domenica 01 agosto 2010, 05:17

Gli articoli con tag: " chiesa cattolica "

Anna Paola Concia: Il mio comunicato contro il Cardinale Bertone

Dopo il vescovo di Grosseto e vari prelati messicani che se la prendono con gli ebrei che avrebbero fomentato lo sdegno mondiale per i casi di pedofilia, ecco Bertone che se la prende con gli omosessuali. Mancano gli zingari e i comunisti e i vescovoni hanno rifatto Auschwitz.

PEDOFILIA: CONCIA (PD), INDIGNAZIONE PER PAROLE BERTONE
OMOSESSUALITA’ RADICE PEDOFILIA? TESI GROSSOLANA E SBAGLIATA (ANSA) – ROMA, 13 APR – ‘Le parole del Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, che pretendono di individuare nell’omosessualita’ la radice della PEDOFILIA, suscitano una irreparabile indignazione. E’ davvero sconfortante che ancora oggi eminenti rappresentanti della Chiesa cattolica si lascino andare ad analisi cosi’ grossolane, proponendo tesi sbagliate, dannose, smentite dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ e non condivise dalla maggioranza dei cattolici’. Lo ha dichiarato Anna Paola Concia, deputata del Partito Democratico, commentando le parole di ieri del segretario di Stato vaticano, secondo cui molti studiosi hanno dimostrato un legame ‘tra omosessualita’ e PEDOFILIA’.

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A otto anni dal golpe militare in Venezuela

L’11 aprile 2002, la confindustria locale, i vertici della chiesa cattolica, le televisioni, l’esercito venezuelano con l’appoggio materiale e l’indirizzo politico del governo degli Stati Uniti di George Bush, della Spagna di José María Aznar e del Fondo Monetario Internazionale realizzavano un sanguinoso colpo di stato a Caracas ponendo a capo della dittatura il capo della Confindustria Pedro Carmona Estanga e mettendo, secondo loro, fine all’esperienza bolivariana. Il golpe doveva restaurare il dominio del fondomonetarismo in America latina e mantenere col sangue il cosiddetto “Consenso di Washington” neoliberale.

Non avevano fatto i conti con il popolo venezuelano. Questo si mobilitò a milioni, passandosi la parola di bocca in bocca e di casa in casa, scese in piazza, affrontò le pallottole dei sicari e degli squadroni della morte, pagando spesso con il sangue il proprio diritto a vivere in pace finché il 13 aprile riportò a Miraflores il presidente legittimo Hugo Chávez Frías.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Intervista a Nelly Arrobo Rodas. Presidentessa della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano

Intervista a Nelly Arrobo Rodas. Presidetessa della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano

Perché Monsignor Proaño riposa qui a Pucahuaico?

Dunque dobbiamo fare qualche passo indietro. In data 29 genaio 1985 Leonidas Proano abbandonò l’incarico di Vescovo di Riobamba. Restò in questa città fino all’aprile dello stesso anno pensando di restarci a lungo, me nel frattempo si rese conto che non era possibile. Un avvenimento, poi lo scosse. Alla scadenza del suo mandato come vescovo di Riobamba, non fu nominato nessun vescovo titolare se non un ausiliare che ebbe il compito “d’amministrare l’ordinario”. Con questa scelta, praticamente, si voleva mettere in discussione il suo lavoro. Per lui tutto questo fu un vero e atroce castigo. Quindi pensò che Riobamba non fosse il luogo adatto per continuare le sua attività. Cercava costantemente un posto dove poter andare e alla fine non avendolo incontrato decise di ritornare nel suo paese natale: San’Antonio de Ibarra. Nello stesso mese, cioè nell’aprile del 1985, fu istituito il Primo Dipartimento Pastorale Indigeno. Al Monsignor Proaño giunse, finalmente, una buona notizia. Fino ad allora non esisteva un Dipartimento per gli indigeni e Monsignor si domandava come mai esistesse per l’Opus Dei e per i militari e non per gli indigeni.

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L’ appello del Papa agli artisti.

Due o tre giorni fa ho sentito un altro appello del Papa verso gli artisti. In pratica li chiamava a lavorare per la Chiesa Cattolica.
C’è stato un precedente con Papa Woitila quando ho cominciato la mia attività decennale di artista. Disse in televisione che la Chiesa Cattolica aveva bisogno di artisti.
Mi andai subito a proporre come uno che ha idee proprie ma realizza anche le esigenze del committente fedelmente. Purtroppo localmente cascarono tutti dalle nuvole. Non sapevano dell’appello.

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Il Monsignor Leonidas Proano: Il vescovo degli indigeni

monsenorleonidas Con la presa di posizione dei vescovi latinoamericani nel 1968 a Medellin, durante il Consiglio Episcopale Latinoamericano, si dava inizio ad una nuova forma d’evangelizzazione. I vescovi condannavano la situazione d’ingiustizia istituzionalizzata che si realizzava in Sudamerica che violava i diritti fondamentali dell’uomo. Si delegittimava, dopo quasi cinque secoli di storia, l’evangelizzazione conquistatrice perpetuata dalla Chiesa Cattolica durante la conquista dell’America.

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Manuel Zelaya in diretta dal Costarica, ecco cosa dice

Dalle 17.36 italiane il Presidente Zelaya è in diretta telefonica su Telesur dal Costarica.

TRASCRIVIAMO LE PARTI PRINCIPALI:

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Le carte di Silvio Berlusconi per uscire dalla casa del “Grande fratello”

economist Giuliano Ferrara, sulle pagine de “Il Foglio”, ha invitato in settimana Silvio Berlusconi a riprendere in mano il proprio destino: “Berlusconi deve liberarsi della molta stupidità e inesperienza politico-istituzionale che lo circonda, e deve decidersi: o accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze oppure si mette in testa di ridare, senza perdere più un solo colpo, il senso e la dignità di una grande avventura politica all’insieme della sua opera e delle sue funzioni”.

Il quotidiano della CEI “Avvenire” intanto ha messo sul tappeto un punto ineludibile: Berlusconi deve “sgomberare il terreno dagli interrogativi più pressanti, che non vengono solo dagli avversari politici ma anche da una parte di opinione pubblica non pregiudizialmente avversa al premier”.

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Ismael León Arías: La repressione degli indigeni nel sangue. Alan García ha dei precedenti

Ismael León Arías è un giornalista peruviano. Direttore del quotidiano La Crónica nel 1985. Commentatore politico ed editorialista del quotidiano  La República per 14 anni. Ha lavorato in  radio e in  televisione,  occupandosi sempre di programmi di informazione e di politica. E’ stato docente di giornalismo all’Università Nazionale di San Marco di Lima, una delle più antiche e prestigiose università latinoamericane e capo stampa di questo istituto di studi superiori. Gestisce il blog La columna de León. Gli chiediamo di raccontarci  come sta evolvendo la situazione nel suo paese rispetto alla rivolta degli indigeni dell’Amazzonia che ormai va avanti da qualche mese:

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Coccodrillo per Gianni Baget Bozzo

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Nel gergo giornalistico  il coccodrillo è un necrologio scritto in anticipo, per averlo pronto al momento del bisogno. Quando scrissi per Gianni Baget Bozzo ancora in vita, non pensavo davvero a questa possibilità, che egli venisse a mancare così presto: leggo che aveva 84 anni, il socialista di Dio. E’ morto nella notte del 7 maggio nel sonno, dicasi morte dolce e discreta non certo ucciso come fecero per la  Englaro: “È questo che ha spinto il Cavaliere a battersi per Eluana“. Nei giorni scorsi trovò  la Forza tutta Italiana di rilasciare alle agenzie di stampa  alcune dichiarazioni in merito al divorzio chiesto da Veronica Lario a Silvio Berlusconi. “Impossibile non sentire lui, don Gianni: amico personale del premier, voce ascoltata dai vertici di Forza Italia come, venti anni prima, nel Psi di Bettino Craxi. “E’ un fatto personale – aveva risposto Gianni Baget Bozzo – non ha per ora nessuna valenza politica. La valenza politica potrebbe averla, ma dipenderà  da come verrà condotta la questione”. E ancora: “Non penso – aveva detto Baget Bozzo – che la signora sia strumentalizzata dalla sinistra, penso invece che questa sia una battaglia tutta sua, combattuta però su un piano politico, che cerca di screditare la figura di Berlusconi mostrandolo come figura dubbia”.

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“5 per mille” ai terremotati, solidarietà in disprezzo dell’Italia solidale

La possibilità di donare il “5 per mille” dell’Irpef destinandolo ai terremotati dell’Abruzzo incontrerà il favore immediato di centinaia di migliaia di italiani ma è una fotografia reale del disprezzo del governo per la società civile del nostro paese.

Il cinque per mille è infatti una delle poche maniere partecipative che hanno i cittadini della Repubblica per decidere come viene destinata una parte minima ma significativa (un duecentesimo) delle loro tasse. E’ così che si finanziano associazioni, enti di ricerca, ong, organismi di solidarietà, no profit, terzo settore. E’ così che si finanzia l’AVIS, alla quale migliaia di persone devono la vita attraverso il sangue, oppure l’ANT, l’associazione che si occupa gratuitamente a domicilio dei malati oncologici terminali, supplendo alle carenze della sanità pubblica e alla quale chi scrive fin dall’inizio destina e chiede di destinare il proprio “5 per mille”.

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Marc Lazar: Gli strani silenzi sul Papa e i profilattici

LE RECENTI affermazioni del papa, secondo cui «il problema dell’ Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi, che anzi lo aggravano» hanno sollevato in Francia un uragano di proteste, mentre in Italia regna un silenzio assordante. È dunque forte la tentazione di vedere in questo sconcertante contrasto un ulteriore esempio dell’ antica contrapposizione tra una Francia ostinatamente laica e un’ Italia profondamente cattolica. In verità, la situazione è più complessa. La difformità delle reazioni va certo ascritta al peso delle differenze storiche tra questi due Paesi, ma anche a scelte politiche divergenti. In Francia le reazioni più virulente sono state quelle dei rappresentanti del governo di destra.

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8 marzo 2009: abortite la Chiesa e chi ci stupra

Bimba di 9 anni stuprata abortisce l'arcivescovo scomunica i medici

Guardatela bene la faccia di bronzo di questo stupratore della buona fede: è l’arcivescovo di Recife, Josè Cardoso Sobrinho.

Giunge al 6 marzo dalle agenzie di stampa la notizia della sentenza inappellabile della Chiesa cattolica brasiliana contro i medici che hanno fatto abortire una bimba di nove anni, stuprata dal patrigno e incinta di due gemelli. I sanitari sono stati scomunicati. L’aborto, ha specificato Josè  Cardoso Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife, è  un crimine agli occhi della Chiesa e la legge degli uomini non può  sovrastare quella di Dio. Il patrigno ha ammesso che abusava della bambina da quando aveva 6 anni; alla piccola, ricoverata presso un ospedale di Recife, sono stati somministrati farmaci abortivi mercoledì  pomeriggio. La notizia la leggo con questo titolo “Scomunica per i medici che fanno abortire bimba violentata. Ed è polemica in Brasile“.

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Colombia: a colpi di sentenze riconosciute le coppie di fatto omosessuali

manos_unidas_gr Una sentenza della corte costituzionale di Bogotà mette la Colombia alla testa del continente per i diritti civili delle coppie omosessuali.

Resta escluso il matrimonio e l’adozione, ma per il resto le coppie gay e lesbiche sono equiparate in tutto a quelle eterosessuali.

Nel resto del continente c’è una situazione a macchia di leopardo ma in evoluzione.

La sentenza dimostra una volta di più come il potere giudiziario in Colombia sia il più fermo difensore dei diritti civili e dello stato di diritto in un contesto dove sia il potere esecutivo che quello legislativo (oltre al potere di fatto della Chiesa cattolica) vi si oppongono pervicacemente.

E da ora i conservatori in Italia potranno dire: “non vogliamo finire come in Colombia dove i giudici…”.

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Il silenzio negletto

Non ci eravamo sbagliati, purtroppo, nel ritenere che la costruzione della civiltà dell’intrattenimento fosse organica a un preciso disegno politico. Non che ci fosse bisogno di chissà quali conferme per capirlo, perché questo processo è chiaro da tempo a chiunque sia disposto a vedere. Ma la conferma è stata delle più eclatanti, con la strumentalizzazione del “caso Englaro” a fini politici, oltre la sua tragica conclusione, che segna per molti aspetti un epilogo “logico” del berlusconismo.

Di questa vicenda, oltre al palese disprezzo delle più elementari regole democratiche da parte della maggioranza di governo, ha colpito il silenzio violato. Non è un caso, ma la risultante di un humus culturale che è stato lungamente coltivato. La civiltà dell’intrattenimento è costruita strutturalmente per invitare lo spettatore/elettore a pronunciarsi su tutto: “dì la tua su tutto”, anzi, di più, “facci sapere sempre la tua opinione, ci teniamo molto che tu possa esprimerla”. Nella grande democrazia mediatica c’è spazio per tutti, ognuno è rappresentato. Nessuno si deve sentire escluso.

È il falso pluralismo dell’era della televisione, che in realtà confeziona adeguatamente la possibilità di scelta: o di qua o di là, una delle due, all’insegna della semplificazione del dibattito, della massima omologazione dei gusti, secondo le più collaudate tecniche del “giornalismo” televisivo imperante, che in realtà ricade del tutto all’interno del contenitore dell’intrattenimento. Tanto che i confini tra “informazione” e intrattenimento sono sempre più sfumati.

L’alternativa viene posta in modo netto: bianco o nero, e su questo lo spettatore/elettore è chiamato a pronunciarsi, ad esercitare la sua insindacabile libertà di giudizio; adeguatamente orientato però, ed è questo l’essenziale, verso una proditoria polarizzazione del dibattito su un binario prestabilito.

Al di là di quello che si dice, del cicaleccio, è anche ciò che non si tace più a caratterizzare la civiltà dell’intrattenimento. Il silenzio diventa un disvalore: denota imbarazzo, impaccio, assenza di qualcosa da dire. Ne consegue che si possa dire qualsiasi cosa purché, appunto, si dica qualcosa. Le pause vanno assolutamente riempite, in ogni modo e a qualsiasi costo: la televisione, e non la natura, nutre un assoluto, radicale horror vacui.

Ma quando il silenzio viene svuotato di significato anche la parola, inevitabilmente, perde il suo peso: diventa irriflessa, immediata, grossolana.

Ecco allora che l’affermazione della civiltà dell’intrattenimento, che di per se è un fenomeno antropologico, ha il suo preciso correlato politico: lo svuotamento e l’impoverimento del dibattito, l’annullamento di ogni visione complessa e di ogni solida cultura politica, in nome della semplificazione; la scelta della proposta più gretta che viene somministrata allo spettatore/elettore ormai ridotto a un mero, pavloviano risponditore agli stimoli che gli vengono inviati. Cosi accade che in quel gigantesco reality show in cui è stata trasformata l’arena politica, esattamente come in televisione, normalmente ha ragione chi urla più forte o, in ultima analisi, il proprietario.

Ed ecco l’epilogo: anche su Eluana ciascuno ha potuto dire la sua. Ciascuno ha potuto pronunciarsi anche sul dolore, sull’insondabile dilemma morale di suo padre, Giuseppe Englaro. Nella civiltà dell’intrattenimento, ignorante e irrispettosa del silenzio, il corpo inerme di Eluana ha potuto essere oggetto delle più svariate intromissioni. Profanato dai fanatici della vita e destinatario delle volgari allusioni di un premier triviale e privo di qualsiasi senso delle istituzioni. Questo è l’esito di una civiltà dimentica del valore, di più della necessità, in alcuni casi, del silenzio.

Dovrebbe riflettere moltissimo questa Chiesa, che è stata la prima e la più fanatica a violare quella sacrale e intima dimensione dove ciascuno risponde esclusivamente alla propria coscienza (Dio?), ciò che, se non ho inteso male, dovrebbe essere uno dei massimi valori del Cristianesimo – ma in fondo il problema sta proprio qui: a misura di una scissione del Cristianesimo a tutt’oggi non ricomposta, la Chiesa cattolica, esteriorizzando la coscienza, rivendica il monopolio della sua amministrazione.

Ideologica, l’intromissione della Chiesa; cinicamente strumentale, quella della maggioranza di governo; comunque convergenti. Credo che il senso, o uno dei sensi, di tutta questa storia sia che, nella loro estrema diversità, il fanatismo delle gerarchie ecclesiastiche e il nichilismo berlusconiano in qualche modo si tocchino: dove il silenzio è distrutto non può albergare altro che cinismo.

Ora ci si accinge a fare una legge sul testamento biologico che era del tutto necessaria, ma sarà il parto del peggior retroterra culturale possibile.