Friday 25 May 2012, 05:03

Gli articoli con tag: " diritto di voto "

Zapatero punta sull’Argentina, e tu Walter Veltroni?

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Un’immagine della campagna elettorale del PSOE spagnolo a Buenos Aires per le elezioni del 9 marzo ci dà una notizia e ci ricorda un problema. I 260.000 gallegos (così vengono chiamati tutti gli spagnoli d’Argentina, anche se vengono dall’Andalucia o dal Levante) sono molto coccolati tanto da José Luís Rodríguez Zapatero come da Mariano Rajoy (il candidato del PP) e potrebbero essere decisivi su chi governerà la “madre patria” per i prossimi quattro anni.

Decisivi? Vi ricorda qualcosa?

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Il mondo migliora (Non ci credi? Clicca qui)

(No non é una delle tante propagande per venderti qualcosa che non ti serve, ma solo l´introduzione del libro di prossima pubblicazione di Jacopo Fo teso a dimostrare che il mondo migliora costantemente, che l´oggi é sempre meglio di ieri, e che domani sará migliore)

Quante volte hai sentito dire, con aria grave: ”Non se ne puo’ piu’! Le cose vanno sempre peggio! Abbiamo passato ogni limite!”

Lo dice il vecchio reazionario, lo dice il moralista. Ma lo dice spesso anche l’oratore di sinistra che vuol sollevare le folle, e il giovane No Global.

Per una persona che desidera un mondo migliore dire “tutto va peggio” vuol dire utilizzare una figura retorica efficace per strappare un moto di sdegno nell’immediato ma a lungo termine non e’ una mossa intelligente.
Infatti l’idea che in 2000 anni non si sia riusciti a migliorare la situazione ha un grande potere demotivante. Porta a pensare:”Tanto e’ tutto inutile, perche’ mi dovrei impegnare?”
Molto piu’ motivante sarebbe dire: “Da duemila anni stiamo migliorando il mondo, dacci una mano a migliorarlo ancor di piu’!”.

Ma affermare che il mondo peggiora non e’ solo disfattista, e’ anche falso.
La verita’ infatti e’ che il mondo sta migliorando irrefrenabilmente da secoli.
Non ci siamo bevuti il cervello, non stiamo sostenendo che questo mondo e’ il migliore possibile e tutto va bene.

La situazione e’ intollerabile.
Le guerre e la fame uccidono ogni anno milioni di persone, la violenza e l’ingiustizia distruggono ogni possibilita’ di una vita degna per milioni di individui. Si tratta di una situazione insopportabile, vergognosa. Ma una volta era peggio. Era peggio 20 anni fa, 50 anni fa. Per non parlare di mille anni fa!

Questo libro ha lo scopo di dimostrare proprio questo: la situazione e’ migliorata, sta migliorando e abbiamo molti buoni motivi per sperare che continuera’ a migliorare anche in futuro.

E cercheremo di dimostrarlo senza ricorrere a complicate argomentazioni filosofiche ma semplicemente portando dati statistici provenienti da centinaia di studi.
E a proposito dei dati che citeremo e’ da notare che sono numeri sui quali tutti gli studiosi concordano e che, a quanto ci risulta, non sono mai stati messi in discussione da alcuno. Semplicemente si tratta di numeri poco conosciuti.

L’idea che il mondo vada a rotoli insomma non ha nessuna prova d’appoggio. E’ una convinzione basata esclusivamente su preconcetti e sulla totale mancanza di informazione.

Complici i media, che hanno scoperto che le cattive notizie fanno vendere piu’ delle buone nuove e che quindi ci bombardano con bordate di angoscia allo stato puro e di fobie, con una scelta abile e spietata degli eventi piu’ truculenti.

Sottoposti a un simile bombardamento negativo molti si convincono che stiamo precipitando, affondando, deragliando e che non ci sono piu’ speranze.

E questa leggenda metropolitana si salda con una molto umana illusione percettiva: per una persona che non e’ piu’ giovane e’ facile pensare che le cose fossero migliori quando aveva tutta la vita davanti, meno chili sui fianchi o piu’ capelli in testa.
Quando eri giovane tutto andava meglio perche’ non eri vecchio.

E’ facile dimenticare com’era realmente la situazione una volta. Abbiamo generalmente un ricordo gradevole dell’infanzia e della gioventu’ e tendiamo a dipingere quegli anni con il rosa della nostalgia.

Ma le cose stanno decisamente in un altro modo.
Il mondo e’ migliorato nei secoli in modo consistente e questo miglioramento ha conosciuto una stupefacente accelerazione negli ultimi 40 anni.

In alcuni casi sembra impossibile.
Quando capita ad esempio di discutere dell’orrore della pedofilia molti sono disposti a giurare che il fenomeno si stia espandendo in modo notevole. Come vedremo si tratta anche in questo caso di un’illusione ottica.
Molte persone sono giustamente impressionate e disgustate dall’aumento esponenziale dei casi di pedofilia riportati dai giornali. Sicuramente oggi i giornali pubblicano notizie di crimini sessuali sui bambini 100 volte di piu’ di 50 anni fa. E sui giornali di 70 anni fa non troviamo nessuna segnalazione di tali aberrazioni.
Ma questo non vuol dire che una volta non ci fossero crimini pedofili. Semplicemente i giornali non ne parlavano: erano un argomento sconveniente e di scarso interesse.

Ma il quadro si fa ancora piu’ chiaro se compiamo una rapida osservazione degli aspetti piu’ negativi e vergognosi della societa’ umana e andiamo a vedere da quanto tempo sono diventati obsoleti.

Tre secoli fa eravamo dominati da una casta che gestiva il potere per diritto di nascita. Due secoli fa lo schiavismo era legale nella maggior parte del mondo. 65 anni fa le donne non avevano il diritto di voto in nessuna nazione. 50 anni fa i mariti avevano in tutto il mondo il diritto legale di picchiare la moglie e di prenderla con la forza. 50 anni fa la segregazione razziale era legale negli Usa. 30 anni fa la maggioranza degli esseri umani era convinta che masturbarsi portasse alla cecita’. 25 anni fa in Italia potevi uccidere tua moglie se la scoprivi a letto con un altro senza rischiare la galera. 11 anni fa lo stupro in Italia era un reato contro la morale e non contro la persona nonostante sia difficile stuprare una donna senza sequestrarla e senza farle violenza.

Ma non solo alcuni degli aspetti peggiori della societa’ sono spariti.
4000 anni fa la vita media sul pianeta era al di sotto dei 30 anni. La durata dell’esistenza umana ha continuato ad allungarsi e negli ultimi 100 anni questo aumento e’ stato enorme.
Ed e’ aumentata notevolmente anche l’aspettativa di vita nel terzo mondo, nonostante le guerre, le carestie, le epidemie, le rapine delle Multinazionali Sadiche e la spietata corruzione dei governi.
Negli ultimi 40 anni ha continuato a diminuire perfino il numero dei morti in guerra.

Tutti gli indicatori di benessere sono migliorati in modo notevole: istruzione, disponibilita’ di acqua corrente ed elettricita’, salari, abbandoni scolastici, numero di poveri, assistenza medica, pensioni, protezione degli orfani, dei disabili, dei malati di mente, delle minoranze.

Ed e’ importante che tutto questo si sappia. Ne siamo convinti. Vedere che l’impegno umano paga e’ secondo noi fonte di fiducia e di incoraggiamento. Ce la possiamo fare! Ci stiamo lentamente riuscendo. Da millenni.

Per commentare questo articolo http://www.jacopofo.com/node/4077

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Piccola aggiunta del “postatore” di questa introduzione.

Per aiutare Jacopo Fo a controbattere le posizioni vetero-belliciste che continuano a voler giustificare l´imprescindibilitá della lotta armata per migliorare il mondo, vorrei aggiungere solo un testo di un pezzo Hip Hop di un gruppo rap di Salvador di Bahia, i Lampironicos. Le parole sono di Manuca Almeida che é fratello di un mio caro amico di Salvador.

Tutto quello che hai non é tuo
Tutto quello che ti stipi
non ti appartiene e mai ti apparterrá
Tutto quello che hai non é tuo
Tutto quello che conservi
appartiene al tempo che tutto trasformerá

É tuo solo quello che dai
É tuo solo quello che dai

Tutto quello che non hai percepito
Tutto quello che non hai voluto guardare
é come il tempo che hai lasciato passare
Tutto quello che hai nascosto
quello che non hai voluto mostrare
Lascia che il tempo con il tempo andrá rivelando

É tuo solo quello che dai
É tuo solo quello che dai

E il bacio che hai dato é tuo
É tuo, é il tuo bacio

Il paradosso errante di Eduardo Galeano

Il paradosso errante.

Lezioni di storia. Pillole di verità che rovesciano la «verità»

Eduardo Galeano

Ogni giorno, leggendo i giornali, assisto a una lezione di storia. I giornali mi insegnano con ciò che dicono e con ciò che non dicono.
La storia è un paradosso errante. È la contraddizione a farla muovere. Forse per questo i suoi silenzi dicono più delle sue parole e spesso le sue parole rivelano, mentendo, la verità.
Di qui a poco sarà pubblicato un mio libro che si chiama Specchi. È una specie di storia universale, e scusate se è poco. «Io posso resistere a qualsiasi cosa, meno alla tentazione», diceva Oscar Wilde, e confesso di aver ceduto alla tentazione di … Leggi tutto

Obama e Cuba

da LATAM

Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.

Attiva Javascript e Flash per poter vedere questo Flash video.

Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.

Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!

Nasce la Bolivia «comunitaria» La sfida di Morales

Oruro, maratona notturna per la nuova costituzione: no a rielezioni indefinite, sì alla «proprietà comune», mai più basi straniere. Raffinata l’opposizione: «E’ carta igienica usata»
Pablo Stefanoni
La Paz

Quando sembrava già a un passo dalla morte, l’Assemblea costituente boliviana è rinata dalle sue ceneri e ha approvato a tempo di record la nuova Carta magna sostenuta dal presidente Evo Morales. Le critiche della destra per la mossa a sorpresa della riunione di oruro (a tre ore di macchina da La Paz) non hanno fermato i costituenti della sinistra, che hanno scelto questa città arida e fredda nelle Ande boliviane per fuggire ai conflitti di Sucre, la sede originale della convenzione costituente. In una maratona durata l’intera notte dal sabato alla domenica, sono stati approvati gli oltre 400 articoli del nuovo testo costituzionale. «E’ una grande gioia per me e per tutto il movimento indigeno, operaio, contadino e popolare», ha detto Morales, che ha rinunciato a inserire nel nuovo testo la rielezione indefinita del presidente.
Molti costituenti si sono sorpresi nel constatare che questa proposta, rifiutata dall’opposizione e con un rischioso marchio chavista, era stata modificata in favore della più moderata possibilità di essere rieletto una sola volta. In effetti, però, la durata in carica comincerà a essere contata a partire dall’entrata in vigore della nuova costituzione, e in questo modo – se le urne lo assistono – il presidente boliviano può aspirare a restare a Palacio Quemado fino al 2018. Prima di volare a Buenos Aires per assistere alla cerimonia di entrata in carica della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, Morales ha detto che il testo approvato a Oruro garantirà «una rivoluzione sociale con stabilità» ed è tornato a criticare «i settori oligarchici che vogliono frenare il cambiamento».
Un antropologo sprovveduto avrebbe faticato a distinguere l’ultimo appuntamento della Costituente da un’assemblea sindacale. Ai sombreri, sandali, ponchos e polleras (l’abito tradizionale delle donne, ndr) indigeni che abbondavano nel conclave si è unita una «guardia popolare» che, come la polizia sindacale nei congressi contadini, ha sbarrato le porte per impedire che i costituenti più deboli abbandonassero il luogo prima di aver finito il loro compito. A mezzogiorno di domenica i costituenti hanno cantato l’inno nazionale con il pugno alzato – come da recenti istruzioni di Morales – si sono abbracciati piangendo e hanno dato per conclusa la missione. Ora il nuovo testo dovrà essere ratificato dai boliviani attraverso un referendum e, in caso di vittoria del Sì, saranno convocate elezioni anticipate per il rinnovo di tutte le cariche pubbliche.
Nonostante sia stato rispettato il quorum legale, la destra ha denunciato una modifica del regolamento che ha consentito l’approvazione della nuova «legge delle leggi» con i voti dei due terzi dei presenti (e non del totale dei costituenti) e il successivo ricorso diretto al referendum. «Non obbedite alla nuova costituzione», ha detto ieri il presidente del Comitato civico di Santa Cruz, Branko Marinkovic, annunciando il disconoscimento del nuovo testo, rifiutato da cinque dei nove governatori della Bolivia. Marinkovic ha aggiunto che «Santa Cruz lancerà un suo proprio statuto autonomistico», che potrebbe essere approvato questa settimana. Il governatore cruceño Ruben Costas ha «rifiutato totalmente un manifesto politico fatto da assembleisti servili e vassalli obbedienti che vogliono farci credere che sia una costituzione». Costas ha detto che «Santa Cruz è in pericolo» e a chiesto che «ogni angolo, ogni quartiere, ogni paese organizzi la resistenza civile e la lotta per l’autonomia in maniera militante».
Celebre per le sue sparate, il sindaco di Santa Cruz de la Sierra, Percy Fernandez, ha attaccato: «Bisognerà dipingersi e mettersi le penne per esistere, in questo paese». Giorni fa l’ex presidente Jorge «Tuto» Quiroga aveva detto che la nuova costituzione «è un pezzo di carta che vale tanto quanto la carta igienica usata».
La nuova Carta ha un forte tono nazionalista, ma non parla di socialismo. Tra le altre cose, obbliga la proprietà privata «a compiere una funzione sociale», considera tradimento della patria «l’alienazione di risorse naturali a favore di potenze, imprese o persone straniere» e riconosce molti tipi di proprietà, compresa la proprietà comunitaria. Nello stesso tempo separa la chiesa dello stato, garantisce le autonomie regionali e indigene e proibisce l’installazione di basi militari straniere. Stabilisce inoltre l’elezione a suffragio universale dei giudici della Corte suprema e riconosce la giustizia comunitaria indigena. Nonostante ciò, il governo ha fatto un passo indietro nella sua proposta di concedere il diritto di voto ai sedicenni e in quella di eliminare il senato. Il tema del latifondo sarà risolto da un referendum parallelo per determinare il limite massimo di ettari che un proprietario può possedere.
Ieri, tra festeggiamenti e critiche, nessuno si è azzardato a prevedere se la costituzione avrà vita corta o se diventerà il testo che farà superare al paese secoli di discriminazione e povertà della maggioranza indigena.

http://www.ilmanifesto.it/ricerca/ric_view.php3?page=/Quotidiano-archivio/11-Dicembre-2007/art57.html&word=Bolivia

Il parigino e l’ottentotto

Paragonare Cuba (o l’America Latina) alla Svezia è fuorviante. Sarebbe come dire che siccome non possiamo sposare tutti/e Fanny Ardant o Marcello Mastroianni, meglio l’astinenza, o siccome non possiamo andare in Ferrari allora non andiamo neanche in 500.

E’ apprezzabile della Rivoluzione cubana che veramente non sia … Leggi tutto

L’anatema del globalista

Corriere della Sera, lancio pesante in prima pagina di domenica 14 maggio e intero primo paginone di cultura per un pezzo intitolato ?Da Castro a Chávez, l’Europa sedotta dai leader populisti?. L’articolo è firmato da Ian Buruma, un professore olandese specializzato nel Giappone, editorialista del New York Times, e paladino della globalizzazione.

Tema dell’argomentare di Buruma è, guarda caso, il pericolo Chávez che starebbe facendo proseliti tra gli intellettuali europei per i quali va bene tutto pur che sia antiamericano. L’incipit è offensivo oltre che banale. Gli intellettuali europei, sono una categoria quanto mai sfuggente, e oltretutto, chi scrive se ne occupa di mestiere, la maggior parte degli intellettuali europei non sono per niente sedotti da Chávez, e molto meno appaiono sedotti da esperienze di cambiamento ancora più profonde, come quella che ha portato alla presidenza Morales in Bolivia. Quello del Corsera è allora semmai un avvertimento: non lasciatevi sedurre da Chávez.

Semmai tra l’intellettualità progressista e liberale europea è il pregiudizio antichavista ad allignare e le rotte del pensiero mainstream restano dominanti. Non solo a destra. Buona parte della sinistra postmarxista, postcomunista o neocomunista infatti, ha sempre visto come il fumo negli occhi ogni percorso alternativo a quelli europei. Questi, per definizione, rivendicano per se stessi la primogenitura di tutto. E infatti il “terzomondismo” è sempre più considerato un peccato gravissimo, anche se “terzomondismo”, come “populismo”, non significa poi molto.

E’ una storia lunga e credo che la foto che meglio rappresenti la nostra contemporaneità rispetto all’America Latina, resti ancora quella che vede, nei primi anni ’50, andare sottobraccio l’Ambasciatore statunitense a Buenos Aires con il segretario del Partito Comunista … Leggi tutto

Un italiano, un voto

Puntualmente ho ricevuto una serie di critiche “da sinistra”, riguardo il mio intervento intitolato “Gli italiani che votano Italia”, che concerneva la straordinaria prova che hanno dato circa un milione e duecentomila italiani di ogni angolo del pianeta, votando per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento di Roma.

Il punto centrale del mio ragionamento è che non è possibile … Leggi tutto

Gli italiani che votano Italia

Hanno votato. Hanno votato in massa per eleggere i loro rappresentanti a Roma. Saranno 18, 12 deputati e 6 senatori. E’ la prima volta che i cittadini italiani residenti all’estero votano per eleggere i loro rappresentanti. E’ forse la prima volta al mondo che un paese elegge deputati in quanto propri cittadini emigrati, in quanto migranti. E’ un grande passo positivo che non può non aprire ad una visione progressista nella quale anche gli immigrati in Italia e non solo gli emigrati dall’Italia, conquisteranno questo diritto.

Eppure, soprattutto da sinistra, vengono guardati con sospetto. Hanno un passaporto italiano in tasca e vengono considerati meno italiani, dubbiosamente … Leggi tutto

La Casa della malavita

Giusto cent’anni fa, all’inizio del XX secolo, Gaetano Salvemini accusava Giovanni Giolitti di essere "il ministro della mala vita". Allora si scriveva staccato, poi la malavita si è istituzionalizzata, fatta stato e adesso mala, vita e governo son tutt’uno. Oggi i manipoli di corrotti, inquisiti e pregiudicati, agli ordini di Silvio Berlusconi, bivaccano nelle aule sorde e grigie della Camera e del Senato. Ammetto di avere pregiudizi verso i ladri e preferisco non averli in casa né che vadano in Parlamento. Ammetto anche di provare orrore per il garantismo vergognoso che si respira in questo paese quando a "sbagliare" è un ricco, un famoso, un potente. Ebbene sì, sono un giustizialista e me ne vanto!

In questo pezzo de l’Unità a firma Giuseppe Vittori, una lista incompleta dei pregiudicati che ci governano e vorrebbero continuare a farlo:

L’elenco completo dei candidati della Casa delle Libertà inquisiti, o condannati in via provvisoria, o addirittura pregiudicati in via definitiva, occuperebbe diverse pagine di giornale. Ci limitiamo ai casi più eclatanti, in rigoroso ordine alfabetico. All’inizio della sua avventura politica, il 27 marzo 1994, Silvio Berlusconi escluse anche gli aspiranti parlamentari raggiunti da un avviso di garanzia. Ora, dodici anni dopo, inchieste e processi a carico fanno curriculum… … Leggi tutto

Carogne di immigrati

Un nuovo massacro lascia cadaveri senza nome né volto in Sicilia. La condizione di migrante è un’intollerabile condizione di “non cittadinanza”, lo rende dimezzato ed alieno rispetto alla comunità dove vive o muore, e arriva a disgiungere il migrante dalla stessa dignità di umano.

La lingua italiana utilizza termini diversi per definire i resti di un essere vivente dopo la morte. Senza affanni animalisti, se l’essere umano morto si definisce cadavere, appare un inutile insulto definire il corpo morto di un cane o di un bue o di un leone, con un termine come “carogna” che fatalmente acquisisce un tono dispregiativo. … Leggi tutto