Thursday 09 February 2012, 07:35

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Acquista: Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

SOMMARIO

Introduzione

11

1 – Dal Quarto potere all’era della disinformazione?

29

Il giornalismo va ancora a vedere per raccontare?

29

La “fine del giornalismo”?

31

Da Baghdad a Buenos Aires: giornalismo post-politico

45

Il controllo sui media nel dopoguerra: dai lettori agli sponsor

52

Media mainstream, concentrazione editoriale e pubblicità

57

Il pacifista col kalashnikov

62

“Ognuno suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà”

71

La parzialità dei media, il caso italiano

74

La zingara rapitrice

78

I corpi di Mauro de Mauro ed Enzo Baldoni

82

2 – Il giornalismo tradizionale e la Rete. Un’occasione mancata?

87

Una terra incognita e ostile per i media tradizionali

87

Basteranno i micropagamenti a salvare il giornalismo?

95

Un lettore nomade per una stampa in crisi

111

L’Internet dell’infotainement e quella della condivisione della conoscenza

119

I migranti digitali

126

Stiamo rinunciando al giornalismo del futuro?

129

Il modello YouTube

132

Il luogo del conflitto sociale

137

L’agenda setting del giornalista flessibile

143

Il tritanotizie

147

La blogghizzazione dei media tradizionali

153

“Dì la tua!”

158

L’alternativa latinoamericana

166

“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

168

3 – La Riforma agraria dell’informazione

177

Frammentare i media per deframmentare i lettori

177

L’alternativa al pensiero unico?

192

La Rete è il luogo dell’incontro

196

La soggettività di Google

202

L’imprinting sulla Rete: relazioni, condivisione, democrazia

205

Internet prima di Internet. Dal “popolo dei fax” alla digital guerrilla

209

“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

216

L’informazione online nell’interstizio tra la comunicazione di massa e quella personale

226

L’intelligenza collettiva e il Web 2.0

230

Strumenti di dialogo

240

Dall’associazionismo al giornalismo digitale

242

Fare giornalismo partecipativo con un blog

250

Ai confini della nebulosa informativa

257

Orientarsi nella nebulosa informativa con la bussola o col Tom Tom

260

Il modello aggregatore come contenitore giornalistico

263

La mediazione della conversazione

269

Una pre-conclusione: verso la biodiversità informativa?

274

Conclusione: il ruolo ineludibile dei “media personali di comunicazione di massa”

277

Note

295

Bibliografia

321

Fonti Internet

335

Indice dei nomi

339

Indice dei media

347

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Giuliana Sgrena torna in Iraq. Per tutti noi

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Ma la vittima di solito no.
Invece c’è una giornalista – intrepida o un po’ folle, dipende dai punti di vista – che ha deciso di rivarcare i confini del proprio incubo personale per continuare a fare il suo mestiere sul campo, secondo coscienza. … Leggi tutto

Sesto vizio capitale, l’invidia

ENGLARO ELUANA 1 L’invidia per la chiesa cattolica è uno dei sette vizi capitali. Dal punto di vista di una persona dotata di senno è comprensibile l’invidia per la ricchezza, il potere, la bellezza o, in ambiti più limitati, la gelosia che può cogliere per il vicino più fortunato. Sono piccole meschinità intimamente connesse con la natura umana.

Ma si può essere invidiosi perfino per chi è minacciato di morte come Roberto Saviano? Si può essere invidiosi perfino di un uomo come Beppino Englaro che sta vivendo una delle peggiori tragedie umane pensabili con la figlia Eluana?

… Leggi tutto

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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Enzo Baldoni, Icaro, a tre anni dall’assassinio

La foto è troppo bella e, pur se conosciutissima, è bello citarla. Ci ricorda Enzo Baldoni, un uomo onesto, che viaggiava, viveva e raccontava questo mondo sempre più barbaro. Una persona di quelle belle, di quelle che se ce ne fossero di più, questo mondo sarebbe altro. Perciò quelli che vivono di verità preconfezionate, in morte, lo hanno deriso, vilipeso, calunniato.

Oggi, pochi giornali ci hanno fatto caso, ricorrono tre anni da … Leggi tutto

Fabrizio Corona (o chi per lui), l’anti-Icaro

La nostra società sembra impazzita alla ricerca del quarto d’ora di celebrità che salvi dalla mediocrità del quotidiano. In questo sia Fabrizio Corona che le gemelle Cappa sono simbolicamente perfetti: sono gli anti-Icaro.

Venerdì questo sito è stato visitato da 2184 persone diverse che hanno letto 3867 articolO. No, non è un un refuso quella “O”, e nonostante siano numeri da siti che investono decine di migliaia di Euro in pubblicità. Quasi la metà di quel traffico è stato originato da un solo (de)merito: l’aver citato il nome magico di Fabrizio Corona, un tipo squallido in libertà provvisoria in … Leggi tutto

Caro Aldo Forbice, viva Daniele Mastrogiacomo, viva Gino Strada, viva Massimo d’Alema

Causa nausea la caccia all’uomo scatenatasi nei confronti del governo, del "comunista" Gino Strada e di Peacereporter, di quei talebani di Emergency, perfino dei rossi (?) de La Repubblica, quotidiano che sull’Afghanistan ha l’elmetto in testa come il Washington Times o Fox Tv, dopo la liberazione dell’inviato Daniele Mastrogiacomo dopo 15 giorni di prigionia in Afghanistan.

La caccia all’uomo si è estesa subito allo stesso ex-rapito, Daniele Mastrogiacomo. A questi non è sufficiente avere posizioni favorevoli alla guerra, e non aver nemmeno mai peccato in gioventù scrivendo per il Manifesto o Lotta continua, com’è successo invece a molti delle più belliciste penne nostrane. Sono riusciti a criticare perfino che la figlia gli sia corsa incontro per abbracciarlo! Meglio sarebbe stata un’orfana. Avrebbe rinsaldato il patriottismo, per gente alla quale piacciono di più le spoglie "rimandate a casa nelle bandiere / legate strette perché … Leggi tutto

Scusate il disturbo: Gabriele Torsello libero!

Rapiscono Giuliana Sgrena, emerita compagna del collettivo del Manifesto e agiamo come un sol’uomo, ci indigniamo, denunciamo, sfiaccoliamo… Rapiscono un Gabriele Torsello qualsiasi e a nove giorni di distanza, con la vita dell’ostaggio in serio pericolo, non si vede una bandierina della pace in giro.

Veltroni non si sbraccia e non stende tazebao dal Campidoglio perché non c’è mercato e lo applaudirebbero in quattro gatti. In giro c’è più solidarietà per tal Massimo Ceccherini, espulso dall’ “Isola dei famosi”, una prece, che per Torsello rapito in Afghanistan. Certo che siamo strani noi società civile, noi pacifisti, noi progressisti, noi bravi ragazzi, convinti di essere meglio degli altri, e che invece consumiamo come gli altri, pur struggendoci la coscienza.

Consumiamo come gli altri, noi sensibili alle foglie, e quindi il personaggio pubblico Sgrena ci … Leggi tutto

Medaglia a Quattrocchi: dissento fermamente

In piena facoltà mio caro Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà.
Le scrivo in merito alla medaglia al valore concessa al cittadino italiano Fabrizio Quattrocchi. Questi uscì illegalmente dall’Italia con incarichi imprecisati di natura paramilitare, connessi alla guerra in Iraq, ed ivi fu ucciso in circostanze drammatiche. Qualcuno definisce Quattrocchi vigilante, ma altri credono di chiamarlo a ragion veduta mercenario. Ha svolto indagini, caro presidente, sulla vera natura della presenza in Iraq di Fabrizio Quattrocchi ed i suoi, prima di assegnargli una delle più alte onorificenze della nostra democrazia?

Egregio Presidente, colpisce che per i cosiddetti “eroi di Nassiriya” non sia stata riservata la stessa medaglia d’oro né lo stesso vitalizio concesso ai familiari di Quattrocchi. Colpisce che niente di tutto questo sia stato da lei concesso alla memoria del costruttore … Leggi tutto

Brecha. Estados Unidos en Irak – Contra la libertad de informar

Hace dos meses no hay testimonios occidentales de la carnicería iraquí. Ahora los invasores admiten que al menos nueve periodistas iraquíes están presos sin ningún cargo; casi todos trabajaban para reconstruir la verdad sobre Faluya, la ciudad mártir donde se teme hubo 50 mil muertos. Gennaro Carotenuto Desde Roma


Al final el coronel Steve Boylan, vocero del comando ocupante en Bagdad, tuvo que admitirlo: el ejército de Estados Unidos tiene en sus prisiones de Irak al menos a nueve periodistas. Ninguno de ellos está acusado de cometer algún delito. Los dos últimos son reporteros de la agencia France Press: Ammar Daham Naef Khalaf fue arrestado en su casa en Ramadi, 100 quilómetros al oeste de la capital, el pasado 11 de abril. Desde el 26 del mismo mes está preso en la siniestra cárcel de Abu Gjraib. Otro reportero de la misma agencia, Fares Nawaf al Issaywi, fue arrestado por la policía iraquí en el camino de Faluya el 1 de mayo. Fue entregado al Primer Cuerpo de marines y está en la cárcel de Ramadi porque tenía fotos tomadas en la ciudad de Faluya. Según Boylan los periodistas están presos legalmente por una interpretación ?perversa? de la resolución 1.546 de las Naciones Unidas, que permite a los ocupantes arrestar a quien amenace su seguridad. Los nueve periodistas están presos porque la libertad de información es una amenaza para los invasores. Aunque no existan cifras oficiales, se estima que el sistema de campos de concentración en Irak enjaula a unos 17 mil ciudadanos del país invadido hace dos años. Es previsible que el número de periodistas detenidos, tanto iraquíes como procedentes de otros países árabes, sea mucho mayor que el declarado por el vocero estadounidense. Boylan ?en cuanto a los derechos personales y al hábeas corpus de los detenidos? sólo contesta que cada uno es examinado cada seis meses. ?Varios de ellos ?concluye Boylan? ya llevan varios meses encarcelados.?
FALUYA: LA GUERNICA SILENCIADA. En Irak han sido asesinados al menos 65 periodistas. Los reporteros occidentales han abandonado el país en los primeros días de marzo después del epílogo del secuestro de la periodista italiana Giuliana Sgrena, mientras la francesa Florence Aubenas, su intérprete, Hussein Hanoun, y tres periodistas rumanos siguen secuestrados. En el país quedan sólo periodistas estadounidenses de los grandes diarios y agencias de prensa. Viven permanentemente encerrados en la Zona Verde, el área fortificada donde está el comando ocupante y el gobierno implantado por éste. Para sus servicios utilizan informaciones proporcionadas por las mismas tropas invasoras o por periodistas iraquíes, los llamados stringers, que arriesgan la vida por sueldos ínfimos y a menudo son arrestados por ser sospechosos de simpatía con la resistencia. Uno de ellos es Abdul Ameer Hussein, camarógrafo de la cadena CBS. Estaba informando sobre el bombardeo a la ciudad de Mosul cuando fue herido por las tropas estadounidenses. Por haber permanecido en la zona de bombardeo resultó positivo al test sobre residuos de explosivos y desde entonces está preso en Abu Gjraib. En el mes de marzo el Pentágono anunció que no habrá ninguna respuesta a la demanda de la agencia Reuters sobre el caso de tres periodistas iraquíes de la misma agencia que, en enero de 2004, fueron detenidos en Faluya, torturados y abusados sexualmente. La mayoría de estas denuncias siguen el caso de Eason Jordan, durante 23 años director de la CNN, que en febrero declaró que al menos 12 periodistas han sido asesinados deliberadamente por las tropas estadounidenses. Las violaciones al derecho a la información se convierten en un muro infranqueable cuando se trata de Faluya. Aubenas, Sgrena, y Enzo Baldoni, periodista italiano secuestrado y asesinado, trabajaban en Faluya. Wael Issam, uno de los nueve, periodista de Al-Arabya fue arrestado en el aeropuerto de Bagdad mientras intentaba sacar de Irak filmaciones de la ciudad destruida.
Los números ofrecidos por los asaltantes hablan de 2 mil terroristas muertos y afirman que 100 mil de los 300 mil habitantes ya han vuelto a sus casas. Otras fuentes hablan de no más de 20 mil retornados, todos fichados con las más modernas técnicas biométricas. Khalid al-Shaykhli, jerarca del Ministerio de Salud, en una rueda de prensa trasmitida por la cadena Al-Jazeera ?expulsada de Irak hace un año y medio?, ignorada por la prensa occidental, declaró: ?Mis médicos han encontrado pruebas de que en Faluya se utilizaron armas prohibidas, iprite, gas nervino, napalm?. El uso de estas armas de destrucción masiva fue prologado por intensos bombardeos de aviones F-16 y helicópteros de combate, antes de que empezara el asalto final con 10 mil marines y tanques Abraham. Así que los números confeccionados por el general John Sattler son seguramente falsos. Hay 30 mil casas destruidas en Faluya, y miles de civiles asesinados bajo las bombas o a sangre fría. En los cálculos de la Medialuna Roja faltan 50 mil personas. ¿Es para proteger este secreto que están matando, torturando y arrestando periodistas las tropas del país de ?Ciudadano Kane??

Brecha – Contratapa – Liberación y muerte en Bagdad

A Bagdad se matan entre aliados por que no es ni guerra ni paz, sino guerra de baja intensidad, lo más sucio que hay. Los servicios italianos pagan y liberan a la periodista pacifista Giuliana Sgrena. Los marinos disparan 400 balas y matan al liberador, Nicola Calipari. Incidente, dicen. Emboscada, temen desde Italia. Florence Aubenas sigue desaparecida y ya no quedan periodistas independientes en Irak.


Gennaro Carotenuto,
Desde Roma


ESTA ES UNA historia tan cinematográfica que podríamos contarla como si fuera un guión. Del cine tiene el paso, la dramaturgia, los tiempos, la verdad oficial contra la necesidad de ir más allá. Hasta el guión tendrá omisiones, agujeros negros, personajes que quedan en la sombra, y el final dejará un sabor amargo al lector. La primera escena tiene los colores de la tierra de una Bagdad que anochece. En un auto una mujer menuda, con los ojos vendados. El campo se agranda y entra un cincuentón elegante, con bigotes, algo en la mirada que lo hace agradable. Golpea gentilmente al vidrio: ?Giuliana, Giuliana, soy Nicola, estás libre, ya pasó?. Nicola es un 007 importante, Giuliana es una periodista pacifista. No se conocen pero se reconocen. Se abrazan y ya están corriendo lejos de esta guerra. Segunda escena. Roma, un gran edificio renacentista iluminado en sus mil ventanas. Un señor rico, jefe de un gobierno belicista, ministros, el jefe de los servicios secretos, el marido y el director de la periodista pacifista. La escena no es ritual, la familiaridad extraña. Brindan, se felicitan, festejan como si fueran amigos.
La pantalla se vuelve oscura. A 700 metros del aeropuerto de Bagdad, el auto se acerca lentamente. Un relámpago en la noche e inmediatamente una, dos, diez ráfagas de ametralladoras. El Nicola que aprendimos a querer dos fotogramas atrás, el Nicola que un segundo antes aún hace chistes y está feliz, se desploma sobre Giuliana, herida a la vez, suspira y muere. El chofer grita, intenta comunicarse con Roma. El auto es rodeado por marinos estadounidenses. Les quitan los celulares a los sobrevivientes. Y al muerto. Los apagan y los guardan sigilosamente.
Roma. El jefe de los servicios repite paso a paso lo que le gritan al teléfono. Nos asaltaron. Nicola está muerto. Yo estoy herido. Me apuntan con el fusil. La señora está mal pero me impiden acercarme. Clic. La llamada se corta. El señor rico, el jefe de gobierno belicista, empalidece. El marido de la señora enronquece, rompe esa familiaridad artificial y le grita: ?¡Esta es tu guerra!?.
Epílogo; seis meses después. Un tribunal militar en Virginia del Oeste. Ingresa a la corte y el cabo John Smith ?o más probablemente Pepito Ramírez- la cara llena de granos, se levanta. Es el único imputado. El juez lo condena a seis meses de cárcel y lo degrada, por negligencia. Misión cumplida.


GUERRA SUCIA EN BAGDAD. Nicola es Nicola Calipari, y no es un muerto cualquiera. Es el número dos de los servicios italianos, el SISMI, el jefe de las operaciones internacionales. El SISMI tiene una historia siniestra como la mayoría de los servicios secretos atlantista, pero él es un hombre nuevo. Lo atestigua la solidaridad y las demostraciones de estima, ni esperadas ni obligatorias, de asociaciones de inmigrados que trabajaron con él. Giuliana Sgrena, 57 años, hija de un partisano que liberó Italia del nazifascismo, es periodista de guerra del Manifesto, diario importante en la historia de la izquierda italiana y tiene una vida de experiencia entre Argel, Bagdad, Kabul. La habían secuestrada mientras investigaba sobre la masacre de Falluja. Nicola Calipari es probablemente el cadáver más importante que la guerra estadounidense en Irak ha dejado, junto al de Sergio Vieira de Mello, el enviado especial de la ONU, muerto en agosto de 2003. Y un hombre clave como Nicola Calipari, difícilmente muere de casualidad tanto que es necesario intentar poner algunos puntos firmes en esta historia de espías, rehenes, gatillo fácil, armas químicas y libertad de prensa.
Antes que nada un homicidio no es un incidente. Puede ser preterintencional pero si hay un muerto es un homicidio. Sin embargo, tanto para el gobierno italiano como para el estadounidense ha sido un incidente. Es la verdad ?oficial? desde el primer instante y que se mantendrá. Las diferencias y la atribución de responsabilidades entre aliados son matices que toman importancia sólo por el clamor mundial del caso. Y es un caso tan explosivo que Washington, por primera vez en la historia, accedió a admitir miembros extranjeros en una comisión de investigación sobre crímenes cometidos por sus ciudadanos. Los miembros italianos no tendrán ningún poder concreto, ni querrán ir más allá de la verdad oficial, pero para los Estados Unidos que rechazan el Tribunal Penal Internacional es una abertura que atestigua la inviabilidad a largo plazo del unilateralismo. Decir que los chicos estaban nerviosos, cansados, asustados, no fue suficiente.


EL CUARTO HOMBRE. Calipari conoce perfectamente Bagdad así como su chofer, jefe local del SISMI. El 4 de marzo llega a las 16.30 desde Abu Dhabi donde ha pagado el rescate (?vía diplomática? le dicen), entre seis y ocho millones de dólares. El pagar rescates es algo que se hace pero no se dice en la ideología de la “justicia infinita”. Calipari obtiene del jefe de la CIA el pase y comunica que volverán en unas horas con un ciudadano italiano sin pasaporte, omitiendo su identidad. Este tipo de operaciones son encubiertas hasta entre aliados. Recupera a la rehén y menos de una hora después está muerto. En las versiones oficiales, Calipari es acompañado por sólo el chofer. En la noche y el día siguiente todos hablan de un tercer hombre, herido de gravedad, que ha quedado en Bagdad. De él habla incluso Silvio Berlusconi cuando en la noche convoca al embajador estadounidense y con palabras inesperadamente duras, exige explicaciones. Desde el domingo 6, imprevistamente, el cuarto ocupante del auto desaparece. Washington nunca lo nombra, el gobierno italiano desmiente, Giuliana Sgrena niega, el anónimo chofer niega. Los fiscales italianos no creen en las desmentidas y lo están buscando con una investigación especial. Quién era el cuarto hombre? Por qué se niega su existencia? ¿Era otro agente del SISMI o era un pasajero más, quizás un iraquí que Calipari hubiese aceptado hacer salir del país? ¿Su existencia es un detalle menor o es la clave de todo?
La versión del gobierno italiano -es decir, la versión oficial italiana- desmiente en muchos puntos la -versión oficial- estadounidense: no había cuarto hombre. La velocidad del auto nunca superó los 40 kilómetros por hora. Calipari hubiese informado correctamente a los servicios estadounidenses. Las balas, que para Giuliana Sgrena son unas 400 (número cinéfilo como los ?400 coups? de Françoise Truffaut), para la Casa Blanca son apenas ocho (número western para seguir la metáfora cinematográfica) pero en ráfagas que para el gobierno italiano duran unos quince interminables segundos.


POLITICA DE LOS SECUESTROS. Si la verdad oficial nos cuenta un Irak donde los marinos están autorizados a matar por nada y ya son miles los iraquíes asesinados en la calle, las verdades que no se cuentan van en otra dirección. El blanco era capturar el cuarto hombre? O era la molesta periodista pacifista que pretendía reportear de las víctimas del Napalm en Falluja? O era la política de negociación con la resistencia representada por Nicola Calipari? Hay dos culturas que se chocan. De un lado una cultura anglosajona (y rusa) para la cual lo principal es capturar a los secuestradores. Otra, italo-franco-japonesa-indonesia, prioriza la vida de los rehenes. ?Todos saben que Estados Unidos no quiere tratativas sobre los rehenes?, afirma Sgrena. Italianos y franceses pagan y mucho. Para John Negroponte e Iyad Allawi la prioridad es la aniquilación de los secuestradores. Si en el caso italiano Estados Unidos no colabora, en el caso francés obstaculiza abiertamente. Nicola Calipari era probablemente el mayor negociador entre occidentales y guerrilla y tenía una red de contactos extendida. La desaparición de su celular por mano del comando estadounidense es un detalle fundamental.


BAGDAD ADIOS. Hay secuestros que chillan. Ríspidos, inexplicables y que parecen ser parte de otra guerra paralela. Son los casos de los periodistas y pacifistas, todos franceses y italianos. Christian Chesnot, Georges Malbrunot, Florence Aubenas, que después de un dramático video sigue desaparecida. Enzo Baldoni, asesinado, las cooperantes Simona Pari y Simona Torretta, Giuliana Sgrena. Casi todos, empezando por Sgrena y Aubenas estaban trabajando sobre Falluja y el uso de armas prohibidas, como el napalm, o las bombas de fragmentación. Es la guerra sucia que no hay que contar mientras los periodistas oficialistas, desde los hoteles de la zona verde, cuentan los éxitos de la flamante democracia iraquí. El conjunto de estos casos ha favorecido objetivamente uno de los desenlaces más preocupantes desde la invasión estadounidense: la salida de todos los reporteros independientes. Chesnot y Sgrena afirman que no hay que volver. Sgrena ha escrito ensayos sobre la necesidad de seguir documentando y sin embargo ahora afirma que no merece la pena si los iraquíes ya no pueden distinguirnos de quien los está matando. Es una de las dos posibles explicaciones de tantos secuestros de pacifistas de parte de la guerrilla. La otra lleva directamente a la guerra sucia en Centroamérica y al siniestro nombre de John Negroponte que tanto entonces como ahora es plenipotenciario del gobierno estadounidense. Chesnot y Malbrunot cuentan que su liberación tuvo que escapar de un ataque de helicópteros estadounidenses. Torretta y Sgrena cuentan que fueron avisadas por los secuestradores que los ocupantes hubiesen intentado matarlas. Torretta cuenta su liberación también como una fuga desde los marinos y Nicola Calipari, para hacer salir Giuliana Sgrena, no encontró mejor solución que huir al aeropuerto. Todos cuentan detalles sobre obstaculos y amenazas puestos por los estadounidenses a sus liberaciones y, más allá de los secuestros, son más de 60 los periodistas independientes que murieron desde el 2003 en Irak. Eason Jordan, durante 23 años director de la CNN, en febrero en Davos ha declarado impunemente que al menos doce periodistas han sido asesinados deliberadamente por las tropas estadounidenses. Ha sido la última advertencia mafiosa: ya no queda nadie.