Tuesday 07 February 2012, 07:20

Gli articoli con tag: " diritti umani "

Perù: amnistia e repressione

Attraverso quattro decreti legislativi, il governo di Alan Garcia prima di uscire di scena sembra voler fare un ultimo regalo ai militari e a coloro che – ora lo si può dire con certezza – sono gli alleati di sempre: i fujimoristi.

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Colombia-Venezuela: l’eredità avvelenata di Álvaro Uribe per Juan Manuel Santos

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NB: La vignetta è del settimanale britannico “The Economist” e rappresenta (correttamente al contrario della stampa italiana e di El País di Madrid) Uribe che tenta di impedire la stretta di mano tra Juan Manuel Santos e Hugo Chávez.

Ieri Álvaro Uribe ha lasciato la presidenza della Colombia millantando trionfi ma portandosi dietro una scia di sangue con pochi precedenti. Il paragone è con il peruviano Alberto Fujimori, poi condannato per corruzione e violazione dei diritti umani. Lascia avvelenando i pozzi del suo successore Juan Manuel Santos, bloccandone il tentativo di migliorare i rapporti con il Venezuela di Hugo Chávez che era deciso a presenziare alla cerimonia di passaggio dei poteri. Anche se per la stampa è sempre colpa di Chávez, non è smentibile che sia la Colombia ad avere avuto con Uribe i peggiori rapporti della storia con tutta la regione, dall’Ecuador alla Bolivia, dal Brasile al Venezuela tanto che nel discorso di insediamento Santos ha continuato una rettificazione (boicottata da Uribe e da Washington) che conduce da settimane: “non individuo un nemico in nessun paese vicino”.

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Perù: Anniversario Bagua- Comunicato stampa e dossier informativo della Piattaforma Europa Perù- PEP

Comunicato stampa

PEP- PLATAFORMA EUROPA PERU’

I Popoli indigeni rispettati però l’Amazzonia a rischio?

Un anno fa, il 5 giugno del 2009, il Perù e il mondo intero si sono inorriditi per il peggiore episodio di violenza che il paese ha conosciuto dalla fine del conflitto armato. Morirono 33 persone tra poliziotti e civili e altre 82 persone risultarono ferite durante lo sgombero forzato di migliaia di indigeni che avevano bloccato per quasi due mesi una delle principali strade dell’Amazzonia nei pressi di Bagua. I popoli indigeni peruviani avevano ricorso a questa protesta perché minacciati da un pacchetto di decreti legislativi emesso dal governo e per la crescente presenza di imprese petrolifere che attentano ai loro territori e vite. A partire da quella data il governo peruviano non poteva continuare ad adottare decisioni sulle politiche economiche che hanno un impatto sulla vita della popolazione indigena senza che questa sia consultata.

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Diritti umani in Argentina. Appena 68 i condannati in 4 anni

JORGE JULIO LOPEZ Il CELS (Centro di Studi Legali e Sociali), a 34 anni dal golpe dei 30.000 desaparecidos in Argentina pubblica un importantissimo rapporto completo sullo stato dei processi per violazioni dei diritti umani aperti da quando Nestor Kirchner riuscì ad abolire le leggi sull’impunità volute da Carlos Menem.

Su 1464 imputati, tra militari e civili, appena 75 hanno già avuto una sentenza, con 68 condanne e 7 assoluzioni.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

REPORTAGE – Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo (seconda parte)

Juarez3 Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Seconda parte, la prima parte può essere letta qui.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

MODERNITÀ Juárez è enorme. Lo spazio urbanizzato verso il deserto non ha limiti. Le grandi strade sono percorse da decine di pattuglie dell’esercito e della polizia federale. In mimetica vanno i militari, in nero la polizia federale, entrambi in passamontagna e armati fino ai denti. I posti di blocco asfissianti rallentano il traffico in una città dove il desiderio di normalità si scontra con la realtà. Non erano passate due ore dal mio arrivo in città quando sono stato fatto scendere dall’auto per una perquisizione corporale circondato di militari armati.

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(REPORTAGE) Ciudad Juárez: viaggio al termine del neoliberismo

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo. Ciudad Juárez, frontiera tra il nord e il sud del mondo, la città delle “maquiladoras” e dei femminicidi è oggi la città più violenta del pianeta. Negli ultimi due anni la guerra tra narcos, nella quale è coinvolto come parte in causa l’esercito messicano, ha già causato 4.700 morti e 100.000 rifugiati.

Reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio da Ciudad Juárez

Arrivando a Ciudad Juárez dal Sud, dalla mesoamérica cuore della nazione messicana, l’ultima ora di aereo mostra con crescente angoscia uno dei deserti più aridi del mondo. Non era così prima, raccontano i pochi juarensi che non sono immigrati. Juárez aveva appena 30.000 abitanti nel 1930, 300.000 nel 1970 e 1.5 milioni nel 2000 e ha perso varie battaglie per il controllo dell’acqua del Río Bravo con El Paso, l’ex quartiere dall’altro lato del fiume e che dal 1848 appartiene agli Stati Uniti.

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ETA e Hugo Chávez. Quello che i giornali non dicono

ETA In Italia la polemica non ha attecchito. Troppo complicata da spiegare (o da capire?) per i prodi corrispondenti dall’America latina dei nostri grandi giornali la storia delle complicate relazioni tra ETA e FARC e le questioni connesse al diritto d’asilo. Eppure in Spagna e nell’area grancolombiana non si parla d’altro da due settimane e perfino il presidente colombiano Álvaro Uribe (sic!) ha dovuto stoppare Mariano Rajoy (il successore di José María Aznar alla guida del PP) che era andato a Bogotà praticamente per dichiarare guerra al Venezuela (pensando di poter utilizzare l’ex colonia per fare propaganda interna). Rajoy, dopo essersi visto a Palazzo Nariño con Uribe si è visto costretto ad abbassare i toni con la coda tra le gambe e si è ulteriormente coperto di vergogna nel suo appoggio incondizionato ad Uribe, sostenendo pubblicamente che in Colombia non si violano i diritti umani.

La storia è quella del giudice Eloy Velasco, un magistrato spagnolo molto di destra, che, in una sentenza che si riferiva ad un caso di collaborazione tra ETA basca e FARC colombiane, buttava lì due righe che testualmente dicevano “è chiara la collaborazione del governo venezuelano con queste due organizzazioni terroriste”. Tutto lì, senza alcuna spiegazione, documento, prova. Una goccia di veleno e null’altro buttata fuori dal calamaio, con l’aiuto del computer magico di Raúl Reyes (il dirigente delle FARC ucciso in Ecuador) ma sufficiente per far riempire paginoni a Madrid: Chávez protegge l’ETA.

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Strumenti di tortura vendesi. Coinvolte anche cinque ditte italiane

Umberto de Giovannangeli – L’Unità Esportare strumenti atti alle torture. Affari che grondano sangue. Alcune aziende di Paesi europei, in particolare Germania e Repubblica ceca ma anche Italia, traggono profitto da un cono d’ombra giuridico che consente loro di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove Stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio. A denunciarlo è un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’Uomo con sede centrale a Londra. Fra questi «strumenti di tortura» figurano manette per appendere persone al muro, blocca-caviglie, batterie per somministrare scariche elettriche e «aerosol di prodotti chimici», serrapollici in metallo, viene precisato nel rapporto che sarà discusso oggi dalla sottocommissione per i diritti dell’Uomo del Parlamento europeo. «Fornitori di attrezzature per l’applicazione della legge in Italia e Spagna – si afferma nel rapporto – hanno promosso la vendita di “manette” o “manicotti” da elettroshock da usare su detenuti» con scariche anche da 50 mila volt.

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20-26 marzo: Giochi mondiali militari in Valle d’Aosta

Aosta. Viale innevato.
Quello che segue è un comunicato stampa di Arci Valle d’Aosta sui primi Giochi mondiali militari di sport invernali che si terranno in Valle d’Aosta a partire da questo sabato (20 marzo).
Per quanto mi riguarda, trovo disgustoso il tentativo di "imbellettare" gli eserciti mettendone in mostra gli atleti, poiché non mi risulta che oggi le forze armate – italiane o estere – si distinguano per il proprio rifiuto della guerra se non come estrema risorsa difensiva (così vorrebbe l’articolo 11 della nostra Costituzione). Non mi risulta che le famose «missioni di pace» (che probabilmente hanno valso il nobel per la medesima al Presidente Obama) siano volte a stabilizzare altro se non gli interessi internazionali delle nazioni economicamente e militarmente più potenti e, in ogni caso, ho sotto gli occhi quasi ogni giorno le vittime innocenti di conflitti che sono quantomeno fallimentari rispetto agli obiettivi dichiarati.

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Guido Piccoli: Farc, ETA, Chávez e… perché no, Belzebù


La notizia è di quelle bomba. Scoperti vincoli tra le Farc e l’Eta, sotto la protezione del governo Chávez. In realtà il nostro Saviano aveva già annunciato d’avere le prove della collaborazione tra Farc e Eta. Al posto di Chávez aveva sistemato la camorra campana e il legame tra i tre soggetti erano la droga e le armi.

Il giudice Velasco spara più in alto, attaccando il Venezuela. E di mezzo c’è il terrorismo, cioè il reciproco addestramento di Farc e Eta sull’uso degli esplosivi e l’aiuto che l’Eta avrebbe dato ai guerriglieri per ammazzare presidenti, ambasciatori e politici colombiani. Ci siamo presi la briga di leggere la documentazione che il giudice rende pubblica (Auto de procesamiento 75/09).

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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Da Ciudad Juárez a Radio3Mondo, intervista a Gennaro Carotenuto

Il sogno dell’industrializzazione neoliberale si è trasformato in un incubo.

Dopo i femminicidi, che continuano, Ciudad Juárez è diventata lo scenario di una sanguinosa guerra di narcos, nella quale corpi dello Stato parteggiano per l’una o per l’altra parte.

Intanto i morti, soprattutto ragazzi poveri senza alternative né futuro nel fallimento del modello neoliberale che negli ultimi 40 anni aveva nella città la propria massima espressione con centinaia di maquiladoras, in appena due anni, sono già 4.600 e i rifugiati 100.000.

Così oggi Juárez è la città più violenta al mondo nel silenzio dei grandi media che preferiscono guardare colpevolmente altrove mentre la guerra produce anche decine di "omicidi politici" di sindacalisti, difensori dei diritti umani, militanti dei movimenti sociali.

A Radio3Mondo Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Ciudad Juárez.

Ascolta da questo link di Radio Rai l’audio (dal minuto 10 circa) e commenta su Giornalismo partecipativo.

Presto online il reportage di Gennaro Carotenuto e Chiara Calzolaio.

Honduras: 132 morti il bilancio della dittatura

TEGUCIGALPA Secondo le organizzazioni in difesa dei diritti umani honduregne e in particolare per il presidente del CODEH Andrés Pavón, che ha tenuto una conferenza stampa in merito, i golpisti in Honduras dal 28 giugno ad oggi avrebbero ucciso 132 persone e ferito almeno 453 altre. Di queste circa 30 sarebbero state uccise durante mifestazioni pubbliche e il resto assassinate da sicari, squadroni della morte o durante detenzioni arbitrarie. … Leggi tutto

Honduras: Parla il giornalista sequestrato e torturato

DA www.fabionews.info
Dell’Honduras non sappiamo piu’ nulla.. dopo la farsa delle elezioni che hanno “legittimato” di fatto il colpo di stato l’informazione mainstream non si occupoa piu’ del piccolo paese centroamericano.
Nonostante iol fatto che il presidente legittimo continui a essere “segregato” nell’ambasciata brasiliana, nonostanet la repressine continui in forme sempre piu’ “organizzate”, nonstante tutti i paesi latinoamericani “liberi dal controllo di washington” non riconoscano il risultato elettorale…
Per questo invito a diffondere 1uesti articoli e non lasciare solo il popolo hondureno che continua a resistere!
Ciao
Fabio

Da www.itanica.org

“Vogliono zittire la stampa indipendente e popolare”

Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturato

Lo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell’esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell’Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.

César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un’infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.

Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.

Sirel e la Lista Informativa “Nicaragua y más” si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.

- Come è avvenuto il sequestro?
- Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall’autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti.
Quando sono arrivato nella zona dell’anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi.
Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: “Non è questa m… che c’interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p…”.
Mi hanno fatto salire sull’auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un’ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l’interrogatorio.

- Che cosa è successo dopo?
- L’aggressività di chi m’interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali.
Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando.
Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo.
Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto.
Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un’ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l’accaduto.

- Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
- Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l’isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto.
Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l’usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti.
Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.

- Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
- Credo che non avessero ricevuto l’ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l’obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci.
Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.

- Perché hai deciso di abbandonare il paese?
- Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po’ di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro.
Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po’ di fatica.

© (Testo e foto Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” di Associazione Italia-Nicaragua – www.itanica.org )

¡Alerta, alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina! Nasce il Movimento Continentale Bolivariano.

Da vaccamagra.blogspot.com

.Caracas.

Abbiamo partecipato, documentandola, alla nascita del Movimiento Continental Bolivariano. La dinamicitá e l’energia sentita ha ,a tratti, commosso e dato speranze. … Leggi tutto