Friday 25 May 2012, 05:03

Gli articoli con tag: " diplomazia "

Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo

CopertinaTibetridottinaA cura di Emanuele Giordana, esce il 7 maggio allegato al quotidiano il Riformista, Tibet, lotta e compassione sul tetto del mondo. Ecco un frammento dell’introduzione.

Nell’autunno del 1977 avevamo preso, com’era abitudine in anni in cui si disdegnavano gli aeroporti ed era molto più semplice viaggiare via terra, il Direct Orient Parigi-Istanbul che faceva tappa alla stazione Centrale di Milano. La meta – lontana – era il paesino himalayano di McLeod Ganj, una cittadella dell’Himachal Pradesh indiano dove, ed era tutto quel che sapevano, risiedeva il Dalai Lama. Che cosa ci avesse esattamente spinto ad andare là anziché, come altre a volte, a Kathmandu o a Bombay, non sapremmo dire. Durante il viaggio incontrammo molte persone che andavano in quel remoto villaggetto indiano tra cui un giovane amico milanese, incontrato a Lahore, che già vestiva i panni amaranto dei monaci tibetani e che fece un pezzo di strada con noi.

… Leggi tutto

Prestigiatori mondiali

L’uno ha bisogno delle parole dell’altro e così lo spettacolo mediatico e popolare- religioso e politico è continuato senza moratorie o battute d’arresto per chi usa il bianco della tonaca o della tintura della sua Casa. Una Casa Bianca e un Giardino delle rose senza spine, per cinquemila persone che hanno ascoltato in diretta la benedizione, e cantato Happy Birthday per gli 81 anni di Ratzinger che ha detto: “Dio Onnipotente confermi questa Nazione e il suo popolo nelle vie della giustizia, della prosperita’ e della pace, Dio benedica l’America”. La festa è andata avanti, senza nessun fuori spettacolo, ma anzi avallando la guerra in Iraq, per la quale il Papa ha auspicato che gli Usa continuino “a sostenere gli sforzi pazienti della diplomazia internazionale volti a risolvere i conflitti e a promuovere il progresso” e per la quale Bush ha risposto : “il mondo ha bisogno della parola del Papa per respingere “il messaggio del relativismo”. … Leggi tutto

Il papa e gli ebrei americani

Durante la sua visita negli Stati Uniti, Papa Benedetto XVI dedichera’ un’attenzione particolare alle comunita’ ebraiche. Durante la tappa a Washington, infatti, il Pontefice incontrera’ al John Paul II Cultural Center i leader di diverse religioni, compresi i musulmani, gli ebrei, i buddisti e gli induisti e poi, separatamente, soltanto gli ebrei

Nella foto, la singagoga di NY, particolare della facciata

Gianna Pontecorboli

Sabato 12 Aprile 2008
‘’Quando ho raccontato la storia della balia cattolica che ha salvato la mia vita in Polonia, durante il nostro incontro a Roma, il Papa mi ha preso la mano e mi ha detto ‘’ Hai toccato il mio cuore, grazie’’. Mi ha dato La sensazione di un uomo caldo e sensibile, non della persona rigida descritta qualche volta dalla stampa’’, racconta Abraham Foxman, direttore della Anti-defamation League americana . Durante la sua visita negli Stati Uniti, Papa Benedetto XVI dedichera’ un’attenzione particolare alle comunita’ ebraiche.

… Leggi tutto

Bolivia, verso la secessione?

da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’ incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz. … Leggi tutto

Ferdinando Cordova. Arditi e legionari dannunziani

Le ricerche di Ferdinando Cordova sul ruolo politico del combattentismo nella storia italiana dalla “grande guerra” al fascismo risalgono ad anni ormai lontani della nostra vicenda culturale e politica. Il suo Arditi e legionari dannunziani fu pubblicato da Marsilio nel maggio del 1969, nella seconda metà di quel Novecento che oggi frettolosamente definiamo “secolo breve“, nel cuore di un terremoto che, quarant’anni dopo, chiamiamo Sessantotto e prima che Piazza Fontana gettasse la sua tragica ombra sull’esperienza politica e la memoria storica di tanti giovani della mia generazione.

… Leggi tutto

Cercasi Ingrid disperatamente (viva o morta)

Sembra che il conflitto colombiano sia entrato in una fase cruciale: le ultime operazioni militari hanno inferto un colpo gravissimo alla guerriglia delle FARC che hanno perso nel giro di una settimana il numero due, Raul Reyes, e Ivan Rios, tradito dal suo stesso responsabile di sicurezza. È la prima volta che un membro del Secretariado dell’organizzazione guerrigliera viene ucciso. Allo stesso tempo questi successi militari possono avere altre implicazioni in ambito internazionale: la prima sull’intercambio umanitario che dovrebbe portare alla liberazione degli ostaggi, tra cui Ingrid Betancourt, e la seconda sugli equilibri della regione. Ecuador e Venezuela sono allarmati per lo sconfinamento in territorio ecuadoriano delle forze armate colombiane e si teme una destabilizzazione della regione. … Leggi tutto

La campagna del presidente colombiano Uribe in Europa mira a salvaguardare il ruolo di Madrid in America Latina

di Stella Spinelli – Peace Reporter

La campagna di Alvaro Uribe in Europa, apparentemente diretta a convincere i cosiddetti paesi amici dell’accordo umanitario – ossia Spagna, Francia e Svizzera – a intraprendere una mediazione con le Farc, supervisionata dalla Chiesa Cattolica (in barba alla missione di successo portata avanti da Hugo Chavez, Argentina e Brasile) ha fatto tappa ieri in Spagna.

… Leggi tutto

Maurizio Chierici sull’Unità: salvate il bambino Emanuel

Storia di un bambino all’onore della cronaca, ma il bambino non lo sa. Ha tre anni e mezzo, si chiama Emanuel, «Dio è con noi». Dietro la grazia del nome la vita resta un inferno. È nato dall’amore «proibito» tra Clara Rojas e un carceriere che ne vegliava la prigionia. Proibito, perché il dogmatismo marxista delle bande armate condanna ogni rapporto personale «col nemico». Da sei anni nella foresta colombiana, la madre è prigioniera delle Farc assieme a Ingrid Betancourt.

Volevano sfidare il presidente liberista Uribe per smontare le cosche politiche, militari e mafiose che schiacciano la società civile. Elezioni 2002. Come tutti sanno, l’idiozia delle bande armate legate ai narcos le trasforma in merce di scambio. Il massimalismo finisce sempre per dare una mano al potere. Emanuel è venuto al mondo con un taglio cesareo improvvisato nelle frasche di una capanna: per bisturi, il coltello da cucina. Nasce col braccio destro anchilosato. Bianco, piccolissimo, pesava niente, racconta in Tv nell’aprile 2006 il giornalista Jorge Enrique Botero presentando il suo libro «Ultime notizie dalla guerra». La madre era rimasta sola. Guerrigliero-padre allontanato appena il comando Farc viene a sapere che Clara Rojas aspetta un bambino. Ivan Rojas, fratello di Clara, non sopporta l’insinuazione: si rivolge al tribunale per far sequestrare il volume. Ma arrivano altre informazioni: il 28 aprile 2007, John Frank Pinchao, poliziotto-ostaggio sfugge alle Farc e conferma la maternità di Clara. Emanuel tira avanti per qualche mese nell’umidità della malaria, divorato dalla verminosi e dagli insetti. Fin qui una storia come tante nella Colombia dove tre milioni di profughi interni vagano come i fantasmi del Darfur. Per Emanuel, o per i ragazzi soldato, o per i tre bambini che ogni minuto chiudono gli occhi sfiniti, ancora nessuna speranza, anime morte nel tritasassi del potere. Potere delle Farc: tenerezza verso il bambino pensando al ricatto d’oro che può procurare. Potere del presidente Chavez: vede nella sua liberazione la cometa che può illuminarlo mettendo in ombra le amarezze del referendum perduto; potere del presidente Uribe deciso a non permettere il ritorno alla vita di Ingrid Betancourt, di Clara Rojas e di ogni intellettuale in grado di smascherare i suoi appetiti. Dove Chavez ha fallito lui potrebbe farcela: sta cambiando la Costituzione per la rielezione eterna. Emanuel diventa il giocattolo conteso da queste ambizioni. Senza contare l’impazienza dei professionisti della violenza. Nel racconto di Pinchao, tre mercenari californiani, prigionieri assieme agli altri, protestano per i lamenti del neonato. L’essere ostaggio fa parte del loro contratto di lavoro, contractors della Microwawe System ingaggiata dal Pentagono per dare una mano all’antiguerriglia di Uribe. Ma l’aereo cade nella foresta, eccoli in catene. Emanuel ne disturba il sonno. E i pianti durante le fughe improvvise lasciano tracce che mettono in pericolo la loro incolumità. O ve ne liberate voi, o ce ne liberiamo noi: i signori della guerra non amano le sfumature.

Piaghe per bruciature di sigaretta strappano il cuore della madre. Per giorni invoca la restituzione del piccolo appena lo portano via per metterlo al sicuro. Le Farc consegnano Emanuel «ad una persona onesta» nella speranza che la vita normale lo aiuti a sopravvivere in previsione di chissà quale ricatto. Josè Crisanto Gomez fa il muratore ed ha cinque figli: abita a El Retorno, dipartimento di San Josè di Guaviare, regione Farc. Emanuel arriva su una lancia a motore. Ha bisogno di cure, ma il muratore e la moglie non sanno come alleviare lo strazio del braccio anchilosato. Due mesi dopo si arrendono: nel luglio 2005 José consegna il bambino all’ospedale. Detta il nome all’impiegato che tiene in ordine i registri d’accoglienza: Juan David Gomez Tapiro, «pronipote». Povero Emanuel, sembra agli sgoccioli e l’ospedale avverte l’Istituto Colombiano per la Tutela della Famiglia. Diventa uno dei 15.853 piccoli che in anno la guerra civile disperde senza identità controllate, ecco perché i registri della Tutela Famiglia vengono passati al microscopio dai servizi segreti: dietro ogni minore abbandonato c’è forse un guerrigliero. Quali sospetti può aver suscitato David-Emanuel resta un segreto, ma sei mesi fa qualcosa si muove.

Sarkozy riaccende la diplomazia: accogliendo le preghiere dei figli, madre e marito di Ingrid Betancourt, comincia un pressing diplomatico su Uribe spingendolo ad allargare la speranza alla «mediazione del presidente Chavez», come suggerisce Piedad Cordoba, senatrice dell’opposizione colombiana. Appaiono due notizie che solo adesso è possibile mettere in relazione. Mentre la mediazione Piedad-Chavez è ancora sotterranea, anche se già annusata dai servizi dell’altra America, la giornalista venezuelana Patricia Poleo pubblica sul foglio di famiglia Nuevo Diario, la rivelazione bomba: Ingrid è custodita da Chavez in territorio venezuelano. La famiglia Poleo vive tra Washington e Miami. Il giornale si stampa a Caracas nutrito dai capitali di una misteriosa fondazione Usa. Patricia non può tornare in Venezuela. La insegue un mandato di cattura per l’assassinio del giudice Anderson: stava indagando sui mandati del colpo di stato anti Chavez, 2002 e un commando l’ha fatto fuori. Nessun quotidiano delle Americhe abbocca alla storia di Ingrid: tutti sanno chi sono gli amici della Poleo, ma l’Europa è lontana e scioglie l’emozione. A questo punto Chavez viene a galla: riunisce una conferenza stampa dichiarandosi disposto a contattare Marulanda, vecchio capo Farc. Succede mentre John Frank Pinchao, poliziotto sfuggito alla prigionia, inonda ogni prima pagina colombiana con il racconto di Emanuel, figlio di Clara. I fogli popolari ne sollecitano con impazienza la liberazione: ogni sera titoli da copertina. Ed ecco il secondo avvenimento: Alberto Cuta, funzionario che tutela i diritti della famiglia ed ha maneggiato i documenti di David-Emanuel, a fine agosto sale a Bogotà dalla regione Farc del Guaviare. Fa precedere il viaggio da lettere nelle quali spiega d’essere in possesso di informazioni importanti. Quali? Ne porterà le prove. Alberto Cuta non arriva a destinazione con le notizie: sgozzato appena mette piede a Bogotà. Sono i giorni dell’idillio improvviso Uribe-Chavez. Il presidente venezuelano dà piena fiducia al presidente colombiano: deve dimostrare che Ingrid e i 45 ostaggi che le Farc mettono a disposizione per lo scambio, sono vivi. Da quattro anni familiari e autorità non hanno notizie. Chavez vola a Parigi ad incontrare Sarkozy, populismo del socialismo o muerte, in sintonia col populismo country club. Questione di ore, lettere e immagini stanno per arrivare. Ma il giornale argentino Pagina 12 sospetta qualcosa: Uribe non ha convenienza che una mediazione internazionale lo metta da parte, eppure ne sembra sollevato. Perché? Poche ore e tutto diventa chiaro: subito dopo la telefonata di un emissario Farc che annuncia a Chavez l’arrivo di lettere e foto, l’angolo della foresta dalla quale il messaggero chiamava viene bruciato da un bombardamento selvaggio e gli emissari in viaggio verso il Venezuela con lettere e immagini, arrestati e fatti sparire dalla polizia colombiana. Chavez è servito come allodola. Con una scusa Uribe subito se ne libera, mediazione finita: torna a decidere da solo. Di Emanuel non si parla più. Per poco: sono le Farc a rimettere il bambino in primo piano. Lo libereranno assieme alla madre e ad un’altra signora ex deputato da sette anni in catene. A Chavez il compito di garantire il ritorno di Emanuel e delle donne. Sarkozy, e i democratici di Washington sono d’accordo: si respira aria da prova generale per la liberazione Betancourt. Kirchner accetta di guidare la commissione di garanzia assieme a Marco Aurelio Garcia, numero due del Lula brasiliano. Svizzera, Francia, Cuba, Ecuador, e Bolivia li accompagneranno nella foresta con ministri e ambasciatori. Né Graham Greene, né Le Carré avevano immaginato qualcosa del genere nei loro romanzi. La Colombia apre le porte con generosità, stessa generosità del Chavez che organizza la carovana di aerei ed elicotteri parcheggiati nell’aeroporto colombiano di Villavincencio, città agricola, capitale delle rose: ogni mattina, un po’ congelate, le rose prendono il volo verso le vetrine di Miami e New York.
Per Emanuel, la madre e l’altra signora sembra fatta. «L’abbiamo battezzata “operazione Emanuel” in onore del piccolo prigioniero». L’ex presidente argentino e gli altri si sistemano in una fattoria bunker pronti a saltare sugli elicotteri per raccogliere gli ostaggi in cammino. Aspettano le coordinate del posto segreto; aspettano, ma le coordinate non arrivano. La signora Fernandez, moglie di Kirchner e presidente a Buenos Aires, telefona preoccupata al marito: ha parlato con Uribe, l’ha trovato scettico. È convinto sia una messa in scena che finirà in niente. «Montatura mediatica». Kirchner marito si arrabbia: «C’è di mezzo un bambino, nessuna montatura…». Trecentocinquanta giornalisti ammucchiati a Villavincencio stanno aspettando. Aspetta il regista Oliver Stone, documenterà il momento storico della presa in consegna degli ostaggi.

Ma le Farc tardano e un Chavez da qualche giorno stranamente diplomatico rompe la bonaccia: qualcuno sta cercando di frenare i passi dei prigionieri. Gli risponde Uribe: la regione segnalata dalle Farc è libera da ogni forza armata. Nessuna operazione in corso. Il ritardo dipende da chissà quali problemi interni della guerriglia. Lascia capire: fanno sempre così. Luis Carlos Restrepo, commissario per la pace del governo colombiano, va a trovare Kirchner e gli altri volontari, confermando le parole del presidente: da tre settimane non un solo militare pattuglia la foresta. Ma Miami Herald e Nuevo Herald, hanno altre informazioni. Il giornalista Guillem parla col generale comandante della quarta divisione, Freddy Padilla de Leon e scopre che dal 19 dicembre è in corso l’operazione Emanuel. Stesso nome dell’impresa che libera i prigionieri: non si fa confusione? Il significato è diverso, spiega il generale. Il nostro Emanuel vuol dire buon Natale. Natale sicuro nelle foreste della regione. Sicurezza armata fino ai denti: i comandanti dei battaglioni 19, 22, 44, documentano morti e prigionieri fra le «le bande criminali Farc». Ogni giorno scontri duri nel verde che doveva essere disarmato. «Gruppi intercettati, agganciati, distrutti…». E le notizie che il commissario di Uribe porta alla delegazione Kirchner cominciano a cambiare: le Farc hanno attaccato un aereo militare con 30 uomini a bordo. Per fortuna il razzo si è perduto, ma è allarme.

Il 28 dicembre l’informazione pesante: Restrepo avverte che la Colombia non è in grado di garantire l’incolumità di Kirchner e Marco Aurelio Garcia nel momento del faccia a faccia con le Farc. «Siete bianchi ed importanti. Sospettiamo vogliano prendervi prigionieri». Kirchner si lascia andare coi giornalisti argentini: «Ho l’impressione che ci invitino a tornare a casa». E a Villavincencio all’improvviso appare il presidente Uribe. Conferenza in una base militare: non è vero che le truppe colombiane frenino l’incontro. La Farc non può venire all’appuntamento perché Emanuel è nelle nostre mani. Non prigioniero; ospite segreto in un istituto di assistenza. Ma perché dirlo solo adesso? vogliono sapere i commissari arrivati da sette paesi. «Anch’io lo so da poche ore…». Missione interrotta. Nel racconto presidenziale, il muratore al quale le guerriglia aveva consegnato Emanuel due anni prima, avrebbe tentato di riprendersi il bambino come gli era stato ordinato dalle Farc. Non ce l’ha fatta ed ha confessato la verità. Con la moglie e i cinque figli viene trasferito a Bogotà sotto protezione di stato. Esiste un’altra versione: il muratore è sotto protezione da più di un mese. Messo alle strette dopo l’assassinio di Alberto Cuta, difensore dei diritti della famiglia, avrebbe conservato il segreto lasciando che il presidente facesse finta di aspettare l’Emanuel in marcia nella foresta. La prova dna conferma: il bambino è proprio Emanuel. Uribe se ne proclama protettore, la nonna e lo zio lo vorrebbero per loro, Chavez ne festeggia «l’identificazione»: merito nostro se oggi sappiamo che non è prigioniero. E la madre, e l’altra signora deputato? «Abbiate pazienza, le riporteremo a casa». Fino a sei mesi fa Emanuel era un fantasma. Adesso è solo un bambino, ma non sa con quale nome e in quale famiglia gli strateghi dell’intrigo internazionale gli permetteranno di giocare lontano dagli occhi di nuovi e vecchi carcerieri.

mchierici2@libero.it

Uribe e l’elastico-Chávez

Il presidente bolivariano Hugo Chávez serve quando serve. Gli ultimi giorni ne sono stati lo specchio. L’Europa – e non solo – lo sta trattando come un gadget da borsetta, da tirare fuori solo al momento opportuno. Come un rossetto o un phard. Guai lasciargli la parola! Vorrei analizzare alcuni fatti che sono testimonianza di quanto una parte dell’America – che poi lo bolla come criminale, anti-democratico e grossolano politicante – abbia bisogno di Hugo. Non si tratta di una laudatio, no. Si tratta solo di una interpretazione dei fatti che sono occorsi in questi ultimi giorni. Recentemente è terminata – salvo imprevisti – la mediazione venezuelana per uno scambio umanitario con le FARC colombiane. La “cacciata” da parte di Uribe, si basa su un incidente diplomatico di presunte ingerenze da parte di Chávez nei confronti dell’esercito colombiano. La battuta secca di Uribe è stata: “Non parlare con i generali o me li fai diventare Chavisti”. Il fattaccio che ha scatenato l’ira del presidente più filo-americano del Latinoamerica è stata una telefonata intercorsa tra il presidente venezuelano e il gen. Mario Montoya. Dalle rivelazioni di diverse fonti, si è poi compreso che la telefonata non era neppure diretta. Cioè, Chávez è stato introdotto al generale dalla senatrice liberale Piedad Cordoba. Poi, si viene anche a conoscenza del fatto che la chiamata tra i due dura 11 secondi. Forse un tempo insufficiente a diventare chavisti. Ma un tempo più che sufficiente perché Uribe perda la pazienza: rompe il dialogo con Hugo e le trattative con le FARC. La reazione dei parenti dei sequestrati (che formano l’ ASFAMIPAZ) è abbastanza secca. Anche i familiari di Ingrid Bentacourt, tra cui l’ex marito e l’attuale compagno, criticano il presidente Uribe per la sua “testardaggine” nel voler risolvere la questione a modo suo, vanificando spesso i concreti passi avanti che già si erano realizzati. Quindi sembrerebbe un Hugo sconfitto su più fronti: dalla Cumbre, alla piazza di Caracas, passando per le reazioni nella confinante Colombia. In realtà, si tratta quasi esclusivamente di una ripicca di gelosia da parte del presidente colombiano. Sembrerebbe che l’unico sentiero aperto per la liberazione dei prigionieri sia – ad oggi – una trattativa che abbia come epicentro il presidente Chávez. Non sono io a dirlo. Il Consejo Nacional de Paz e la Comisión de Paz de la Cámara de Representantes hanno sottolineato l’esigenza che il presidente Uribe non cada nell’errore di eliminare l’unica possibile via per giungere alla liberazione dei prigionieri della FARC (Fonte: Prensa Latina). Il PDA, principale partito di opposizione, ha convocato una manifestazione per oggi per le vie della capitale, al fine di chiedere un incontro tra la senatrice Cordoba e il presidente Uribe e per ripristinare un dialogo con la guerrilla. Esiste poi un grande sponsor della mediazione venezuelana, che risiede all’Esliseo. Infatti, il presidente francese Sarkozy è convinto che l’unica via per liberare la franco-colombiana Ingrid sia quella che passa per Caracas e, ancor prima, per La Habana. David Martinon, portavoce di Sarko, ha dichiarato la contrarietà francese alla decisione di cambio di rotta: “Nous réitérons notre soutien à la médiation Chavez et nous souhaitons que le dialogue entre le président Uribe et le président Chavez reprenne, parce qu’il est un élément clé de la réussite de la médiation”. Ma anche “Hugo Chavez reste la meilleure option”. Sorprendentemente, la Francia si fida di Hugo. Non si tratta di una questione di affinità né ideologica, ma di un mero opportunismo politico. Come ha spiegato il compagno di Ingrid Bentacourt, il sig. Lecompte, “la Francia dimostra di sostenere il presidente venezuelano e la sua mediazione, poiché non esiste un piano B”. In realtà sarebbe più corretto dire “piano C” perché il B è già quello di cui fa parte il “buon ufficio” di Chávez. Qualche giorno fa (il 21) il presidente Sarko, ricevendo la visita di Chávez in Francia, ha voluto celebrare “l’inizio di una amicizia”. Di fatto, vedere l’uno accanto all’altro sembra “la strana coppia”: agli antipodi in molte cose. Rimane il fatto che il presidente francese, per realizzare il suo piccolo sogno diplomatico – la liberazione di Ingrid – si aggrappa solo più al Venezuela. E l’Eliseo non è l’unico sostenitore della via-Chávez. Ad agosto, i familiari dei prigionieri delle FARC, a colloqui con il presidente venezuelano, l’avevano indicato come un mediatore credibile per giungere all’accordo e alla scambio umanitario. Un coinvolgimento necessario se si pensa che Álvaro Uribe non ha raggiunto alcun risultato concreto per avviare un processo di pace significativo. Anzi, con il suo Plan Patriota ha contribuito ad esacerbare la tensione. Pochi anni fa Gabo descriveva il proprio paese come una torta divisa in tre; ciascuna parte divorata da un goloso diverso: stato, guerrilla e paramilitari. Il tutto in un unico paese che tenta di sopravvivere. A stento. Infatti, la situazione è peggiorata, tanto che Uribe ha già chiesto, a partire dal 2002, i “buoni uffici” di chiunque: all’ex Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan (agosto 2002), all’ex presidente colombiano (Alfonso López) e alla chiesa cattolica del paese (novembre 2002), a Svizzera, Francia e Spagna (tra il 2004 e il 2005). Uribe non è comunque solito al “fare fuori” coloro i quali stavano contrattando una soluzione di pacificazione con le FARC. L’ultimo facilitatore è stato Hugo. Si tratta dell’ennesimo scossone del “piano A” di Uribe per contrattare lo cambio umanitario con la guerrilla: quello del presidente colombiano è un piano che singhiozza come un automobile senza benzina. L’ultimo strattone è quello che ha allontanato la mediazione venezuelana. C’è chi comunque definisce aggressiva la telefonata al gen. Montoyo da parte del presidente venezuelano; c’è chi parla di “ingerenza inaccettabile” e chi critica la “diplomazia informale” di Chávez. Per mio conto, ho trovato per iscritto la conversazione – molto cordiale – tra i due presidenti (Uribe e Chávez) a Santiago del Cile, in occasione della Cumbre. La ripropongo qui di sotto:
C-Álvaro, déjame ir a hablar con ‘Marulanda’ al Caguán. Necesitamos un despeje pequeño.
U-Hugo, yo no puedo admitir que se hable de despeje, mis generales se desmoralizarían.
C-Álvaro, entonces déjame y yo hablo con tus generales. ¿Quién es el comandante de tu Ejército?
U-El general Mario Montoya. Pero te repito, Hugo: No puedes hablar con mis generales, porque se me vuelven chavistas. Todo lo que haya que hablar sobre este tema lo hablamos los dos.
Sembrava una discussione cordiale, tanto che – alla fine – il nome del generale è stato rivelato dallo stesso Uribe. Il presidente venezuelano ha poi telefonato a Montoya. Forse si cercava un pretesto per la rottura. Beh, missione compiuta. L’elastico Chávez sembra essersi rotto.

Cristina Fernández de Kirchner e la ferocia dei neoliberali

NA01FO01Ascolta il dibattito alla Radio Svizzera con Gennaro Carotenuto sulle elezioni in Argentina.

Cristina Fernández è stata eletta Presidente della Repubblica Argentina con un comodissimo 44% dei voti. Al secondo posto, Elisa Carrió con il 21% e terzo per l’ex-ministro dell’economia di Nestor Kirchner, Roberto Lavagna, con il 19%. Carrió avrebbe vinto a Buenos Aires e a Santa Fe e Lavagna a Cordoba. In tutto il resto del paese ha vinto Cristina.

Dunque come previsto, Cristina sarà presidente e il 10 dicembre si installerà alla Casa Rosada come titolare e non solo come primera dama.

Che una elezione presidenziale diretta si concluda al primo turno è insolito ed è segno di forza di chi vince. Che si concluda con il doppiaggio da parte di chi vince sul secondo classificato è un evento straordinario, anche se in America latina è successo ultimamente con Rafael Correa in Ecuador (e quasi a Chávez in Venezuela, 63 contro 36). Questa è la cifra e mostra come le classi popolari stanno esprimendo sempre più spesso maggioranze sgradite alle classi medio alte. E’ ciò meno democratico di un modello nel quale sono eletti i candidati espressi dalle classi dirigenti?

Eppure, … Leggi tutto

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina





Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di più l’idealità, il coraggio, l’altruismo. Lo si ricorda in tutto il mondo, forse unico militare italiano dopo Giulio Cesare ad aver conquistato universale rispetto. Lo celebro con un saggio che ripercorre la lunga epopea latinoamericana dell’Eroe dei due mondi dal Rio Grande do Sul all’Uruguay. Carissimi simboli patri -a cominciare dalla camicia rossa dei Mille- ma anche una storia d’amore, quella con Anita, legano indissolubilmente l’Uruguay all’Italia, e Garibaldi a tutti noi.

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina

di Gennaro Carotenuto, pubblicato nel 1998 in Latinoamerica n. 68

150 anni fa, il 15 aprile del 1848, l’ormai quarantunenne Giuseppe Garibaldi lascia l’America latina a bordo del brigantino Speranza verso la difesa della Repubblica Romana. E’ giunto a Rio de Janeiro nel gennaio di dodici anni prima, in fuga dalla condanna a morte inflittagli nel … Leggi tutto

Angela Nocioni e l’America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti

Gentile Piero Sansonetti, direttore di Liberazione,
da due giorni il mio sito, che si occupa prevalentemente di informazione e America Latina, è inondato di messaggi di lettori del suo quotidiano, indignati per la pagina intera (pp. 1 e 9) pubblicata a firma Angela Nocioni, presunta inviata a L’Avana per il suo giornale, il giorno 30 maggio.

Molti lettori, suoi e miei, mi chiedono di fare qualcosa, attribuendomi un potere che evidentemente non ho. Non sono un lettore di Liberazione, non ho alcun rapporto di lavoro con il suo giornale, non sono mai stato militante né del PRC né di alcun partito di sinistra. Sono solo un docente di Storia del Giornalismo e un attento osservatore delle cose latinoamericane e del giornalismo italiano.

Se ho ricevuto una ventina di messaggi io, lei ne avrà ricevuti mille e mi auguro li abbia letti. Non … Leggi tutto

L’Argentina dalla schiena dritta

Botta e risposta tra diplomazia argentina e statunitense. Gli Stati Uniti bacchettano sui rapporti con Hugo Chávez e l’Argentina rispedisce al mittente: “inaccettabile”. Ecco tutti i dati di un’Argentina che da quando ha rotto le relazioni con l’FMI si fa ogni giorno meno povera.

La scorsa settimana, ricorderete, Hugo Chávez aveva presieduto nello stadio del Ferro, a Caballito, piena Buenos Aires, un atto politico pubblico (nella foto) davanti a decine di migliaia di persone, critico nei confronti di George Bush mentre questo stava chiuso in ambasciata a Montevideo, sull’altra sponda del fiume dell’argento. La stampa mondiale aveva parlato di competizione tra i due leader più esposti del continente latinoamericano, per il quale Bush faceva un “tour anti-Chávez” e questi replicava con un “tour anti-Bush”.

Normale dialettica politica, ma mentre la diplomazia venezuelana non si è sognata di protestare contro chi ha ospitato Bush, quella statunitense ha ritenuto di avere diritto di bacchettare chi ha permesso a Chávez di esercitare la propria libertà di espressione. Nicholas Burns, il più stretto e diretto collaboratore di Condoleeza Rice, in maniera … Leggi tutto

Caro Aldo Forbice, viva Daniele Mastrogiacomo, viva Gino Strada, viva Massimo d’Alema

Causa nausea la caccia all’uomo scatenatasi nei confronti del governo, del "comunista" Gino Strada e di Peacereporter, di quei talebani di Emergency, perfino dei rossi (?) de La Repubblica, quotidiano che sull’Afghanistan ha l’elmetto in testa come il Washington Times o Fox Tv, dopo la liberazione dell’inviato Daniele Mastrogiacomo dopo 15 giorni di prigionia in Afghanistan.

La caccia all’uomo si è estesa subito allo stesso ex-rapito, Daniele Mastrogiacomo. A questi non è sufficiente avere posizioni favorevoli alla guerra, e non aver nemmeno mai peccato in gioventù scrivendo per il Manifesto o Lotta continua, com’è successo invece a molti delle più belliciste penne nostrane. Sono riusciti a criticare perfino che la figlia gli sia corsa incontro per abbracciarlo! Meglio sarebbe stata un’orfana. Avrebbe rinsaldato il patriottismo, per gente alla quale piacciono di più le spoglie "rimandate a casa nelle bandiere / legate strette perché … Leggi tutto

Libertà per il giornalista di Telesur arrestato in Colombia

Annalisa Melandri: Fredy Muñoz Altamiranda da domenica 12 novembre  si trova in stato  di arresto a
Bogotà con l’accusa di essere un terrorista.
Fredy è il corrispondente dalla Colombia di TeleSUR, nonché membro fondatore dell’emittente televisiva.
Domenica sera al suo arrivo all’aeroporto di Bogotà … Leggi tutto