Thursday 09 February 2012, 07:28

Gli articoli con tag: " El Universal "

(REPORTAGE) – Ciudad Juárez: Viaje al fin del neoliberalismo

Juarez3El sueño de la industrialización neoliberal se transformó en pesadilla. Ciudad Juárez, la de las maquiladoras y los feminicidios, frontera entre el norte y el sur del mundo, es hoy la ciudad más violenta del planeta. En los últimos dos años la guerra entre narcos, en la que está involucrado el ejército, ya causó 4.600 muertos y 100 mil refugiados.

Por Gennaro Carotenuto y Chiara Calzolaio desde Ciudad Juárez para Brecha

LLEGANDO A CIUDAD JUÁREZ desde el sur, la última hora de avión muestra con creciente angustia uno de los desiertos más áridos del mundo. No era así antes, cuentan los pocos lugareños autóctonos. Juárez tenía 30 mil habitantes en 1930, 300 mil en 1970, 1,5 millones en 2000, y perdió varias batallas por el control del agua del Río Bravo con El Paso, que desde 1848 pertenece a Texas.

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(REPORTAGE) Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

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Messico violento o Messico lindo y querido? Alcune verità su violenza e narcotraffico

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La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderón, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero. … Leggi tutto

Chávez: “Mastico pasta di coca”. Diffidiamo della menzogna mediatica!

Oh cielo! Siamo al disfacimento della cultura dell’informazione…Andiamo con ordine. Come suggerito dal post di ieri, l’11 gennaio il presidente venezuelano parla al parlamento del paese. Dice parecchie cose riguardo al rapporto con gli Usa e sulla proposta di togliere la dicitura “terroristi” per il gruppo guerrillero delle Farc. Questo è secondario. La cosa che più ha interessato le cloache mediatiche italo-americane è stato l’outing di Chávez riguardo il suo consumo di droga. … Leggi tutto

Pubblicità e razzismo in America latina. Spunti per una possibile ricerca

Anticipo in forma ridotta un mio saggio di prossima pubblicazione

Nino_disparando Visto dalla remota Europa lo stereotipo di bellezza femminile nel continente meticcio per eccellenza, l’America latina, è quello degli occhi neri, dei capelli crespi e della pelle abbronzata. È l’America morena letteraria di Teresa Batista o di Donna Flor del bahiano Jorge Amado. Visto dallo show business e soprattutto dal sistema pubblicitario latinoamericano, invece, lo stereotipo di bellezza è quello occidentale, anoressico, biondo e dagli occhi azzurri. Tale divaricazione non è ininfluente e la pubblicità appare mettere in scena e contribuire a legittimare l’apartheid e la sottomissione culturale al bianco delle maggioranze meticce, indigene e nere.

Se leggi, costituzioni, società e perfino la vita quotidiana rendono la discriminazione in America latina né onnipresente né inevitabile, il mondo della pubblicità nella regione, in maniera più marcata rispetto ai sistemi televisivi in generale, rappresenta invece un baluardo della separatezza. È un mondo di creoli che rappresentano se stessi anche quando devono vendere prodotti ai non creoli, autocompiacendosi fino a considerare e presentare la bianchezza della pelle come garanzia del successo di un prodotto. È difficile capire dove finisca l’ottusità discriminatoria e dove comincino le finalità politico-ideologiche di controllo sociale. Appare però evidente che le logiche che si celano dietro la presunta neutralità delle logiche commerciali vadano ben al di là degli interessi commerciali stessi.

Ben diversa è infatti la situazione negli Stati Uniti. Il mercato dei consumatori ispanici muove

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La sai l’ultima dei media italiani su Chávez?

Chávez propone la fine dell’apartheid a Caracas, dove ricchi e poveri vivono rigidamente separati e crea, come negli Stati Uniti, il Distretto Federale nella capitale. Con ritardo, ed in maniera stranamente concertata, solo la stampa italiana trova il modo di ridicolizzare anche questa proposta e di non parlare della sconfitta della mediazione di Chávez per liberare la Betancourt e gli altri sequestrati dalle FARC in Colombia. Strano, no?

“Quel buffone di Chávez cambia il nome di Caracas in ‘la Cuna de Bolívar y Reina del Guaraira Repano’ “! Oggi tutti i giornali, telegiornali, radiogiornali, italiani, MA SOLO GLI ITALIANI, in maniera sospettosamente concertata, parlano del … Leggi tutto

La libertà di espressione al tempo di Bruno Vespa, Simona Ventura e RCTV

Ma siete davvero sicuri che “libertà d’espressione” è permettere a Bruno Vespa di condurre “Porta a porta” fino a che morte non ci separi?

Rispetto al trasferimento sul cavo e sul satellite del canale venezuelano RCTV siamo di fronte ad una duplice campagna, di disinformazione e di negazione di un dibattito che sarebbe vitale anche in Italia. E’ possibile che gli stessi che approvarono la legge che trasferiva Rete4 sul satellite, oggi utilizzano gli stessi argomenti di Emilio Fede (che a parole disprezzano) per attaccare il … Leggi tutto

Chávez, América Latina y el cadáver del neoliberalismo

El triunfo electoral de Chávez, el más claro y monitoreado de todos, pero más que esto el discurso político con el cual lo enfrentó Manuel Rosales, testimonian que la agenda político-económica latinoamericana ha cambiado definitivamente y que nadie más puede ganar elecciones proponiendo liberalismo económico.

CARACAS – Hay que ver al pueblo venezolano festejar. En el metro de Caracas un anciano con un gorro con la cara del Che, que le esconde una calvicie negra como el carbón, aprieta el brazo de su mujer. A ella le brillan los ojos mientras cuida a la sobrina, … Leggi tutto

L’investimento di Chávez

Riporto, mi perdonerete se non traduco per esteso, questo articolo del quotidiano New York Times ripreso e tradotto da El Universal di Caracas. Sottolinea cose importanti e note su come il governo bolivariano stia investendo nella regione, sia in campo strettamente economico, sia in aiuti e programmi umanitari, il surplus petrolifero degli ultimi anni. Secondo l’articolista, che peraltro non cita fonti concrete, oggi il Venezuela supera la cifra, stimata in due miliardi di dollari, che gli Stati Uniti spendono ogni anno in America Latina per le voci aiuti e guerra alla droga. E’ una cifra -quella statunitense- infima già che solo il Plan Colombia (la guerra d’aggressione a bassa intensità contro la popolazione colombiana) costa almeno la metà di questa cifra, un miliardo di dollari l’anno, ed è rubricata come lotta alla droga.

L’Universal è uno dei grandi quotidiani che fin dall’inizio si opposero … Leggi tutto

Telesur los tiene locos!

No ha pasado un día sin declaraciones desde Estados Unidos contra Telesur. Es una manera más de darle contra Venezuela. Con un sólo fotograma donde aparece Marulanda se estan dando manija desde hace una semana. En realidad es Chávez que los tiene locos, con su propuesta que Fidel participe en la Cumbre de las Americas en noviembre … Leggi tutto

Brecha – Roma caput mundi

Cobertura especial – nota de abertura


Roma caput mundi


Gennaro Carotenuto desde el Vaticano


La muerte de Juan Pablo II se ha transformado en el más grande evento mediático de la historia. En una semana han llegado a Roma millones de personas, tantas como en todo el año santo 2000, y doscientos jefes de Estado. Nadie, ni él, el papa de los grandes eventos, lo había previsto. Los novendiales, los rituales establecidos por Gregorio X en 1274, que desarrollan durante nueve días el funeral y entierro de un papa, se han transformado en un acontecimiento único en la historia. 400 mil personas le rindieron homenaje el lunes, 700 mil el martes, un millón el miércoles, con una espera de 15 horas, de pie, sin descansar. Otro millón el jueves, con algo menos de cola. En total unas 700 personas por minuto, algo menos de 40 mil por hora durante más de 80 horas de exposición del féretro. Santiguarse, una oración, una foto con el celular y a seguir… Durante cuatro días, la Vía de la Conciliazione ?la gran avenida abierta por Benito Mussolini en 1929, que destruyó el antiguo Borgo Pío y une al Vaticano con Castel Santangelo, el mausoleo donde Giacomo Puccini ambientó Tosca? y sus cuatro paralelas han estado desbordadas de fieles. Para el duce, la avenida simbolizaba la reconciliación entre el Vaticano y un Estado unitario italiano nacido en 1870 de la caída del milenario poder temporal de los papas.


Ayer jueves ya sumaban cinco millones las personas llegadas a Roma para el funeral. Ninguna de ellas entrará a San Pedro, que estará reservada a las autoridades laicas y religiosas. Y sólo un número mínimo logrará acercarse al Vaticano. Los demás se conformarán con las decenas de pantallas gigantes activadas en la ciudad. El vocero de la embajada de Polonia, consultado por BRECHA, calcula en al menos 1,5 millones sus connacionales que siguen llegando a Italia en aviones, trenes, ómnibus, autos privados. En Polonia, donde el catolicismo se colorea de nacionalismo, despedir a Karol Wojtyla fue prácticamente una obligación patriótico-religiosa. La caótica salida de un país de entre un 3 y un 4 por ciento de la población en tan poco tiempo no la había provocado hasta ahora ni siquiera una guerra. Y a los polacos habrá que agregarles unos 500 mil católicos de otros países, españoles, austríacos, croatas, alemanes, franceses…


¿A QUÉ VAN? El jueves, el viernes, el sábado, el día que Juan Pablo II murió, la plaza se llenó normalmente, como se pudo llenar ?cada muerte de papa? en Roma. La cobertura televisiva sobre la agonía del papa, minuto a minuto, fue agobiante. El domingo 3 los siete canales nacionales italianos pasaron horas conectados con San Pedro. Las tevés, todas las tevés del mundo, huelen el evento, lo montan, lo escenifican, lo simplifican y lo venden, pero la gente reinterpreta el mensaje que recibe y reacciona imprevisiblemente. En la noche del sábado, y durante todo el domingo, corrió la voz de que Roma era el lugar donde había que estar. Organizadas por los poderosos nuevos movimientos eclesiales, desde el Opus Dei hasta Comunión y Liberación, que tan cercanos estuvieron al pontífice, o simplemente por miles de parroquias, las tropas de fieles fueron desordenada pero eficazmente movilizadas. Muchísima otra gente llegó por su cuenta. Miles de familias con niños, con abuelos, amigos. Fueron como fuera; con refuerzos en la mochilla, botellas de plástico, camperitas, formando parte de una enorme emoción colectiva.


Es probable que el Vaticano sea hoy escenario de la cumbre más concurrida de la historia. La imagen de Laura Bush, Bush hijo, Bush padre, Bill Clinton y Condoleeza Rice codo a codo arrodillados frente a un papa al que no amaban dio la vuelta al mundo. Por primera vez, el presidente de Estados Unidos estará a pocos pasos de Bashar al Assad y Mohamed Khatami, los jefes de Estado de Siria e Irán, a los cuales amenaza con hacerles la guerra. Faltarán apenas los chinos, porque el Vaticano sigue reconociendo a Taiwán; y del continente latinoamericano, donde vive la mitad de los católicos que hay en el mundo, con excepción de Brasil y México (cierto es, los dos países con mayor peso de esta religión en el planeta), las delegaciones son de un perfil no demasiado alto.


 


EL ABRAZO DE BERNINI Una mirada crítica y laica difícilmente puede abarcar todos los significados de un evento que marca una época. Karol Wojtyla, con su conservadurismo ha logrado superar lo problemático del Concilio, de una iglesia que repiensa si misma. Su doctrina ofreció una síntesis a nuestra modernidad que se puede esquemáticamente condensar en que ?todo lo que no está explícitamente permitido, está prohibido?. Es un dogmatismo que masas de católicos rechazan. Sin embargo ofrece a muchos más un contexto doctrinario seguro en el cual el Papa se ha promovido como el pastor de cientos de millones de fieles sencillos. Estos, en alguna medida, en los años post-conciliares se habían encontrado huérfanos de una guía segura. A estos fieles, que se pusieron en la cola durante horas para ver el pastor fallecido, el padre perdido, el papa vivo ofreció seguridad y el papa muerto ofrece esperanza. Desde la cola los fieles desbocan en la majestuosidad de la Plaza San Pedro. Ahí los abraza el abrazo acogedor del columnado de Gian Lorenzo Bernini que es todo un pasaje desde el Renacimiento al Clasicismo que introduce al Barroco. Y Bernini los anima como una respuesta sencilla pero inmensamente sólida a los misterios de la vida que probablemente el alma busca en una religión. La institución iglesia, las columnas, la cúpula de San Pedro, el ritual milenario, las guardias suizas están ahí a tranquilizar los fieles que si el pastor se fue, la institución queda y está construida en la roca, una roca trascendente sobre la cual el fiel puede encontrar una respuesta a sus inquietudes terrenales frente a la modernidad. Ahí el dicho que ?muerto un papa se hace otro?, pierde su ironía desacralizadora para afirmar que ya, ya llega otro pastor. Y ahí está el triunfo del universalismo del católicismo, la única religión que el universalismo busca y que lo hace a través de la exposición piramidal de una jerarquía poderosa que media entre lo humano y el divino. Y en la cumbre de esta jerarquía está el triunfo del Karol Wojtyla pastor y monarca, que eludió respuestas difíciles, simplemente volviendo atrás, pero haciéndose así interprete del desconcierto del ser humano frente a la modernidad.


HACIA EL CÓNCLAVE A partir del lunes 18, en la Capilla Sixtina y bajo la bóveda del Juicio Universal de Michelangelo, 116 grandes electores se abocarán a designar al nuevo papa. Si Joseph Ratzinger y Camillo Ruini, los dos príncipes del rigor de la doctrina, logran hacer valer su enorme peso, el perfil del futuro papa será aun más rígido que el de Juan Pablo II. Estos estrechos colaboradores criticaban a Karol Woytyla no pocas de sus iniciativas (los encuentros interreligiosos, la industria de la santificación, los baños de masas, sus continuos viajes y el pedido de perdón por las culpas de la Iglesia). En el otro extremo, cardenales conciliares quedan pocos, y figuras como Carlo María Martini, que predica cambios como la ordenación de las mujeres o que los divorciados puedan recibir la comunión, están completamente aisladas. Sin embargo, dentro de las jerarquías eclesiales están madurando dos factores de cambio. Numerosos príncipes de la Iglesia consideran que la autocracia de Juan Pablo II debería dejar lugar a una gestión más colectiva que involucre también a los obispos. Y, de la mano de un péndulo que se mueve hacia el sur, la comunión con los pobres aparece como ineludible.