Gli articoli con tag: " Darfur "
60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, la Segretaria generale di Amnesty International: “Occorre agire, non limitarsi a celebrare”
Amnesty International ha chiesto oggi ai governi di fare del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani (Dichiarazione) un momento di azione e non di mera celebrazione.
“Le insensate uccisioni a Mumbai, le migliaia di persone in fuga dal conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, le ulteriori centinaia di migliaia intrappolate in condizioni terribili nel Darfur, a Gaza e nel nord dello Sri Lanka e infine una recessione economica globale che potrebbe spingere altri milioni nella povertà, creano una pressante piattaforma d’azione sui diritti umani” – ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. … Leggi tutto
Maria Rubini su http://www.gennarocarotenuto.it
A volte ritornano: Lawrence Summers, Barack Obama e la discarica Africa
Simone Santini – Clarissa
La squadra del presidente eletto Barack Obama è quasi al completo. Per il gruppo che avrà il delicatissimo compito di traghettare gli Usa fuori dalla crisi finanziaria ed economica, sì è pescato a piene mani (come del resto negli altri settori) tra i cosiddetti "clintoniani", ovvero figure che hanno fatto parte a vario titolo delle Amministrazioni Clinton negli aurei anni ’90. Tra loro spicca Lawrence Summers nella veste di direttore del Consiglio Nazionale dell’Economia, come dire il massimo consigliere della Casa Bianca sulle questioni economiche e finanziarie.
Martino Mai su http://www.gennarocarotenuto.it
La sesta vita di Ingrid Betancourt
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Il primo pensiero è di allegria, allegria per Ingrid Betancourt e per gli altri 14 sequestrati liberati, tra i quali tre mercenari statunitensi, che in qualunque altro conflitto al mondo sarebbero stati da tempo passati per le armi.
Il secondo pensiero è perchè non si spenga la luce sulle centinaia di ostaggi che restano nella selva nelle mani delle FARC. Si vedrà se l’interesse dei benpensanti europei per la selva colombiana era genuino o era solo figlio del colonialismo mentale e razzista con il quale l’Europa guarda ai drammi del Sud del mondo. Se le luci sulla selva si spegneranno dovremo amaramente concludere una volta di più che è così, che la benpensante Europa si mobilita solo se qualcuno buca lo schermo. Altrimenti se ne frega.
Il terzo pensiero è per Álvaro Uribe, apparente trionfatore della giornata di oggi. La giornata per lui si era aperta nel peggiore dei modi, come si era aperta la settimana, il mese, l’anno. La Corte Suprema, con parole insolitamente dure, aveva preteso il rispetto delle proprie decisioni da parte del Presidente che non accetta che la sua stessa rielezione, nel 2006, sia stata viziata dalla corruzione nella forma e nella sostanza e che potrebbe perfino essere annullata.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Partito radicale: i diritti umani alla RAI sono "cosa nostra"
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Sta facendo molto rumore, dentro e intorno al servizio pubblico, un vero e proprio diktat di Marco Pannella (nella foto in divisa da ustascia croato). Nella RAI dell’endemica lottizzazione, il Partito Radicale invece di combatterla ne pretende a gran voce una in più: i diritti umani. Questi sono un nostro specifico, tuona l’ustascia in questione, e solo noi abbiamo i titoli per occuparcene.
Lo storico capo radicale (che l’Opinione vuole senatore a vita) non si limita, in una sorta di editto bulgaro alla rovescia e in minore, ad indicare una carenza del servizio pubblico e a chiedere il rafforzamento di un singolo tema nei palinsesti radiotelevisivi. Fa molto di più Marco Pannella, pretende un programma televisivo, arriva a deciderne già il conduttore in un suo uomo, Walter Vecellio, e stabilisce perfino i temi dei quali il programma si può occupare: “il Tibet, il Darfur, la Cecenia, lo Zimbabwe”.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Maurizio Chierici sull’Unità: salvate il bambino Emanuel
Storia di un bambino all’onore della cronaca, ma il bambino non lo sa. Ha tre anni e mezzo, si chiama Emanuel, «Dio è con noi». Dietro la grazia del nome la vita resta un inferno. È nato dall’amore «proibito» tra Clara Rojas e un carceriere che ne vegliava la prigionia. Proibito, perché il dogmatismo marxista delle bande armate condanna ogni rapporto personale «col nemico». Da sei anni nella foresta colombiana, la madre è prigioniera delle Farc assieme a Ingrid Betancourt.
Volevano sfidare il presidente liberista Uribe per smontare le cosche politiche, militari e mafiose che schiacciano la società civile. Elezioni 2002. Come tutti sanno, l’idiozia delle bande armate legate ai narcos le trasforma in merce di scambio. Il massimalismo finisce sempre per dare una mano al potere. Emanuel è venuto al mondo con un taglio cesareo improvvisato nelle frasche di una capanna: per bisturi, il coltello da cucina. Nasce col braccio destro anchilosato. Bianco, piccolissimo, pesava niente, racconta in Tv nell’aprile 2006 il giornalista Jorge Enrique Botero presentando il suo libro «Ultime notizie dalla guerra». La madre era rimasta sola. Guerrigliero-padre allontanato appena il comando Farc viene a sapere che Clara Rojas aspetta un bambino. Ivan Rojas, fratello di Clara, non sopporta l’insinuazione: si rivolge al tribunale per far sequestrare il volume. Ma arrivano altre informazioni: il 28 aprile 2007, John Frank Pinchao, poliziotto-ostaggio sfugge alle Farc e conferma la maternità di Clara. Emanuel tira avanti per qualche mese nell’umidità della malaria, divorato dalla verminosi e dagli insetti. Fin qui una storia come tante nella Colombia dove tre milioni di profughi interni vagano come i fantasmi del Darfur. Per Emanuel, o per i ragazzi soldato, o per i tre bambini che ogni minuto chiudono gli occhi sfiniti, ancora nessuna speranza, anime morte nel tritasassi del potere. Potere delle Farc: tenerezza verso il bambino pensando al ricatto d’oro che può procurare. Potere del presidente Chavez: vede nella sua liberazione la cometa che può illuminarlo mettendo in ombra le amarezze del referendum perduto; potere del presidente Uribe deciso a non permettere il ritorno alla vita di Ingrid Betancourt, di Clara Rojas e di ogni intellettuale in grado di smascherare i suoi appetiti. Dove Chavez ha fallito lui potrebbe farcela: sta cambiando la Costituzione per la rielezione eterna. Emanuel diventa il giocattolo conteso da queste ambizioni. Senza contare l’impazienza dei professionisti della violenza. Nel racconto di Pinchao, tre mercenari californiani, prigionieri assieme agli altri, protestano per i lamenti del neonato. L’essere ostaggio fa parte del loro contratto di lavoro, contractors della Microwawe System ingaggiata dal Pentagono per dare una mano all’antiguerriglia di Uribe. Ma l’aereo cade nella foresta, eccoli in catene. Emanuel ne disturba il sonno. E i pianti durante le fughe improvvise lasciano tracce che mettono in pericolo la loro incolumità. O ve ne liberate voi, o ce ne liberiamo noi: i signori della guerra non amano le sfumature.
Piaghe per bruciature di sigaretta strappano il cuore della madre. Per giorni invoca la restituzione del piccolo appena lo portano via per metterlo al sicuro. Le Farc consegnano Emanuel «ad una persona onesta» nella speranza che la vita normale lo aiuti a sopravvivere in previsione di chissà quale ricatto. Josè Crisanto Gomez fa il muratore ed ha cinque figli: abita a El Retorno, dipartimento di San Josè di Guaviare, regione Farc. Emanuel arriva su una lancia a motore. Ha bisogno di cure, ma il muratore e la moglie non sanno come alleviare lo strazio del braccio anchilosato. Due mesi dopo si arrendono: nel luglio 2005 José consegna il bambino all’ospedale. Detta il nome all’impiegato che tiene in ordine i registri d’accoglienza: Juan David Gomez Tapiro, «pronipote». Povero Emanuel, sembra agli sgoccioli e l’ospedale avverte l’Istituto Colombiano per la Tutela della Famiglia. Diventa uno dei 15.853 piccoli che in anno la guerra civile disperde senza identità controllate, ecco perché i registri della Tutela Famiglia vengono passati al microscopio dai servizi segreti: dietro ogni minore abbandonato c’è forse un guerrigliero. Quali sospetti può aver suscitato David-Emanuel resta un segreto, ma sei mesi fa qualcosa si muove.
Sarkozy riaccende la diplomazia: accogliendo le preghiere dei figli, madre e marito di Ingrid Betancourt, comincia un pressing diplomatico su Uribe spingendolo ad allargare la speranza alla «mediazione del presidente Chavez», come suggerisce Piedad Cordoba, senatrice dell’opposizione colombiana. Appaiono due notizie che solo adesso è possibile mettere in relazione. Mentre la mediazione Piedad-Chavez è ancora sotterranea, anche se già annusata dai servizi dell’altra America, la giornalista venezuelana Patricia Poleo pubblica sul foglio di famiglia Nuevo Diario, la rivelazione bomba: Ingrid è custodita da Chavez in territorio venezuelano. La famiglia Poleo vive tra Washington e Miami. Il giornale si stampa a Caracas nutrito dai capitali di una misteriosa fondazione Usa. Patricia non può tornare in Venezuela. La insegue un mandato di cattura per l’assassinio del giudice Anderson: stava indagando sui mandati del colpo di stato anti Chavez, 2002 e un commando l’ha fatto fuori. Nessun quotidiano delle Americhe abbocca alla storia di Ingrid: tutti sanno chi sono gli amici della Poleo, ma l’Europa è lontana e scioglie l’emozione. A questo punto Chavez viene a galla: riunisce una conferenza stampa dichiarandosi disposto a contattare Marulanda, vecchio capo Farc. Succede mentre John Frank Pinchao, poliziotto sfuggito alla prigionia, inonda ogni prima pagina colombiana con il racconto di Emanuel, figlio di Clara. I fogli popolari ne sollecitano con impazienza la liberazione: ogni sera titoli da copertina. Ed ecco il secondo avvenimento: Alberto Cuta, funzionario che tutela i diritti della famiglia ed ha maneggiato i documenti di David-Emanuel, a fine agosto sale a Bogotà dalla regione Farc del Guaviare. Fa precedere il viaggio da lettere nelle quali spiega d’essere in possesso di informazioni importanti. Quali? Ne porterà le prove. Alberto Cuta non arriva a destinazione con le notizie: sgozzato appena mette piede a Bogotà. Sono i giorni dell’idillio improvviso Uribe-Chavez. Il presidente venezuelano dà piena fiducia al presidente colombiano: deve dimostrare che Ingrid e i 45 ostaggi che le Farc mettono a disposizione per lo scambio, sono vivi. Da quattro anni familiari e autorità non hanno notizie. Chavez vola a Parigi ad incontrare Sarkozy, populismo del socialismo o muerte, in sintonia col populismo country club. Questione di ore, lettere e immagini stanno per arrivare. Ma il giornale argentino Pagina 12 sospetta qualcosa: Uribe non ha convenienza che una mediazione internazionale lo metta da parte, eppure ne sembra sollevato. Perché? Poche ore e tutto diventa chiaro: subito dopo la telefonata di un emissario Farc che annuncia a Chavez l’arrivo di lettere e foto, l’angolo della foresta dalla quale il messaggero chiamava viene bruciato da un bombardamento selvaggio e gli emissari in viaggio verso il Venezuela con lettere e immagini, arrestati e fatti sparire dalla polizia colombiana. Chavez è servito come allodola. Con una scusa Uribe subito se ne libera, mediazione finita: torna a decidere da solo. Di Emanuel non si parla più. Per poco: sono le Farc a rimettere il bambino in primo piano. Lo libereranno assieme alla madre e ad un’altra signora ex deputato da sette anni in catene. A Chavez il compito di garantire il ritorno di Emanuel e delle donne. Sarkozy, e i democratici di Washington sono d’accordo: si respira aria da prova generale per la liberazione Betancourt. Kirchner accetta di guidare la commissione di garanzia assieme a Marco Aurelio Garcia, numero due del Lula brasiliano. Svizzera, Francia, Cuba, Ecuador, e Bolivia li accompagneranno nella foresta con ministri e ambasciatori. Né Graham Greene, né Le Carré avevano immaginato qualcosa del genere nei loro romanzi. La Colombia apre le porte con generosità, stessa generosità del Chavez che organizza la carovana di aerei ed elicotteri parcheggiati nell’aeroporto colombiano di Villavincencio, città agricola, capitale delle rose: ogni mattina, un po’ congelate, le rose prendono il volo verso le vetrine di Miami e New York.
Per Emanuel, la madre e l’altra signora sembra fatta. «L’abbiamo battezzata “operazione Emanuel” in onore del piccolo prigioniero». L’ex presidente argentino e gli altri si sistemano in una fattoria bunker pronti a saltare sugli elicotteri per raccogliere gli ostaggi in cammino. Aspettano le coordinate del posto segreto; aspettano, ma le coordinate non arrivano. La signora Fernandez, moglie di Kirchner e presidente a Buenos Aires, telefona preoccupata al marito: ha parlato con Uribe, l’ha trovato scettico. È convinto sia una messa in scena che finirà in niente. «Montatura mediatica». Kirchner marito si arrabbia: «C’è di mezzo un bambino, nessuna montatura…». Trecentocinquanta giornalisti ammucchiati a Villavincencio stanno aspettando. Aspetta il regista Oliver Stone, documenterà il momento storico della presa in consegna degli ostaggi.
Ma le Farc tardano e un Chavez da qualche giorno stranamente diplomatico rompe la bonaccia: qualcuno sta cercando di frenare i passi dei prigionieri. Gli risponde Uribe: la regione segnalata dalle Farc è libera da ogni forza armata. Nessuna operazione in corso. Il ritardo dipende da chissà quali problemi interni della guerriglia. Lascia capire: fanno sempre così. Luis Carlos Restrepo, commissario per la pace del governo colombiano, va a trovare Kirchner e gli altri volontari, confermando le parole del presidente: da tre settimane non un solo militare pattuglia la foresta. Ma Miami Herald e Nuevo Herald, hanno altre informazioni. Il giornalista Guillem parla col generale comandante della quarta divisione, Freddy Padilla de Leon e scopre che dal 19 dicembre è in corso l’operazione Emanuel. Stesso nome dell’impresa che libera i prigionieri: non si fa confusione? Il significato è diverso, spiega il generale. Il nostro Emanuel vuol dire buon Natale. Natale sicuro nelle foreste della regione. Sicurezza armata fino ai denti: i comandanti dei battaglioni 19, 22, 44, documentano morti e prigionieri fra le «le bande criminali Farc». Ogni giorno scontri duri nel verde che doveva essere disarmato. «Gruppi intercettati, agganciati, distrutti…». E le notizie che il commissario di Uribe porta alla delegazione Kirchner cominciano a cambiare: le Farc hanno attaccato un aereo militare con 30 uomini a bordo. Per fortuna il razzo si è perduto, ma è allarme.
Il 28 dicembre l’informazione pesante: Restrepo avverte che la Colombia non è in grado di garantire l’incolumità di Kirchner e Marco Aurelio Garcia nel momento del faccia a faccia con le Farc. «Siete bianchi ed importanti. Sospettiamo vogliano prendervi prigionieri». Kirchner si lascia andare coi giornalisti argentini: «Ho l’impressione che ci invitino a tornare a casa». E a Villavincencio all’improvviso appare il presidente Uribe. Conferenza in una base militare: non è vero che le truppe colombiane frenino l’incontro. La Farc non può venire all’appuntamento perché Emanuel è nelle nostre mani. Non prigioniero; ospite segreto in un istituto di assistenza. Ma perché dirlo solo adesso? vogliono sapere i commissari arrivati da sette paesi. «Anch’io lo so da poche ore…». Missione interrotta. Nel racconto presidenziale, il muratore al quale le guerriglia aveva consegnato Emanuel due anni prima, avrebbe tentato di riprendersi il bambino come gli era stato ordinato dalle Farc. Non ce l’ha fatta ed ha confessato la verità. Con la moglie e i cinque figli viene trasferito a Bogotà sotto protezione di stato. Esiste un’altra versione: il muratore è sotto protezione da più di un mese. Messo alle strette dopo l’assassinio di Alberto Cuta, difensore dei diritti della famiglia, avrebbe conservato il segreto lasciando che il presidente facesse finta di aspettare l’Emanuel in marcia nella foresta. La prova dna conferma: il bambino è proprio Emanuel. Uribe se ne proclama protettore, la nonna e lo zio lo vorrebbero per loro, Chavez ne festeggia «l’identificazione»: merito nostro se oggi sappiamo che non è prigioniero. E la madre, e l’altra signora deputato? «Abbiate pazienza, le riporteremo a casa». Fino a sei mesi fa Emanuel era un fantasma. Adesso è solo un bambino, ma non sa con quale nome e in quale famiglia gli strateghi dell’intrigo internazionale gli permetteranno di giocare lontano dagli occhi di nuovi e vecchi carcerieri.
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Martino Mai su http://www.gennarocarotenuto.it
Interventi “umanitari” e crisi del Darfur
Stimolato dall´intervista a Bernard Hours sulla critica dell´ideologia umanitaria e dalla conseguente richiesta di approfondimento di Gennaro, mi sono incuriosito ancor di piú sulla questione umanitaria ed in particilare sulla tragedia africana del Darfur. Per cui, dopo aver incontrato e letto gli interessanti articoli che seguono, ho deciso di tradurli dal portoghese per il pubblico di lingua italiana che non avesse avuto la possibilitá di avere informazioni dettagliate sulla questione. Gli argomenti presenti negli articoli mi paiono attualissimi, anche se la pubblicazione degli originali risale al 2006.
Darfur – Crisi umanitaria sotto la mira dell´imperialismo
Che c´é dietro alla campagna “Fermare il genocidio in Darfur” che dilaga negli USA?
Da un momento all´altro assistiamo alla diffusione di petizioni, incontri e appelli alla solidarietá per conto di organizzazioni universitarie. Il 30 aprile scorso (30/04/2006) ha avuto luogo una manifestazione in un centro commerciale di Washington, D.C., per “Salvare il Darfur”.
Ci dicono, ripetutamente, che “qualche cosa” deve essere fatta. “Forze Umanitarie” e forze nordamericane di “manutenzione della pace” devono essere immediatamente inviate per fermare la “pulizia etnica”. Truppe dell´ONU o della NATO devono essere utilizzate per porre termine al “genocidio”. Il governo nordamericano ha la “responsabilitá morale di prevenire un altro Olocausto”.
L´indignazione é promossa attraverso i mezzi di comunicazione con storie sulle violazioni in massa o foto che esibiscono rifugiati nella disperazione totale. L´accusa é che decine di migliaia di africani sono assassinati da milizie arabe, sostenute dal governo sudanese. Il Sudan, a sua volta, é etichettato come uno “Stato Terrorista”. Perfino in manifestazioni contro la guerra sono stati distribuiti manifesti con lo slogan: “Fuori dall´Irak – Per il Darfur”. Sul New York Times, annunci a tutta pagina ripetono l´appello.
Chi c´é dietro a questa campagna e quale é il tipo di azioni richieste?
Una analisi superficiale dei gruppi che appoggiano la campagna “Salvare il Darfur” ci mostra il ruolo predominante dei cristiani evangelici di estrema destra, cosí come di alcuni dei piú importanti gruppi sionisti.
In un articolo pubblicato sullo Jerusalem Post del 27/04/2006, intitolato “Ebrei nordamericani dirigono la pianificazione delle azioni a favore del Darfur”, é descritto il ruolo svolto da alcune delle principali organizzazioni sioniste per la promozione della manifestazione del 30/04/2006. Un annuncio a tutta pagina sul New York Times a favore di questa stessa manifestazione é stato sottoscritto da alcune organizzazioni ebree, come la UJA-Federation di New York e la The Jewish Council for Public Affairs.
Nonostante ció, non sono solo gruppi sionisti gli unici coinvolti in questa campagna. La manifestazione é stata patrocinata da una coalizione di 164 organizzazioni, che includono tra i gruppi religiosi, l´Associazione Nazionale Evangelica e l´Alleanza Evangelica Mondiale, che appoggiano con forza l´invasione dell´Irak decisa dalla amministrazione Bush. Un gruppo evangelico del Kansas, il Sudan Sunrise, ha dato il suo contributo organizzando una cena per 600 persone, ha affittato mezzi di trasporto, ha fornito oratori e si é impegnata corpo e anima nella colletta di fondi.
Di fatto, molto difficilmente poteva essere una manifestazione contro la guerra o a favore di maggior giustizia sociale. Poco prima della manifestazione i suoi organizzatori hanno partecipato ad una riunione con il presidente George W. Bush. In questa riunione, il presidente ha pronunciato le seguenti parole: “La vostra partecipazione é benvenuta. Vi ringrazio per il vostro impegno”.
Le stime iniziali erano di piú di 100 mila manifestanti. Nell´informare su “varie migliaia”, tra i 5 mila e 7 mila participanti, in una manifestazione con grande maggioranza di bianchi, la copertura dei media non avrebbe potuto essere piú generosa e sproporzionata, visto lo scarso numero di presenti – in grande misura centrata sulle celebritá che hanno preso la parola, come l´attore George Clooney. Democratici e Repubblicani di primo piano hanno dato la loro benedizione, incuso il senatore (candidato Democratico alla presidenza) Barack Obama, la lider delle minoranze della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Democratica, dello Stato della Califórnia), la segretaria-aggiunta per gli affari africani Jendayi Frazer ed il governatore dello stato del New Jersey, Jon Corzine, conosciuto anche per aver speso 62 milioni di dollari delle sue proprie tasche per eleggersi.I grandi mezzi di comunicazione hanno dato a questa manifestazione piú importanza di quella dei 300 mila contro la guerra, che é avvenuta il giorno precedente a New York, o alle gigantesche manifestazioni a favore dei diritti degli immigrati, avvenute in tutti gli USA nei giorni immediatamente seguenti.
L´ambasciatore degli USA all´ONU, John Bolter, cosí come il precedente e l´attuale segretario di stato, il generale Colin Powell e Condoleezza Rice, oltre al generale Wesley Clark e al primo ministro britannico Tony Blair, tutti si sono pronunciati a favore dell´intervento in Sudan.
Questi importanti architetti della politica imperialista molte volte si riferiscono ad un altro modello quando chiedono questo intervento: la vittoriosa guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia, che ha stabilito una amministrazione USA/NATO sul Kosovo dopo una massiccia campagna di bombardamenti.
Il Museo dell´Olocausto in Washington ha lanciato un “allerta di genocidio” – il primo di sempre – e 35 lider evangelici hanno sottoscritto una petizione chiedendo al presidente George Bush l´invio di truppe nordamericane in Darfur. Una speciale sceneggiatura é stata creata a livello nazionale per generare una base di appoggio all´intervento degli USA tra gli studenti.
Molte ONGs hanno ricevuto sussidi dal National Endowment for Democracy (NED) per far parte della campagna “Salvare il Darfur” e voci considerate liberali come Amy Goodman della organizzazione Democracy Now, o Rabbi Michael Lerner della TIKKUN e di Human Rights Watch hanno dato il proprio contributo.
Desviare l´attenzione dal disastro dell´Irak.
La criminale invasione e i massicci bombardamenti dell´Irak, la distruzione delle sue infrastrutture lasciando popolazioni intere senza acqua né luce, o le foto atroci di militari USA che applicano la tortura nella prigione di Abu Ghraib, hanno prodotto proteste generalizzate. Nel momento di maggior spicco delle proteste, in settembre 2004, l´allora segretario di stato, il generale Colin Powell ha realizzato un viaggio in Sudan per annunciare da lí che il crimine del secolo – “un genocidio” – stava succedendo in quel preciso momento ed in quell´esatto luogo. Pertanto, la soluzione incontrata dagli USA si riassunse nella richiesta alle Nazioni Unite di imporre sanzioni ad uno dei paesi piú poveri del mondo o nell´invio di truppe di “manutenzione della pace” nordamericane.
Nel frattempo, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell´ONU non si mostrarono disposti as accettare questo punto di vista, né tantomeno le “evidenze” annunciate dagli USA o il piano di azioni proposto.
La campagna contro il Sudan ha preso piede proprio quando era piú che evidente che l´invasione dell´Irak da parte degli USA si era basata su di un artificio di frode. Gli stessi media che si sforzavano per dare credibilitá agli Stati Uniti rispetto alla giustizia dell´invasione dell´Irak, basata sull´argomento che il paese possedesse “armi di distruzione di massa”, si mostrano ancora una volta disposti ad inscenare questa ulteriore menzogna nel riportare i “crimini di guerra” commessi da forze Arabe in Sudan.
La campagna per il Darfur si interseca con vari obbiettivi cari all´attuale agenda politica dell´imperialismo nordamericano. Da un lato persiste nella demonizzazione dei popoli arabi e mussulmani, dall´altro desvia le attenzioni dalla catastrofe umanitaria che risulta da una guerra brutale e successiva occupazione dell´Irak da parte degli USA, che distruggono centinaia di migliaia di vite umane.
É anche un tentativo di disviare le attenzioni del mondo sul finanziamento e l´appoggio degli Stati Uniti alla guerra israeliana contro il popolo palestino.
Non meno importante, apre il cammino al potere corporativo USA rispetto ai disegni di controllo dell´intera regione.
Qual´é l´interesse degli USA in Sudan?
Il Sudan é il piú grande paese africano in superficie. É situado strategicamente nel Mar Rosso, immediatamente a sud dell´Egitto e ha frontiere con 7 paesi africani. Ha approssimatamente le dimensioni dell´Europa Occidentale e la sua popolazione somma appena 35 milioni di persone.
Il Darfur corrisponde alla regione occidentale del Sudan ed ha dimensioni comparabili alla Francia [maggiori dell´Irak, NdT], con una popolazione di 6 milioni di abitanti.
Le risorse naturali recentemente scoperte in Sudan fanno di questo paese un bersaglio privilegiato degli interessi corporativi nordamericani. Si stima che le sue risorse petrolifere rivaleggino con quelle dell´Arabia Saudita, per non parlare degli abbondanti depositi di gas naturale. Come se non bastasse, il terzo maggiore deposito di uranio ad alto tenore ed il quarto maggior deposito di rame del pianeta sono situati sul suo territorio.
Solo che, al contrario dell´Arabia Saudita, il governo sudanese ha mantenuto la sua indipendenza da Washington. Incapace di controllare la politica petrolifera sudanese, gli USA hanno fatto di tutto per impedire lo sviluppo dello sfruttamento di questa importante risorsa naturale. Mentre la Cina ha collaborato con il Sudan provvidenziando la tecnologia necessaria per il suo sfruttamento, dalla perforazione e pompaggio, alla costruzione di un oleodotto. Grande parte del petrolio sudanese é attualmente esportato in Cina.
La politica USA si alterna tra il boicattaggio alle espórtazioni di petrolio attraverso sanzioni e l´istigazione degli antagonismi nazionali e regionali. In particolare, negli ultimi vent´anni, l´imperialismo nordamericano ha appoggiato un movimento separatista nella regione sud del paese, esattamente nel luogo nel quale é stato per la prima volta scoperto il petrolio. Questa lunga guerra civile non ha fatto altro che assorbire una parte considerevole delle risorse del governo centrale. Quando alla fine fu firmato un accordo di pace, gli Stati Uniti hanno cambiato repentinamente le loro attenzioni, interessandosi alla zona occidentale del Sudan, appunto il Darfur.
Piú recentemente, un accordo simile tra il governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur é stato rifiutato da un´unica formazione, per far sí che le ostilitá continuino. Gli Stati Uniti si arrogano il ruolo di mediatori neutri e persistono nella pressione esercitata contro il governo sudanese per stappare concessioni per i ribelli, ma “a causa della parzialitá dei suoi alleati africani piú prossimi, ed in particolare perché hanno aiutato nell´allenamento di ribelli dell´Esercito di Liberazione Sudanese (SLA) e del Movimento per la Giustizia e l´Uguaglianza (JEM), la reazione violenta del governo sudanese non si é fatta aspettare” (www.afrol.com).
Il Sudan ha una delle popolazioni piú diversificate del mondo. Piú di 400 gruppi etnici possiedono linguaggi e dialetti propri. L´arabo é l´unica lingua comune. La capitale, la grande Khartoum, maggior cittá del paese, ha una popolazione di 6 milioni di abitanti. Approssimatamente l´85% dei sudanesi vivono di agricoltura di sussistenza e pastorizia.
I grandi media nordamericani sono unanimi nella semplicistica descrizione della crisi nel Darfur che consisterebbe in una serie di atrocitá commesse dalla milizia Jan Jawid, appoggiata dal governo centrale sudanese, ed é descritta come una aggressione “araba” contro popolazioni “africane”.
Si tratta di una distorsione totale della realtá. In The Black Commentator del 27/10/2004 si evidenzia che “tutte le parti coinvolte nel conflitto – siano esse ritenute `arabe` o `africane` sono ugualmente negre e native, mussulmane e locali, tutta la popolazione del Darfur parla l´arabo. Sono tutti mussulmani sunniti”.
Secca, Fame e Sanzioni.
La crisi in Darfur ha radici nelle lotte inter-tribali. Si é sviluppata una lotta disperata per l´acqua sempre piú scarsa e per i diritti di pascolo in una vasta area del nord dell´Africa che é stata attinta per anni dalla secca e dalla fame crescente.
Nella regione del Darfur esistono piú di 35 tribú e gruppi etnici. Circa metá della popolazione pratica l´agricoltura di sussistenza e l´altra metá sono pastori semi-nomadi. Durante centinaia di anni le popolazioni nomadi pascolavano i loro animali nella vastitá delle pianure, dividendo i pozzi con gli agricoltori. Di fatto, in questa terra fertile si sostentano civilizzazioni da piú di 5.000 anni, tanto nella parte occidentale del Darfur come piú ad est, lungo il fiume Nilo.
A causa della secca e alla desertificazione sub-sahariana che non cessa di guadagnare terreno, non ci sono piú terre sufficienti per l´agricoltura o la pastorizia, in quella che é stata a suo tempo la “stalla dell´Africa”. L´irrigazione e lo sfrutamento delle abbondanti risorse esistenti in Sudan potrebbe certamente essere la soluzione per tutti questi problemi. Ma le sanzioni nordamericane o gli interventi militari non li risolveranno.
Molte persone, in particolare bambini, muoiono in Sudan per malattie perfettamente curabili e facili di prevenire per colpa di un attacco con missili Cruise ordinato dal presidente Bill Clinton il 20/08/1998 contro la fabbrica di farmaci El Shifa in Khartoum. Questa fabbrica, che produceva medicine economiche per il trattamento della malaria e della tubercolosi, forniva il 69% dei farmaci disponibili in Sudan.
Gli USA affermarono che il Sudan sviluppava lí una istallazione orientata alla produzione di gas tossico VX. Non sono state mai presentate prove concrete di questa accusa. Queste istallazioni mediche basiche, totalmente distrutte da 19 missili, non sono state ricostruite, né il Sudan ha ricevuto un centesimo di indennizzo.
Il ruolo della NATO e dell´ONU in Sudan.
Attualmente, ci sono 7.000 soldati dell´Unione Africana in Darfur. Il loro appoggio tecnico e logistico é fornito dagli USA e dalla NATO. Oltre a ció, migliaia di funzionari delle Nazioni Unite amministrano campi di rifugiati con centinaia di migranti per la secca, la fame e la guerra. Tutte queste forze esterne fanno molto di piú che provvidenziare la tanta necessaria sostentazione. Essi sono una fonte di instabilitá. Allo stesso modo di come fecero gli aspiranti conquistatori capitalisti durante i secoli, essi consapevolmente instigano i gruppi gli uni contro gli altri.
L´imperialismo nordamericano é coinvolto di corpo e anima nella regione. A ovest del Darfur, nel vicino Ciad, secondo informazioni del proprio Dipartimento di Difesa USA, gli Stati Uniti hanno organizzato un intervento militare internazionale con una struttura mai vista in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. Il Ciad é stata a suo tempo una colonia francese e non solo le truppe di questo paese ma anche quelle statunitensi sono direttamente implicate nel finanziamento, nella preparazione e nel rafforzamento delle forze armate del capo militare del Ciad, Idriss Deby, il quale, a sua volta, ha appoggiato gruppi ribelli in Darfur.
Durante piú di mezzo secolo il Sudan é stato amministrato dalla Gran Bretagna, ma non senza che la stessa non fosse obbligata ad affrontare un´ampia resistenza. La politica coloniale britannica si basava all´epoca nella tattica del divide et impera e nella manutenzione delle sue colonie in una situazione di sottosviluppo e isolamento cronico con l´obiettivo di facilitare il saccheggio delle loro risorse.
Sostituendo le varie potenze coloniali europee in varie parti del mondo, anche l´imperialismo nordamericano ha continuato a sabotare l´indipendenza economica dei paesi che tentano adesso di emergere dal sottosviluppo ereditato dalla loro condizione coloniale. Le principali armi economiche utilizzate sono state le sanzioni, combinate con le esigenze di “aggiustamento strutturale” sollecitate dall´FMI controllato dagli USA. In cambio di prestiti, i governi-bersaglio sono obbligati a tagliare le loro spese per lo sviluppo di investimenti in infrastruture.
Come gli effetti delle sanzioni delle organizzazioni occidentali, che aggravano il sottosviluppo e l´isolamento, possono risolvere qualcuno di questi problemi?
Washington ha frequentemente utilizzato il tremendo potere che possiede nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU per ottenere risoluzioni favorevoli per l´invio di truppe in altri paesi, nessuna é stata per missioni umanitarie.
Nel 1950 e sotto l´egida delle Nazioni Unite, truppe nordamericane hanno invaso la Corea in una guerra che ha determinato la morte di piú di 4 milioni di persone. Sotto la stessa bandiera, sono riusciti ad occupare la penisola coreana e a dividerla per piú di 50 anni.
Sotto la pressione degli USA, nel 1961, sono state istallate truppe nel Congo, dove svolsero un ruolo attivo nell´assassinio di Patrice Lumumba, il primo ministro del paese.
Nel 1991, gli USA hanno ottenuto il mandato delle Nazioni Unite per un bombardamento massiccio della totalitá delle infrastruture civili irachene, incluso le centrali di trattamento delle acque, strutture di irrigazione e centri di produzione di generi alimentari – e i 13 anni di sanzioni imposte all´Irak si sono tradotti in piú di un milione e mezzo di iracheni morti.
Nella Jugoslavia e in Haiti, le truppe dell´ONU sono servite da copertura della occupazione americana e europea – non per la pace o per la riconciliazione.
Le potenze imperialiste degli Stati Uniti e dell´Europa sono responsabili per il commercio genocida degli schiavi che ha decimato l´Africa, per il genocidio delle popolazioni indigene dell´America e per le guerre e occupazioni coloniali che hanno saccheggiato 3/4 del pianeta [per un riassunto succinto della storia dell´imperialismo USA vedi il testo alla pagina http://lists.peacelink.it/pace/msg04992.html NdT]. E l´imperialismo tedesco fu responsabile del genocidio del popolo ebreo. Appellarsi all´intervento militare di queste stesse potenze come risposte ai conflitti in Darfur significa ignorare cinque secoli di storia.
Sara Flounders, 03/06/2006
L´autrice Sara Flounders é co-direttrice del IACenter insieme all´ex-procuratore generale degli USA, l´avvocato Ramsey Clark. Fu una delle coordinatrici dell´equipe che ha difeso giudizialmente Saddam Hussein. É stata in Sudan subito dopo i bombardamenti delle istallazioni farmaceutiche di El Shifa, in 1998, insieme a John Parker, con una delegazione di investigazione creata dall´IACenter. Sara Flounders é anche co-direttrice del gruppo internazionale contro la guerra denominato ANSWER; coordinatrice del Depleted Uranium Education Project (Progetto Educazionale sull´Uranio Impoverito) e membro del Workers World Party, organizzazione politica marxista nordamericana.
L´articolo originale é pubblicato in: http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/
Traduzione in portoghese per conto di http://resistir.info/, pubblicata in: http://www.mra.org.br/index.php?option=com_content&task=view&id=354&Itemid=41
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15/09/2006 – Sara Flounders, co-direttrice dell´IACenter denuncia la farsa di Bush contro il CarfurIl Sudan respinge l´uso dell´ONU per conto degli USA per un intervento coloniale.
“Il Paese sa che gli USA hanno usato la risoluzione ONU del 1990 per distruggere l´Irak” afferma la attivista.
“Gli sforzi nordamericani per stabilire l´occupazione e la dominazione coloniale sono stati sconfitti il 4 settembre (2006). Il governo del Sudan ha rifiutato che le Nazioni Unite dislocassero truppe nella regione ovest del Darfur”, afferma Sara Flounders.
“Nel giorno 1 di settembre, gli USA e l´Inghilterra hanno fatto passare la Risoluzione 1791 attraverso il Consiglio di Sicurezza dell´ONU. Questa sollecitava l´invio di piú di 20 mila soldati ONU per assumere il ruolo che attualmente é svolto dai 7.000 uomini dell´Unione Africana. Il consigliere del presidente, Mustafá Osman Ismail, ha risposto che il governo del Sudan ha rifiutato la transizione, dalle Forze di Sicurezza Africane ad una maggior presenza internazionale, poiché l´obiettivo dell´ONU é `il cambiamento di regime`”, aggiunge Sara Flounders.
“La Russia, la Cina ed il Qatar si sono astenuti dal voto nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU e lo hanno criticato, nonostante né la Cina e né la Russia abbiano esercitato il loro potere di veto, ma hanno inserito una clausola che stipula che l´ingresso delle truppe ONU sarebbe avvenuto `sulla base dell´accettazione da parte del governo sudanese`”.
“Una campagna di pressioni internazionali per forzare il Sudan ad accettare forze straniere é attualmente organizzata dagli USA”, allerta Sara.
[...]
“Bush ha usato il termine intollerante di `Fascismo Islamico` e le sue dichiarazioni su di una terza guerra mondiale interminabile contro paesi che lottano per difendere la propria sovranitá nazionale hanno incontrato resistenza in Irak, Afganistan e Libano. Le sue nuove minacce contro la Siria, l´Iran, la Somalia ed il Sudan fará sí che sempre piú paesi penseranno due volte prima di appoggiare le basi della dominazione corporativa mondiale nordamericana”, ha concluso Sara Flounders.
Articolo originale in portoghese in: http://www.horadopovo.com.br/2006/setembro/15-09-06/pag6a.htm
(Traduzione degli articoli dal portoghese in italiano: Alessandro Vigilante)
Alessandro Vigilante su http://www.gennarocarotenuto.it
Obama e Cuba
da LATAM
Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.
Attiva Javascript e Flash per poter vedere questo Flash video.
Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.
Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà
del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!
Alessandro Badella su http://www.gennarocarotenuto.it
Grillo, più Grillo e ancora Beppe Grillo
Dopo il mio articolo critico su Grillo e il V-day, e la prima raffica di commenti, ne è arrivata una ulteriore gran copia che vi sottopongo.
Con Gianni Giuliani, Paolo Roversi, Giannandrea Eroli, Sauro Polpettaus, Peppe Dantini, Leandro Rufini, Luca Mastellaro, Marco Drudi, Mirko Del Medico, Ciro Brescia
Paolo Roversi: Fresca la notizia del voto Fiom contrario all’accordo governo/sindacati su stato sociale e pensioni. Al di la de … Leggi tutto
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Disinformazione
Con Gianni Galleri, Mauro Pigozzi, Giuseppe Paladina, Jacopo Masi, Paolo Maccioni:
Gianni Galleri: Caro Gennaro, sabato ho partecipato ad una conferenza dove veniva presentato … Leggi tutto
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Brecha – Contratapa – Derechos humanos – Pincelazos de un año negro
Human Rights Watch (HRW) es una ong de defensa de los derechos humanos. Entre sus compromisos figura la publicación de un informe anual independiente sobre el estado de los derechos humanos en el mundo que merece la pena ser estudiado detalladamente. Este año, una vez más, constata un retroceso del respeto a las libertades individuales en el planeta y la desoladora sensación de un mundo donde no hay quien se salve de un histórico retroceso en la cultura de los derechos del individuo. Desde Estados Unidos, que legitima la tortura y los bombardeos terroristas como herramientas para imponer su dominación, a China, donde la absoluta libertad de mercado no está acompañada de ninguna mejoría en el respeto del individuo, pasando por la Unión Europea, donde los derechos son un privilegio de quien tiene pasaporte comunitario, hasta África, que se hunde cada vez más. Las 540 páginas del informe son un golpe en el estómago. En más de 60 países de este mundo los derechos humanos se violan sistemáticamente.
DARFUR Y ABU GJRAIB. Son los dos casos emblemáticos que según esta organización representan mejor las mil injusticias de 2004. No es simplemente una operación de imagen. La vitalidad de la defensa de los derechos humanos en el mundo, de acuerdo a HRW, depende de la capacidad de reacción de las sociedades civiles. Y a juzgar por el juicio a los torturadores estadounidenses que ha pretendido disculpar a los autores intelectuales de los crímenes hasta promover a Alberto González -el hombre que quiso olvidar la Convención de Ginebra- como ministro de Justicia de Estados Unidos, el inicio de 2005 es tan negro como 2004. La línea justificadora de la tortura frente al terrorismo y la línea de la obediencia debida, que suena tan conocida mirándola desde América Latina, según el vocero de HRW, no sólo no son aceptables sino que tanto los autores materiales como los responsables políticos de los crímenes deberían ser enjuiciados por el Tribunal Penal Internacional por violación de la Convención de Ginebra.
Ninguna investigación independiente -que era uno de los pedidos de HRW- ha sido autorizada sobre Irak, Afganistán y Guantánamo, algo que los medios periodísticos en el mundo han subvalorado presentando a menudo como verdadera la única versión disponible, la de los verdugos. Por supuesto, el hecho de que las violaciones más simbólicas hayan quedado sin castigo ha creado un ambiente de impunidad a nivel mundial. La alianza ideológica, en los temas de la guerra contra el terrorismo, entre Estados Unidos y Rusia ha llevado a un agravamiento de las persecuciones a la población chechena y a un aumento del recurso a la tortura por las policías de toda la Federación Rusa, en tanto la importación de la libertad en Irak a punta de bayoneta ha canjeado víctimas por verdugos pero no las prácticas en las cárceles -que ayer fueron de Saddam Hussein y hoy de Allawi- en la región, en Arabia Saudí, Siria, Israel y Egipto, y no se registra ninguna mejoría en la situación de los derechos civiles.
CHINA. Según HRW hay algunos progresos que son contrabalanceados por el hecho de que el aparato estatal chino, no preparado para la circulación de riqueza, esté dominado hoy por una corrupción sin frenos. La ong señala las masivas olas de protesta contra la corrupción en el interior del país, que no tienen ninguna mención en la prensa internacional y que han sido tratadas de manera fuertemente represiva por el partido único. Éste, más que la corrupción, ha seguido reprimiendo la libertad de expresión, y no sólo de las minorías étnicas en Tíbet y en Xinjiang.
COLOMBIA. Yendo a América Latina, HRW está preocupada porque la actual desmovilización de paramilitares por parte del gobierno de Álvaro Uribe aparenta ser solamente una operación de fachada, más que nada organizada para garantizar la impunidad a los autores de las peores atrocidades de las Autodefensas Unidas de Colombia. Mientras en Bogotá el diario El Tiempo ha respaldado las denuncias de HRW, el gobierno de Uribe ha acusado a Héctor Vivenco, responsable de HRW para América Latina, de ser simpatizante de las farc.
EL HIMALAYA TRÁGICO. Mientras la guerrilla maoísta declara -exagerando- controlar el 80 por ciento del territorio, el ejército real se mancha con atrocidades y desapariciones. En 2004 Nepal superó a Colombia con 1.400 desaparecidos, la mayoría de los cuales se han desvanecido después de ser arrestados por fuerzas gubernamentales. En el otro bando, HRW teme -aunque admite tener pocos datos para ofrecer- que la guerrilla lleve adelante enrolamientos forzados de campesinos en sus filas y que cientos de ellos, niños especialmente, hayan sido raptados en las zonas más alejadas del país para utilizarlos en la guerra.
EL HORROR AFRICANO. Denunciar el asesinato brutal de la militante lesbiana Fanny Ann Eddy, en Sierra Leona, parecería una gota en el mar. Sin embargo para HRW, organización para la cual Eddy colaboraba con su asociación para los derechos de los homosexuales, atestigua cómo a la sociedad civil africana se le impide desplegar su potencial. El 29 de setiembre Eddy estaba sola en las oficinas de su asociación en Freetown cuando la asaltaron, la violaron, le rompieron la columna vertebral y la asesinaron a puñaladas.
El caso más relevante, cuantitativamente, en un continente destruido por los conflictos armados, es el de la remota Darfur, en Sudán, que ha causado al menos 70 mil muertos, más de 1,2 millones de refugiados internos y 200 mil refugiados en el cercano Chad. La crisis de Darfur ha estallado mientras se iba solucionando la larga guerra civil entre el norte y el sur del país. En Darfur, un territorio en el extremo oeste de Sudán, es activo el ejército del Movimiento de Liberación de Sudán en lucha con los pastores árabes llamados janjawid. Es una consecuencia de la desertificación, ya que éstos, aliados del gobierno de Jartum, fueron obligados a migrar hacia las tierras bien irrigadas de las tribus negras masalíes, fur y zagawa. En esta sangrienta pelea entre pobres, han pesado los intereses de las grandes potencias y HRW acusa a multinacionales como Siemens, Alcatel, Abb, la Tatneft rusa y Petrochina, de ser cómplices del genocidio. Es imposible en esta nota analizar en detalle todas las crisis humanitarias que asolan el continente y sólo es posible nombrar los países donde se registran las más graves y masivas violaciones de derechos humanos: Angola, Burundi, Costa de Marfil, Congo, Eritrea, Etiopía, Kenia, Liberia, Nigeria, Rwanda, Sudáfrica, Uganda, y Zimbabwe. Y esto sin contar que para un ojo experto es evidente que HRW olvida nombrar un lugar como Somalia, que desde que Estados Unidos, hace una década pretendió importar esperanza, ya no es ni siquiera un país, y donde simplemente el Estado no existe, pero no han terminado los sufrimientos de sus diez millones de habitantes.
DERECHOS SÓLO PARA LOS EUROPEOS. La Unión Europea presume demasiado de ser la patria de los derechos humanos. A pesar de fundarse sobre la libertad y el respeto de los derechos humanos y pretender que todos sus miembros firmen la Convención Europea de los Derechos del Hombre, HRW apunta tanto a la política migratoria como a la legislación antiterrorista. Las situaciones más preocupantes se registran en Gran Bretaña donde -como en Estados Unidos- está liberalizado el arresto sin juicio y sin límites temporales para los extranjeros. A España se le imputa el uso masivo del aislamiento en las cárceles, a Italia las expulsiones de personas solicitantes de asilo y a Holanda las extremas restricciones de los derechos de los migrantes. Prácticamente a todos los países se los acusa de que los centros de detención de los sin papeles no son otra cosa que cárceles enmascaradas para personas a las cuales no se las acusa de crimen alguno y donde el número de suicidios es elevadísimo.
En los Balcanes, mientras tanto, se consolidan los frutos de las limpiezas étnicas recíprocas de los años noventa. En Croacia, en Bosnia y en el mismo Kosovo se discrimina el derecho a la vivienda de los serbios que a la vez hacen lo mismo con las minorías expulsadas de sus territorios, mientras sigue la no colaboración con el Tribunal Penal Internacional, uno de los organismos más boicoteados en el planeta.
LA DEMOCRACIA IRAQUÍ. El voto del próximo domingo en Irak nos dará una nueva flamante democracia. Las patentes de democracia se otorgan y se quitan con criterios al menos discutibles. El jefe del gobierno italiano, Silvio Berlusconi -aún se esperan en este país las condenas por los torturadores del G-8 de Génova en 2001- acaba de ofrecer al dictador de Libia, Mu’ammar al Gaddafi, la palma de campeón de la libertad, mientras en las cárceles de Trípoli siguen hacinándose miles de presos políticos. Es así que, según HRW, en las cárceles de la democracia iraquí alrededor del 80 por ciento de los presos siguen siendo torturados con las mismas técnicas del antiguo régimen. Y aun más preocupante es la conclusión del director de HRW, Kenneth Roth, frente el discurso de toma de posesión de George W Bush en Washington la semana pasada, donde mencionó más de 40 veces la palabra libertad y jamás habló de derechos humanos: La libertad así se hace un concepto abstracto. A cambio, el respeto de los derechos humanos vincula a todos, empezando por el gobierno presidido por George W Bush.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it



