Signori di altri tempi nella società moderna
Il 5 dicembre del 2008 il giornale Il Tirreno, nella cronaca locale, titolava così l’articolo sulla morte di mio padre: "signore di altri tempi".
Alessandro Bruschi su http://www.gennarocarotenuto.it
Il 5 dicembre del 2008 il giornale Il Tirreno, nella cronaca locale, titolava così l’articolo sulla morte di mio padre: "signore di altri tempi".
Alessandro Bruschi su http://www.gennarocarotenuto.it
Scrivere di Cuba non è mai cosa facile soprattutto in occidente. Non ho la presunzione di affermare che il mio scritto sia la verità assoluta e nemmeno un’oggettività indiscutibile; è semplicemente ciò che ho visto, ascoltato, provato. Credo che per onestà intellettuale sia doveroso fare questa precisazione e non comportarsi come molti pseudo giornalisti della stampa italiana che denigrano l’isola riportando per filo e per segno la propaganda controrivoluzionaria, scrivendo spesso da Miami o Madrid e senza aver mai visitato il paese.
cileno80 su http://www.gennarocarotenuto.it
Lo so, mi sembra di provare indignazione per la stecca di un orchestrale sul Titanic che affonda. E l’acqua, della sentina per altro, l’abbiamo ormai al ginocchio. Ma tanto all’umido ci siamo abituati e la puzza neanche la sentiamo più. Ascoltiamo l’orchestra…
Però il fastidio resta. … Leggi tutto
Maurizio Guiducci su http://www.gennarocarotenuto.it
Per quanto si affanni a seminare ottimismo e a ingiungere consumismo, a promettere sfracelli sulla giustizia e a costruirsi pioli per il Quirinale, a tenersi incollati Fini e Bossi e a emettere decreti legge, Silvio Berlusconi appare ormai un uomo di governo e un capo politico fuori dal tempo e dalla storia. E per quanto possa sembrare una fantasticheria dirlo a fronte della nuda realtà dei numeri del parlamento e dei sondaggi, il suo astro appare destinato a tramontare nella svolta politica, geopolitica e culturale provocata dall’elezione di Barack Obama.
Carla Grillo su http://www.gennarocarotenuto.it
Se all’alba di un giorno, non molto futuro, vedremo intorno a noi i frutti di quello che abbiamo coltivato in questi anni, in campo economico, sociale e ambientale in modo scellerato e senza nessuna considerazione in merito alla sostenibilità del sistema stesso, la colpa è senza ombra di dubbio di tutti coloro che a questo hanno contribuito. … Leggi tutto
ernani su http://www.gennarocarotenuto.it

Noi donne delle Tuscia, per fronteggiare queste elargizioni di sicurezza alle mille donne romane che saranno munite di Scatole Rosa dalla Carfagna, intendiamo comunicare che a noi non manca Nulla. … Leggi tutto
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it
Se continueremo a ridurre l’intervento governativo sulla scuola a scelte economiche legate a problemi di bilancio, molto probabilmente non riusciremo a cogliere la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su una fumosa volontà di “cambiare” la scuola, copre abilmente l’obiettivo più ambizioso e pericoloso di trasformare profondamente il Paese. … Leggi tutto
Giuseppe Aragno su http://www.gennarocarotenuto.it
E’ l’ultimo show del consumismo magico e non importa la crisi se papà ti regala l’ultimo status symbol, magari per la promozione, o per lo struscio sul lungomare.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Nove anni dopo Seattle Una nuova strategia anzi due Per le donne e per gli uomini che non accettano la schiavitù e la guerra
di Bifo
Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l’attacco contro il summit del WTO milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devastazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficae processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale.
Martino Mai su http://www.gennarocarotenuto.it
15 giugno 2008
Nella sua città natale è stata eretta una statua realizzata con il bronzo donato da 15 mila persone
Il Che Guevara: un simbolo, un ideale, un modello. Il 14 giugno avrebbe compiuto 80 anni se non fosse stato ucciso nelle montagne della Bolivia dall’esercito boliviano che represse la guerriglia comandata dallo stesso “Che”. Una figura che a 40 anni dalla sua morte risveglia ancora gli animi intorpiditi dal consumismo, fa sorgere aspirazioni e iniziative concrete, riesce a unire formalmente in una grande manifestazione i movimenti di sinistra di tutta l’America latina. … Leggi tutto
Barbara Meo Evoli su http://www.gennarocarotenuto.it
Disoccupato. Fallito. 32 anni e già al di sotto della soglia di povertà italiana, come tanti nel nostro paese. Una massa che non ha voce, che non ha avvocati, che non ha riflettori. Solo assistenti sociali, che si prodigano, che fanno il possibile, dove possibile significa fare i conti coi bilanci comunali, non troppo rosei, non troppo generosi in politiche sociali.
In questa nostra bella famigliola comunitaria che ci ha insegnato che vali e sei ascoltato solo se finisci davanti ad una telecamera (e a giudicare dai nostri palinsesti televisivi, come non giustificare un “se c’è andato lui, vuoi che non possa finirci anch’io”).
Saretta Marotta su http://www.gennarocarotenuto.it
Stavo scrivendo due parole per postare un commento ad uno degli “Esco di rado…” di Gennaro e invece mi sono dilungato un poco di piú, quindi ho deciso di farne una piccola materia di stimolo ai “DIALOGHI”.
Compagni e compagne, scusate se insisto su di un argomento che mi sta a cuore. Forse rischio di essere noioso. Ho giá commentato qui post criticando chi si occupa troppo di (e si stressa con) proclami, ricatti, dichiarazioni (teoriche) di intenti, minacce di crisi, ultimatum, dimissioni false e dimissioni mancate, annunci propagandistici e via dicendo e sproloquiando…
Tutte attitudini tipiche di chi fa “politica”, in parlamento, in quelle istituzioni che Franca Rame nella sua magistrale lettera di dimissioni (vere) chiama di “istituzioni [...] impermeabili e refrattarie”; nei MASTRIMME e anche purtroppo, spesso, tra noi compagni un poco piú “illuminati d´immenso”…
Ho giá postato materie su attivitá positive, articolazioni di organizzazioni della societá civile, sull´associativismo culturale, tentando (ri)suscitare un dialogo ed un dibattito perduto nei tempi. Fin dai tempi del XVIII Congresso dell´allora PCI (!!!): la questione della FORMA-PARTITO e in generale delle forme di fare politica oggi. Oltretutto necessariamente con un po´ piú di divertimento, auto-ironia, ricominciando dall´ABC dei bisogni, dei desideri, che tutti hanno, anche chi fosse intriso di riflusso o di consumismo compulsivo.
Basta! Smettiamola di illuderci che una sigla, un “partito”, una coalizione, un Prodi, un Bertinotti, un Lula, uno Chávez, un Marulanda o perfino il CHE (se risuscitasse), possano cambiare – per noi – questa situazione in cui ci siamo cacciati (noi. Non é “colpa” di ipotetici altri).
Dobbiamo recuperare un protagonismo autenticamente popolare, di base. Chiaro! Su ALTRE basi. Non possiamo riproporre – riscaldata – la minestra sessantottina, né quella settantasettina. Uscire fuori, andare nei meandri della societá piú sofferta, piú difficile, piú sfruttata, soprattutto perché non ha avuto l´opportunitá di valutare perché é sfruttata. Si tratta di procurare, riconoscere e alimentare quello che – come diceva Italo Calvino ne “Le cittá invisibili” – “in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
L´indignazione sartriana é il primo passo, poi serve un poco di volontá e desiderio per mettersi in gioco. Un nuovo gioco, piú aperto, in rete, orizzontale, non “militare” e di “appartenenza”, senza sigle, senza steccati rigidi, un gioco che privilegi il fare, in prima persona – inizialmente – per incontrare i compagni e le compagne nel cammino.
É dura, ci siamo persi le mappe e le cartine (ops! qui qualcuno penserá che mi sto facendo troppe canne!). Ma la bussola in noi, nel profondo della nostra anima, quella no! E la nostra bussola deve continuare a funzionare con un quadrante ampio disegnato dalla DIGNITÁ e con una freccia puntata sempre nella direzione piú difficile (ammettiamolo): il CORAGGIO.
Siccome siamo umani, e non siamo fatti di ferro, possiamo a volte sviare, ma se continuiamo a puntare sempre il dito contro chi ci delude con la sua vigliaccheria, rivolgeremo sempre piú lo sguardo allo stantio che si gongola nel presente putrido e perdiamo di vista oppurtunitá inedite.
Voglio sentire e soprattutto vedere praticare PROPOSTE concrete, applicabili, in piccolo forse, ma vissute, errate, erranti. Gennaro ha lanciato qui la sfida: Giornalismo Partecipativo.
Accogliamola scambiando esperienze e letture propositive. Privilegiamo le FORME del nostro agire. I contenuti non sono e non devono essere “precotti”, li gusteremo (o sputeremo) cucinandoceli lungo il percorso, innamorati soprattuto del processo di lotta e non di una idea a priori che mai si realizza come l´avevamo pensata…
Osservazione postuma: Grazie infinite a Doriana per esistere, resistere e aver postato qui la lettera di dimissioni dal Senato di Franca Rame, che suggerisco a tutti/e di leggere parola per parola. Trarne indignazione, come nel caso del “sorprendente” passaggio seguente (denuncia gravissima che nessuno riporta): “In Aula, quotidianamente, in entrambi gli schieramenti (meno a sinistra per via dei numeri risicati), vedi seggi vuoti con il duplicato della tessera da Senatore inserita nell’apposita fessura, con l’intestatario non presente: così risulti sul posto, anche se non voti e non ti vengono trattenuti 258 euro e 35 centesimi per la tua assenza, dando inoltre la possibilità ai “pianisti” di votare anche per te, falsando i risultati. Questo comportamento in un Paese civile, dove le leggi vengono applicate e rispettate, si chiama truffa”.
Ma trarne anche: forza e coraggio inediti. Al lavoro quindi, qualcuno una volta diceva che abbiamo da perdere solo le nostre catene, che oggi sono molto piú complicatamente metafisiche.
Gli alibi sono in gabbia. Il tram del desiderio passa e ripassa, non perdiamolo anche stavolta.
Il futuro é marcato, ma ancora non é stato scritto.
Dimmi come lo fai e saprò dove vuoi arrivare.
Bugie sincere mi interessano.
Alessandro Vigilante su http://www.gennarocarotenuto.it
Josep Ratzinger, papa Benedetto XVI, potentissimo e al tempo stesso impotente verso il Secolo, ha lanciato una sorta di appello/anatema: “festeggi il Natale solo chi è credente”. Nella sua velleitarietà l’appello del pontefice non ha a che vedere né col consumismo né considera le radici precristiane della festività. Ha a che vedere con l’utopia di una cittadella cristiana in terra che tra l’aprirsi e il sentirsi assediata, non solo dalla modernità, in questa fase storica ha scelto di sentirsi assediata.
Benedetto XVI, che senza averne titolo invita i non credenti ad astenersi tanto dalla ritualità come dal luogo d’incontro rappresentato dal Natale, ha il bene, il dono, la virtù della semplicità di fronte ad un
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
di Alberto Castagnola*, 31 ottobre 2007 da Aprileonline
L’articolo, apparso su Il Manifesto del 16 settembre, con cui Luigi Cavallaro cerca di togliere qualsiasi significato all’ultimo lavoro di Serge Latouche (“La scommessa della decrescita”, Feltrinelli), non meriterebbe un commento approfondito se non fosse stato pubblicato da un giornale che ancora cerca di analizzare la fase attuale del sistema capitalistico nella speranza di modificare la drammatica situazione in cui versano oltre cinque miliardi di persone.Cerco di individuare i principali punti critici. Latouche per prima cosa viene arruolato tra i “crollisti”, cioè tra coloro che prevedono in una prospettiva ravvicinata un crollo del sistema capitalistico, in questo caso perché sarebbe entrato in conflitto con la natura, cioè con le dinamiche della biosfera nel suo complesso. In realtà l’economista francese non parla di crollo del sistema perché la preoccupazione che anima i teorici della decrescita non è quella di prevedere l’implosione del sistema oggi dominante ma di cercare dei modi di frenarlo prima che i danni arrecati al pianeta siano irreparabili e lo rendano non più adatto alla evoluzione della specie umana. Sono cioè preoccupati del fatto che duri troppo, che possa continuare ad utilizzare senza limiti le risorse naturali e che possa ulteriormente moltiplicare i meccanismi di danno ambientale senza incontrare ostacoli nelle normative anche internazionali o nelle strategie dei governi.
Come è ormai a tutti noto, a causa della diffusione dei risultati degli ultimi rapporti internazionali, le economie industriali stanno consumando le risorse del pianeta come se avessero a disposizione cinque pianeti e non uno solo; inoltre i livelli di inquinamento sempre più elevati già da alcuni anni causano danni alla salute delle persone, alle potenzialità produttive delle terre e modificano in senso negativo il clima. Tutte queste conseguenze si verificano in tempi estremamente brevi e non nelle ere espresse in milioni di anni della vita del pianeta. Inoltre una analisi realistica delle misure che si cerca di adottare nelle poche sedi più responsabili evidenzia una loro chiara inadeguatezza in termini temporali: si pianificano interventi che avranno (forse) degli effetti tra decenni per non disturbare le imprese, mentre gran parte dei fenomeni evolvono con una rapidità ormai percepibile da qualunque cittadino.
Queste preoccupazioni diventano ancora più acute se si tiene conto dell’entrata della Cina (e dell’India) nel gruppo degli Stati industrializzati e delle previsioni demografiche, che fissano a 9,2 miliardi la popolazione mondiale prima del 2050. Ciò significa che l’inquinamento di origine cinese, già oggi elevatissimo, causerà danni anche nelle altre regioni, mentre le carenze di acqua e di terre coltivabili diventeranno insopportabili per una massa di persone quasi doppia rispetto a quella già attualmente colpita dalla povertà.
Ora, tutti questi aspetti sono tranquillamente tralasciati nel testo di Cavallaro, come se i marxisti più ortodossi non fossero in grado di adattare le analisi di Marx ai cambiamenti avvenuti nel sistema capitalistico in oltre 150 anni di continue mutazioni. Eppure, le opere del maestro testimoniano di uno spirito sempre e instancabilmente alla ricerca di approfondimenti e revisioni che rendessero più significative le sue analisi, che pure avevano come riferimento un sistema economico molto meno complesso di quello in cui ci troviamo a cercare di sopravvivere.
Un secondo punto critico riguarda l’accusa, rivolta sempre agli ambientalisti che criticano lo “sviluppismo”, di mitizzare le società primitive e di additarle come esempi da imitare anche nei paesi più industrializzati. In realtà, tutti i riferimenti al passato non sono assolutamente diretti a proporre riesumazioni praticamente impossibili e soprattutto non vi è alcuna intenzione di perdere i vantaggi derivanti dalle acquisizioni scientifiche e tecnologiche realizzate specie nell’ultimo secolo.
L’ipotesi che viene approfondita dai teorici della decrescita tende invece a far riemergere i valori connessi con delle relazioni corrette e solidali tra gli esseri umani, ormai quasi completamente cancellate dai consumi eccessivi, dalla fuga dalle campagne e dall’espansione delle megalopoli.
Ormai è noto che dal maggio 2007 la popolazione inurbata ha superato la metà della popolazione del pianeta (calcoli ONU) e il fenomeno non accenna a rallentare, mentre i danni arrecati dal modello di industrializzazione spinta e imposta ai rapporti tra i popoli e tra le persone sono sempre più evidenti. I modelli alternativi ai quali aspira la ricerca per una “decrescita felice” danno tutti una importanza rilevante ad un sistema di valori umani (diversi a seconda delle culture) che sostituisca l’ansia spasmodica della ricerca del profitto.
Per quanto riguarda le conoscenze scientifiche e le innovazioni tecnologiche, i modelli perseguiti prevedono degli usi non militari e un quadro di priorità molto diverso da quello dominante, in cui la salvaguardia delle risorse naturali e della salute umana, nonché la soddisfazione dei bisogni essenziali in tutto il mondo vengano perseguiti utilizzando le conoscenze disponibili. Si avrà quindi a disposizione forse un numero di oggetti minore ma saranno prodotti anche ad alta tecnologia, ma ottenuti risparmiando sugli apporti di materie prime e di energia, fino a raggiungere una compatibilità ambientale molto elevata. La difficoltà, per chi ha ormai definito come progresso e sviluppo solo l’aumento del numero di merci in circolazione, risiede nel non capire che l’alternativa presuppone una riprogettazione di gran parte degli oggetti che ci circondano e quindi la continuazione di produzioni a scala industriale ma concentrate su oggetti massimamente utili. Immaginare una riconversione su tale scala è ovviamente non facile ma chi rimane ancorato a vecchi schemi non si rende nemmeno conto che le prime multinazionali (dall’ENI alla Renault) hanno già cambiato le loro pubblicità cercando di far credere ai consumatori di cominciare a rispettare l’ambiente. Forse l’aumento delle catastrofi ambientali renderà necessario, in tempi brevi, costringere l’apparato industriale a far corrispondere una nuova sostanza alle immagini cosmetiche che cominciano ad apparire.
Il terzo punto critico riguarda la perentoria affermazione di Cavallaro che “la crescita del valore di scambio espressa in moneta può aumentare in maniera indefinita”. Qui la preoccupazione per i teorici che si rifanno rigidamente al pensiero di Marx aumenta in misura esponenziale. Nessuno nega che i prezzi di vendita di un paio di scarpe possano aumentare senza limitazioni nei mercati capitalistici, per circa un miliardo di persone si tratta di una esperienza continua e in paesi completamente esposti al funzionamento del mercato cosiddetto “libero” si è ormai perso ogni rapporto tra il valore attribuito alle merci e il potere di acquisto di gran parte degli stipendi (quante mensilità di salario ci vogliono oggi per acquistare una auto o una casa?).
Il problema è dal lato della valorizzazione, cioè quante sono le persone che possono realmente accedere a un prodotto spesso di utilità irrinunciabile anche se imposta dal sistema dei trasporti tutto privato o dai mercati immobiliari. A partire dagli anni ’90 è aumentato rapidamente il numero delle persone che non sono più in grado di produrre nulla che si possa vendere sui mercati “ricchi” e non possono più acquistare alcun oggetto che appare in tali mercati. Sono oltre 3 miliardi le persone con un “reddito” talmente basso da essere di fatto “fuori mercato”. Questa è stata la mutazione più recente del sistema capitalistico, che Marx non poteva prevedere ai suoi tempi, (ma che oggi credo indagherebbe senza esitazioni), che meriterebbe di essere compresa a fondo. Il capitale da circa venti anni ha di fatto rinunciato a metà della sua potenziale clientela e ha spostato nella sfera finanziaria i suoi più importanti meccanismi di profitto e di accumulazione, puntando ad una specie di “valorizzazione immateriale”, di cui ancora oggi non riusciamo a comprendere tutte le conseguenze. Però forse la moltiplicazione dei conflitti e la diffusione delle guerre preventive (e anche il riemergere della minaccia nucleare) potrebbero essere interpretati come un tentativo sempre più urgente di tenere sotto controllo ampie masse di popolazione che sfuggono alla dominazione del consumismo e dei mercati capitalistici.
Infine, un ultima notazione. Nella parte finale del suo articolo, Cavallaro cerca di ridicolizzare ulteriormente Latouche, supponendo che immagini “un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo conviviale e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle “otto R”. In realtà è proprio quello che sta avvenendo, da molti anni si stanno diffondendo le idee e le iniziative sul “consumo critico” e su una economia alternativa e solidale, sulla base delle analisi degli ambientalisti più seri e anticipando di molto le reazioni a livello politico e governativo. Il futuro sarà una combinazione delle soluzioni finora delineate (nessuno ha la verità in tasca), ma almeno non si aspetta passivamente il verificarsi delle catastrofi prossime venture.
Da ultimo, una richiesta al giornale. Perché non dare spazio ad un dibattito sui problemi concreti, stimolando anche i politici ad occuparsi in termini più realistici e responsabili della situazione planetaria attuale?
*Economista, Rete Lilliputh
reynamiranda su http://www.gennarocarotenuto.it