Friday 25 May 2012, 05:04

Gli articoli con tag: " disinformazione "

La Cina, la moratoria sulla pena di morte e quello strano silenzio dei media

La notizia che la Corte suprema cinese abbia dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte è una splendida ed importantissima novità che meriterebbe la prima pagina sui giornali. Va celebrata come un grandissimo trionfo di chi da sempre si è battuto contro la pena di morte anche in quel grande paese. Tuttavia c’è qualcosa che stride… … Leggi tutto

A Vittorio Arrigoni

C’è un momento nel quale vieni lasciato solo. Nel quale ti ritrovi isolato da un momento all’altro perché quelli che applaudivano, che ti dicevano bravo, quelli che erano d’accordo con te dalla prima all’ultima parola, quelli per i quali eri un punto di riferimento, sono semplicemente tornati alle loro vite.

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Vittorio Arrigoni era già stato minacciato di morte

Vittorio Arrigoni, il cooperante sequestrato a Gaza e che ci invita in ogni post del suo blog a “restare umani”, era già stato minacciato di morte. Ma non da chi si suppone lo abbia sequestrato oggi.

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Robert Ménard e Reporter senza Frontiere, la triste parabola dalla libertà di stampa al fascismo di Le Pen

Colpo definitivo alla credibilità di Reporter senza Frontiere: Robert Ménard, fondatore e padre padrone dell’organizzazione fino al 2008, quando ha scelto di passare ad una ricchissima quanto fantomatica fondazione con sede a Doha, che al momento non ha neanche un sito Internet funzionante, si è schierato con la destra fascista appoggiando la campagna elettorale del Front National francese di Jean-Marie Le Pen e quella presidenziale di sua figlia Marine.

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Il premio “Rodolfo Walsh” a Hugo Chávez causa scandalo nei monopoli mediatici

Ieri a La Plata, in Argentina, nell’ambito del viaggio a Buenos Aires del presidente venezuelano Hugo Chávez, dove si sono costatate le migliori e più intense relazioni della storia tra i due paesi sudamericani, ha destato scalpore la consegna a Chávez da parte della “Facoltà di Giornalismo e Comunicazione sociale” di una delle più importanti università pubbliche del Paese, quella de La Plata, del prestigioso “premio Rodolfo Walsh” (foto) per l’eccellenza giornalistica. La motivazione è  per “il suo impegno indiscutibile e autentico nel consolidare la libertà dei popoli, l’unità latinoamericana, difendere i diritti umani ed il suo impegno per la verità e i valori democratici”

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Perché i nostri giornali occultano le notizie sul nucleare e su Fukushima?

Il primo ministro giapponese Naoto Kan annuncia che “il futuro del Giappone è nell’energia pulita”. D’altronde la fuoruscita di plutonio dai reattori di Fukushima rende la situazione “imprevedibile” nella sua estrema gravità. Dove saperne di più? Non certo leggendolo sui nostri giornali!

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Gheddafi, la primavera dei popoli mediorientale e il punto di vista latinoamericano

L’America latina è lontana dal Medio oriente e non provatevi a capire cosa accade in Libia e in Medio oriente leggendo la stampa latinoamericana. Vi disorientereste e in qualche caso restereste molto delusi nel trovare notizie improbabili su manifestazioni in favore di Gheddafi, sull’ordine che regna a Tripoli o al massimo un passacarte di agenzie terziste a denti stretti. Se è corretto denunciare un possibile intervento straniero, i pericoli di frammentazione del paese, o perfino la disinformazione all’opera, il silenzio delle organizzazioni multilaterali, a partire da Unasur e Mercosur, è oramai assordante. Non meglio va con i governi, con l’eccezione del Perù e dell’Uruguay. Dal Brasile all’Argentina, da Cuba al Nicaragua al Venezuela, relazioni e alleanze storiche, preoccupazioni geopolitiche, timori e sottovalutazioni, fanno sì che l’America latina dei movimenti sociali, l’America latina altermondista e terzomondista delle relazioni Sud-Sud, sembri non comprendere e voltare le spalle alla primavera dei popoli mediorientale e non faccia una bella figura (né i suoi interessi né il suo dovere).

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Un appunto sulle relazioni tra Hugo Chávez e Muammar Gheddafi

E’ vero che non solo Silvio Berlusconi ha avuto buone relazioni con Muammar Gheddafi. Anche la Gran Bretagna, tra i molti, non ha avuto remore a svendere i morti di Lockerbie per passare oltre e tessere la sua tela energetica anche con il dittatore libico. Gli stessi Stati Uniti dal 2006 hanno relazioni sostanzialmente buone con Tripoli anche se Barack Obama non impegna i cow-boy in rodei con le amazzoni libiche. Soprattutto però, per quanto ci concerne, non sono negabili le buone relazioni diplomatiche tra i paesi integrazionisti latinoamericani e la Libia e nella fattispecie tra Venezuela e Libia.
E’ commendevole la buona relazione tra paesi latinoamericani, il Brasile in primo luogo, e paesi come la Libia o l’Iran? … Leggi tutto

Quello che ci insegnano i giovani mediorientali in piazza

In epoca post-coloniale, e in maniera generalizzata dopo la fine della guerra fredda, i governi e i media dei grandi paesi occidentali hanno costruito una narrazione tendente a perpetuare la rappresentazione della sponda sud del Mediterraneo come nostra nemica e redimibile solo con regimi autoritari nostri alleati. Marginalizzato ogni discorso terzomondista in voga fino agli anni ’70, hanno eretto il nostro mare come un muro di Berlino tra mondi inconciliabili. Improvvisamente però le piazze mediorientali sembrano parlare la nostra stessa lingua e ci parlano di una realtà meno distante dalla nostra di quanto preferiamo credere. … Leggi tutto

Tal al-Mallouhi, blogger siriana condannata, perché il silenzio dei media?

La condanna a cinque anni a Damasco di Tal al-Mallouhi, la blogger diciannovenne in carcere da oltre un anno per “intelligenza con gli Stati Uniti” (sic), pur scrivendo soprattutto a favore della causa palestinese, ha meritato al massimo delle brevi da parte dei nostri giornali. … Leggi tutto

Dedicato a Sandmonkey, a Zouhair Yahyaoui, e agli altri blogger nordafricani e mediorientali

Se sei arrivato a questo articolo a partire dalla nota diffamatoria scritta da Massimo Cavallini contro chi scrive, spero t’interesserà leggere il mio punto di vista. Grazie (gc).

Sandmonkey, il blogger egiziano che da anni faceva informazione partecipativa sulla dittatura egiziana, è vivo dopo essere stato arrestato e picchiato selvaggiamente dalla polizia. Il suo sito, chiuso, è da poco di nuovo online, chissà fino a quando. Sandmonkey, come decine di altri blogger egiziani, tunisini, algerini, è stato per anni oggetto del più totale ostracismo da parte dei media occidentali che, in ossequio alla real politik del “dittatore amico” preferiva far finta che non esistessero. Nel 2005, in Tunisia, il blogger Zouhair Yahyaoui morì nelle carceri di Ben Alí per aver esercitato il proprio diritto di informare. Questo sito, Giornalismo partecipativo, per aver raccontato la storia di Zouhair (riferimenti qui, qui e qui) è stato per anni oscurato in Tunisia.

I media che hanno lasciato solo Sandmonkey e che non hanno dedicato una lacrima all’assassinio di Zouhair Yahyaoui sono gli stessi che hanno trasformato la cubana Yoani Sánchez in una madonna pellegrina dell’informazione da coprire di premi, prebende, onorificenze. Chissà perché…

Anche da Tunisi il cadavere eccellente della disinformazione globale

Dal 12 dicembre 2010, ben 40 giorni fa, campeggia nella prima pagina internazionale di El País un articolo di Moisés Naím intitolato raffinatamente “Cinque cadaveri politici per il 2011”. Quaranta giorni sono un tempo infinito anche per il più piccolo dei blog ma, evidentemente, uno dei 3-4 più importanti quotidiani di centro-sinistra d’Europa considera così intoccabile il pezzo di Naím da non aver paura della puzza di muffa tanto da aver interesse a lasciarlo in bella mostra per un tempo così insolitamente lungo.

L’articolo dell’autonominato “osservatore globale” in buona sostanza si augura la morte del presidente egiziano Moubarak, dei Re di Arabia Saudita e Thailandia (e perché non di Elisabetta II?), del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e, è il vero motivo dell’articolo come sempre fintamente bipartisan (tre morituri su cinque sono amici dei datori di lavoro di Naím), di Fidel Castro. A quaranta giorni dall’articolo di Naím è curioso poter tentare un primo bilancio. Dei cinque morituri (scelti perché con l’eccezione del settantenne coreano sono tutti ultraottantenni) il solo Moubarak ha avuto qualche grattacapo con la nipotina Ruby, protagonista del jet-set italiano. Gli altri quattro continuano nelle loro diverse occupazioni o nel probabilmente operoso pensionamento come è nel caso di Fidel Castro.

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Cesare Battisti e la mancata estradizione di Lula

La decisione del presidente brasiliano Lula di non estradare Cesare Battisti in Italia è, nella sostanza, sbagliata. Al di là dei drammatici casi dei Cucchi e dei Bianzino è ragionevole che la sorte carceraria di Battisti non sarebbe peggiore di quella che gli toccherebbe in molte carceri brasiliane e che non rischierebbe la vita rientrando in Italia. E’ altrettanto consolidato il fatto che, sia pure con una serie di ombre, la democrazia italiana seppe affrontare sul piano penale e non su quello della violazione di massa dei diritti umani il cosiddetto terrorismo rosso ben più di quanto fece, per omissione, rispetto a quello nero. Inoltre, al di là di ogni ragionevole dubbio i molteplici processi e i vari gradi di giudizio nei quali Battisti fu condannato all’ergastolo, non possono essere liquidati con un’alzata di spalle come quelle che sembrano ispirare i difensori, in genere francesi, di colui che ingiustamente è omonimo dell’Eroe socialista e irredentista impiccato nel Castello del Buon Consiglio a Trento dal morente impero austriaco. Detto ciò è importante analizzare i motivi della mancata estradizione e riflettere sulla canea antibrasiliana che si sta scatenando in queste ore in Italia.

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Opposizione cubana e Wikileaks, quello che i giornali non dicono

“L’opposizione cubana è divisa, dominata da personalismi, persone che hanno come principale scopo ottenere denaro da noi più che programmare il dopo-Castro. Se vogliamo rovesciare Cuba rivoluzionaria con questa gente non otterremo nulla e dovremmo piuttosto cercare qualcuno all’interno del governo”.

Chi scrive queste sconsolate righe, che qualunque osservatore serio di cose cubane sottoscriverebbe, ma che non troverete mai pubblicate nei grandi media critici rispetto alla Rivoluzione cubana, è il massimo responsabile di cose cubane del governo statunitense, Jonathan D. Farrar, capo della Sezione di interessi statunitensi a L’Avana.

Per quanto spiacevole possa essere, Farrar lo ha messo nero su bianco in un rapporto del 15 aprile 2009, reso pubblico da Wikileaks: i dissidenti finanziati da quel governo non rappresentano i cubani.

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Personaggio dell’anno a Mark Zuckerberg: l’ipocrisia ripetuta del Time

Il prestigioso settimanale statunitense “Time”, nell’assegnare il suo tradizionale riconoscimento come persona dell’anno al padrone di Facebook Mark Zuckerberg, ribaltando il risultato del sondaggio tra i propri lettori su chi fosse stato il personaggio più cospicuo del 2010, ovvero Julian Assange di Wikileaks, ha ripetuto lo stesso gioco truffaldino già fatto nel 2006.

Quell’anno infatti Il “Time” nominò “persona dell’anno” il “popolo di Internet” che, con il Web 2.0, «controlla l’era dell’informazione». L’ipocrita paradosso da parte di “Time” della nomina di “you”, te stesso, come personaggio dell’anno in quanto utente di Internet, stava nel fatto che in realtà il “giudizio popolare” evocato attraverso la Rete ed espresso da quello stesso popolo, aveva eletto di larga misura il presidente venezuelano Hugo Chávez.

Questo, nonostante l’anatema lanciato all’unisono del mainstream, era all’apice della propria credibilità internazionale. Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, paese dove vige la prima Costituzione partecipativa al mondo, poche settimane prima, alle Nazioni Unite, aveva infatti espresso le proprie documentate critiche sul sistema neoliberale, i segni della crisi del quale erano già allora evidenti. Se, come detto, su Chávez era caduto l’anatema dei media, non vi aveva abboccato quel “popolo della Rete” che lo aveva riconosciuto personaggio dell’anno nel sondaggio aperto dal settimanale statunitense.

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