Wednesday 08 February 2012, 04:04

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“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

zapata

Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Su la testa!

bob_dylan In questo ferragosto, che io vivo invece in un gradevolissimo inverno tropicale nel sertão brasiliano, non posso fare a meno di pensare a due episodi che leggo sui giornali.

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Telesur

Banner_finalFinisca come finisca la vicenda del golpe in Honduras non c’è alcun dubbio che chi esce trionfante è Telesur.

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José Miguel Insulza torna a mani vuote dal viaggio e in Honduras si mette male

Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!

15334_1 Il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani José Miguel Insulza è tornato a mani vuote dal suo viaggio a Tegucigalpa e la repressione contro la resistenza popolare diventa ogni giorno più dura. Il golpe è abortito all’estero ma ha sostanzialmente vinto in patria, controllando tutti gli apparati dello stato e tutti i media.

La giunta dittatoriale non cede dunque e il governo golpista annuncia addirittura l’uscita dall’OSA. Lo ha ammesso l’alto diplomatico cileno stesso in una conferenza stampa prima di ripartire dall’aeroporto civile di Tegucigalpa, dove si è recato a bordo di una aereo militare brasiliano che ha manifestato così il massimo dell’appoggio di Lula alla gestione. A questo punto è questione di ore per vedere se saranno prima i golpisti a uscire o prima l’OSA a sospendere l’affiliazione del paese. Un dettaglio.

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La prensa aceitada

La influencia de Estados Unidos en algunos medios de comunicación latinoamericanos y, particularmente, entre algunos periodistas de la región no es un asunto meramente ideológico: a veces es un asunto de dinero. … Leggi tutto

Resta teso il clima politico in Bolivia

La situazione politica in Bolivia rimane tesa e senza apparenti prospettive di soluzione bipartisan. Lo sciopero della fame, intrapreso dal Presidente Evo Morales per reclamare al Congresso il rispetto dei tempi nell’approvazione della Legge Elettorale Transitoria, vede, nonostante tutto, una reazione violenta e aggressiva da parte dell’opposizione.

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Internet a Cuba e ‘Reporters sans Frontières’

La continua aggressione mediatica contro Cuba, purtroppo, fa presa anche sulle persone più accorte e sensibili, compresi i miei amici, che mi hanno segnalato l’inclusione di Cuba nella solita lista nera dei Paesi considerati nemici di Internet (vedi articolo “Sono dodici gli Stati canaglia dell’Internet", di cui al link), basato sulle asserzioni di ‘Reporters sans Frontières’, fonte della pseudo notizia.

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A proposito di Giornalismo Corretto come un caffè

Con Buona Pace di chi legge politicamente corretto, una volta ancora vi propongo un’altra versione alla  bevuta di News…

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Nessuna notizia è cattiva notizia: da Gila Swirsky

http://www.arabia.pl/gallery/albums/album96/aon.thumb.jpg Da Gila Swirsky, 16 gennaio 2009
Nessuna notizia è cattiva notizia
Stavo ascoltando l’intervista radio a due adolescenti del sud di Israele, vissuti/e entrambi/e in condizioni intollerabili per molte settimane, intrappolati/e nel fuoco incrociato degli adulti. “Oh la mia famiglia non guarda mai le stazioni televisive straniere,” ha detto uno/a. “Non sono così accurate come le notizie israeliane.” “Mio padre lo proibisce,” ha detto l’altro/a. “Potrebbe essere demoralizzante.”Sì, effettivamente potrebbe essere demoralizzante. Se non vedi i “canali
stranieri” – CNN, BBC o Sky News, lasciamo perdere al-Jazeera – non senti l’(altra) metà di quello che sta succedendo. Non sentirai mai, per esempio, che
* l’ospedale al-Quds a Gaza ieri è stato direttamente coplito; o che * l’UNRWA ha notificato all’IDF che un proiettile ha colpito il loro magazzino (cibo, medicine e carburante), ma l’IDF ha sparato altri sei proiettili dopo quello; o che * sono stati trovati bambini rannicchiati nelle loro case accanto ai cadaveri dei propri genitori, probabilmente da giorni, perché le ambulanze non potevano raggiungerli, malgrado le rigide leggi internazionali sulla libertà di movimento del personale medico.
Ma gli israeliani ascoltano solo le notizie israeliane. Così cosa mi ha detto ieri il mio vicino? “Israele ha l’esercito più morale del mondo. Quale altro esercito getterebbe volantini per avvertire i civili di andarsene in modo da non essere feriti dai bombardamenti?”
Bene, la risposta è: molti paesi. E’ un normale strumento di propaganda. Ecco qui un estratto da un volantino gettato dagli Stati Uniti in Giappone durante
la seconda guerra mondiale: “Le armi usate dalle autorità militari giapponesi per allargare questa guerra senza speranza saranno completamente distrutte dalle Forze Aeree USA. Tuttavia, le bombe non possono vedere, quindi non sappiamo dove possono cadere. Come sapete, noi americani siamo un popolo umanitario e non vogliamo ferire degli innocenti. Perciò, per favore evacuate queste città.”[http://www.ww2propaganda.eu/translat.htm]
E questo è un estratto di un volantino gettato da Israele su Gaza qualche giorno fa: “Come risultato delle azioni intraprese contro Israele da terroristi nella
vostra zona, lIDF è costretto a rispondere immediatamente e a reagire con azioni in questa area. Per la vostra stessa sicurezza, vi chiediamo di lasciare l’area immediatamente.”[http://www.ynet.co.il/english/articles/0,7340,L-3649729,00.html]

Non c’è bisogno di dire che non c’è luogo dove andare. Gaza è un’area piccola – il10% dell’area di Rhode Island – densamente abitata, e tutti iconfini sono chiusi ermeticamente. Ma Israele continua a ripetere il mantra che mi rivolta lo stomaco: l’IDF è l’esercito più morale al mondo.
In queste terrificanti settimane, i rapporti documentati con maggior cura in Israele su quanto sta e non sta effettivamente succedendo sono stati quelli delle organizzazioni per i diritti umani. Potete vedere un blog congiunto di queste organizzazioni su http://gazaeng.blogspot.com/. Sapete che ci sono state serie violazioni dei diritti umani quando undici organizzazioni insieme si mettono a fare qualcosa. Anche B’Tselem ha preso l’iniziativa senza precedenti di chiedere il cessate il fuoco [http://www.btselem.org/english/]. Tutte hanno fatto un importante lavoro nel portare il messaggio fuori di Israele.
Ultimo ma non meno importante, le organizzazioni per la pace continuano ad alzare le loro voci coraggiose e solitarie verso la continua umiliazione dei
passanti e degli automobilisti patriottici. Ecco cosa ho scritto sul mio cartello ieri: “Siamo diventati il nostro peggiore incubo.” Molti passanti non l’hanno ricevuto.

Gila Svirsky
Jerusalem
Co-chair, B’Tselem

Traduzione di Anna Valente

http://www.gilasvirsky.com
http://www.btselem.org/English/

by Doriana Goracci

She who laughs last, laughs best…

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foto Gina Benevento

Intervista a Simone Bruno: “gli indigeni fanno paura…”

Foto di Simone Bruno
Simone Bruno è un fotoreporter italiano e da cinque anni vive a Bogotá. E’ corrispondente dalla Colombia per Peace Reporter, quotidiano online legato all’agenzia giornalistica MISNA  (Missionary Service News Agency) e all’ organizzazione umanitaria Emergency.
In queste settimane ha seguito la marcia della Minga, la grande mobilitazione indigena e contadina che è giunta fino a Bogotá chiedendo rispetto per i popoli originari e diritto alla terra e alla vita e prospettando un progetto di partecipazione politica allo sviluppo del paese.
Simone Bruno ha testimoniato nei suoi articoli di quei giorni, soprattutto i violenti scontri avvenuti nella localià La María – Piendamó (Cauca) dove si sono registrati due morti e più di 70 feriti e dove è stato dimostrato che lo Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) ha utilizzato armi non convenzionali contro gli indigeni. Le fotografie di Simone sono state pubblicate in tutti i più importanti quotidiani italiani e nei maggiori spazi informativi di Internet.
Per questo egli  ha ricevuto alcuni giorni fa nella sua pagina Facebook minacce di morte con il seguente messaggio: “comunistello di merda ti stai impicciando con forze che ti schiacceranno molto coraggioso lanciando pietre ed aggredendo agenti dello stato a la maria se vuoi fare il martire sará un piacere realizzare il tuo desiderio prega stronzo“) da un utente sconosciuto di nome Sol Dussant. In questa intervista ci spiega ciò che rappresenta il movimento indigeno in Colombia e le sue potenzialità rispetto a un cambiamento del paese.
 
A.M. – Simone, tu vivi ormai da cinque anni in Colombia. Hai avuto prima di questo momento minacce a causa del tuo lavoro?
S.B. – No, mai, questa è la prima volta in assoluto.
 
A.M. – Hai denunciato le minacce alle autorità? Che appoggio hai ricevuto?
S.B. – Ho sporto denuncia tramite il Consolato italiano dove ho trovato persone molto gentili e che mi hanno aiutato molto. Ho ricevuto appoggio anche da parte dell’ambasciatore in Italia, Sabas Pretelt de la Vega che in un comunicato stampa  ha respinto le minacce che ho ricevuto.
 
A.M. – Nel testo della minaccia si fa riferimento alla località della María. Tu sei stato lì raccontando lo svolgimento della Minga. Ci sono stati morti e feriti. Come era la situazione?
S.B. – Molto pesante . la repressione dell’ESMAD (polizia antisommossa) è stata brutale con armi,  machete e granate artigianali piene di polvere da sparo, vetri, schegge  e  chiodi. Ho visto molti feriti ed ho constatato il tipo di arma che ha provocato quelle ferite. C’erano feriti da arma da fuoco ed altri con schegge nel corpo. C’è stato anche un morto, Ramos Valencia che veniva da Tacueyó, morto per un proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte.
 
A.M. – Un video della CNN ha dimostrato inequivocabilmente  che membri della ESMAD hanno sparato contro i contadini della MINGA e lo stesso  Álvaro Uribe lo ha dovuto ammettere pubblicamente. I partecipanti alla Minga si sono difesi soltanto con i tradizionali “bastoni di comando” e con le pietre. Tu hai denunciato quanto avvenuto nei tuoi articoli. Credi che le minacce possano essere venute da persone vicine alla ESMAD?   

S.B. – Questo è difficile da dire. Sicuramente  le minacce sono venute per la mia presenza alla María, il messaggio lo dice molto chiaramente.  Chi si è infastidito per  il lavoro dei giornalisti è chi non voleva che si sapesse la verità dei fatti e delle violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia. E’ anche chi non sa rispettare un movimento come quello  indigeno Colombiano che propone una maniera diversa di pensare e di vivere e una resistenza pacifica.
 
A.M. – La Minga è arrivata a Bogotá e nei prossimi giorni ci saranno iniziative in alcune città europee in solidarietà ad essa. Cosa pensi di questa mobilitazione indigena e contadina? Può rappresentare realmente come sembra, un momento di rottura tra la società colombiana e il governo?

S.B. – Credo che sia la concomitanza di due processi. Da un lato mi sembra che la società inizi a svegliarsi da un lungo sonno. Lo testimoniano le mobilitazioni praticamente di tutti i settori sociali: tagliatori di canna, studenti, professori, trasportatori, giudici, tra gli altri.
Dall’altro lato la Minga  rappresenta l’espressione di un lungo processo interno al movimento Indigeno Colombiano, di cui gli indigeni Nasa del Cauca sono senza dubbio il settore più forte e organizzato. La coincidenza di questi due aspetti ha fatto sì che la Minga diventasse il catalizzatore e acceleratore di tutte queste proteste che in qualche  modo confluiscono tra loro. Questo non è causale. I Nasa vanno tessendo, come essi stessi affermano, relazioni con altri settori e movimenti sociali da diversi anni. Nella storia Nasa si osservano quattro fasi di resistenza, l’ultima si chiama di alternativa e inizia più o meno con la Costituzione del 1991, cioè con l’arrivo dell’onda neoliberale in Colombia. I Nasa si sono resi conto che il nemico non è più rappresentato dal  latifondista, ma dal potere multinazionale che non si vede.  Per combatterlo capiscono che si devono aprire agli altri settori sociali e continuare a lottare uniti. E’,  se vogliamo, la fine della fase puramente  indigenista del progetto Nasa.
 
A.M. – Che prospettiva  a lungo termine immagini possa avere la Minga in Colombia?
S.B. – E’ un processo lungo. In questo mese la Minga ha avuto  molta visibilità. Nei prossimi mesi forse non sarà più così,  ma il processo continuerà sicuramente a livello interno e si andrà rafforzando. Nella prossima manifestazione pubblica sarà ancora più forte e avrà ancora più sostegno da parte  degli altri attori sociali. Questo è stato così anche in passato se pensiamo a quella che fu chiamata Minga per la vita del 2004 e a tutte le mobilitazioni precedenti. Con queste espressioni gli indigeni prendono tempo e si relazionano con nuovi  attori. Si ritirano, elaborano e riappaiono nuovamente.  
A.M. – Come si sviluppano  attualmente in Colombia la protesta sociale e il conflitto sociale armato nell’ambito di questa criminalizzazione violenta della protesta e nell’ ambito dell’attuale situazione di repressione e persecuzione dell’opposizione?
S.B. – La criminalizzazione della protesta è un esercizio molto praticato in Colombia dove le FARC si trasformano nella scusa per annientare i movimenti sociali.
I movimenti democratici sono schiacciati tra l’attore statale e paramilitare da un lato e dalla guerriglia dall’altro. Tutti i movimenti più rispettabili in Colombia assumono una posizione di neutralità o si dichiarano comunità di pace, sono sopraffatti da ambedue le parti e da ambedue  gli attori. La colpa che  hanno non è tanto quella di non partecipare, ma di mettere  in discussione lo stesso conflitto che è quello che permette di sopravvivere sia alle FARC che al governo. Rimane veramente poco spazio per sviluppare la protesta sociale, tanto fisicamente quanto nell’immaginario dei Colombiani che preferiscono spesso  non sapere niente di quello che accade, non discutere e non essere coinvolti.
A.M. – Non credi che le minacce a un giornalista siano la dimostrazione che sta facendo bene il suo lavoro?
S.B. – O che gli indigeni fanno paura…
A.M. – Come giornalista minacciato come immagini che si possa continuare a lavorare per la libertà di espressione e per la denuncia delle violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato in Colombia?
S.B. – Io ho la fortuna di essere Italiano e di vivere a Bogotá. L’appoggio della stampa italiana è stato molto importante, penso per esempio a Maso Notarianni di Peacereporter e a Alessandra Coppola del Corriere della Sera che per primi si sono preoccupati della mia situazione. La visibilità e l’appoggio pemettono di sentirsi più sicuri. Ma ci sono centinaia di giornalisti Colombiani che lavorano e vivono in zone rurali del paese. Per loro,  denunciare quello che succede vuol dire mettere a rischio seriamente le loro vite e quelle dei loro familiari. Questo ha una evidente ripercussione sulla qualità dell’informazione nel paese. Così come la concentrazione dei mezzi di informazione nelle mani di poteri economici molto  forti, la cui finalità è massimizzare il profitto e non l’informazione. Questi mezzi di informazione saranno sempre al servizio del governante di turno. Non è casuale che  gli attivisti abbiano  deciso di consegnare  il video alla CNN e non ai media colombiani, questo perchè se lo avessero consegnato ai media colombiani, probabilmente  adesso poche persone lo avrebbero visto.  Parlo  dei grandi canali televisivi, perchè un errore che si commette   è quello di generalizzare sulla stampa Colombiana. Qui esistono buoni mezzi di informazione ed eccellenti giornalisti . Penso a Semana, a El spectador, al programma Contravia di Hollmann Morris, al notiziario di Canal Uno di Daniel Coronell e ad alcuni giornalisti  di El Tiempo e di Cambio.
E’ grazie a loro se siamo venuti  a conoscenza dei grandi scandali come quello della parapolitica. Ed è per questo che la lista dei giornalisti  minacciati è molto lunga.
 
 

Elezioni amministrative in Venezuela, un paese e il suo futuro

chavezDomani si vota per le amministrative in Venezuela*. Dai massimi storici del 2004 il Partito Socialista Unitario (PSUV) del presidente Hugo Chávez, che secondo alcuni sbrigativi commentatori sarebbe un dittatore, prova a tenere le posizioni.

Conta su dati positivi ineludibili di dieci anni di governo bolivariano, in pace e in democrazia, che analizzeremo qui sotto, come è sempre stato in Venezuela anche quando lo scorso anno per la prima volta Chávez fu sconfitto e gli ipercritici che vaticinavano un golpe fecero finta di sorprendersi dell’ennesima prova di democrazia. Ovviamente anche questa volta per ogni governatorato e ogni sindaco perso, migliorare è impossibile, gli canteranno il “de profundis”.

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Lo strano caso del repentino recupero di John McCain su Barack Obama. Come in Italia nel 2006, in Messico nel 2000 e in Venezuela nel 2007 stanno di nuovo taroccando i sondaggi?

zogbyFino a due giorni fa tutti davano per chiuse le elezioni statunitensi con la vittoria di Barack Obama. Il candidato del partito democratico, secondo i sondaggi, aveva oramai un vantaggio pressocché incolmabile.
Perfino estremisti filostatunitensi nostrani, come Massimo Teodori, oramai si attaccavano al razzismo come ultima speranza: “vedrete che i sondaggi sono sbagliati, [meno male che] la gente è razzista. Si vergogna di ammetterlo ma alla fine non voterà Obama”.

Da ieri però, improvvisamente, l’umore e lo scenario sono cambiati e, nonostante l’importante appoggio dell’ex-segretario di Stato Colin Powell a Obama, tutti si stanno concentrando su di un prodigioso recupero di John McCain.

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Croce rossa e Ingrid Betancourt, l’ennesimo crimine di guerra di Álvaro Uribe

cruzroja Fin dalle prime ore dalla liberazione di Ingrid Betancourt e altri 14 ostaggi, era trapelato che l’esercito colombiano avrebbe usato i simboli della Croce rossa come parte dell’inganno verso le FARC per liberare l’ex senatrice. Oggi immagini della CNN confermano quello che è a tutti gli effetti un crimine di guerra e una violazione della convenzione di Ginevra.

Non sparate sulla Croce rossa. Ma soprattutto non giocate con un simbolo che o mantiene tutta la sua neutralità e imparzialità oppure difficilmente potrà mantenere quella credibilità che gli ha permesso di salvare vite umane in migliaia di casi in zona di guerra in quasi 150 anni di storia.

Eppure è quello che è successo nell’oramai celebre “Operazione scacco” con la quale è stata liberata Ingrid Betancourt. Se le prime notizie riportavano chiaramente dell’uso dei simboli della Croce Rossa come parte dell’inganno alle FARC (almeno nella versione ufficiale, mentre altre assicurano che sia stato pagato un riscatto) da parte dell’esercito colombiano, successivamente questo dettaglio è stato omesso dalle versioni ufficiali.

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Rubbish, basura, rumenta, monnezza, ma parlarne è banalizzante

cnn2 Avevamo frainteso: quando Silvio Berlusconi in campagna elettorale aveva solennemente promesso di fare il primo consiglio dei ministri a Napoli, non era mica per il problema dei rifiuti: “sarebbe banalizzante” ci dicono per farci sapere che non è all’ordine del giorno. Spiegatelo ai giornali di tutto il mondo che parlarne è banalizzante.

Basura

Ovviamente il secondo Consiglio dei Ministri, quello promesso a Malpensa, non sarà per parlare di Alitalia. “Sarebbe scontato”, per un governo che dal 1994 in avanti non può che stupirci con effetti speciali (per le cose normali non sono attrezzati).

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Tibet, diversi morti a Lhasa Rivolta anti cinese dei monaci

Lhasa protesta Tibet incendio 14 marzo 2008 220x dal web

Lhasa, la capitale del Tibet, è in fiamme dopo che le proteste anticinesi di centinaia di monaci buddisti sono sfociate in violenze. Il Paese è da giorni teatro di disordini in coincidenza con il 49esimo anniversario della rivolta contro il dominio cinese. Secondo quanto hanno riportato testimoni alla Cnn, nelle strade di Lhasa sono stati esplosi colpi d´arma da fuoco e sparati lacrimogeni. Nel capoluogo, un migliaio di persone avevano tirato sassi contro le forze dell’ordine ed i loro mezzi, e hanno dato alle fiamme negozi di proprietà di cinesi. La città è stata chiusa agli stranieri. Il centro emergenza della città di Lhasa ha riferito che diverse persone sono morte negli scontri. Anche “Radio Free Asia” ha parlato di almeno due morti a Lhasa, citando testimoni.

L’Unità

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