Una carrellata di foto sul Muro in Palestina ,ce lo presenta l’Ami (agenzia multimediale italiana). Da sempre l’uomo ha graffitato rocce e caverne, per comunicare la sua vita, la paura, la gioia.L’ha fatto anche con il sangue. Di Muro abbattuto, ne rammento uno, quello di Berlino. Faccio parte di quel pezzo di mondo fortunato che non ha visto la guerra: così mi dicevano da bambina. Non ho privazioni di sorta, mi sposto, ho una terra dove camminare, ho studiato e posso fare studiare chi mi è caro, mangio bevo dormo e guardo senza muri che possano limitare il panorama. Allora cos’è questa smania internazionalista di sentirsi parte anche di chi è lontano? La negazione del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che dichiara di non aver visto il Muro che separa Betlemme da Gerusalemme, afferma l’esistenza che la guerra c’è, portata dove io non vivo. Ed è fonte di affari e di morte, quotidiana. “Il Muro ? Non l’ho visto!” . Ci hanno raccontato da piccoli che furono in molti grandi a non vedere gli orrori. Io non vorrei ripetere quel modo di non usare i 5 sensi: shalom, io vado via. Ma dov’è casa mia? Per la stessa ragione, pubblico delle riflessioni sulla Gaza Freedom March, scritte da Enrico Contenti, che era a Torino ad un’iniziativa al centro culturale italo-arabo con Mohamed Halabi, responsabile delle relazioni con l’estero della municipalità di Gaza. Da qualcuno in sala, lui scrive, le riflessioni sono state interpretate come discredito alla Marcia stessa.: “Solo da qualcuno, perchè sono evidenti i meriti e le ripercussioni positive che quell’iniziativa ha prodotto, basta leggere le decine di dichiarazioni “trionfalistiche” che si trovano sulla rete. Pur sottolineando, nell’intervento, gli aspetti positivi più importanti di quello che sono convinto sia stato un grande evento, ritengo che ora occorra partire dalle sue criticità se vogliamo tentare di costruire per il futuro confronti ed azioni più efficaci nel campo del sostegno umano e politico ai palestinesi.” Ho seguito solo da lontano, partecipando con la comunicazione web e l’Ism Italia, le tappe forzate della Marcia, fermata in Egitto.Vede e dice delle cose l’amico Enrico, che non piaceranno a certo mondo pacifista nostrano e internazionale ma non piacciono anche a me tante cose.Non mi piace prestarmi a laboratori di morte sia pure con partecipazioni “ragionevoli”.Amo la Musica di strada.Convengo oggi come ieri: Tutti o nessuno. Gaza mon amour, dovunque regni l’oppressione .
Doriana Goracci
RIFLESSIONI SULLA GAZA FREEDOM MARCH
- incontro a Torino con Mohamed Halabi -
PREMESSA.
Prima di tutto voglio esprimere il mio sdegno e la mia vergogna per le
parole pronunciate dal sig. Berlusconi di fronte alla Knesset. Dovrebbe
essere denunciato per apologia di reato. Reati che il rapporto
Goldstone descrive come crimini di guerra e contro l’umanità!
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Nel corso dei giorni che portavano a conclusione il 2009 e accompagnavano l’inizio di quest’anno ricorreva un anno esatto dal deliberato massacro della popolazione della Striscia di Gaza voluto dal governo israeliano. Per ricordare ed evidenziare al mondo
quel crimine così crudele, ultimo fra tanti, per portare ai palestinesi la solidarietà di chi non vuole piegarsi al silenzio, persone provenienti da 42 paesi diversi si sono date appuntamento al Cairo per partecipare a una grande, pacifica marcia con la popolazione di Gaza, la Gaza Freedom March, com’è stata intitolata dall’organizzazione promotrice americana, un’impresa difficile ma che ci sembrava fattibile. Fattibile sulla base del lavoro preparatorio che era stato condotto nei mesi precedenti sia sotto il profilo burocratico, organizzativo e politico sia sulla base dei contatti che erano stati presi con le
istituzioni e sulle precedenti esperienze, seppure in scala più ridotta. E, invece, dal primo giorno del nostro arrivo al Cairo, ci è stato eretto davanti un muro invalicabile.
Ogni passo, fisico o simbolico, verso Gaza ci stato contrastato in ogni modo. Quanti muri esistono ancora! E che potere riproduttivo hanno!
L’impressione più forte che ho avuto al ritorno in Italia è stata quella di essere andato alla ricerca di una terra e di un popolo negati, di un’isola che non c’è. Nessuno esca da quella terra! Nessuno entri in quella terra! Nessuno si diriga verso quella terra! E nessuno parli di quella terra! Non c’è.
La pulizia etnica iniziata nel 1948 continua nel suo obiettivo di dearabizzare il suolo della Palestina. Quei brandelli di terra che non hanno ancora subito questo processo devono essere svuotati fisicamente e, in ogni caso, devono cadere nell’oblio della comunità internazionale.
Ammetto di avere una certa difficoltà nell’esporre le mie riflessioni su questa esperienza. Eppure provo anche una specie di nostalgia. Nostalgia per le persone che si incontrano per le strade e che lì vivono, persone umili e rispettose che vorrebbero comunicarti la loro vicinanza e lo fanno, timorose, con un lieve sorriso o uno sguardo. Tutti ormai conoscete la cronaca di quei giorni. Mi limito ad alcune riflessioni su eventi particolari e ad alcune considerazioni generali, mescolando aspetti che considero positivi con altri che giudico negativi.
Indubbiamente l’impegno profuso da un numero così grande di attivisti provenienti da così tanti paesi del mondo fornisce l’occasione e la spinta necessaria per tentare di innescare un processo di ricostruzione di quel tessuto di solidarietà internazionale al popolo palestinese che, dopo gli anni ’70 e ’80, è andato disgregandosi come conseguenza
dell’evaporazione dei movimenti e della progressiva dissoluzione del campo della sinistra storica. Ripartire dai grandi temi del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo costituisce l’elemento base che ci può unire per una nuova solidarietà, oltre che un dovere morale.
La Gaza Freedom March ha fatto emergere con grande evidenza il ruolo nuovo dell’Egitto. Non più comprimario, diventa protagonista nell’assedio e nell’isolamento criminale di quella striscia di terra. La prova più tangibile di questo passaggio è la costruzione del muro di acciaio al confine di Rafah che chiude completamente la gabbia della Striscia. Ma la voce della protesta è stata così forte da scuotere l’opinione pubblica e i mezzi di informazione locali ed è stata così forte da trasformarsi in un abbraccio ideale a distanza, il cui calore è stato avvertito ed apprezzato dalla popolazione palestinese. Non è stata la voce dei leader e dei rappresentanti istituzionali, è stata la voce di persone comuni, della
stragrande maggioranza degli attivisti presenti al Cairo. Persone che non aderivano in modo aprioristico alla linea dei vertici, ma spontaneamente agivano da protagonisti e si confrontavano cercando unità.
Ma chi sono questi leader?
Spesso si tratta di individui che non sono realmente rappresentativi dei gruppi cui appartengono. Individui dai meriti e dalle competenze misteriosi. Estranei alla pratica quotidiana del confronto democratico dalla quale scaturisce la fiducia reciproca. Il confronto, all’interno del gruppo italiano, è stato insufficiente sia prima sia dopo la partenza per la marcia. La stessa carenza si è verificata nel confronto con le altre
delegazioni. Spinte autoreferenziali e dirigismi sotterranei hanno creato debolezze, aggressività e, a volte, un clima di sospetto. A questo si aggiunga l’assenza di una rete di comunicazione efficiente, sia al nostro interno sia tra noi e i rappresentanti degli altri paesi. Sostanzialmente si è trattato di un diffuso difetto di democrazia che paradossalmente, ha messo in luce la compattezza della base, cioè della stragrande maggioranza degli attivisti giunti al Cairo. E’ stata questa maggioranza che ha travolto la decisione dei leader di diversi movimenti, in primis quello americano e non ultimo quello italiano, di trattare “privatamente” e segretamente con la moglie del faraone, la signora Mubarak, per una soluzione di compromesso che snaturava completamente il significato politico dell’iniziativa. Quella decisione, che avrebbe voluto ridurre tutta la marcia a poche decine di “eletti”, eletti ed autoeletti dal vertice, i quali avrebbero dovuto
portare un pugno di aiuti umanitari dentro la Striscia, salvando così la faccia al governo egiziano, ha dovuto scontrarsi con la netta ed immediata opposizione della quasi totalità dei partecipanti: il movimento non aveva alcuna intenzione di spaccarsi in buoni (così erano stati definiti gli “eletti” dal governo egiziano) e cattivi (tutti gli altri). Se non potevamo dirigerci tutti verso Gaza ed eravamo sequestrati al Cairo, saremmo restati tutti al Cairo per far sentire la nostra voce e quella della popolazione locale, repressa da un regime poliziesco, ma che, con coraggio o con timore, ci manifestava solidarietà.
C’è stato un momento, una giornata, in cui un consistente numero di coraggiosi cairoti,
palestinesi e non, ha deciso di unirsi ad una delle manifestazioni che si è svolta, con tutte le delegazioni presenti, davanti alla sede del sindacato dei giornalisti, in pieno centro cittadino. Erano contenti, liberi di urlare le LORO ragioni, circondati dalla polizia, ma protetti dalla nostra presenza. Quella giornata è stata significativa grazie al loro protagonismo che quasi non ci aspettavamo. In altre occasioni, però, quella solidarietà si percepiva come proveniente da chi è dietro le sbarre e guarda, fuori, chi manifesta per loro. In tutta questa vicenda penso che il difetto di fondo sia stato quello di voler “esportare” forme di protesta tutte esterne al coinvolgimento diretto delle comunità verso le quali si intende portare solidarietà. L’occidente “democratico” che propone manifestazioni politiche ad un popolo oppresso, farebbe bene a mettere da parte
protagonismi e narcisismi. Occorre un atteggiamento di maggiore ascolto e collaborazione con la popolazione e le comunità che si dichiara di sostenere, accettando il loro protagonismo e le loro scelte. Emblematica mi sembra, a questo proposito, la posizione di alcuni cosiddetti leader, nonché di personaggi “istituzionali”
presenti (molto presenti) al Cairo, i quali, in merito al BDS o al boicottaggio accademico e culturale, richiesti direttamente dalla società civile palestinese, fanno tanta difficoltà ad aderire ufficialmente (e, se aderiscono, lo fanno con mille distinguo), o, peggio, …non ne conoscono l’esistenza. La stessa decisione, da parte dei 100 “eletti”, di partire in ogni caso da soli per Gaza, è avvenuta in totale mancanza di rispetto per la posizione nettamente critica espressa proprio da quella società civile palestinese cui si dichiara di far riferimento e prova ne è il messaggio inviato da Haidar Eid e Omar Barghouti, nella quale affermano testualmente: – Vi scriviamo per chiedervi di rifiutare il “mercato” cui siete arrivati con la dirigenza egiziana (attraverso la sig.ra Mubarak). Questo è un cattivo accordo per noi e, ne siamo profondamente persuasi, terribile per il movimento di solidarietà. Ed emblematica mi sembra, per contro, l’esperienza positiva del convoy di Viva Palestina, organizzato dal deputato inglese Galloway che ha avuto l’intelligenza e la sensibilità di coinvolgere e rendere protagonisti, non signore americane saltellanti di rosa
vestite, ma direttamente le comunità arabe e musulmane dei paesi di origine e dei paesi che hanno attraversato, comunità che hanno avuto la forza e la tenacia di tenere unito l’obiettivo fino al suo raggiungimento.
Le lezioni che traggo da questa esperienza sono queste.
- Meno protagonismo.
- Più coerenza e disponibilità al confronto
per un lavoro faticoso e nobile che ci aspetta QUI, nel nostro paese.
Un lavoro di studio, di informazione e di sensibilizzazione.
- Più ascolto alle ragioni e alle richieste dei palestinesi.
L’adesione al boicottaggio nei confronti di Israele ci è stata chiesta direttamente dalla società civile palestinese. Se volete ascoltare la loro richiesta lasciate il vostro indirizzo e-mail alla fine di questo incontro. Come ISM Italia ci impegneremo ad inviarvi la documentazione originale palestinese e, in questo modo, pensiamo di fare la cosa più efficace per difendere i diritti di quel popolo, calpestati da più di 60 anni.
Torino, 4/2/2010 Enrico Contenti
ISM Italia

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