera che per primi si sono preoccupati della mia situazione. La visibilità e l’appoggio pemettono di sentirsi più sicuri. Ma ci sono centinaia di giornalisti Colombiani che lavorano e vivono in zone rurali del paese. Per loro,  denunciare quello che succede vuol dire mettere a rischio seriamente le loro vite e quelle dei loro familiari. Questo ha una evidente ripercussione sulla qualità dell’informazione nel paese. Così come la concentrazione dei mezzi di informazione nelle mani di poteri economici molto  forti, la cui finalità è massimizzare il profitto e non l’informazione. Questi mezzi di informazione saranno sempre al servizio del governante di turno. Non è casuale che  gli attivisti abbiano  deciso di consegnare  il video alla CNN e non ai media colombiani, questo perchè se lo avessero consegnato ai media colombiani, probabilmente  adesso poche persone lo avrebbero visto.  Parlo  dei grandi canali televisivi, perchè un errore che si commette   è quello di generalizzare sulla stampa Colombiana. Qui esistono buoni mezzi di informazione ed eccellenti giornalisti . Penso a Semana, a El spectador, al programma Contravia di Hollmann Morris, al notiziario di Canal Uno di Daniel Coronell e ad alcuni giornalisti  di El Tiempo e di Cambio.
E’ grazie a loro se siamo venuti  a conoscenza dei grandi scandali come quello della parapolitica. Ed è per questo che la lista dei giornalisti  minacciati è molto lunga.
 
 

Lo que las cacerolas desean silenciar

Ricevo da Redacción Popular - Raúl Isman

Junio 2008
Editorial extra

 

El lunes 16 de junio la derecha- ¿será casualidad que en un aniversario del salvaje bombardeo descargado contra el pueblo peronista en 1955?- realizó un cacerolazo “espontáneo”, básicamente en los barrios más acomodados de la Capital Federal y masivo en algunas ciudades del interior. La supuesta espontaneidad resultó desmentida por el hecho que poderosas computadoras- y no teléfonos celulares de propiedad unipersonal- emitían mensajes de texto llamando a la manifestación que alcanzó cierta importancia desde mucho antes. Pero no menos veraz es el hecho que la vocinglería tuvo la finalidad de silenciar varias cuestiones. Ellas son al menos tres:
1) Que los caceroleros al batir sus instrumentos desean que los alimentos cuesten lo mismo en la Argentina que en el primer mundo. Es decir, a más largo plazo evitar una redistribución favorable al pueblo de la riqueza nacional. Que existan destacamentos despistados, ignorantes y francamente ilusos en creer que pueden acceder a situaciones sociales oligárquicas no modifica en absoluto este hecho irrefutable.
2) La persistencia de una Argentina cínica que musitaba “algo habrán hecho”, cuando durante la dictadura las fuerzas del estado desaparecían compañeros, que no le perdona al actual gobierno su tozuda búsqueda de verdad y justicia. En los cacerolazos estaba en pleno y en primer plano la runfla procesista, cosa que los medios se empeñan en ocultar y silenciar.
3) Los rasgos inocultablemente racistas de los caceroleros nucleados centralmente en los territorios más acomodados; para los cuales el peronismo es sinónimo de negritud.
Resultó, por otra parte, muy gracioso el rotundo mentis que los propios manifestantes le propinaban al angelical (aunque en rigor, cómplice) relato mediático de los sucesos. En efecto, mientras que un canal televisivo titulaba la gente reclama diálogo, las imágenes mostraban a iracundos señores y muy paquetas damas profiriendo a voz en cuello: “andate Cristina”; por cierto, un curioso modo de dialogar. Por otra parte, equivalente al de los dirigentes agropecuarios: “o se hace lo que pedimos o te pasamos por arriba”.

 

¿Quién es quien
en la política nacional?

 

El vicepresidente Julio Cobos se desmarcó parcialmente de la política del ejecutivo. Ello pude deberse a una u otra causa o a ambas simultáneamente que mencionaremos a continuación.
a) Los radicales k recibieron una muy escasa inserción puesteril en el nuevo equipo gubernamental. Y/o
b) El vice no resistió la histórica “tentación” de los portadores de su cargo; consistente en postularse como salida en una crisis, a efectos de transformar su condición presidencial de transitoria en definitiva.
Algunos- muy escasos, gobernadores se plegaron al reclamo sedicioso del agro. El fraudulento Juan Scharetti, de Córdoba, de profunda sensibilidad sojera. El mandatario socialista Hermes Binner, de Santa Fe, que ha escogido seguir la atávica tradición de su partido que ha optado por el inconducente  y absurdo seguidismo con la derecha; como hizo su máximo dirigente originario, Juan B. Justo, en los albores de la fuerza (fines del siglo XIX, comienzos del XX). También debe mencionarse su alineación y alienación antiperonista de los años 1945-1955, que le valió al partido un merecido aislamiento con las masas. O su colaboración con la dictadura genocida de 1976. De todos modos no se trata de pasar facturas históricas. El problema es el aliniamiento mayoritario de la fuerza con enemigos históricos de los sectores populares. No faltan versiones que vinculan dicha circunstancia actualmente al hecho que varios dirigentes socialistas de Santa Fe son propietarios de estancias sojeras, mettier poco socialista si los hay. Ya lo decía Carlos Marx, involuntario pariente ideológico de dicha fuerza, “el ser social determina la conciencia”. Por último, el panorama de gobernadores pro-oligárquicos se agota en el mandatario de una pequeña provincia patagónica, Mario Das Neves de Chubut. Parece primar en su posición la necesidad de preservar un hipotético lanzamiento a una candidatura por la presidencia. En cuanto al gobernador de San Luis, Alberto Rodríguez Saa, siempre se opuso al proyecto nacional en curso.
Lugar destacado en el cinismo golpista lo obtiene- como no podía ser de otra manera- la doctora Elisa Carrió. Desde su ridícula letanía (“dejen en paz al campo” refiriéndose a los grandes terratenientes; como si no fueran campo los peones en negro, los campesinos desalojados por vías armadas e ilegales de sus parcelas o los pibes “bandera” que señalan con su cuerpo y su salud los territorios a ser fumigados) demostró una vez más su profunda raigambre aristocrática  y anti-popular. El sábado pasado pidió nada menos que se sacasen las fuerzas de seguridad de las rutas (Adivina adivinador: ¿a quien responsabilizaría en caso que algún automovilista atropellase a los “piqueteros”?), tras lo cual exigió retrotraer la cuestión de las retenciones al 10 de marzo. Por cínico pudor no le pidió a la presidente que le ceda su lugar en la casa de gobierno; como si en las elecciones de octubre del 2007 hubiera sido la elefantiásica oligarcota la ganadora; y no al revés como realmente ocurrió. Tal es el republicanismo oligárquico: la voluntad popular son los que los votan, el resto no existe. Un momento de elevado simbolismo acerca de la coalición golpista lo dio el almuerzo realizado el día 16 en la T.V. presidido por una octogenaria diva del espectáculo, Mirta Legrand, atávica propagadora de la derecha más reaccionaria. La quirugeada cara bonita de los golpistas afirmó muy suelta de cuerpo que tenía miedo “al enfrentamiento entre pobres y ricos, algo que nunca ocurrió en la Argentina”. A su lado, Eduardo Buzzi, de la Federación Agraria Argentina no dijo una sola palabra recordando a los obreros víctimas del salvajismo policial de Ramón Falcón, a los asesinados en la semana trágica, a los masacrados por el ejército en la Patagonia, a los bombardeados del ’55 (justo ese día se cumplía el 53 aniversario), a los fusilados del ’56, a los desaparecidos del ’76 y no queremos extendernos con la lista. Sólo recordar que los “ricos” han demostrado hasta el hartazgo su belicismo criminal contra el pueblo trabajador. No por casualidad la exigencia de impunidad para los genocidas del ’76 ha sido bandera de Carrió. La desmemoria es arma de la derecha; a la cual Buzzi sirve desde un hipócrita discurso que “reivindica” falsamente a Evo Morales y a las madres de Plaza de Mayo, para servir ramplonamente a los intereses precisamente opuestos.
La nota graciosa y grotesca la dio el ultraderechista de mercado Jefe de gobierno de la ciudad de buenos Aires, Maurizio Macri. El play boy reconvertido a la actividad política hizo gala del absolutismo racista que caracteriza a su corriente, al definir el cacerolazo del 16 como manifestación unánime de repudio al kirchnerismo. La supuesta “unanimidad” se refirió- en realidad- sólo a los barrios acomodados de la ciudad (las únicas personas que alcanzan auténtico status humano para la derecha) y a ciertos territorios del interior del país, donde es honor a la verdad reconocer que los reclamos alcanzan verdadera masividad. Luego de pedir durante varios años que no se cortasen rutas y caminos, “omitió” el pedido cuando la sedición golpista sojera amenaza desabastecer las ciudades. Curioso olvido, ¿verdad? Pero no contento con lo anterior pidió al gobierno que levantase el acto que se realizará hoy en Plaza de Mayo. Por lo que el autor de estas líneas sabe, Macri no preside el Peronismo ni el Frente para la Victoria. En caso de desear imponer su voluntad debería militar allí y ganar su conducción; no imponer condiciones desde su lugar de conductor de una fuerza armada por desechos del radicalismo y del peor peronismo que ganó las elecciones ocultando sus verdaderos propósitos antipopulares.
Una auténtica síntesis de lo que se debate la realizó la presidente en el discurso del día 17 de junio. Allí afirmó una vez más que nuestra coalición tiene por centro y eje articulador la temática de los derechos humanos y a las propias madres y abuelas como ejemplo ético de la nación. Eso somos y los que se nos oponen desean continuar con la impunidad del genocidio porque fueron los beneficiarios económicos del baño de sangre. Por ello, defienden ese pasado sucio de muerte, como son tan tenaces en impulsar este presente manchado mugrientamente por el egoísmo social.
Los que hacemos redacción popular unánimemente nos pronunciamos porqué la derecha no imponga sus puntos de vista; contrarios a la unidad latinoamericana y a un modo de vida digno para el pueblo. En la Argentina se está librando en estos días una dramática batalla de esta conflagración general: imperialismo-pueblos. El director, responsable exclusivo del presente editorial extra, se manifiesta orgulloso de pertenecer al espacio del Frente Para la Victoria- que tan dignamente ha resistido presiones salvajes de la reacción nacional y globalizada que anima a la primera- y corta la comunicación con los lectores porqué dentro de minutos la democracia y el rumbo emancipatorio se defienden en la calle. Allí vamos. 

 

Le “Madri” dei desaparecidos argentini continuano a denunciare le ingiustizie del mondo

30 aprile 2008

XXXI anniversario delle “Madri di Plaza de Mayo”

Intervista alla presidente dell’Associazione Hebe de Bonafini

Il 30 aprile 2008 le Madri di Plaza de Mayo hanno compiuto il proprio ennesimo anniversario: 31 anni di lotta dalla denuncia della scomparsa dei propri figli sequestrati, torturati e uccisi durante la dittatura. Il 30 aprile 1977 si riunirono infatti sulla piazza di Maggio di Buenos Aires, da cui prendono il nome, per chiedere un’udienza all’ex-dittatore argentino Jorge Videla affinché gli fossero restituiti i figli desaparecidos. … Leggi tutto

Bentornata Evelyn

na01fo01 Susana Beatriz Pegoraro aveva 18 anni ed era incinta di cinque mesi quando fu sequestrata nella stazione di Constitución a Buenos Aires nel giugno del 1977.

Rubén Santiago Bauer, del quale Susana era incinta, fu sequestrato lo stesso giorno nella città di La Plata.

Furono portati all’ESMA, dove prima che anche Susana fosse assassinata, nacque Evelyn. Erano gli anni della dittatura fondomonetarista di Jorge Videla, dei 30.000 desaparecidos e dei 500 bambini appropriati.

Evelyn non fu assassinata ma la prese una famiglia di marinai che dopo averle ucciso i genitori le ha rubato l’identità fino a convincerla di non volerla conoscere.

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