Friday 25 May 2012, 05:04

Gli articoli con tag: " dittatura militare "

A un quarto di secolo dalla fine della dittatura militare in Argentina, è stata fatta giustizia?

La responsabilità penale italiana del genocidio

Le ultime sentenze: le condanne per il “massacro di Fatima” e quella dell’ex-generale Menendez

«L’11 ottobre 1976, quando avevo 17 anni, ci hanno bloccato per la strada, ci hanno infilato una busta in testa e ci hanno sequestrato – racconta Fatima Cabrera con la voce tremante – hanno messo Patricio nel portabagagli della macchina, a me hanno piazzato sul sedile di dietro fra due dei sequestratori. Ci hanno portato al commissariato di zona, ci hanno picchiato a sangue e poi sempre con gli occhi bendati ci hanno condotto alla Centrale della polizia di Buenos Aires (oggi Sovrintendenza degli interni). Lì sono stata torturata tutta la notte e mentre soffrivo… potevo ascoltare le grida di tante altre persone che stavano subendo i miei stessi supplizi». Così ricorda ancora oggi una delle poche persone sopravvissute alle torture inflitte nei circa 520 campi di detenzione clandestina sparsi in tutta l’Argentina a partire dai primi anni ’70 e fino alla fine della dittatura militare. … Leggi tutto

Bifo: una nuova strategia (anzi due)

Nove anni dopo Seattle Una nuova strategia anzi due Per le donne e per gli uomini che non accettano la schiavitù e la guerra

di Bifo

Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l’attacco contro il summit del WTO milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devastazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficae processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale.

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Alver Metalli nasconde la verità di Hollman Morris sulla Colombia

holm1 Si può far credere di far luce su notizie negate e invece prestarsi a fare informazione di regime? Si può dare spazio ad un giornalista scomodo come il colombiano Hollman Morris (nella foto) continuamente minacciato di morte e che vive sotto scorta e omettere strumentalmente di fargli dire da chi è minacciato? Si può qualunquisticamente dire che sono tutti colpevoli e quindi che nessuno è colpevole?

Sì, si può fare come fa Alver Metalli sull’America latina causando danni gravi, di credibilità e d’immagine al servizio pubblico di Radio RAI e alla trasmissione Pianeta Dimenticato. Alverito Metalli è già noto ai lettori di Giornalismo partecipativo per un gravissimo servizio nel quale dava spazio a tesi corrive con la dittatura militare argentina dei 30.000 desaparecidos, tendenti a bloccare in ogni modo i processi per crimini contro l’umanità. La denuncia partita da questo sito ebbe immediate conseguenze, trovando sensibili sia il direttore che il vicedirettore della testata, Antonio Caprarica e Gianfranco d’Anna.

Metalli ci riprova oggi in maniera perfino più subdola, con la Colombia,

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La violenza dei nostalgici

“Un gruppo di persone mi ha avvicinato e, dopo avermi coperto la testa con un cappuccio, mi ha costretto a salire su un’auto , portandomi non so dove. Poi mi hanno picchiato e minacciato ‘Non hai voluto capire i messaggi che ti abbiamo mandato per telefono’, continuavano a ripetermi ‘tu vivi o muori a seconda di quello che vogliamo. La tua vita è ancora nelle nostre mani’, ero sicuro che tutto si sarebbe concluso con una pallottola in testa”. … Leggi tutto

America Latina: riecco la destra di Miguel Bonasso (Buenos Aires) da “il manifesto” del 25 Marzo

L’ultra-destra liberal-liberista di Stati uniti, Europa e America latina si ritroverà domani a Rosario per un mega-evento che sarà presieduto dallo scrittore Mario Vargas Llosa e prevede gli interventi di due dei politici a lui vicini: l’ex-premier spagnolo José Maria Aznar e il governatore di Buenos Aires Mauricio Macri. … Leggi tutto

Argentina: a volte ritornano

All’indomani dell’inchiesta pubblicata dal quotidiano argentino Página/12 del grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, ecco oggi un caso analogo.
Appena ieri Verbistky svelava che il neodesignato viceministro di sicurezza di Mendoza, il commissario Carlos Rico Tejeiro, aveva fatto parte durante la dittatura di un organismo speciale creato per sequestrare persone durante il campionato mondiale di calcio del 1978. … Leggi tutto

Horacio Verbitsky: Stato e Chiesa in Argentina

Il grande giornalista e saggista Horacio Verbitsky, sul quotidiano Página12 del 3 febbraio 2008, riepiloga la storia dei controversi rapporti fra Stato e Chiesa in Argentina, traendo spunto da due notizie: respinta dal Vaticano la nomina di un ambasciatore divorziato; il Congresso dispone lo scioglimento del Vescovato castrense.

Qui un estratto dell’articolo dal titolo «Assalto alla modernità».

L’ambasciata argentina presso il Vaticano resterà vacante per quattro anni e in una legge il Congresso disporrà lo scioglimento del vescovato militare. Allo stesso tempo, il governo nazionale cercherà di mantenere relazioni di mutuo rispetto con l’Episcopato argentino, che non ha preso parte alla decisione vaticana di ricusare il placet all’ambasciatore Alberto Juan Bautista Iribarne, amico personale di uno dei vescovi più influenti del paese e figlio di un pio ufficiale dell’esercito. Il piccolo stato di 821 abitanti, nato a seguito dei patti lateranensi che Pio XI e Benito Mussolini firmarono nel 1929, ha fatto sapere che non lo accetterà perché prima di coniugarsi con María Belén Trigo, nove anni fa, divorziò da Inés Urdapilleta, che ha spiegato invano quanto sia un buon padre suo marito. I vescovi locali non sono intervenuti neppure nella crisi che si è sviluppata dal febbraio del 2005 quando il vescovo castrense Antonio Baseotto ha suggerito di comporre le divergenze con la politica sulla Salute del ministro Ginés González García gettandolo in mare con una pietra al collo.

La bocciatura vaticana di Iribarne e le sue prevedibili conseguenze faciliteranno la posizione belligerante contro il governo del presidente della Chiesa argentina Jorge Bergoglio, e renderanno più duro l’impegno dei vescovi “dialoghisti”, come gli altri membri della Commissione Esecutiva, Agustín Radrizzani e Sergio Fenoy, ed il responsabile politico del Episcopato, Alcides Casaretto, che non vedono la convenienza né l’ineluttabilità di una frattura, specialmente alla luce dei reiterati segnali di buona volontà espressi dalla presidente Cristina Fernández Kirchner.

Quando il Senato assentì per la designazione di Iribarne, il nunzio apostolico Adriano Bernardini indagò presso diversi funzionari del Cerimoniale e della Segreteria del Culto sulla vita privata dell’ambasciatore. L’occasione gli si presentò grazie alla insolita omissione dello stato civile nel curriculum vitae del funzionario. Il nunzio si interessò prima della situazione matrimoniale di Iribarne quindi delle sue convinzioni: “È sposato? È cattolico?”, domandò.

Quando si stava profilando la possibilità del rifiuto, la presidente Cristina Fernández Kirchner prese in esame due alternative: lasciare l’ambasciata nelle mani del plenipotenziario Hugo Gobbi, un diplomatico designato dall’ex presidente Raúl Alfonsín, o scegliere un nuovo candidato e sottoporlo allo scrutinio di Benedetto XVI e ai suoi dicasteri romani. La prima strada era la più semplice: l’ambasciata in Vaticano ha funzioni solo protocollari, dato che il pilastro delle relazioni bilaterali è

il nunzio apostolico nel paese. Un ostacolo alla seconda possibilità era la riduzione dell’universo delle alternative: quattro milioni di cittadini convivono come Iribarne con una persona fuori dal matrimonio. Secondo il censimento del 2001, 14,5 milioni di abitanti con più di 14 anni vivono in coppia ma solo10,6 milioni sono sposati. Significa che il 27% della popolazione adulta argentina rientra nella categoria degli indesiderabili per la sede apostolica. Questo aiuta a capire la posta in gioco in questo episodio: la bocciatura di Iribarne è un’impugnazione confessionale agli stili di vita che con libertà i cittadini argentini scelgono. Nessun governo che si rispetti può accettare un simile anatema, tanto meno uno come quello di Cristina Fernández Kirchner le cui proposte di riforma alla legge del registro delle persone fisiche intendono democratizzare la vita quotidiana indipendentemente dal sesso o dallo stato civile. Un ipodotato con microfono ha accusato il governo con uno straordinario paragone: la nomina di un divorziato a Roma equivarrebbe a quella di un nazista in Israele!

Per evitare fraintendimenti il governo ha fatto sapere che non ci sarebbe stata una seconda nomina. Lo stesso messaggio fu trasmesso a Roma e a Buenos Aires dall’ambasciatore uscente, Carlos Custer, al sostituto della Segreteria di Stato vaticana per le relazioni generali, Fernando Filoni e dal segretario del Culto, Guillermo Oliveri, al nunzio Bernardini. Entrambi i prelati stabilirono nel contorto linguaggio delle insinuazioni che il nullaosta a Iribarne non era impossibile ed esplorarono

due ipotesi: che l’ambasciatore accettasse l’esclusione di sua moglie da qualunque attività cerimoniale, secondo il modello che il Vaticano impose alla moglie dell’ex presidente messicano Vicente Fox durante una visita al Papa, e che il governo negoziasse la situazione del Vescovato militare. Entrambe le proposte furono declinate, una da Iribarne, che non era disposto ad accettare una tale iniquità, e l’altra dal governo: una situazione non poteva condizionare l’altra e la designazione di Iribarne aveva il proposito di sciogliere quel nodo perché, a differenza di Custer che è un uomo di Chiesa, l’ex ministro risponde al governo di cui faceva parte.

Da Lafitte a Baseotto

Il vicariato militare fu creato nel 1957 per decreto dei dittatori Pedro Eugenio Aramburu e Isaac Francisco Rojas, convertito nel 1992 in vescovato militare per decreto di Carlos Menem. Questi decreti ufficializzarono i rispettivi accordi negoziati con la Santa Sede, durante i pontificati di Pio XII e di Giovanni Paolo II. Il Congresso non li ratificò mai, in virtù della sua piena facoltà (art. 64 della Costituzione del 1853, art. 68 di quella del 1949 e 75 della vigente) di “approvare o respingere” i “concordati col Soglio Pontificio” o con la Santa Sede secondo la variabile terminologia.

Per imposizione di Aramburu e Rojas il primo titolare del vicariato castrense fu l’arcivescovo di Córdoba Fermín Emilio Lafitte, organizzatore dei comandos civili che realizzarono il golpe militare che nel 1955 depose il presidente Juan Perón.

Pio XII trasmise a Lafitte una orazione perché fosse recitata dai militari argentini, i quali venivano definiti come soldati cristiani. “Sotto le bandiere di una nazione dalla fulgida storia e dalla integra tradizione cattolica vegliamo affinché non sia alterato l’imperio della legge e della giustizia e assicuriamo l’ordine e la pace che sono indispensabili perché la Patria viva tranquilla”, diceva. Il pontefice convalidava così il ruolo poliziesco che raggiunse la sua forma estrema con le fucilazioni del giugno del 19561. Nei due decenni seguenti questa deriva della loro missione devasterà le Forze Armate e, attraverso esse, la Nazione argentina. I successori di Lafitte fra il 1959 e il 1981, Antonio Caggiano e Adolfo Tortolo, furono presidenti della Conferenza Episcopale ed ebbero allo stesso tempo una importanza fondamentale nell’inculcare agli ufficiali delle Forze Armate la dottrina della sicurezza nazionale, nella sua versione francese della guerra controrivoluzionaria, che fu applicata con tragici risultati a partire dal 19762. Nel 2002, su richiesta del senatore Duhalde, il Vaticano designò come vescovo castrense Antonio Baseotto, che in visita presso la Corte Suprema di Giustizia chiese ai componenti di fermare i processi per le violazioni dei diritti umani. Nel febbraio del 2005, in seguito alla lettera di Baseotto a Ginés González García3, il Potere Esecutivo sollecitò il Vaticano perché designasse un altro vescovo castrense. Di fronte alla risposta negativa, Kirchner firmò il decreto di cessazione come Segretario di Stato, nel quale sostenne che quella metafora evocava i voli della morte. Baseotto rispose provocatoriamente che non gli constava che fossero esistiti i voli della morte durante “la famosa dittatura”, benché il suo segretario nel vescovato era il capitano di fregata Alberto Angel Zanchetta, che come cappellano della ESMA4, placava con le parabole bibliche sulla separazione fra il grano e la gramigna i rimorsi dei militari che rientravano dalle macabre operazioni5.

Il trattato in vigore stabilisce che l’incarico è definito dal Papa, con l’accordo del Presidente, ma non dice nulla sui meccanismi di rimozione. Mentre il governo nazionale intendeva che chi dà l’assenso può pure ritirarlo, il Vaticano sostenne che la rimozione di un vescovo non compete al potere temporale.

L’ostinazione del vaticano a mantenere Baseotto per due lunghi anni, finché non sopraggiungesse l’età fissata per la giubilazione ecclesiastica, riaprì il mal richiuso capitolo della condotta della gerarchia cattolica durante gli anni del terrorismo di Stato, con grande fastidio dell’Episcopato che avrebbe preferito venisse dimenticato. Il 18 novembre scorso L’Osservatore Romano pubblicò un reportage sul cardinale Bertone, che al rientro dall’Argentina disse che i media avrebbero dovuto occuparsi meno del ruolo della Chiesa nei governi militari e più dell’epopea missionaria. Per il segretario di Stato la denuncia delle violazioni dei diritti umani e delle regole democratiche è legittima, però è più importante e istruttivo dare spazio a un bosco che cresce che a un albero che cade benché faccia più rumore. Concluse che non solo “i cosiddetti governi militari” mancano di democrazia, perché anche altri eletti dal voto popolare “si trasformano in vere dittature”, “lesive dei diritti degli organismi intermedi, che sono l’humus della democrazia”.

Nel marzo dello scorso anno la senatrice frentevictoriana6 Adriana Bortolozzi, moglie dell’ex governatore di Formosa Floro Bogado, presentò un progetto di legge che impugna il trattato del 1957 e i suoi emendamenti del 1992 e dispone la cessazione nelle loro facoltà del vescovo castrense, i suoi cappellani, i sacerdoti militari delle tre Forze Armate e delle forze di sicurezza. I membri delle Forze Armate e di sicurezza godranno della libertà di professare la loro religione e non potranno essere obbligati a partecipare a cerimonie liturgiche in atti ufficiali, così come accade nel vicino Uruguay da un secolo. Nell’agosto del 2007, Bernardini chiese per iscritto al governo che il disegno di legge “non procedesse” e sostenne che l’annullamento unilaterale di un accordo bilaterale redatto dalle norme internazionali “non sarebbe nell’interesse di nessuna delle parti”. Al suo posto propose di trovare una soluzione amichevole, compatibile col diritto alla libertà di religione e nel “pieno rispetto della laicità dello Stato e della libertà di culto di quanti nelle Forze Armate non appartengono alla Chiesa cattolica”. Citò nella nota un discorso sulla stabilità dell’ordine giuridico pronunciato da Cristina Fernández Kirchner durante la campagna elettorale. Il governo tenne in conto questa offerta, però quando comunicò che era disposto a formare una commissione che studiasse i passi da seguire per la conclusione dell’accordo, il Vaticano fece sapere che era disposto ad ammettere una struttura minima e persino la designazione dei cappellani di altre confessioni, ma non la dissoluzione del vescovato militare. Questa somma di rifiuti chiude il cammino per la soluzione consensuale. Che i membri delle Forze Armate e di sicurezza pratichino il culto di loro preferenza nei templi vicini al loro domicilio, come gli impiegati, le parrucchiere e i cartoneros, è coerente con le proposte del governo di integrazione militare, demolendo ciò che rimane dei muri che isolano questo microcosmo dal resto della società

1Sulle esecuzioni sommarie del giungo 1956 vedi: Rodolfo Walsh “Operazione massacro” Sellerio editore.

2Anno del golpe militare capeggiato dal generale Videla che instaurò la dittatura durata fino al 1983.

3Il ministro della salute che il vescovo castrense auspicò venisse gettato in mare con una pietra al collo (vedi sopra)

4La famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria.

5I voli della morte: l’orrenda pratica con cui gli oppositori della dittatura venivano gettati vivi dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano o nel fiume Riachuelo, illustrati dallo stesso Verbitsky nel volume “Il volo. Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos” Feltrinelli. Sul ruolo della Chiesa nel golpe militare in Argentina vedi: Horacio Verbitsky: “L’isola del silenzio” Fandango Libri, 2006.

6Frente para la Victoria: partito politico fondato da Néstor Kirchner nel 2003.

A San Paolo del Brasile si espellono i poveri per far posto alle speculazioni immobiliari

sao-paulo Insieme a Città del Messico, San Paolo, con i suoi 20 milioni di abitanti, è la più grande città del mondo. Ma per i poveri a San Paolo sembra non esserci più posto. Il sindaco infatti li sta sistematicamente espellendo dalle zone pregiate per fare posto alle speculazioni immobiliari.

Gilberto Kassab è il rampante sindaco neoliberale di San Paolo ed è a sua volta un investitore immobiliare. Anche se il suo partito, il DEM, si maschera da partito centrista, è l’erede politico del partito ARENA, che in Brasile voleva dire dittatura militare, e che sta all’opposizione del governo del PT di Lula da Silva.
Francisca de Jesus invece è un’immigrata pernambucana di 34 anni.

Leggi la sua storia scritta in esclusiva per Latinoamerica.

Condor, la vita italiana clandestina di un torturatore

Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: arrestato a Marina di Camerota. Partecipò all’operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani. Da Repubblica.it di Carlo Bonini

ROMA – Raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, l’uomo, chino su una sedia della stazione dei carabinieri di Marina di Camerota, dopo aver capito, abbia stretto le sue palpebre di vecchio. Come a voler scacciare uno sciame di fantasmi e le loro urla innocenti, improvvisamente tornate vicine. Pronte, questa volta, ad afferrarlo per sempre. Raccontano ancora che, qualche ora dopo, entrando nell’ufficio matricola del carcere di Regina Coeli, abbia fissato il lugubre corridoio su cui si apre la cella di isolamento in cui da allora è rinchiuso ripetendo una professione di innocenza come fosse una nenia: “Non li ho fatti sparire io. Io non sapevo. Non potevo sapere…”.

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Argentina: intervista a Gabriel Martín

L’Argentina e il bisogno di stabilità che fa dimenticare le ingiustiziein un paese svenduto ai capitali stranieri

di Paolo Maccioni

Kirchnerismo è il movimento eterogeneo e senza un apparato politico propriamente detto che prende il nome da Néstor Kirchner, presidente uscente, artefice della ripresa argentina (2003-2007). Una linea politica premiata dalla vittoria, alle elezioni dello scorso 28 ottobre, della moglie Cristina, che il 10 dicembre prenderà ufficialmente lo scettro della presidenza argentina [1]. «Né Hillary né Evita. Solo Cristina» ha detto la presidenta, come ama farsi chiamare, all’indomani della vittoria elettorale.

Della coppia presidenziale e dell’Argentina d’oggi parliamo con il giornalista argentino Gabriel Martin, dell’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh.

Com’è cambiata l’Argentina negli ultimi anni?

«Negli ultimi quattro anni in Argentina c’è stata una grande crescita economica, una crescita del pil di poco inferiore al 9%, un indice simile a quello della Cina, ma sono cresciute anche le diseguaglianze. Il 30% della popolazione più ricco si appropria del 62,5% di questa ricchezza generata dalla crescita economica, mentre il 70% della popolazione si deve spartire il restante 37,5%. Rispetto agli anni ’90 l’Argentina è migliorata moltissimo, tuttavia non mancano i problemi. La corruzione, pur se diminuita, c’è ancora. Diminuiscono ma non si azzerano i tassi di povertà e di indigenza. Cresce il divario fra i più ricchi e i più poveri».

È dunque legata alla crescita economica la fortuna elettorale del kirchnerismo, confermato dalla elezione della senatrice Cristina Fernández, moglie del presidente uscente?

«Il sistema vigente in Argentina è una democrazia di tipo presidenziale. Pertanto il progetto, o l’immaginario popolare del progetto politico di un paese, per gli elettori dipende esclusivamente dal presidente. Le elezioni, o le rielezioni, avvengono con meccanismi affini a quelli del sistema statunitense, benché si debbano fare parecchie distinzioni. La principale è che negli Stati Uniti è un po’ più chiaro che il progetto di governo è vincolato agli effettivi gruppi di potere. Nella coscienza collettiva argentina invece non è radicata con chiarezza la nozione che i progetti sono gestiti e manipolati dalle corporazioni, specialmente straniere, perché l’idea di indipendenza politica è molto legata alla forza del presidente. Ecco che quando il progetto nazionale, come ad esempio nel 1946, è incarnato da un presidente come fu Perón, il risultato è un governo autonomo e di ampia sovranità. E le oligarchie, insieme ai capitali transnazionali, hanno sempre cercato di ridimensionare questa capacità di azione con presidenti deboli».

«Perciò si comprende il trionfo di Cristina Kirchner alle elezioni presidenziali. Il paese è cresciuto in questi anni a un ritmo inaudito nella storia argentina. E la vittoria di Cristina Kirchner va intesa come una rielezione del modello di Néstor Kirchner. Il fattore fondamentale è che gli argentini che hanno votato per Cristina Kirchner, ma anche coloro che hanno votato contro, sanno che si può sperare nei prossimi 4 anni. Questo comporta una certa stabilità.

Quali erano le proposte dei candidati opposti a Cristina Kirchner?

«Ricordiamo che l’Argentina attraversa un rischio d’inflazione: mentre il governo manipola gli indici dei prezzi al consumo, affermando che l’inflazione annuale non supera il 10%, inchieste dello stesso apparato dello Stato hanno dimostrato che tra luglio e novembre i prezzi sono aumentati di quasi un 30%. La soluzione proposta dall’opposizione in larga parte era quella di raffreddare l’economia e ridurre la crescita a un 5% annuale invece del tasso dell’8 o 9%. Consideri che l’Argentina per più di sette anni ebbe crescita nulla, durante il governo di Carlos Menem nello scorso decennio».

«L’inflazione è un problema molto grave, ma il tasso di disoccupazione è diminuito sensibilmente grazie alla crescita degli ultimi quattro anni. Per gli elettori, l’inflazione, i casi di corruzione che hanno coinvolto funzionari del governo vicini alla coppia presidenziale, l’assenza di strategie nazionali a lungo raggio e molti altri problemi, come ad esempio le condizioni del lavoro precario che è stato quello che più ha influito nella diminuzione della disoccupazione, restano quindi in secondo piano rispetto alla crescita dell’economia e alla crescita dell’occupazione».

«Votare per un altro candidato avrebbe significato il rischio di perdere tutto ciò. L’Argentina viene da un’incertezza molto grande seguita alla crisi del 2001. Un’incertezza che non si ebbe neppure con nessuna dittatura militare, perché almeno uno sa che cosa succederà in un modello dittatoriale, specialmente in campo economico (liberalismo, indiscriminata apertura del mercato, in un contesto di repressione politica). Il 2001 è stato un incendio assoluto, è stato la caduta del sistema monetario di parità col dollaro, e nessuno aveva idea di cosa sarebbe venuto dopo, né di come si sarebbe risolto».

Insomma, dopo lo shock del 2001 gli argentini hanno terrore di affrontare l’instabilità.

«Oggi lo shock è alle spalle ma continua a pesare molto nella coscienza dell’elettore. Pesa più l’eterna opzione che offrono i governanti: “o io o il caos”, tratto messianico classico della dirigenza argentina, piuttosto che la crescente concentrazione della ricchezza, l’aumento della forbice fra i più ricchi e i più poveri, l’accentuarsi della gestione straniera dell’economia, la corruzione e gli indici d’inflazione, per gravi che siano».

L’Argentina ha riavviato il processo di industrializzazione che un tempo la caratterizzava?

«Non c’è alcuna produzione nazionale oggi, eccetto l’agroalimentare, conseguenza della spoliazione concepita da Martínez de Hoz (José Alfredo Martínez de Hoz, detto Joe, ministro dell’economia durante la dittatura, ndr) e continuata in seguito. L’Argentina è tornata al modello di esportazione agraria anteriore al 1945, mentre il mondo va verso la rivoluzione biotecnologica. Non c’è una “retroalimentazione” del pil, ad esempio nel 1999 si vendette la compagnia statale partecipata YPF (Yacimentos Petrolíficos Fiscales) alla Repsol, compagnia petrolifera spagnola, raro caso in cui una compagnia più piccola ne acquista una più grande. La compagnia Barrick Gold (multinazionale di cui George Bush padre fu chief lobbyst, importante azionista e consulente onorario [2]) sfrutta i filoni di Veladero e Pascua Lama nella provincia di San Juan. Altre miniere importanti vengono sfruttate da imprese straniere. Il vero motore economico dell’America latina è il Brasile: non c’è confronto con l’Argentina, dove a crescere sono le imprese straniere e non quelle locali. E manca pure un dibattito popolare su ciò. L’Argentina cresce, sì, ma su che fronte cresce?».

Quali sono i tratti distintivi del kirchnerismo in politica estera?

«Un’analisi a freddo può mostrare che sebbene questo governo mantenga forti vincoli con le corporazioni europee e statunitensi, allo stesso tempo dimostra politiche di avvicinamento indipendente con Venezuela e Brasile, mentre l’opposizione voleva fondamentalmente allontanarsi da Hugo Chávez e avvicinarsi di più agli Usa, anche se non lo dicevano espressamente. Durante il decennio di Carlos Menem, e in seguito con Fernando De la Rúa, l’Argentina tenne una assurda politica di allineamento automatico con Washington, secondo il migliore stile del vostro Silvio Berlusconi. L’Argentina ha una forte dipendenza energetica che il Venezuela, con le sue riserve petrolifere, aiuta a risolvere. Quindi inimicarsi il governo di Chávez comporterebbe una crisi energetica: questo timore di Néstor Kirchner sembra rivelare la complicità del suo governo nel depauperamento petrolifero argentino».

Cristina Kirchner è stata una delle principali sostenitrici del progetto di Menem di privatizzare il petrolio e il gas. Quest’anno il governo di Kirchner ha esteso per altri due decenni la concessione del Golfo de San Jorge alla Pan American Energy. Il contratto fu firmato quando il prezzo del barile era a 20 dollari, e poco importa che ora sia a quasi 100 dollari».

«Al vertice latinoamericano di Santiago dello scorso novembre è emersa chiaramente l’ambiguità di Néstor e Cristina Kirchner in politica estera, giacché nonostante questa presunta alleanza indissolvibile con il Venezuela, quando il re Juan Carlos di Spagna ha ingiunto a Chávez di stare zitto, il governo argentino non ha fatto nessuna obiezione al monarca spagnolo che ha ripreso un presidente eletto. Se lo avesse fatto Zapatero, sarebbe rimasto nell’ambito di una discussione fra mandatari, invece a farlo è stato un monarca di una casa reale europea dalla quale tutta l’America Latina si è resa indipendente nel secolo XIX. Anziché esprimere biasimo, la coppia Kirchner ha invitato il re di Spagna alla residenza presidenziale. Il re Juan Carlos è proprietario di parte della Repsol e possiede pure azioni in tutte le principali compagnie spagnole che operano in Argentina. Ma queste ambiguità e contraddizioni vengono sempre lasciate da parte quando si può evitare l’incertezza, soprattutto quando in ambito macroeconomico gli indici sono positivi».

Quali sono le altre eredità significative del kirchnerismo?

«Néstor Kirchner ha migliorato molto la situazione del paese dopo la crisi del 2001, ma soprattutto durante la sua presidenza sono state cancellate le leggi infami che mettevano al di sopra della giustizia i membri della giunta militare colpevoli di genocidio [3].


Chi è

Gabriel Martin, storico, giornalista e fotografo, è nato a Buenos Aires nell’aprile del 1974. Figlio di una famiglia di militanti montoneros, nel 1977 sopravvisse al commando di patotas [4] che irruppe in casa sua e dopo averlo colpito in faccia con il calcio della mitragliatrice lo abbandonò, credendolo morto, prima di sequestrare i suoi genitori. Coi genitori il piccolo Gabriel si ricongiunse dopo una rocambolesca serie di passaggi fra vicine di casa e militanti montoneros che lo presero in cura.

Nel 1999 fondò la Agencia de Noticias Cadena Latinoamericana (ANCLA), attiva fino al 2005, che mise insieme giornalisti indipendenti di 13 paesi nelle Americhe, in Francia, Italia, Spagna, Germania, Olanda e Gran Bretagna. Dal 2002 è corrispondente da Buenos Aires per diversi organi di informazione in Svezia e nello stesso anno lancia l’Equipo de Investigaciones Rodolfo Walsh (intitolata al grande scrittore militante vittima della dittatura militare) che un anno più tardi darà luogo al portale www.rodolfowalsh.org, e che pubblica materiale su diversi media argentini e su quotidiani e riviste in Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Cile, Bolivia e Uruguay, oltre ad articoli tradotti in inglese in Canada e Stati Uniti, e riprodotti in Francia, Svezia e Germania.

È tra i fondatori di “Prólogo”, rivista di recupero della memoria politica e culturale del pensiero rivoluzionario delle figure della militanza argentina ed è autore dei primi due numeri su John William Cooke e Rodolfo Walsh.


Note

  1. Vedi: Diego Schurman, “Gúia práctica para entender la nebulosa del kirchnerismo” sul quotidiano Página/12 del 12 febbraio 2006.
  2. cfr: Anton Chaitkin “Inside story: the Bush gang and Barrick Gold Corporation”; Gail G. Billington: “Bush’s letter abets Barrick’s golddigging”; Mark Sonnenblick: “George Bush’s $10 billion giveaway to Barrick Gold”, originariamente pubblicati su Executive Intelligence Review nel gennaio 1997.
  3. Le leggi del “Punto Final” e della “Obediencia debida” furono promulgate dal presidente Raúl Alfonsín nel 1986 e nel 1987. La prima, promulgata il 23 dicembre 1986, fissava un termine di 30 giorni per depositare le accuse contro i militari per violazioni dei diritti umani. Prima che scadessero i termini fissati dalla legge del Punto Final, la Giustizia federale aveva rinviato a giudizio circa 500 militari. Crebbe così il malcontento fra i militari che sfociò nella rivolta “carapintada” durante la Settimana Santa del 1987. A seguito delle pressioni esercitate dai militari e della minaccia di un nuovo golpe, il governo di Raúl Alfonsín il 4 giugno 1987 promulgò la legge della “Obediencia debida” che sollevava i ranghi militari intermedi e inferiori, scagionando così la maggioranza di ufficiali e sottufficiali coinvolti nella repressione in quanto subordinati all’autorità superiore. Le due leggi furono finalmente dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel giugno del 2005.
  4. Le “patotas” erano i gruppi operativi, costituiti da membri dei vari corpi dell’esercito, che durante la dittatura militare erano addetti al sequestro. Mascherati ed armati, irrompevano nelle case urlando, sparando e malmenando i familiari.

(pubblicato su www.altravoce.net)

Lunga vita a Benazir Bhutto?

Non ho alcuna simpatia personale per quel sessista, razzista, reazionario di Mahmoud Ahmedinejad, né per gli Ahatollah iraniani. Ma l’Iran esiste. E mi occupo da così tanti anni di politica internazionale e di geopolitica per capire che se fossi il presidente dell’Iran (laico, religioso, ateo devoto, di destra, sinistra, centro…) sarei schiacciato dall’indispensabilità di una politica di potenza che include l’arma nucleare. E’ francamente ipocrita pensare che una potenza regionale come l’Iran possa restare circondata di paesi atomici nemici o non amici, India, Pakistan, Israele, Russia, Kazakistan e ovviamente Cina e Stati Uniti e con il doppio caos (indotto) di Iraq e Afghanistan a destra e a manca, e dovere a questi la propria sicurezza. E’ francamente ingenuo chi pensa che gli Ayatollah possano … Leggi tutto

Contro-laudatio per Michelle Bachelet

michelle-bachelet Oggi la presidente cilena Michelle Bachelet è a Roma, incontrerà le massime cariche dello stato, sarà elogiata da tutta la stampa nazionale e sarà chiamata ad inaugurare l’anno accademico a Roma Tre. Domani, mercoledì, riceverà a Siena una laurea Honoris Causa in Medicina. Ma merita davvero tanti onori?

Quando lo scorso anno si sollevò l’intero mondo dell’educazione cilena, scesero in piazza perfino i bambini delle elementari, l’Università -caso unico al mondo- restò assolutamente … Leggi tutto

Ergastolo a Christian Von Wernich, il prete torturatore in Argentina

MNF18793_674Christian Von Wernich, il sacerdote cattolico, cappellano della polizia durante la dittatura militare in Argentina (1976-1983), è colpevole di avere sequestrato almeno 42 persone. Di queste ne assassinò almeno 7 e ne torturò almeno 32. E’ questo il verdetto del tribunale della città di La Plata che lo ha condannato alla pena dell’ergastolo.

La lettura del verdetto è stata … Leggi tutto

Rocco Cotroneo e il Corriere della Sera: un’alzata di spalle per i crimini contro l’umanità

E’ cominciato a Buenos Aires il processo contro il prete cattolico Christian Von Wernich, accusato da 120 testimoni di aver partecipato direttamente a 42 sequestri, di avere preso attivamente parte alla tortura di 31 persone, di aver personalmente stuprato e di avere partecipato ad almeno sette omicidi durante la dittatura militare.

“Dovete pagare, con la tortura, con la morte, perché siete colpevoli”, diceva il cappellano della … Leggi tutto

Da Salvador Allende a Hugo Chávez. A cinque anni dal golpe in Venezuela

A cinque anni dal colpo di stato a Caracas dell’11 d’aprile 2002, propongo un saggio da me scritto nel 2003, ma ancora oggi ritengo attualissimo, per uno studio comparato delle reazioni delle masse latinoamericane al golpismo contro governi popolari: dal caso di Juan Domingo Perón, a quello di Salvador Allende fino a Hugo Chávez. Questo saggio, tra il 2003 e il 2004, in diverse versioni fu pubblicato su Latinoamerica, Storia e problemi contemporanei e Zapruder. A quest’ultima si riferisce la versione pubblicata.

Sono passati 30 anni da quando, l’11 settembre del 1973, un colpo di stato mette fine alla Rivoluzione con empanadas[1] e vino rosso di Salvador Allende in Cile. Non è solo uno slogan: riafferma la pacificità di una transizione al socialismo che si spera tranquilla come una gita domenicale. Fa da contraltare alla Rivoluzione in libertà, onda Alleanza per il progresso kennediana, della presidenza del democristiano Eduardo Frei Montalva (1964-1970).

di Gennaro Carotenuto

In Venezuela, l’11 d’aprile del 2002, per la prima volta, un colpo di stato classico, contro un governo ascrivibile alla categoria dei “governi popolari”, viene sconfitto dalla mobilitazione di chi si riconosce nella Costituzione bolivariana e nel governo di Hugo Chávez.

Nel mezzo vi sono i tre decenni neoliberali, che trasformano le classi popolari – sempre meno operaie, sempre più lumpen – storia dei movimenti, immaginario, coscienza ed orgoglio di classe, forme di lotta. In società dove l’agenda politica è dettata e svilita dal modello economico, il dato guida è la radicale polarizzazione … Leggi tutto