Thursday 09 February 2012, 17:34

Gli articoli con tag: " Convenzione di Ginevra "

L’Honduras resiste

Aggiornamento sulla situazione in Honduras al 29 settembre.
Attraverso alcuni canali informativi dell’America latina, mainstream e alternativi, cerchiamo di capire qualcosa di più.
L’ambiguità dell’amministrazione USA. La doppia faccia di Micheletti. Chi e cosa c’è dietro?

Dal quotidiano peruviano La República apprendiamo che

Reprimono gli honduregni con i gas della polizia peruviana.
23/9/09 – La polizia del regime di fatto di Micheletti in Honduras usa i lacrimogeni per reprimere la popolazione che respinge colpo di stato e sostiene Manuel Zelaya. In ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non per il fatto che questi gas provengono dal Perù. Il ministero degli Interni avrebbe dovuto spiegare come questi gas possono venire in Honduras se appartengono alla polizia peruviana.
In un
video si vede chiaramente (a 1 min. 30 secondi) che l’etichetta sul lacrimogeno riporta: Polizia Nazionale del Perù.

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Italia: guerra alla civiltà

229365 Siamo noi a sbagliare. Noi, che ancora non abbiamo capito o, forse peggio, fingiamo di non sapere. Siamo noi che sbagliamo. Noi, che ancora cerchiamo un filo di logica, la luce d’una ragione smarrita, un impossibile dialogo. Siamo noi che sbagliamo. L’illusione che si possano opporre parole alla crudezza dei fatti per difendere la civiltà smarrita è il nostro errore più grave.
Ciechi. Siamo davvero diventati ciechi e non vediamo quello che ormai si mostra nella sua drammatica e sconvolgente chiarezza. Noi ce ne stiamo inerti, forse timorosi del significato dei fatti, forse convinti che una guerra non riconosciuta come tale possa ancora evitarci l’onere dello scontro. Ma sbagliamo.

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Vivre libre ou mourir. Per Nabruka, suicida in un Cie (e a perpetua memoria di una legislazione infame)

Stanotte, una donna migrante si è uccisa, impiccandosi, nel Cie di Porta Galeria a Roma. Si chiamava Nabruka Mimuni, aveva poco più di quarant’anni ed era in Italia da quasi trenta. Momentaneamente senza lavoro, non le era stato rinnovato il permesso di soggiorno.

Questo significa essere "clandestina", anche dopo tre quarti della tua vita passati in un paese dove vige una legge infame. Fermata, portata nel centro di identificazione ed espulsione, lì detenuta per alcune settimane, sarebbe stata rimpatriata oggi. Ora non possono più farlo. Mi rifiuto di leggere la sua morte come un atto di disperazione, la disperazione deve essere tutta nostra che non siamo riusciti ad impedirlo.

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30 agosto Giornata dell’Amicizia Italia – Libia: il nuovo Calendario dell’Avvento-Evento

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Quello che segue è per stomaci forti come se fossero di donne e uomini…come dire umani.

Ecco a voi la Notizia da aggiungere sul Calendario dell’ Avvento-Evento di questo Bel Paese: Il Senato ha approvato il ddl di ratifica del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008. Cominciamo da una bella carrellata di foto, non dei nostri parlamentari sugli scranni ma delle carceri libiche dove sono detenuti i migranti e i rifugiati arrestati sulle rotte per Lampedusa. “Sono le poche foto che sono riuscito a scattare, di nascosto, durante quelle visite. A Sebha, Zlitan e Misratah. Nel novembre 2008?. Sono le parole di  Gabriele Del Grande, curatore del blog  Fortress Europe , giornalista.

Chi volesse sfiziarsi nella lettura di questo Trattato di amicizia italo-libica, faccio seguire l’articolo “La mobilità passa per la tortura, poi sempre in tema, l’articolo dal  Blog di Magdi Cristiano Allam, Protagonista per l’Europa Cristiana. Questa volta cliccando: lo spazio è già pure troppo per l’attento cultore.

http://4.bp.blogspot.com/_s0lKv3SmsSw/SMUntCPED4I/AAAAAAAAAsg/XNmcYcTg1Uo/s320/Cara-pianta-piede-manganell.jpg

Ripeto: sempre più straniera e clandestina.

Doriana Goracci

(Apcom) – . Sui 267 presenti, ci sono stati 232 voti favorevoli, 22 contrari e 12 astenuti. Il testo del Trattato diventa ora legge: il testo è lo stesso già ratificato da Montecitorio. Alla ratifica del trattato di cooperazione con la Libia, siglato il 30 agosto scorso, hanno espresso voto contrario i senatori dell’Italia dei Valori, l’Udc e i Radicali eletti nelle liste del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca. Per l’Idv ha parlato Stefano Pedica secondo il quale “per molti aspetti il trattato è un accordo unilaterale” mentre Perduca ha tuonato: “Gheddafi non ha mai mantenuto una promessa, non possiamo affidare a lui la politica dell’immigrazione”. Il Pd ha votato a favore, insistendo sulla necessità di ottenere da Tripoli garanzie per il rispetto dei diritti umani. E’ stato Nicola Latorre a motivare la scelta del Partito democratico: “Un rinvio oggi suonerebbe come un’incomprensibile atto di ostilità nei confronti di quel paese”. L’accordo prevede che l’Italia realizzi in Libia infrastrutture di base per un importo di 250 milioni di dollari americani all’anno per venti anni e pattugli i confini terrestri della Libia per contrastare terrorismo e immigrazione clandestina, mentre la Libia si impegna a concedere visti di ingresso ai cittadini espulsi in passato. Con il trattato si chiude definitivamente “il capitolo del passato” per il quale l’Italia ha espresso il proprio “rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana”. Italia e Libia si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte e si impegnano, nel rispetto dei princìpi dellalegalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte. In particolare la Libia si impegna ad abrogare tutti i provvedimenti che impongono vincoli o limiti alle sole imprese italiane operanti in Libia; a concedere visti di ingesso ai cittadini italiani espulsi nel 1970; a sciogliere l’Azienda libico-italiana, che, pur essendo stata originariamente concepita con finalità opposte, finora si è rivelata un ostacolo allo sviluppo della presenza economica italiana in Libia (le nostre aziende sono state costrette a versare contributi obbligatori all’Ali pari fino al 5 per cento del valore dei contratti acquisiti, con una discriminazione a danno delle stesse aziende rispetto alla concorrenza). Il Trattato prevede meccanismi di consultazioni politica, con riunioni annuali a livello di Capi di Governo, definite ‘Comitato di partenariato’, e di Ministri degli affari esteri, definite ‘Comitato dei seguiti’. L’intesa costerà circa 214 milioni di euro per il 2009, 254 milioni circa per il 2010, oltre 250 milioni per il 2011 e oltre 181 milioni a decorrere dal 2012. A tali oneri si provvede tramite l’utilizzo delle maggiori entrate derivanti dall’addizionale Ires che pagherà l’Eni. Una tassa che è già stata definita ‘Gheddafi tax’ anche se nei giorni scorsi l’Eni ha assicurato che “non peserà sui consumatori”. Infine il 30 agosto diventa la ‘Giornata dell’amicizia italo-libica’. I libici si sono impegnati a non celebrare più, il 7 ottobre, la cosiddetta ‘Giornata della vendetta’, che ricordava l’espulsione degli italiani dalla Libia nel 1970.

Accordo bilaterale tra Italia e Libia. La mobilità passa per la tortura

Intervista a Gabriele Del Grande, curatore del blog Fortress Europe

Cattivi contro gli irregolari ma non solo in Italia. Il Parlamento appoggia le violazioni dei diritti umani praticate da sempre in Libia

E’ stato approvato definitivamente dal Senato il testo dell’accordo di amicizia partenariato e cooperazione e tra Italia Libia. L’accordo è l’ultimo tassello di una serie di intese bilaterali tra i due paesi, utile ad ottenere in cambio, da parte della Libia, l’attuazione degli accordi di pattugliamento al fine di contrastare le partenze dalla Libia verso l’Italia. (Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la grande Giamariria libica popolare socialista)

Su questo argomento abbiamo intervistato Gabriele del Grande, fondatore e curatore del blog Fortress Europe.

D: Il Senato ha approvato definitivamenteil testo dell’accordo Italia – Libia. Cosa avverrà ora?

R: Si tratta fondamentalmente di fornire alla Libia un risarcimento per i danni coloniali, in cambio di un pattugliamento delle coste libiche al Nord e delle frontiera Sud, nel deserto, attraverso un impianto elettronico che sarà installato da Finmeccanica con un finanziamento europeo. Ovvio, questa è la teoria. Nella pratica, con questi accordi, si darà ancora una volta mano libera alla Libia per arrestare, come già si fa da anni, decine di migliaia di migranti e rifugiati per poi rimpatriarli e soprattutto si farà poi partire l’accordo di pattugliamento congiunto che fu firmato dall’allora Governo Prodi nel 2007 e che prevede l’invio in acque libiche di sei motovedette della Guardia di finanza italiana per respingere verso la Libia i migranti intercettati in mare, che fino ad oggi vengono invece scortati a Lampedusa.

D: Sono diversi i reportage che anche Fortress Europe ha prodotto sulle condizioni di detenzione dei migranti in Libia. Un paese strategico per il governo delle migrazioni europeo. Ma cosa avviene li?

R: In Libia avvengono ormai quotidianamente retate nei quartieri dove vivono gli immigrati africani, a Tripoli, a Bengasi, ad Agedabia , le principali città della costa. I migranti vengono arrestati durante queste retate e poi detenuti in vere e proprie carceri. Si tratta di una ventina di prigioni, tre delle quali sarebbero state finanziate dal Governo italiano secondo un documento dell’Unione Europea del 2004. Parliamo di un paese, lo dicono i rapporti di tutte le più grandi organizzazioni umanitarie ( Human Rights Watch, Amnesty International), abituato a praticare la tortura ed in cui le condizioni di detenzione sono assolutamente disumane.
Esiste un intero corpo di polizia addestrato alla tortura, non soltanto dei migranti ma anche dei dissidenti. I racconti che abbiamo potuto ascoltare dai prigionieri libici (su pressione del figlio di Gheddafi ne sono stati rilasciati circa un migliaio negli ultimi anni) parlano di queste cose. Un trattamento uguale se non peggiore viene riservato agli stranieri, soprattutto a quelli dell’Africa subsahariana, soprattutto verso le donne. Le persone vengono ammassate in 40, 50, in stanze di quattro metri per cinque, vengono mantenuti in vita da acqua e riso e vengono rimpatriate verso i loro paesi anche quando si tratta di rifugiati politici. In Libia infatti non esiste nessuna forma di tutela per i rifugiati. La Libia, ricordiamolo, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra. C’è solo una presenza dell’Alto Commissariato delle nazioni Unite, che fra l’altro entra nei centri. Anche su questo argomento ci sarebbero molti dubbi da sollevare visto che, se guardiamo alle condizioni del campo di Misratah, dove da oltre tre anni sono detenuti seicento rifugiati politici eritrei, l’unico risultato ottenuto dall’ Onu è stato quello di spostare un centinaio di loro verso l’Italia o verso la Romania e la Svezia.
Quella dei rifugiati è una questione fondamentale: metà delle persone che viaggiano dalla Libia verso Lampedusa sono rifugiati politici della Somalia, dell’Eritrea, del Sudan o dell’Etiopia.

D: Con un appello ai senatori italiani si è ricordato la richiesta lanciata dai registi del film Come un uomo sulla terra e da Fortress Europe, di istituire una commissione di inchiesta internazionale sul caso Libia. La risposta di oggi sembra chiara: il Senato ha approvato l’accordo tra l’Italia ed uno dei Paesi maggiormente implicato nella violazione dei diritti umani.

R: Ovviamente la commissione di inchiesta non si farà, è evidente l’allineamento di tutte le forze politiche rispetto alla necessità di collaborare con la Libia per il respingimento dei migranti. A Roma in queste ore le strade sono tappezzate di manifesti del Partito Democratico che criticano il Governo Berlusconi, per aver fatto raddoppiare gli sbarchi di “clandestini”. Amato poi rivendica la paternità dell’accordo con la Libia. C’è una perfetta sintonia su queste tematiche, insieme ad una perfetta ipocrisia, italiana ed europea. Perché le commissioni ci sono state, anche se non d’inchiesta, hanno viaggiato, hanno visitato la Libia, nel 2004, nel 2007,. Erano missioni che evidentemente valutavano le possibilità tecniche di rendere operativi gli accordi, di cooperare con la polizia di quello stato. I loro rapporti però non dicono una sola parola sullo stato di detenzione in Libia e tacciono completamente gli abusi, le torture e le violenze che migliaia di uomini e donne subiscono nelle carceri libiche.

Sulle conseguenze tecniche che avrà questo accordo, comunque, sarebbe sbagliato pensare che saranno le navi italiane o quelle libiche a fermare il fenomeno delle migrazioni. La Libia ha duemila chilometri di costa ed è razionalmente inimmaginabile che si riescano a pattugliare. Fintanto che ci sarà una esigenza di mobilità da Sud verso Nord, fintanto che non ci saranno possibilità di spostarsi legalmente, continueremo a vedere i viaggi sulle carrette del mare. L’esperienza della Spagna è emblematica: le rotte semplicemente si allungano, si modificano. Si parte sempre più da Est, sempre più dall’Egitto, come già avviene da alcuni anni, dall’Algeria verso la Sardegna. Ci saranno insomma rotte sempre più lunghe e più pericolose. L’unica conseguenza prevedibile è proprio questa: da un lato l’arresto di decine di migliaia di persone che saranno malmenate e torturate nelle carceri libiche prima di essere rimpatriate, dall’altro molti più morti nel Mediterraneo per tentare di aggirare quei pattugliamenti.

D: I migranti vengono torturati in Libia, o muoiono in mare, oppure chi arriva qui e non viene espulso, anche se dobbiamo ricordare sempre che solo una minima parte di chi entra in Italia lo fa attraverso il mare, rischia di essere bruciato, come a Nettuno, o ucciso, come è avvenuto a Civitavecchia.

R: Quando un Ministro rivendica il diritto ad essere cattivi contro chi sbarca sulle coste italiane, come se le barche che arrivano a Lampedusa fossero cariche di criminali pronti ad assaltare la “civile Italia” compie una operazione molto pericolosa. Poi non è possibile stupirsi di fronte alla barbarie di certi fatti.

http://sergiobontempelli.files.wordpress.com/2008/08/berluddafi.jpg

Vedi anche:
-
L’Italia e il regime euro-africano dei controlli migratori
di Paolo Cuttitta, Univeristà di Palermo
-
Accordi bilaterali e tutela dei diritti fondamentali dei migranti: il caso Italia-Libia
di Fulvio Vassallo Paleologo, Univeristà di Palermo
-
Fallisce la politica delle intese bilaterali con la Libia. Sempre a rischio la vita dei migranti
di Fulvio Vassallo Paleologo, Univeristà di Palermo
-
Libia: siamo entrati a Misratah. Ecco la verità sui 600 detenuti eritrei
da Fortress Europe
-
Le condizioni dei migranti in Libia
Intervista a Silja klepp, ricercatrice in antropologia culturale presso l’Università di Lipsia- Il trattato Italia-Libia. Un appello ai senatori italiani
-
Il rapporto di Amnesty International
-
Il rapporto di Human Rights Watch
-
Trattato Italia-Libia – Appello ai senatori italiani

[ mercoledì 4 febbraio 2009 ] http://www.meltingpot.org/articolo13953.html

Come Merce sulla Terra: il Trattato Italia-Libia

http://www.romagnaoggi.it/public/images/clandestini-2501.jpg

Come un uomo sulla terra: partiamo da un film…

Le immagini  iniziano con una: è il primo piano di un giovane, che dice in italiano “Se qualcuno mi chiede di quale etnia sei, io rispondo che sono etiope e basta, sono un uomo”.

Per chi non si sente Merce  e non tollera che nessuna e nessuno lo sia,  guardi ascolti e firmi come un uomo sulla terra

Doriana Goracci

http://www.operaicontro.it/377/libia.jpg

Il Trattato Italia-Libia al Senato il 3 febbraio

A tutti i firmatari della petizione contro le deportazioni in Libia.

Martedì 3 febbraio in Senato si aprirà la discussione sul Trattato Italia-Libia.

Abbiamo deciso di far sentire la nostra e la vostra voce lanciando un appello e mettendo in onda via web il documentario COME UN UOMO SULLA TERRA lunedì 2 febbraio alle 21.00 e martedì 3 febbraio alle ore 9.30, 14.30 e 21.00 sul sito del film.

Diffondete il più possibile tutto ciò.

E spedite l’appello via mail (con oggetto: TRATTATO ITALIA-LIBIA e DIRITTI UMANI) ai senatori (i cui indirizzi trovate qui http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/Attsen/Sena.html) ed in particolare al Presidente del Senato (schifani_r@posta.senato.it) e ai capigruppo (finocchiaro_a@posta.senato.it, dalia_g@posta.senato.it, gasparri@tin.it, bricolo_f@posta.senato.it, belisario_f@posta.senato.it)

Grazie a tutti
Autori e produzione COME UN UOMO SULLA TERRA

[Maria Coletti]

Dal 2003 Italia ed Europa chiedono alla Libia di fermare i migranti africani. Ma cosa fa realmente la polizia libica? Cosa subiscono migliaia di uomini e donne africane? E perchè tutti fingono di non saperlo?

Trattato Italia-Libia: appello ai Senatori italiani

TRATTATO ITALIA-LIBIA
APPELLO AI SENATORI ITALIANI CONTRO LE DEPORTAZIONI E LE VIOLENZE A DANNO DEI MIGRANTI AFRICANI IN LIBIA

Il 3 febbraio si apre al Senato la discussione per l’approvazione del Trattato Italia-Libia.
Con questo appello vogliamo rilanciare la petizione contro le deportazioni dei migranti in Libia, promossa dagli autori del film COME UN UOMO SULLA TERRA e dall’osservatorio FORTRESS EUROPE ed oggi firmata già da oltre 2500 persone.

Nel Trattato Italia-Libia non è previsto per il governo di Gheddafi alcun obbligo concreto e verificabile di accoglienza, di tutela del diritto d’asilo, di rispetto della dignità umana: la Libia semplicemente li deve “fermare”, non importa come. Questa direzione non fa altro che confermare la riduzione dei migranti a “strumento politico” di cui poter liberamente predisporre. Gheddafi potrà continuare ad utilizzare i flussi di migranti come strumento di pressione per accrescere il suo potere contrattuale con l’Italia e l’Europa. I migranti, tra i quali vi sono anche molte donne e minori, continueranno a rischiare la vita, tanto nelle carceri, nei container e nei centri della polizia libica, quanto nel deserto e nel mare, che saranno spinti ancor più ad attraversare proprio a causa delle violenze da parte della polizia libica stessa.

In Libia si compiono continue violazioni dei diritti umani fondamentali: arresti indiscriminati, violenze, deportazioni di massa, torture, connivenze tra polizia e trafficanti. Ai migranti, molti dei quali in fuga da paesi in guerra o dittatoriali come Etiopia, Sudan, Eritrea, Somalia, non è garantito alcun diritto, a partire proprio da quelli di asilo e di protezione umanitaria, perché la Libia semplicemente non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra. Per questo alla Libia non può essere affidato con tanta noncuranza e superficialità il compito di “fermare i migranti”. Chiediamo pertanto che nella discussione al Senato sul Trattato si tenga presente quanto richiesto nella petizione, dove le centinaia di firmatari chiedono che Parlamento Italiano ed Europeo, insieme a Governo Italiano, CE e a UNHCR promuovano:

1. Una commissione di inchiesta internazionale e indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia anche in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano.

2. L’avvio rapido, vista l’emergenza della situazione, di una missione internazionale umanitaria in Libia per verificare la condizione delle persone detenute nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri.

Invitiamo tutti gli italiani ed in particolare senatori e deputati, a vedere lunedì 2 febbraio alle 21.00, martedì 3 febbraio alle ore 9.30, 14.30 e 21.00 il film COME UN UOMO SULLA TERRA, che in questa delicata fase autori e produzione hanno deciso di mettere in onda via web sul sito del film: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

Firmatari dell’appello: Dario Fo, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Franca Rame, Marco Baliani, Gad Lerner, Emanuele Crialese, Erri De Luca, Felice Laudadio, Fausto Paravidino, Francesco Munzi, Goffredo Fofi, Francesca Comencini, Giuseppe Cederna, Luca Bigazzi, Maddalena Bolognini, Giorgio Gosetti, Gianfranco Pannone, Giovanni Piperno, Giovanna Taviani, Alessandro Rizzo, Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene, Stefano Liberti, Marco Carsetti, Alessandro Triulzi, Gabriele Del Grande, Igiaba Sciego ed altri 2500 firmatari da Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Tunisia, Marocco, Senegal, Mali e altri paesi.

Per informazioni e per firmare la petizione:
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

Lettere che contano – raccontano – disturbano, a fine 2008



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Croce rossa e Ingrid Betancourt, l’ennesimo crimine di guerra di Álvaro Uribe

cruzroja Fin dalle prime ore dalla liberazione di Ingrid Betancourt e altri 14 ostaggi, era trapelato che l’esercito colombiano avrebbe usato i simboli della Croce rossa come parte dell’inganno verso le FARC per liberare l’ex senatrice. Oggi immagini della CNN confermano quello che è a tutti gli effetti un crimine di guerra e una violazione della convenzione di Ginevra.

Non sparate sulla Croce rossa. Ma soprattutto non giocate con un simbolo che o mantiene tutta la sua neutralità e imparzialità oppure difficilmente potrà mantenere quella credibilità che gli ha permesso di salvare vite umane in migliaia di casi in zona di guerra in quasi 150 anni di storia.

Eppure è quello che è successo nell’oramai celebre “Operazione scacco” con la quale è stata liberata Ingrid Betancourt. Se le prime notizie riportavano chiaramente dell’uso dei simboli della Croce Rossa come parte dell’inganno alle FARC (almeno nella versione ufficiale, mentre altre assicurano che sia stato pagato un riscatto) da parte dell’esercito colombiano, successivamente questo dettaglio è stato omesso dalle versioni ufficiali.

Leggi tutto in esclusiva su Latinoamerica.

Indesiderabile: gridare è proibito

INDESIDERABILE: gridare è proibito

Qualcuno ricorda la storia di Semira Adamu? Non sappiamo i nomi delle persone
che il 22 settembre 1998 salirono sull’aereo della compagnia Sabena, in
partenza dall’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Non conosciamo la loro
cittadinanza, né per quale motivo quel preciso giorno si trovassero su
quell’aereo. Quali mete li aspettassero, quali sentimenti avessero,
quali idee sulla vita, sulla morte, sui diritti, sulla giustizia,
sull’umanità… Sono fantasmi, spettatori muti e inerti di un sabba
infernale.
Su quel volo fu trascinata in manette Semira Adamu, un’indesiderabile, una
paria dei giorni nostri, una vittima sacrificale. Non era il primo
tentativo di rimandarla indietro, ma altre volte i piloti si erano
rifiutati di decollare, perché le norme di sicurezza a bordo degli
aerei vietano l’imbarco di passeggeri forzati e recalcitranti. Anche i
viaggiatori normali avevano vivacemente protestato.
Purtroppo, quel malaugurato giorno, un pilota di cui nemmeno conosciamo il nome
non si oppose, e i passeggeri forse finsero di non vedere. Il giorno
successivo, 23 settembre, Semira Adamu morì alle nove di sera nella
Clinica St. Luc. Era in coma già dalle undici del mattino. In un primo
momento, i responsabili della clinica sostennero che la morte era
dovuta a cause naturali: infarto, emorragia cerebrale. Ma la bugia durò
poco.
In clinica Semira era giunta direttamente da Zaventem. Prelevata dal
Centro Stranieri alle prime luci del giorno, e trasportata di peso a
bordo del velivolo in partenza per Lomé, aveva inutilmente tentato di
resistere. Gridava, si dibatteva con tutte le sue forze. Ma gridare è
proibito, la legge sulle espulsioni non lo permette. I poliziotti
afferrarono quel famigerato cuscino e in pochi attimi una morte soffice
e bianca calò sulla faccia di Semira, spegnendo per sempre la voce e la
vita di una ragazza di vent’anni.
25 marzo – 23 settembre: sei mesi esatti per il viaggio di Semira dalla
speranza alla morte, dall’illusione all’inferno. Che cosa sappiamo di
lei? Le sue foto ci mostrano un bel viso aperto, sorridente, carico di
giovinezza e allegria. Dicono le sue amiche che le piaceva cantare.
Orfana dei genitori, viveva in Nigeria con la nonna, che un pessimo giorno
decise di darle marito. Il prescelto era un uomo di 65 anni, già
coniugato con tre mogli. L’anziana donna, forse a suo tempo vittima
anche lei di odiose tradizioni ancestrali, vendette letteralmente
Semira. Millenarie usanze di molti paesi dell’Est e del Sud del mondo
prevedono ancora oggi che le mogli vengano comprate, esattamente come
un tappeto o un cammello, e che la famiglia ne riceva il prezzo.
Semira rifiuta. Non ne vuole sapere. Sente di avere diritto alla libertà.
Fugge nel Togo, una, due, tre volte. Ma ogni volta il vecchio
pretendente riesce a riacciuffarla e a riportarla in Nigeria. Semira
allora capisce di dover spiccare un volo molto più lungo. Se vuole
salvarsi deve andare lontano, dove lui non possa raggiungerla mai più.
L’Europa, la patria dei diritti umani. Il Belgio, un paese moderno,
dove una donna ha diritto di sposare chi vuole.
Semira è coraggiosa, e trova il modo di fuggire davvero da quella sorte da
schiava, una sorte obbligata per milioni di donne ancora oggi, nel
Duemila. Sbarca a Bruxelles, e finalmente si sente al sicuro.
Stranamente, però, appena scesa dall’aereo, viene obbligata a seguire i
gendarmi che la trasferiscono direttamente nel Centro stranieri 127bis
di Steenokkerzeel. Centro stranieri? Una prigione da cui non si può
uscire. Un lager nel cuore dell’Europa, anno 1998.
Ecco come Semira stessa, poco tempo prima di venire assassinata,
racconta la sua drammatica vicenda nel libro Les barbelés de la honte,
curato da Marco Carbocci, Nisse e Laurence Vanpaeschen, del Collectif
contre les expulsions di Bruxelles, Editions Luc Pire 1998. È un testo
che raccoglie le testimonianze di otto rifugiati in cerca d’asilo:
«La vita al centro è molto noiosa. Siamo pochi nell’ala dove sto io, e la
maggior parte non parla inglese. Ci sono persone dello Zaire, del
Kosovo, dello Sri Lanka, dell’Afghanistan. Qui è veramente orribile. Ci
si sveglia la mattina e si guarda la televisione fino a sera. Ho potuto
avere qualche libro, me li ha portati Lise Thiry. Mi sento molto sola.
La maggior parte delle persone che conoscevo le hanno trasferite in
altri centri. Non so nemmeno dove siano. Suppongo che tentino di
isolarci, di spezzare i contatti fra di noi. Dopo l’evasione, ho avuto
tutti gli impiegati del centro addosso. Mi sorvegliano tutto il tempo,
c’è sempre qualcuno dietro di me. Per una settimana, dopo il 27 luglio,
non abbiamo più avuto il diritto di telefonare. Adesso si può di nuovo,
ma hanno ridotto il tempo. Prima si poteva dalle 9 alle 22, ora
soltanto dalle 15 alle 18 e sono proprio gli orari in cui le telefonate
costano più care. In ogni caso, le regole qui cambiano continuamente:
una cosa un giorno è permessa, e il giorno dopo proibita.
«Non permettono che qualcuno venga a farci visita. Ufficialmente le visite
sono autorizzate, ma se qualcuno chiede il permesso, semplicemente
glielo negano oppure non rispondono affatto. Lise Thiry non ha mai
potuto incontrarmi. Ha dovuto consegnare i libri e gli abiti che le
avevo chiesto alle guardie. Io non ho mai potuto vederla. Ogni tanto
vengono membri delle Ong, ma non spesso. Qualche giorno fa è venuto uno
a vedermi, ma non mi ha parlato molto. In ogni caso, qualsiasi cosa si
possa dire, non ne esce mai nulla, non cambia nulla.
«Hanno tentato di espellermi quattro volte. La prima volta non mi hanno
forzato. Mi hanno condotto all’aeroporto. Là, mi hanno chiesto se
accettavo l’espulsione. Ho detto di no e mi hanno riportato al centro.
La seconda volta è andata allo stesso modo, ma mi hanno avvertito che
la volta successiva sarebbe stata più dura. La terza volta, mi hanno
preparato per andare all’aeroporto ma all’ultimo minuto non siamo più
partiti. Mi hanno detto che si erano dimenticati di prenotare il mio
posto sul volo. Suppongo invece che avessero paura delle iniziative di
sostegno che erano state organizzate per me.
«La quarta volta è stata terribile. Mi ha svegliato un’impiegata del centro
dicendomi che dovevo tornare nel mio paese e che avevo venti minuti per
preparare le mie cose. Non ho avuto neanche il tempo di lavarmi, nella
fretta. Infine mi hanno scortata alla porta e mi hanno fatto salire sul
furgone per andare all’aeroporto. All’arrivo, mi hanno legato le
braccia e le gambe. Mi hanno chiuso in una cella d’isolamento in cui
sono restata dalle 7 alle 10.30. Poi sono venuti a prendermi e mi hanno
portato davanti all’aereo dove siamo rimasti fino alle 11.15, quando mi
hanno fatto imbarcare. Una volta dentro, ho cominciato a piangere e a
gridare. Otto uomini mi hanno circondato, due addetti alla sicurezza di
Sabena e sei poliziotti. Le due guardie della Sabena mi hanno forzato:
mi colpivano dappertutto e uno di loro mi ha premuto un cuscino sulla
faccia. È quasi riuscito a soffocarmi.
«In effetti queste due guardie avrebbero dovuto scortarmi fino a Lomé. Poi,
i passeggeri sono intervenuti e hanno detto che sarebbero scesi
dall’aereo se non mi avessero liberato. Uno in particolare ha insistito
affinché non dimenticassero di restituirmi i miei bagagli. C’è stata
una bagarre nell’aereo e hanno dovuto sbarcarmi. Mentre tornavo sul
furgone, ho visto che un passeggero ci seguiva. Era quello che mi aveva
particolarmente difeso sull’aereo. L’hanno condotto nel furgone, vicino
a me. Mi ha detto che voleva aiutarmi, che dovevo soltanto risalire in
aereo e lui sarebbe andato a prendere i miei documenti e mi avrebbe
pagato il biglietto per tornare qui. Ho rifiutato e gli ho risposto che
non sarei andata da nessuna parte. Allora, l’hanno riportato all’aereo
e io sono restata nella cella d’isolamento dell’aeroporto.
«Dopo un po’ di tempo, mi hanno ricondotto al centro e mi hanno ancora messa
in isolamento, mercoledì 22 luglio dalle 12 alle 16. Ero lì quando
hanno portato le quattro ragazze che avevano tentato di evadere:
Precious, Bonsu Aqua, Cynthia e Antila. Dovevamo restare tutte nella
medesima cella, un piccolo locale con un solo letto e un wc. Quando mi
hanno fatto uscire, mi hanno messo in un’altra ala del centro, perché
la nostra era stata danneggiata durante l’evasione. Ora sono al primo
piano. Le cose hanno ripreso il loro corso normale, a parte il
rafforzamento delle misure di sicurezza, qui e all’aeroporto, dove
certe persone sarebbero capaci di ammazzare.
«Non so quando verranno ancora a tentare di cacciarmi via. Non ci dicono
quando verranno. Arrivano solo pochi minuti prima della partenza. Ma si
capisce quando c’è un’espulsione, si capisce e ci si sente male, molto
infelici. In quei momenti ci si sente veramente prigionieri. Tra noi
parliamo del centro, della detenzione, delle nostre situazioni. Quando
qualcuno torna dall’aeroporto dopo essere sfuggito a un’espulsione,
parliamo. Si cerca di trovare una soluzione ai nostri problemi, si
cerca di aiutarsi a vicenda. C’è solidarietà fra i detenuti. Quanto a
pensare a ribellarsi, per il momento è impossibile.
«Le relazioni con gli addetti al centro sono più o meno corrette. Subito
dopo l’evasione abbiamo avuto momenti di forte tensione, ma ora va
meglio. Non parlano mai di quel che succede all’esterno, delle
manifestazioni per impedire la nostra espulsione. Fanno come se non
succedesse nulla, ma noi sappiamo che questo per loro costituisce un
problema.
«Non so quando verranno ancora a cercarmi. La vita è molto difficile per me… Non lo so».
La testimonianza si conclude con alcune righe aggiunte dagli autori: Quel
martedì 22 settembre 1998, al momento di andare in stampa, Semira ha
subito un nuovo tentativo di espulsione. Di nuovo ha rifiutato di
essere deportata. Come lei temeva, e come abbiamo saputo, le autorità
non hanno avuto riguardi. Semira è morta nel reparto di terapia
intensiva dell’ospedale Saint-Luc (Bruxelles). Qualche mese fa,
fuggendo la schiavitù, Semira scelse di chiedere asilo in Belgio. Non
sapeva che questo paese applica ancora la pena di morte.
Ma torniamo un attimo indietro. Con l’aiuto del Comitato contro le
espulsioni, che subito prende a cuore la sua vicenda, appena entra nel
lager di Steenokkerzeel Semira capisce che per ottenere il sospirato
asilo dovrà seguire una trafila obbligatoria: carte bollate, avvocati,
permessi, documenti. Va bene. Lo farà. Lei è tranquilla, persuasa del
suo buon diritto. Perché mai nel cuore dell’Europa non dovrebbero
accettare la richiesta d’asilo di una donna costretta a fuggire dalla
violenza, dagli abusi, dalle minacce alla sua libertà?
L’avvocato inoltra la richiesta del permesso di soggiorno per Semira al
borgomastro di Steenokkerzeel e al ministro dell’Interno, sulla base di
motivi umanitari. Ma onestamente l’avverte subito: le possibilità di un
sì sono veramente scarse, se non addirittura inesistenti. Inoltre, la
richiesta non sospende le procedure di espulsione. Anche prima che la
pratica venga esaminata, prima che sia pronunciato un responso, le
autorità belghe potranno comunque cacciarla via.
Semira non poteva immaginare che la Convenzione di Ginevra non prevede nulla
in materia d’asilo politico per i maltrattamenti alle donne. Non poteva
immaginare che l’Unione Europea, così ricca di parole e programmi per
le pari opportunità, così feconda di dossier e documenti sui diritti
delle donne e sul Congresso di Pechino, sarebbe stata cieca, sorda e
inerte di fronte a una donna non europea alla disperata ricerca d’asilo.
A Semira non fu concessa nemmeno la tragica trafila che tocca ogni giorno
ad altre migliaia di immigrati, il drammatico peregrinare ai margini
dei margini di ogni paese europeo, come rifiuti che non trovano più
posto nemmeno nelle discariche. Tentare la sorte, sperare nella
fortuna: un “lavoro” da lavavetri, qualche giornata da muratore,
un’impresa di pulizia. O la discesa negli inferni della prostituzione,
dello smercio di droghe. Questi sono i miracoli cui oggi è legato il
diritto alla vita per milioni di persone.
Per Semira è stato diverso. Sono soltanto due i luoghi dell’Europa che ha
conosciuto lei: il Centro Stranieri di Steenokkerzeel e l’aeroporto di
Bruxelles. Come una cosa senz’anima e senza diritti, Semira venne
sballottata sei o sette volte avanti e indietro tra quei due luoghi
opposti e speculari.
L’aeroporto:
luogo di viaggi, di libertà. Ma non per Semira: per lei è solo il
miraggio della libertà e l’anticamera della morte. Il Centro Stranieri:
luogo-prigione di non-europei poveri, gli altri,
gli appestati, i nemici. Il cuore buio dell’Europa Unita, l’inferno
dove bruciano le false coscienze dei suoi capi, dei suoi politici, dei
suoi funzionari, dei suoi mille esperti.
Ogni volta che provava a cacciare via Semira la gendarmerie
trovava il Comitato schierato all’aeroporto, ai cancelli dei voli per
Lomé. Lo stesso accadeva anche per gli altri immigrati che la polizia
cercava continuamente di rimandare indietro. Il clima si surriscaldava
ogni giorno di più. A Steenokkerzeel esplosero scontri, vetri rotti,
proteste. Alcuni ospiti – o meglio detenuti – riuscirono a fuggire. In risposta,
i gendarmi picchiarono forte anche donne e bambini.
Il Centro fu totalmente isolato. Gli attivisti del Comitato non riuscirono
più a comunicare con Semira. Lei tentò invano di avvertirli per
telefono. Quel 22 settembre la polizia andò a prenderla all’alba.
Nessuno riuscì a raggiungere l’aeroporto in tempo per bloccare l’aereo.
Al funerale, il 26 settembre, nella cattedrale Saint-Michel, partecipò una
marea di persone sconvolte. Belgi e immigrati insieme spargevano fiori
sulla bara. L’armonica e l’organo s’intrecciavano agli echi delle
percussioni africane. Le prime tre file di sedie furono lasciate vuote,
per ricordare compagne
e compagni di detenzione di Semira, forzatamente assenti. Dopo quella
disperata fuga erano stati riacciuffati dalla polizia, e incarcerati
sotto pesanti accuse.
«Mai più deportazioni forzate a bordo degli aerei Sabena!»: così i cittadini
belgi presenti alla cerimonia funebre tentarono di onorare la memoria
di Semira. Molti si chiedevano in quale paese tocca loro di vivere. Ma
è un normale paese della normale Europa di Maastricht e di Schengen,
costruita sull’ideologia del rifiuto dell’Altro, l’extracomunitario, il
non-europeo povero, perché gli stranieri ricchi, famosi e potenti trovano
sempre le porte aperte.
Prima che la vicenda di Semira giungesse al suo tragico epilogo, il
Collettivo contro le espulsioni aveva già denunciato il clima razzista
che ispirava la politica belga sull’immigrazione (non diversa da quella
degli altri paesi europei): Le
persone incarcerate dentro i centri chiusi non hanno commesso alcun
delitto, se non quello di voler fuggire dalla persecuzione e dalla
miseria. Tuttavia vengono imprigionati dentro autentici campi di
concentramento per periodi che possono giungere fino a otto mesi, in
condizioni che si crederebbero appartenere al passato. La politica del
governo belga è un’autentica politica di deportazione (d’altronde,
questo è il termine ufficiale). Ogni richiedente asilo è considerato
come un potenziale truffatore; le richieste d’asilo vengono trattate in
modo arbitrario e iniquo da un’amministrazione al servizio della
politica del Ministero. L’obiettivo annunciato dal ministro Tobback di
15mila espulsioni l’anno non fa che aggravare tale fenomeno.Voler
evadere dall’orrore costituito da questi campi è del tutto legittimo,
tanto più quando allo scadere della detenzione si trova soltanto il
ritorno alla persecuzione o alla miseria.
Al funerale di Semira, il Collettivo raccolse molte lucide e amare
testimonianze di immigrati, soprattutto donne. Come quella di Nicole,
una ragazza congolese che ha studiato in Belgio ma non nutre molte
speranze nel futuro. «Io non accuso solamente la politica», dichiara.
«Tutto il mondo è responsabile della morte di Semira. A parte le
associazioni antirazziste, tutti preferiscono che i rifugiati vengano
espulsi. È a livello internazionale che occorre cambiare l’ordine
ingiusto delle cose. Ma non interessa a nessuno. Se l’Africa si
risolleva, l’Europa a chi venderà le proprie armi e i prodotti che non
le servono più?».
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Ringrazio infinitamente Floriana Lipparini che ha inviato in rete la vicenda
accaduta dieci anni fà in Belgio. E’ un estratto dal racconto
della vicenda di Semira Adamu, tratto dal suo libro ” Per altre vie-
Donne fra guerre e nazionalismi”: non solo per ricordare e sapere.

Doriana Goracci

Offese e difese sulla Terra

Per la prima volta nella storia del cerimoniale della Casa Bianca, Bush accolse personalmente, non più di due settimane fa, ai piedi della scaletta della base aerea di Andrews, Ratzinger . I due potenti della terra, in uno studio ovale , dialogarono su “fede e ragione” e sugli “obiettivi comuni”. … Leggi tutto

La lunga notte dello stupro

Nel fervore primaverile del 2008, le elezioni che hanno decretato la vittoria della destra sembrano spegnere ogni giudizio politico, come le previsioni metereologiche che danno la stagione del “risveglio sociale”, accompagnata da temperature fresche e piogge. Secondo Giancarla Codrignani, non avendo votato e avendo reso pubblica questa intenzione, non si ha più diritto ad esprimere un giudizio politico, così scriveva il 7 aprile del 2008. … Leggi tutto

Se Hugo Chávez persegue la pace in Colombia allora è un terrorista

pintada_bush_terrorista Venticinque autorevoli parlamentari statunitensi, in maggioranza del Partito repubblicano di quel paese, ma anche del Partito democratico, hanno chiesto l’inserimento del Venezuela nella lista degli stati terroristi. Ogni coincidenza con il contenzioso con la Exxon-Mobil, del quale abbiamo dato conto qui, non è casuale. Ma c’è anche altro.

Dall’11 settembre 2001 in avanti, una delle pratiche sinistre della “guerra al terrorismo” è stata quella della lista nera delle organizzazioni e paesi considerati terroristi dal governo Bush. La lista, lungi dal raggiungere successi contro alcuno dei soggetti inclusi, ma producendo guasti come la spaccatura in due e la ghettizzazione della Autorità nazionale palestinese, si è rivelata essere un del tutto arbitrario elenco dei nemici personali di George Bush, dell’ideologia neoconservatrice e delle lobby che la supportano. Lo testimonia l’inserimento nella lista nera dei terroristi dei movimenti indigeni latinoamericani che da solo squalifica l’intera pretesa di classificare il mondo tra buoni e cattivi.

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IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’

Da oggi -come già a Caracas 2004- sarò tra i partecipanti al IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’ che si svolge alla FAO a Roma e dove porterò una relazione sul tema dell’informazione in Italia e in Occidente sull’America Latina e dove tra l’altro parteciperò alla tavola rotonda sulla veridicità e pluralità informativa. E’ motivo di orgoglio ma soprattutto di rinnovato impegno per chi scrive.

In difesa dei popoli, della vita e dell’ambiente è stato programmato il IV Incontro Mondiale di Intellettuali e Artisti ‘In Difesa dell’Umanità’, dall’11 al 13 ottobre 2006, a Roma. L’evento riunirà circa 160 personalità di importanza mondiale, tra intellettuali, artisti e rappresentanti di movimenti sociali impegnati nella lotta sociale, tutti uniti al fine di definire i lineamenti a carattere universale, rispettuosi della diversità, della pluriculturalità, per creare nuovi meccanismi di azione e di lotta concreti che contribuiscano a garantire la pace e la libertà nel mondo.

La città eterna, dove  il Libertador Simón Bolívar ha giurato di lottare per la libertà dell’America, sarà la cornice e il punto di partenza di una nuova offensiva per la pace, il rispetto, la giustizia sociale, l’integrazione solidale e l’equilibrio nei rapporti globali fra tutte le nazioni del Pianeta Terra.
La prima edizione dell’incontro si è svolta … Leggi tutto

Rumsfeld, la Convenzione di Ginevra e i diritti umani

Fa rivoltare il sangue la pretesa del Ministro della Difesa nordamericano, Donald Rumsfeld di rispetto della Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra statunitensi nelle mani dell’esercito iracheno.

La pretesa di Rumsfeld è rivoltante anche e soprattutto perché sul merito ha ragione. E’ infatti assolutamente auspicabile che quei poveri sottoproletari in divisa da marines, ottengano un trattamento umano. Ma il pulpito di Rumsfeld è quello di chi, in prima persona, teorizza e difende ben peggiori violazioni quando a perpetrarle sono quegli stessi soldati che oggi lui difende.

Rumsfeld si scandalizza per il fatto che i volti dei prigionieri di guerra statunitensi vengano mostrati dalla dittatura irachena. Ed infatti pretende ed ottiene una censura “dolce” da parte … Leggi tutto