giovedì 02 settembre 2010, 17:42

Gli articoli con tag: " democrazia "

“Il Corriere della Sera”. Immagine della democrazia che muore (da “Fuoriregistro”)

L’11 marzo alla Commissione Cultura della Camera, l’on. Paola Frassinetti, ex “Fronte della Gioventù” oggi PdL, ha proposto una risoluzione che intende “arginare il fatto deplorevole che alcune associazioni si recano nelle scuole per raccontare una visione dei tragici fatti delle foibe in maniera totalmente travisata“. Non contenta, l’onorevole se l’è presa con “il recente libro dello sloveno (sic) Pirjevec, edito da Einaudi, e distribuito nelle scuole di Torino“. Il libro, ha sostenuto Frassinetti, “esprime giudizi gravi sugli avvenimenti storici riferiti alle foibe, non corrispondenti alla verità; esistono, infatti, negazionisti della vicenda“. Scomunica ufficiale, quindi, “come ha anche ricordato il sindaco di Roma“, e, a onor del vero, un errore c’è stato. Pirjevec è italiano come Alemanno e Frassinetti. Sorge allora un dubbio: fingerlo “sloveno” può farlo sembrar di parte e sminuirne la serietà di studioso? Ma non finisce qui: Frassinetti ha proposto anche l’istituzione, presso il Ministero dell’Istruzione, di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti“. La lista degli abilitati a parlare non s’è fatta, ma s’è deciso – all’unanimità! – che siano i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri. … Leggi tutto

La storia dell’avvocato Gelmini

E’ singolare, ma non stupisce. La storia, nel nostro “liceo nuovo”, è una successione cronologica di eventi “correlati secondo il tempo”, in cui – occorre dirlo? – individuare le “radici del presente”. A che serve un astratto percorso botanico tra i semi invisibili del lontano passato e le incomprensibili piante che costituiscono il mondo d’oggi? A capire il presente o giustificarlo? Non è la stessa cosa. L’impressione è che non torniamo a Ranke e alla histoire événementielle. Peggio. Siamo di fronte a un corpo amputato, una cesura netta di cui la vittima designata è il pensiero critico. Lo studioso che s’arrovella sul problema drammatico del silenzio del “fatto” qui da noi da noi non ha più patria. … Leggi tutto

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Non vinceremo subito

Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario“, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male.”Il Manifesto” del 12 annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa. La “società civile“, dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione“. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà. … Leggi tutto

Il generale Mario Montoya coinvolto nel massacro di San José de Apartadó

Il Decreto e La Piazza Viola – Domenica 7 marzo 2010

La piazza, o meglio la parte centrale di Piazza Navona, è ben riempita alle 15:20 quando, attraversando i vicoli del centro storico pullulanti di turisti ed autoctoni a passeggio, giungo in uno dei luoghi ultimamente più frequentati dall’Italia manifestante. Siamo a poche centinaia di metri dai palazzi del potere: da Piazza Colonna, sede di quel governo sempre più autoritario ed arbitrario, da Montecitorio e da Palazzo Madama, illustri e sbiadite insegne che oggi sembrano quantomai un relitto del passato a fronte delle scintillanti vetrine, mediatiche e non, di Palazzo Chigi.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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La guerra civile c’è già

Due o tre cose. La guerra civile è già cominciata e da un po, solo che nessuno ci vuole credere e guarda da un’altra parte. Pensa a questa eventualità, pensando così di allontanarla, con gli spari per le strade ( cosa che avviene già, pensando non al primo caso di bomba carta alla sede del PD ai Parioli avvenuto in pieno pomeriggio) pensa ai pestaggi ( altrettanto cosa che avviene da parte di Forza nuova e di Casa Pound contro Gay, omosessuali, "comunisti" e tutti lo nascondono come "ragazzate") alle barricate ( altrettanto avviene se si pensa alle decine di presidi fra popolo viola, lavoratori sui tetti sulle torri, e cosi via) ai morti e feriti ( cosa che avvengono non solo con gli omicidi bianchi (che tra l’altro son sempre avvenuti) ma con i suicidi per lo spettro della disoccupazione e perdita di identità).

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Gli “impresentabili”… Formigoni ed Errani: “ineleggibili” ma candidati!

Cosa prevede la legge?

A seguito della legge costituzionale n.1 del 1999 (che introdusse, per le regioni ordinarie, l’elezione diretta dei presidenti di regione), la legge quadro dello Stato n. 165 del 2004 ha fissato alcuni “principi generali” cui le regioni sarebbero state vincolate nel rinnovare la propria legislazione elettorale.
Tra questi, vi è il principio della “non immediata rieleggibilità”, allo scadere del secondo mandato, del presidente della giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto (in pratica, un “divieto di terzo mandato” consecutivo per i governatori).

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Negli abissi della democrazia o verso le vette di una moderna tirannia

L’Italia è un re(s)privata fondata sull’interesse personale e sull’incertezza del diritto”. Questo potrebbe essere l’incipit della nuova costituzione dell’Italietta odierna, già, nei fatti, costituzione sostanziale, avallata, oramai, persino da chi della Costituzione, si dice, sia o dovrebbe essere il supremo garante.

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LA CARICA DELLE POLTRONE…

DIVIETI DI DOPPI MANDATI ED EMOLUMENTI: QUANDO L’ECCEZIONE SI FA REGOLA!

LA REGOLA: COSA PREVEDE LA LEGGE?

L’art. 62 del d.lg. n. 267 del 2000 (“Testo Unico degli Enti Locali”) prevede la “incompatibilità” tra la carica di sindaco o presidente di provincia e quella di deputato o senatore.

Più precisamente, si prescrive l’“automatica decadenza” dalla carica di Presidente della Provincia o di Sindaco (di un Comune con una popolazione superiore a 20 mila abitanti) nel caso di accettazione della candidatura a deputato o senatore.

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Renato Schifani, lo statista, Ignazio La Russa, il Ras

formigoni_polverini_280xFree Ancora in Messico osservo i fatti italiani e l’imperizia del PdL nel presentare liste e “listini”. Mi sembra che tutto sommato abbiano ragione loro. Per anni e anni abbiamo permesso loro di forzare, valicare, condonare tombalmente, cambiare, stravolgere le regole in corsa e adesso ci stupisce che non capiscano perché per qualche minuto di ritardo si faccia tutto sto casino e non si trovi un giudice compiacente disposto ad aggiustare le cose e nemmeno un’opposizione supina disposta a dire che “sì, vabbè”.

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“Lo sbarco, la nave dei diritti da Barcellona a Genova”

Immagine anteprima YouTubeFonte: www.losbarco.org

Sotto riporto il manifesto dell’iniziativa:

“Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona.
Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale.
Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi.
In Spagna, negli ultimi mesi, sono usciti molti articoli raccontando quello che avviene in Italia, a volte in toni scandalistici, più spesso in toni perplessi, preoccupati, sconcertati.
Si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell’aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell’esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam.
Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane.
E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute.
Al termine di un percorso che abbiamo appena iniziato, vogliamo quindi organizzare una nave che parta da Barcellona e arrivi a Civitavecchia (o a Genova).
Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria.
Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato.
Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio.
Creiamo ponti, non muri.
È un grido di aiuto e solidarietà, che vogliamo unisca chi sta assistendo da fuori a un imbarbarimento pericoloso a coloro che già stanno resistendo e non devono essere lasciati/e soli/e.
Non siamo un partito, non siamo una fondazione, non sventoliamo bandiere, tanto meno bianche. Siamo piuttosto un movimento di cittadini/e che non gode di alcun finanziamento.”

QUANDO E COME

“La nave, un servizio di linea di cui occuperemmo una parte, dovrebbe partire giovedì 24 GIUGNO sera e rientrare domenica 27 GIUGNO sera. Durante il viaggio prevediamo di svolgere attività di vario tipo. Se hai qualche proposta, segnalacela.

Stiamo cercando di contrattare dei prezzi accessibili (intorno ai 100 Euro per persona) e penseremo a forme di autofinanziamento (collette, sottoscrizioni, feste…) affinchè anche coloro che hanno difficoltà economiche (studenti, disoccupati, famiglie numerose…) possano partecipare. Aiutaci!

Stiamo lavorando su due possibili destinazioni:

- o Civitavecchia (e quindi: Roma) la nave in questo caso, essendo più grande, offre più servizi e ha saloni a disposizione per riunirsi, fare attività.

- o Genova, con il vantaggio di arrivare subito nel centro urbano.

Si tratterebbe poi di organizzare un’ospitalità per UNA NOTTE e una giornata nella città di destinazione, in una piazza, con eventi, incontri, quanto nascerà.

Vi chiediamo:

· di far girare questa informazione e mandare osservazioni, il lavoro è in progress

·di partecipare al viaggio se vivete qua o di aiutarci a preparare la parte di manifestazione “in Italia”: l’obiettivo è che partano 1000 persone (di tutte le età), altrimenti si penserà ad altro.

·Chiediamo anche un’adesione simbolica a gruppi italiani, europei, extraeuropei e a singole persone, intellettuali o meno, con messaggi di testo o video.”

Fonte: www.losbarco.org

La “Decima” di La Russa sfonda una porta aperta

Fischi per fiaschi e non fa meraviglia: non è un’aquila e la sua poltrona di ministro è nata a Fiuggi e si chiama Fini Gianfranco. Certo, per carità di patria, qualcuno dovrebbe spiegare a La Russa che la vicenda storica del fascismo s’è chiusa senza onore a Salò e, se di antenati ha scelto d’occuparsi, ha preso un granchio: Comsubin risale a “Mariassalto”, la struttura della Marina che seguì la sorte del “Regno del Sud” ed ebbe per nemica la “Decima Mas”. Poco o nulla a che vedere, quindi, con la turpe vicenda di Borghese, disertore e boia nell’Italia repubblichina e poi golpista in quella repubblicana.
Se questa è la premessa d’obbligo, dopo la figuraccia del “ministro della nostalgia”, due parole occorrerà pur dirle sul valore politico della malaccorta incursione per dare a Cesare ciò che a Cesare spetta. Come da rituale, una sedicente sinistra strepita e si strappa i capelli, ma in fondo lo sa bene: La Russa è il terminale destro d’una tenaglia che a sinistra ha in Violante l’alter ego e giunge tardi a sfondare una porta già aperta. Onore al merito: se torniamo a parlare di fascismo, è perché a sinistra qualcuno s’è impegnato veramente a fondo nella strenua difesa dei “ragazzi di Salò”. Certo, la polemica è demodé ma, per capire come sia possibile che dopo settant’anni e tre generazioni, un fascismo di terza mano e un antifascismo sterilizzato tengano ancora banco, occorre tornare per un momento all’alba della Repubblica, a un’aurora che fu molto più buia di quanto in genere siamo soliti pensare. Nel buio fitto e angosciante, basterà un lumicino per veder emergere un antifascismo che non fu semplicemente piegato alla ragion di Stato, com’era probabilmente fatale, ma ridisegnato a tavolino dagli “intellettuali organici” di formazione stalino-comunista del Pci, e ci lasciò in eredità la visione distorta d’una lotta di liberazione “a senso unico”, condotta da un blocco tutto rosso e tutto “garibaldino”. Dietro la trama del disegno c’è la radice delle future e fatali degenerazioni: l’“antifascismo militante” soffocato dal rituale retorico che fa “tabula rasa” dei valori della Resistenza e finisce col salvare i gerarchi riciclati. Ci sono – e se ne sa assai poco – i segreti accordi e i compromessi inconfessati da cui nasce la legge sull’epurazione, che Togliatti, il Guardasigilli, affida alla consulenza decisiva di Gaetano Azzariti, giurista fascista e presidente del tribunale per la razza dal 1938 al 1943; ci sono la continuità dello Stato e uno statalismo sbilanciato in misura marcata verso il capitale, c’è il Concordato inserito nella Costituzione e ci sono – l’esito è fatale – Scelba, Valletta e il sindacato rosso confuso con quello giallo in una spuria commistione interclassista.
Se si torna a quei giorni solo apparentemente lontani, è facile capire come siamo giunti a La Russa e alla sua sfrontata interpretazione del ruolo di ministro della Repubblica. E, d’altra parte, senza La Russa, non sarebbe possibile cogliere il significato più profondo del percorso dei mangiafuoco e degli sparafucile della sinistra estrema, che – ancora una volta in nome della “democrazia” – aprono al dialogo e, dopo avergli tirato addosso sparando a mitraglia, ora tessono la lode sperticata di un parlamentarismo di cui sono protagonisti guitti e figuranti, contenti di trovar posto nella risorta Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Chi è interessato alla conclusione dell’articolo, può cliccare sul seguente link: Il Blog di Giuseppe Aragno

Rafael Caldera

Rafael_Caldera,_1971 E’ morto a 93 anni a Caracas Rafael Caldera.

Democristiano, fu in casa sua che nel 1958 si gestò il Patto di Puntofijo che, dopo la caduta del dittatore Marco Pérez Jiménez, stabilì in Venezuela una democrazia dell’alternanza tra i democristiani del Copei, del quale Caldera è stato uno dei maggiori dirigenti, e i socialdemocratici di Acción Democrática.

Puntofijo fu un patto che da una parte salvò il Venezuela dalle dittature fondomonetariste che distrussero l’America latina negli anni ‘70 ma dall’altro rappresentò una morsa in grado di continuare a garantire per 40 anni il controllo delle straordinariamente corrotte élite sul paese.

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